12/03/2026
COME MANGIANO GLI ITALIANI: LA NUOVA INDAGINE SUI CONSUMI ALIMENTARI
Il modo in cui mangiano gli italiani sta cambiando, e non sempre in meglio. A fotografare abitudini, quantità e qualità della dieta nel nostro Paese è la quarta indagine nazionale sui consumi alimentari, IV Scai, coordinata dal Crea. Lo studio, pubblicato su Nutrients, offre un quadro aggiornato di cosa arriva davvero sulle tavole degli italiani e di quanto le scelte alimentari siano in linea con le raccomandazioni nutrizionali. Ne parliamo con Cinzia Le Donne, nutrizionista del Centro di ricerca alimenti e nutrizione del Crea e membro del gruppo di ricerca che ha condotto l’indagine.
D.ssa Le Donne, qual era l’obiettivo principale della survey e perché era importante aggiornare una fotografia così dettagliata dei consumi alimentari e dell’assunzione di nutrienti nella popolazione italiana?”
L’obiettivo era fornire una stima aggiornata e rappresentativa dei consumi alimentari e dell’assunzione di energia e nutrienti a livello individuale nella popolazione residente in Italia, nella fascia di età compresa tra 3 mesi e 74 anni. Questo per rispondere, in primo luogo, alla necessità di monitorare l’evoluzione dei modelli alimentari nel tempo poiché la precedente indagine nazionale risale al periodo 2005–2006. Avere dati aggiornati consente di valutare eventuali scostamenti dai modelli raccomandati e identificare gruppi di popolazione a rischio di inadeguatezza nutrizionale sia in eccesso che in difetto. Un secondo aspetto centrale riguarda il ruolo dei dati dello studio IV Scai come base scientifica per la revisione delle linee guida per una sana alimentazione e per l’aggiornamento dei Larn – Livelli di assunzione di riferimento di nutrienti ed energia. Entrambi sono documenti di consenso imprescindibili per la pratica professionale in ambito nutrizionale e per la definizione di politiche di prevenzione e promozione della salute. Inoltre, seguendo la metodologia "Eu Menu" dell’Efsa, lo studio funge da fonte italiana per la sorveglianza nutrizionale e la valutazione del rischio a livello europeo.
Quali sono i principali pattern alimentari che emergono e come si confrontano con le linee guida nutrizionali ufficiali italiane ed europee?
La dieta italiana si basa ancora su cereali, latticini, frutta, verdura e carne, riflettendo ancora, almeno in parte, l’impronta storica del modello mediterraneo. Tuttavia, emergono scostamenti significativi rispetto alle raccomandazioni formulate dall’Oms e dalle linee guida per una sana alimentazione. Un primo elemento critico riguarda l’assunzione di frutta e verdura. Solo il 39% tra adulti e anziani raggiunge livelli di consumo considerati adeguati secondo i target Oms, quota che scende sotto il 30% tra i più giovani. Parallelamente, si osserva un consumo di carne rossa e trasformata superiore alle indicazioni internazionali, che suggeriscono di non eccedere i 70 g/die. I valori medi raggiungono circa 83 g/die negli adulti e fino a 100 g/die negli adolescenti. Quello che si osserva, quindi, è una graduale perdita di adesione al pattern mediterraneo tradizionale, con un passaggio verso un consumo maggiore di proteine animali e grassi saturi a scapito di fibre e alimenti vegetali.
Durante l’analisi dei consumi, sono emerse criticità specifiche in alcune fasce d’età o gruppi socio-demografici?
L'analisi ha evidenziato diverse vulnerabilità. Per esempio, gli adolescenti rappresentano il gruppo con il più elevato consumo di carne e cereali, mentre quello di frutta e verdura risulta molto basso. I bambini mostrano un'assunzione di proteine quasi tre volte superiore alle raccomandazioni, oltre a un eccesso di zuccheri semplici, fino al 20% dell'energia totale, superando ampiamente i livelli suggeriti dalle autorità sanitarie nazionali e internazionali. Anche le donne presentano un profilo nutrizionale critico, con una diffusa inadeguatezza di ferro che interessa fino al 95% di loro, oltre a carenze di calcio e vitamina D. Sebbene il campione IV Scai tenda verso un livello di istruzione medio-alto, i dati nazionali associano condizioni socioeconomiche svantaggiate e un minor grado di istruzione a una maggiore prevalenza di sovrappeso e obesità. Quest’ultima risulta più diffusa nel Sud e nelle Isole rispetto alle altre aree del Paese.
