26/11/2025
La creazione senza cura genera fantasmi, mentre solo la responsabilità relazionale — quella che né Victor né il narcisismo odierno vogliono assumere — permette alla vita psichica di prendere forma.
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Frankestein
Regia e Sceneggiatura: Guillermo del Toro Fotografia:Dan Laustsen Montaggio:Evan Schiff Scenografia:Tamara Deverell
Costumi: Kate Hawley
Musica:Alexandre Desplat
Nel Frankenstein di Guillermo del Toro, il cuore della storia non è la scienza, ma il rapporto padre–figlio. Victor non è solo creatore: è il padre onnipotente che, nel suo narcisismo, vuole generare la vita come gesto tecnico-magico, dominare il limite umano e produrre un essere che incarni il suo desiderio grandioso. Ma ciò che crea è un figlio che non è desiderato per se stesso — il punto esatto su cui Ferenczi ha descritto il trauma originario del bambino non desiderato, costretto a nascere come oggetto d’uso dell’adulto.
Winnicott ci offre la chiave clinica: Victor dà la vita, ma non offre holding, né handling, né una base affettiva minima. La creatura nasce in un vuoto radicale: generata, ma non accolta; vista, ma non riconosciuta. È l’emblema del soggetto che non riceve un ambiente sufficiente, e quindi cade direttamente nel trauma primario dell’abbandono.
Il regista restituisce alla creatura una sensibilità, un linguaggio nascente, un bisogno struggente di appartenenza. La sua domanda “Why am I alone?” è la voce del figlio-ferita che chiede ciò che non ha mai avuto: un padre capace di relazione. Ma Victor incarna ciò che oggi riconosciamo come narcisismo onnipotente paterno: l’idea che “creare” una persona equivalga a definirla e controllarla, senza sentire la responsabilità di sostenerla nella sua soggettività.
È un tratto che risuona profondamente anche nel presente: figure (genitoriali, istituzionali, sociali) che pretendono di ri-creare l’identità dell’altro, di plasmarlo, correggerlo, “aggiustarlo”, senza offrire contenimento, ascolto o spazio psicologico. Come Victor, generano identità ma non le accompagnano; producono “opere” ma non relazioni. In questo senso, il film diventa un monito contro le derive di un narcisismo che vuole formare l’altro a propria immagine e che, incapace di sostenere il suo bisogno, lo abbandona al caos.
La creatura — corpo assemblato, trauma cucito, parola che emerge dal silenzio — è il soggetto che tenta comunque di nascere a sé stesso, trasformando l’abbandono in ricerca, e il rifiuto in domanda di identità. Il suo cammino finale è una soglia: un possibile andare oltre il padre, verso una soggettività non più costruita, ma scelta.
In questa lettura, Frankenstein diventa una potente metafora contemporanea: la creazione senza cura genera fantasmi, mentre solo la responsabilità relazionale — quella che né Victor né il narcisismo odierno vogliono assumere — permette alla vita psichica di prendere forma.
Matteo De Simone psichiatra psicoanalista didatta Associazione Italiana di Psicoanalisi A.I.Psi/I.P.A, docente Istituto di Formazione AIPsi, docente Asnea, socio onorario ASSIA ( Associazione siciliana per lo studio dell'infanzia e dell'adolescenza)