Dott.ssa Marta Bugari - Psicologa Psicoterapeuta

Dott.ssa Marta Bugari - Psicologa Psicoterapeuta Studio di Psicoterapia Cognitivo Comportamentale

Sono una psicologa clinica iscritta all'albo della regione Marche n. 2563, Operatore di training Autogeno, Specializzanda in Psicoterapia

La scorsa sera ho tenuto uno degli appuntamenti, di un ciclo d’incontri. Nello specifico mi sono avventurata in un tema ...
22/04/2026

La scorsa sera ho tenuto uno degli appuntamenti, di un ciclo d’incontri. Nello specifico mi sono avventurata in un tema che adoro: il coinvolgimento costruttivo nella vita dei figli. Cioè, quanto un genitore dovrebbe intervenire nella vita di un e fino a quando dovrebbe occuparsi di lui per poi gradualmente cedergli il passo?
Domani articolatissima che come ho spiegato ai presenti, ha una risposta ma va declinata in mille sfumature sulla base delle caratteristiche del figlio adolescente. Un genitore dovrebbe senza presunzione, e quindi senza frasi tipo “io ti conosco bene perché sono tua madre\padre”, conoscere il proprio figlio almeno quanto basta per regolare la sua presenza e le modalità d’interazione, tenendo in mente molto chiaramente qual’è lo scopo dei suoi interventi nei confronti del figlio.
“Quello che faccio, perché lo faccio?” Se la risposta è, auspicabilmente, “crescere mio figlio” va assolutamente inclusa in questa idea la possibilità che con il proprio figlio/a si vada in lite perché vuol fare di testa sua, che sia d’obbligo,anche se costa fatica,far il pugno duro perché un semaforo rosso protegge e aiutare a crescere. Va tenuta chiara e ferma l’idea che validare le sue emozioni (cioè riconoscerle e sostenerle) è la normalità in una relazione affettiva e che non è l’unica competenza genitoriale da esasperare (rispondendo sempre “sì lo capisco quanto sei arrabbiato/ triste è molto spiacevole, come posso aiutarti?”) perché se insieme non ci mettiamo anche la fermezza e il limite, non stiamo facendo nulla di costruttivo per un figlio che vogliamo cresca con equilibrio. (Molto meglio sarà “sì lo capisco, mi dispiace e mi rendo conto che ti faccia arrabbiare che io ti dica di no ma questa sera non potrai uscire)Se lasciamo a un figlio la possibilità di scegliere sempre sulla base di ciò che non lo farà soffrire, gli stiamo rimandando la responsabilità di una decisione che non è in grado di prendere, mostrandoci deboli di fronte alle sue emozioni che vanno comprese ma contenute.
La è sostegno e ascolto ma è anche e soprattutto farsi domande, contenere e scomodarsi in una relazione con un figlio che chiede riadattamenti frequenti.

Questa sera, nella sala consiliare di Acquaviva Picena, ci confronteremo su come favorire buoni e sani livelli  di coinv...
17/04/2026

Questa sera, nella sala consiliare di Acquaviva Picena, ci confronteremo su come favorire buoni e sani livelli di coinvolgimento dei genitori nella vita dei figli.
Per chi volesse partecipare, vi aspetto!

14/04/2026
Pensavo che ci sono forme e forme di rassicurazione e che nella mia esperienza clinica, trasferita all’altro con la gius...
08/02/2026

Pensavo che ci sono forme e forme di rassicurazione e che nella mia esperienza clinica, trasferita all’altro con la giusta formula, è stata determinante in alcuni passaggi di cura.
Provo a spiegare con chiarezza perché.
La rassicurazione non è sempre vista di buon occhio, ovviamente neanche da me. Molte persone che la cercano fuori in maniera disfunzionale, lo fanno anche in terapia e non funziona perchè chi chiede di essere rassicurato spesso, cerca conferma e protezione per sue disfunzionalità.
Insomma non cerca davvero il cambiamento ma il “dai che va bene lo stesso, non te ne preoccupare”. Il tipico esempio è quello della persona fobica e ansiosa che chiede di essere accompagnata dalla mamma/ dal coniuge / dall’amico nello svolgere qualsiasi tipo di attività richieda un’esposizione.
In terapia questo tipo di atteggiamento non è possibile pretenderlo dal terapeuta, non solo perché porterebbe il rapporto a sfinirsi per le innumerevoli richieste fuori dall’appuntamento, ma perché non consente di arrivare allo scopo ultimo: la cura della persona.

