22/04/2026
La scorsa sera ho tenuto uno degli appuntamenti, di un ciclo d’incontri. Nello specifico mi sono avventurata in un tema che adoro: il coinvolgimento costruttivo nella vita dei figli. Cioè, quanto un genitore dovrebbe intervenire nella vita di un e fino a quando dovrebbe occuparsi di lui per poi gradualmente cedergli il passo?
Domani articolatissima che come ho spiegato ai presenti, ha una risposta ma va declinata in mille sfumature sulla base delle caratteristiche del figlio adolescente. Un genitore dovrebbe senza presunzione, e quindi senza frasi tipo “io ti conosco bene perché sono tua madre\padre”, conoscere il proprio figlio almeno quanto basta per regolare la sua presenza e le modalità d’interazione, tenendo in mente molto chiaramente qual’è lo scopo dei suoi interventi nei confronti del figlio.
“Quello che faccio, perché lo faccio?” Se la risposta è, auspicabilmente, “crescere mio figlio” va assolutamente inclusa in questa idea la possibilità che con il proprio figlio/a si vada in lite perché vuol fare di testa sua, che sia d’obbligo,anche se costa fatica,far il pugno duro perché un semaforo rosso protegge e aiutare a crescere. Va tenuta chiara e ferma l’idea che validare le sue emozioni (cioè riconoscerle e sostenerle) è la normalità in una relazione affettiva e che non è l’unica competenza genitoriale da esasperare (rispondendo sempre “sì lo capisco quanto sei arrabbiato/ triste è molto spiacevole, come posso aiutarti?”) perché se insieme non ci mettiamo anche la fermezza e il limite, non stiamo facendo nulla di costruttivo per un figlio che vogliamo cresca con equilibrio. (Molto meglio sarà “sì lo capisco, mi dispiace e mi rendo conto che ti faccia arrabbiare che io ti dica di no ma questa sera non potrai uscire)Se lasciamo a un figlio la possibilità di scegliere sempre sulla base di ciò che non lo farà soffrire, gli stiamo rimandando la responsabilità di una decisione che non è in grado di prendere, mostrandoci deboli di fronte alle sue emozioni che vanno comprese ma contenute.
La è sostegno e ascolto ma è anche e soprattutto farsi domande, contenere e scomodarsi in una relazione con un figlio che chiede riadattamenti frequenti.