Il filo dello yoga

Il filo dello yoga Maurizio Passi maestro di meditazione yoga, buddhista, zen e tantra.

Indologo orientalista, studioso di Antropologia Religioni e Civiltà Orientali specializzazione in Lingua e Letteratura Sanscrita Filosofie dell'India antica presso Università di Bologna. Il corpo si inoltra nella quiete attraverso uno spazio di rilassamento guidato, poi si entra nel movimento attraverso una sequenza di posizioni statiche e dinamiche ed infine ci si raccoglie in ascolto del respiro e poi solo del proprio silenzio. La pratica ha obiettivi di riequilibrio energetico e psicofisico, per portare consapevolezza nel corpo e al respiro, per contenere la dispersione che ci conduce costantemente fuori da noi attraverso pratiche di ascolto e presenza mentale. Il percorso ha come obiettivo quello di creare uno spazio di ascolto, dove osservare e conoscere sé stessi, per poter lasciare andare tutto quello che è in più, che non ci corrisponde e che ci condiziona.

Siamo sicuri che la non-dualità sia il metodo e non il fine? L'esperienza ultima?Se la dualistà fosse necessaria per esp...
26/02/2026

Siamo sicuri che la non-dualità sia il metodo e non il fine? L'esperienza ultima?

Se la dualistà fosse necessaria per esperire l'isolamento del puruṣa? Il kaivalya Patañjaliano, il nirvana buddhista, il mokṣa induista?

In realtà, nella prima filosofia Yoga è necessaria la dualità per arrivare alla non dualità. Perché farne a meno. È così bella l'esperienza della separazione per "accorgersi" di essere Uno.

È proprio questa dualità che ci dona lo stupore della meditazione!

Se la filosofia Sāṃkhya-Yoga nasce dualista ci sarà un motivo. La non dualità nasce con la bhakti come rivendicazione della manifestazione ultima con la divinità, solitamente Śivaita, Kṛṣnaita o la Dea.

La non-dualità della filosofia Vedānta non si riferisce alla divinità, ma all'identità ātman/brahman, ma che si raggiunge esclusivamente esperendo la dualità come nostra realtà esistenziale.

Se "yoga" significa unione dovrò necessariamente attraversare la separazione cone realtà ontologica e soterioligica.

Foto: dipinto bellissimo di Stella Marina Gallas

Praticare la meditazione yoga e vipassanā è possibile, ma è bene sapere che sono due filosofie con una metafisica comple...
25/02/2026

Praticare la meditazione yoga e vipassanā è possibile, ma è bene sapere che sono due filosofie con una metafisica completamente opposta.

La meditazione come "esperienza" è squisitamente laica. La meditazione come "metodo" cambia completamente dallo yoga al buddhismo.

Il fine è lo stesso: uscire dal ciclo di karman e rinadcite. Come si manifesta questa liberazione è nuovamente ontologicamente diverso nelle due scuole filosofiche.

Lo yoga ha una via per la meditazione precisa che solo generalizzando si può assimilare a vipassanā.

È come dire: "pratico la meditazione cristiana e sono islamico".

Per ca**tà, si può fare tutto. Basta esserne consapevoli.

Iniziamo con il chiarire il malinteso che lo Yogasūtra di Patañjali contiene elementi buddhisti. Non c'entra nulla. Ha solo alcune sovrapposizioni sul metodo, ma una metafisica e la manifestazione della fine diversi.

Yoga e buddhismo delle origini condividono un substrato di pratiche ascetiche comuni, ma hanno una metafisica completamente opposta.

Inoltre, lo yoga, ha una meditazione propria, precisa e puntuale accessibile senza scomodare la meditazione vipassanā.

I punti in comune ci sono, ma da qui a dire che il Patañjaliyogaśastra è un testo buddhista ce ne passa. Diciamo piuttosto che è un testo "tollerato" dal buddhismo per convenienza.

Inoltre, le pratica contemplativa dello yoga è definita precedentemente alla nascita del buddhismo. Il Buddha potrebbe avere praticato la via proposta da Patañjali.

Patañjali non inventa nulla, na espone un metodo diffuso in quel periodo.

L'innovazione del buddhismo è nella rivelazione, non nel metodo: lo yoga è una filosofia dualista, il buddhismo esclude chiaramente ātman e brahman, prakṛti e puruṣa, per il buddhismo non esiste nemmeno un sè e anime che trasmigrano.

Con una metafisica così distante non è semplice praticare lo yoga e contemporaneamente essere buddhisti.

Questo è il motivo per cui il buddhismo è scomparso definitivamente dal territorio indiano attorno al 1200 d.C.