La rassicurazione a cui invece accennavo prima, si realizza nel valorizzare e normalizzare le paure e quel dolore insostenibile alla luce di una storia di vita così faticosa, nel proteggere il paziente e sostenerlo quando finalmente sta per riconoscersi l’ingiustizia di una colpa che gli è stata attribuita e che l’ha segnato una vita o quando sta lì lì per sentire giusto e inequivocabile il suo pensiero dopo una vita di messe di dubbio.
La rassicurazione sì che qui è necessaria perchè è la strada percorribile dove umanamente ti viene riconsegnata la presenza di un altro, a volte il primo nella vita, che sostiene, valida e si mette dalla parte del paziente che finalmente può fare esperienza di non essere sbagliato, di non essere esagerato, di non essere fuori luogo, di non essere colpevole ma piuttosto adeguato, tutto intero e sintonizzato con un altro che ascolta e che di fronte a grandi bugie raccontate dalla vita, è lì dalla sua parte.
Questo può muovere qualcosa dentro la pancia, sentirsi legittimati a pensare-dire-fare come si sente giusto, rompendo vecchie narrazioni e farsi del bene.

Si parlava in seduta di salute, di equilibrio, di stabilità mentale.Credo fermamente che preservare la salute mentale, r...
22/12/2025

Si parlava in seduta di salute, di equilibrio, di stabilità mentale.
Credo fermamente che preservare la salute mentale, restare integri e non sgretolarsi di fronte alla vita, passi obbligatoriamente attraverso la capacità dell’essere umano di realizzare attivamente o assecondare i cambiamenti e le trasformazioni che la crescita richiede, verso se stessi, nel modo di frequentare gli altri, di vivere il mondo.
Questo concetto vale per i più giovani ma anche per i più maturi perché tutti evolviamo cambiando le esigenze, i bisogni, i desideri e le richieste che arrivano dall’esterno.

Un esempio semplice.
Se quando un bambino saluta la mamma sulla porta dell’asilo fatica a staccarsi e piange è un conto, se a 19 anni un adolescente si diploma e sarebbe pronto per affacciarsi sul mondo lavorativo o proseguire gli studi, ma vive con angoscia e tristezza l’uscita da casa al punto che rinuncia a qualsiasi slancio evolutivo pur di restare a casa con i propri genitori, è evidentemente un altro conto.

Quando l’evoluzione dei cambiamenti interni o esterni sono compromessi dall’impermeabilità e dalla rigidità dei pensieri, dall’indisponibilità a volte a rinunciare ad abitudini confortevoli che non funzionano più ma che restano irrinunciabili perché lasciarle nuove emozioni spiacevoli che la persona non riesce a reggere, ci si spezza.

Si diventa alieni dalla propria vita, dai coetanei, da se stessi generando un blocco che si patologicizza quando non si ha un’alternativa sana a scelte che virano verso l’irrigidimento mentale. Li chiamiamo in terapia blocchi evolutivi e la cura passa attraverso l’ascolto delle emozioni di fronte alla quale ci si è sentiti impreparati/spaventati/ stupiti oltremodo, la comprensione di ciò che trema nella pancia, la rassicurazione a volte anche da parte del terapeuta che puó sfatando dei “miti” o destrutturare alcune grandi verità che poi erano solo bugie, facilitando nel paziente la possibilità di pensare diversamente e inglobare tra tanti pensieri nuovi, l’idea che la crescita non è perdersi ma trasformarsi.

18/11/2025

E tu, adulto, che fai?
Ti metti in fila anche tu dietro al “tutti”?
O ti ricordi che educare non significa obbedire alle mode, ma avere il coraggio di andare controcorrente?

Perché la verità è semplice:
lo smartphone non è un problema dei bambini.
È un problema degli adulti che hanno paura di dire NO
e ancora più paura di dire SÌ con responsabilità.

Un telefono non serve a crescere un figlio.
Serve un adulto presente, scomodo, coerente.

Vediamo come dovrebbe funzionare per davvero.

Prima cosa: smetti di giustificarti. Ascolta tuo figlio.

Dietro “ce l’hanno tutti” non c’è la voglia di un oggetto.
C’è il terrore di sentirsi escluso.

Guardalo negli occhi, non nel telefono che ti chiede.

Dì semplicemente:
«Capisco perché lo vuoi.»

E poi smetti di sentirti in colpa.
L’educazione non è una trattativa al ribasso.

Se dici SÌ, ricordati che non stai dando un telefono.

Stai dando potere.

Potere di confrontarsi, perdersi, imitare, sbagliare.
E questo potere va dato solo se sei disposto a esserci, davvero.

Quindi il SÌ funziona solo così:
• non glielo butti addosso per liberarti
• lo accompagni
• fissi confini che non si discutono
• ti prendi la responsabilità di guardare cosa fa e come sta

La tecnologia non cresce nessuno.
Gli adulti sì.
Ma devono volerlo.