In che modo il contributo dei cibi ultra-elaborati influisce sul profilo nutrizionale complessivo della popolazione italiana e quali rischi o benefici sono stati osservati?
Al momento non sono state effettuate analisi mirate a correlare consumo di alimenti-ultraprocessati e profilo nutrizionale, ma i risultati disponibili possono già evidenziare l'impatto di alcune categorie affini, come la carne processata e i prodotti dolciari industriali. La carne trasformata, come prosciutto, salumi, salsicce, è la principale fonte energetica del gruppo ‘carne’ per tutte le età a causa dell'alta densità calorica. L'alto consumo di snack dolci, biscotti e bevande zuccherate, specialmente nei bambini, guida l'apporto di zuccheri semplici oltre i limiti desiderabili, al di sotto del 10% dell’energia totale. Questi prodotti contribuiscono all'eccesso anche di grassi saturi, aumentando il rischio di malattie come obesità e diabete.
Alla luce dei dati raccolti, quali nutrienti risultano generalmente carenti nella dieta degli italiani e quali invece sono consumati in eccesso?
Abbiamo un quadro caratterizzato da carenze ed eccessi che riflettono uno sbilanciamento qualitativo della dieta. Tra i micronutrienti, la carenza di vitamina D, pur essendo un dato atteso, rappresenta la criticità più marcata e interessa pressoché la totalità della popolazione. Anche l’apporto di fibre risulta sistematicamente inferiore ai livelli raccomandati e appare strettamente correlato al ridotto consumo di legumi e cereali integrali. Ulteriori criticità riguardano calcio, potassio e ferro, che si collocano al di sotto dei livelli ottimali, con particolare vulnerabilità nelle donne in età fertile e negli adolescenti. Parallelamente, emergono eccessi significativi. L’apporto proteico è spesso superiore alle raccomandazioni, con una quota predominante di origine animale, circa il 67% del totale. Anche i grassi totali, in particolari quelli saturi, e gli zuccheri semplici risultano frequentemente in eccesso rispetto alle raccomandazioni, con un impatto particolarmente evidente nell’infanzia.
I risultati di questa indagine come possono influire su politiche alimentari e programmi di prevenzione nutrizionale a livello nazionale?
Per esempio, come è stato già detto, oltre a essere la base scientifica per lo sviluppo delle linee guida nazionali per una sana alimentazione, un altro ambito di applicazione riguarda la progettazione di interventi educativi e di sanità pubblica più focalizzati sui gruppi risultati essere più vulnerabili, come programmi volti a riequilibrare l’apporto proteico nell’infanzia, a ridurre il consumo di zuccheri semplici o a migliorare l’assunzione di ferro nelle donne in età fertile. I risultati dello studio IV Sscai possono supportare la pianificazione agricola, favorendo un progressivo allineamento della produzione alimentare ai reali fabbisogni nutrizionali della popolazione. L’identificazione di carenze diffuse come, per esempio di fibra o di specifici micronutrienti, può orientare interventi strutturali quali la promozione di coltivazioni di legumi e l’incentivazione al consumo di cereali integrali, in un’ottica di prevenzione primaria. Inoltre, questi dati possono contribuire allo sviluppo di modelli dietetici a minore impatto ambientale perché consentono di stimare anche indicatori non nutrizionali quali Carbon e Water Footprint e di promuovere una transizione verso fonti proteiche vegetali, in coerenza con obiettivi di sostenibilità ambientale e salute umana.
Quali sono i prossimi passi di ricerca basati su questo studio e quali questioni restano aperte per comprendere meglio la relazione tra dieta e salute nella popolazione italiana?
La complessità della relazione tra dieta e salute nella popolazione italiana richiede un approccio dinamico, capace di integrare sorveglianza, sviluppo metodologico e ampliamento delle popolazioni osservate. Una prima prospettiva riguarda la necessità di trasformare l’esperienza dello studio IV Scai in un modello strutturato di sorveglianza continua e periodica dei consumi alimentari con dati aggiornati a intervalli regolari e meno ampi, per monitorare l’evoluzione dei patterns dietetici o intercettare precocemente eventuali criticità emergenti. Un'altra opportunità è quella di estendere la rilevazione alla popolazione anziana oltre i 74 anni o a gruppi specifici come donne in gravidanza e allattamento, considerando l’invecchiamento progressivo della popolazione italiana e la particolare vulnerabilità nutrizionale di questi segmenti di popolazione.