23/01/2026
🎶 Se mi rilasso, collasso?
Al di là della musica, queste parole mi hanno sempre restituito con grande precisione un vissuto che emerge spesso nel lavoro clinico.
Capita spesso che i pazienti vivano, giustamente, lo spazio della terapia come un momento in cui doversi e potersi fermare, ma capita anche che quel fermarsi sia accompagnato da una sensazione di collasso interno, di perdita di tenuta. Questo perché il movimento continuo, il “fare”, non è solo un’abitudine: è probabilmente diventata una strategia di regolazione e di difesa. Restare attivi serve a non sentire, a non entrare in contatto con stati emotivi percepiti come troppo intensi o disorganizzanti.
In questi casi, il rilassamento non è vissuto come riparativo, ma come minaccioso. Fermarsi espone al rischio di vuoto, di disintegrazione, di contatto con parti di sé che non hanno ancora trovato parole o contenimento.
Il lavoro terapeutico non consiste nel chiedere alla persona di fermarsi, ma nel costruire gradualmente uno spazio interno sufficientemente sicuro. Uno spazio in cui la sosta diventi tollerabile e, col tempo, trasformativa.
Perché il “collasso” temuto, a volte, non è una caduta, ma un segnale che chiede ascolto e integrazione.
Opera di Käthe Kollwitz, Crouching female n**e