Se dici NO, devi voler reggere la sua frustrazione.

E la tua.

Un figlio senza smartphone non muore.
Un figlio senza limiti sì.
Muore dentro, piano, senza nemmeno accorgersene.

Il NO va detto così:

«Non ancora.
E non perché non ti reputo capace, ma perché non voglio buttarti in un mondo che non sei pronto a reggere.»

Non si educa per paura di essere impopolari.
Si educa per amore del futuro dei figli.

La frase che gli dovresti lasciare addosso

Non importa cosa decidi.
Importa cosa gli arriva.

«Io scelgo per te.
Non per gli altri.»

Se tuo figlio capisce questo,
lo smartphone potrà anche averlo tardi.
Ma avrà qualcosa di molto più raro:
un adulto che ci mette la faccia,
non uno che segue la mandria.

E poi comprendi che non è ciò che ti ha fatto paura il vero problema ma ciò che pensi di spaventoso e pericoloso potrebb...
17/10/2025

E poi comprendi che non è ciò che ti ha fatto paura il vero problema ma ciò che pensi di spaventoso e pericoloso potrebbe riaccadere.
La cura alla paura è comprendere che non tutto può essere previsto ma soprattutto che vivere in previsione e prescrizione non è la cura per non avere paura. Anzi.

Che a volte di fronte a un trauma i segni che porti con te, sono il frutto di ciò che è accaduto ma anche il segno concreto che sei lì a raccontarlo e che oggi avresti gli strumenti per non farlo accadere più. Strumenti per dire basta.

Che puoi raccontare oggi come la pensi, che forse è come la pensavi anche ieri, solo che ti mancava la scrittura dentro di quel concetto tanto importante ma così poco legittimato, da non avergli dedicato pensiero e parole per essere espresso.
Ma ora è lì quella credenza,
chiara
forte
esprimibile.

Per tante storie di dolore ci sono altrettante strade di cura.

07/10/2025
E se il sintomo fosse solo un elemento da considerare ma non l’elemento?…È spontaneo, automatico, viene da sé che il sin...
01/10/2025

E se il sintomo fosse solo un elemento da considerare ma non l’elemento?



È spontaneo, automatico, viene da sé che il sintomo spinga alla richiesta di aiuto, è il segnale di un malessere, visibile a tutti i presenti.

Eppure, anche se tutti d’accordo con questa visione delle cose, capita che il sintomo rappresenti in realtà una piccola parte del problema e assolvi la funzione di realizzazione di bisogni molto più profondi dei pazienti che cercano una cura a quell’inconveniente piombato addosso.

Sono sintomi ad esempio la paura intensa di andare al supermercato, il timore e l’abbattimento nell’affrontare un nuovo inizio, l’ansia costante per la propria salute che porta chi ne soffre a controlli ripetuti che restano senza diagnosi e quindi anche senza cura.

Questi ed altri svariati sintomi raccontano molto di più di ciò che si vede, desideri profondi come ad esempio il bisogno di non essere mai lasciati soli, la paura di affrontare il mondo perché ci si considera troppo poco per poter fare qualsiasi cosa, il timore di non essere pensati e di non ricevere cura “se solo smettessi di chiederla”.

Il sintomo è assolutamente un problema per chi lo vive, è invalidante, è doloroso ma non sempre attenzionarlo così come viene presentato rappresenta la via della cura, perché regge uno schema che mantiene invariati tanti aspetti della vita delle persone prima fra tutto, stando al tema di questo post, la capacità e la possibilità di comunicare il vero bisogno, la vera paura, la vera angoscia che soggiorna dentro e che a volte può solo essere urlata attraverso un sintomo, che per quanto scomodo, lo è meno di altre domande e di altre risposte.
Da entrambi i lati, sia per il mittente sia per il/i destinatario/i.

La stanchezza è un input per approdare in terapia.Le persone arrivano in terapia stanche, molte volte dopo tempo dalla p...
26/07/2025

La stanchezza è un input per approdare in terapia.

Le persone arrivano in terapia stanche, molte volte dopo tempo dalla prima volta che hanno iniziato ad avvertire i primi sintomi, con la testa impicciata a pensare a ciò che causa malessere, spesso senza condividere quello che frulla in pancia.
E in seduta quelle sensazioni negative e i vissuti dolorosi passano da essere sensazioni, poi pensieri poi parole che si sciolgono in un racconto.

Sì perché il pensiero di una persona che sta male da tempo è nebbioso, astratto, può essere ripetitivo e afinalistico. Significa che non porta ad alcuna conclusione, solo a un girotondo di visioni negative che in terapia si chiama “rimuginio”. Il rimuginio è una modalità di pensiero che dà l’illusione che, pensando assiduamente, riflettendo e analizzandosi si possa arrivare alla “soluzione”, ci si riesca a preparare al peggio o che si possa ridurre la probabilità che accada l’evento temuto. In realtà una mente impegnata a produrre pensieri negativi e ansiosi, nonostante avrà trovato almeno un buon motivo per farlo, si affossa sempre più e difficilmente potrà fare spazio ad altre prospettive.
“E se la situazione non cambia?”
“E se la situazione peggiora?”
“E se accadesse davvero?”
“E se domani mi sveglio e mi sento male?”

Questi sono esempi di pensieri che accendono il rimuginio, un modo di pensare le cose che a volte rischia di creare una barriera tra il pensiero e la pancia, tra quello che penso e mi dico e quello che sentirei faccia a faccia con la sofferenza più profonda.
La terapia che funge da contenitore, può far sentire al sicuro, più al sicuro per poter andare oltre quel rimuginio mettendo davvero le mani su ciò che c’è sotto perché pensare, pensare e pensare tiene tutto il movimento in testa e poco nella pancia = razionalizzo/mantengo il controllo pensando e non scomodo le emozioni in pancia…che chissà se mi conviene ad aprire quella porta.
Rallentare un pensiero ansioso, sfiduciato o malinconico che spesso sovrasta e cristallizza il vero problema, può rappresentare moltissimo nella partita con la sofferenza, concedendo istanti di vantaggio che potranno fare spazio a comprensioni più articolate e personali.

Un numero consistente di colloqui mi arrivano marcati da un pensiero stonante di sottofondo, come fosse un inconscio col...
24/06/2025

Un numero consistente di colloqui mi arrivano marcati da un pensiero stonante di sottofondo, come fosse un inconscio collettivo tra completi estranei che attraversano la stanza delle parole.

Il rimpianto suona forte dalle loro parole.

Se avessi fatto così, allora oggi sarebbe…
Se lo avessi capito prima…
Sarei potuto essere stato felice solo in quel modo ma è andata diversamente…

Non so il lettore cosa potrà pensare, ma io non ho potuto far a meno di notare quanto spesso una condizione ipotetica venga elevata alla migliore condizione possibile esistente sulla terra. LA CONDIZIONE, diversamente dalla quale non esiste nient’altro.

E allora, mi chiedo: come mai tutta quella meraviglia si è dissolta nell’aria?
Pensavo che tutto questo “se………allora” rischia di prendere la forma di un inganno che non fa andare avanti e tiene vincolati a ciò che sarebbe stato bellissimo se solo………se.

Come la storia di quell’amore che era perfetto ma che è finito e, sfacciatamente io aggiungo, forse non era perfetto?!
Oppure in tema di grandi rivelazioni o consapevolezze: se aver capito prima una cosa avrebbe cambiato la vita, oggi che lo sai, perché non vale ugualmente?
E ancora potrei continuare: …se quella volta ci fosse stato il coraggio necessario…si è vero, avresti agito diversamente, ma è anche vero che per arrivare dove si è, non sempre è buona la prima e forse sono proprio il tempo e i tentativi a vuoto le pedine necessarie a realizzare qualcosa di buono.

Spesso non sono le occasioni p***e a sabotare le possibilità delle persone, sembrerebbe, restando nell’universo dei limiti di ciascuno, il coraggio di raccogliere i pezzi per farsí che succedano cose al di là di tutto.

Le terapie finiscono e si guarisce.Può sembrare un’affermazione scontata ma non lo è affatto.Quando mi dicono: “Dottores...
21/02/2025

Le terapie finiscono e si guarisce.
Può sembrare un’affermazione scontata ma non lo è affatto.

Quando mi dicono: “Dottoressa io sto bene” mi emoziona sempre molto. La riuscita di una terapia è il frutto di un restauro e la nascita di credenze sane, pensieri mai pensati, punti di vista ed emozioni nuove che fanno capolino le prime volte in terapia e poi, pian piano, fuori dalla stanza delle parole.
La novità chiede di essere portata fuori, nel mondo, dove urge il bisogno di tentare, provare, vivere. E questo passaggio è indispensabile affinché la stanza delle parole non sia l’unico luogo dove trovare un po’ di pace.
La terapia ha l’obiettivo ultimo di rendere liberi e piloti della propria vita.
La libertà infatti si raggiunge quando si hanno più elementi che, aggiungendosi a quelli già presenti, consentono alle persone di scegliere tra tante possibilità ciò che fa per loro.

Indirizzo

Via Abruzzi, N. 10
San Benedetto Del Tronto
63074

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