Gli indiani non hanno simpatia per il buddhismo e il buddhisti praticano uno yoga specifico, proprio, squisitamente "tibetano".

La meditazione yoga è precisa, attuabile senza scomodare la meditazione vipassanā.

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23/02/2026

𝐿𝐸𝑍𝐼𝑂𝑁𝐸 𝐷𝐼 𝐹𝐼𝐿𝑂𝑆𝑂𝐹𝐼𝐴 𝐷𝐸𝐿𝐿'𝐼𝑁𝐷𝐼𝐴: 𝑙𝑎 𝑚𝑒𝑑𝑖𝑡𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑛𝑒𝑙𝑙'𝐼𝑛𝑑𝑖𝑎 𝑎𝑛𝑡𝑖𝑐𝑎, 𝑓𝑖𝑙𝑜𝑠𝑜𝑓𝑖𝑎 𝑦𝑜𝑔𝑎 𝑒 𝑓𝑖𝑙𝑜𝑠𝑜𝑓𝑖𝑎 𝑏𝑢𝑑𝑑ℎ𝑖𝑠𝑡𝑎 𝑎 𝑐𝑜𝑛𝑓𝑟𝑜𝑛𝑡𝑜. 𝑃𝑎𝑡𝑎𝑛̃𝑗𝑎𝑙𝑖𝑦𝑜𝑔𝑎𝑠́𝑎𝑠𝑡𝑟𝑎 𝑒 𝐶𝑎𝑛𝑜𝑛𝑒 𝑃𝑎̄𝑙𝑖

- sabato 28 febbraio ore 15 online

𝐿𝑎 𝑓𝑜𝑟𝑚𝑎 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑚𝑒𝑑𝑖𝑡𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑙𝑒𝑡𝑡𝑒𝑟𝑎𝑡𝑢𝑟𝑎 𝑒 𝑛𝑒𝑙𝑙'𝑎𝑟𝑡𝑒. 𝐶𝑜𝑚𝑒 𝑙𝑎 𝑝𝑜𝑒𝑠𝑖𝑎 𝑖𝑛𝑑𝑖𝑎𝑛𝑎 𝑑𝑒𝑠𝑐𝑟𝑖𝑣𝑒 𝑙𝑎 𝑚𝑒𝑑𝑖𝑡𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒: 𝑢𝑛𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑎𝑟𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑡𝑟𝑎 𝑚𝑒𝑑𝑖𝑡𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑦𝑜𝑔𝑎 𝑒 𝑚𝑒𝑑𝑖𝑡𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑏𝑢𝑑𝑑ℎ𝑖𝑠𝑡𝑎.

𝐿𝑎 𝑚𝑒𝑑𝑖𝑡𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑒̀ 𝑖𝑙 𝑐𝑢𝑜𝑟𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑦𝑜𝑔𝑎. 𝐼𝑙 𝑐𝑜𝑟𝑠𝑜 𝑠𝑖 𝑝𝑟𝑒𝑓𝑖𝑔𝑔𝑒 𝑑𝑖 𝑑𝑎𝑟𝑒 𝑢𝑛𝑎 𝑏𝑎𝑠𝑒 𝑡𝑒𝑜𝑟𝑖𝑐𝑎 𝑒 𝑝𝑟𝑎𝑡𝑖𝑐𝑎 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑣𝑎𝑟𝑖𝑒 𝑚𝑒𝑡𝑜𝑑𝑜𝑙𝑜𝑔𝑖𝑒 𝑎𝑛𝑡𝑖𝑐ℎ𝑒 𝑒 𝑚𝑜𝑑𝑒𝑟𝑛𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑚𝑒𝑑𝑖𝑡𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒.

𝑃𝑅𝐸𝑆𝐸𝑁𝑇𝐴𝑍𝐼𝑂𝑁𝐸 𝐶𝑂𝑅𝑆𝑂

• La meditazione nell'India antica.
• Comparazione tra la meditazione buddhista e meditazione yoga.
• Filosofia Sāṃkhya-Yoga.
• Storia dell'arte indiana: la genesi antropomorfe del Buddha e la prima iconografia induista.
• La religione vedica: tra rito e mito.
• La nascita dell'Induismo.
• La trimurti: Viṣnu, Brahma, Śiva.
• La poesia indiana kāvya:
la storia d'amore tra Śiva e Pārvatī.

Letture:
- RgVeda.
- Kumārasambhava, la storia d'amore tra Śiva e Pārvatī.
- Canone Pāli - Il discorso della messa in moto della ruota del dhamma.
- Yogasūtra di Patañjali.

𝐈𝐧𝐟𝐨 𝟑𝟑𝟖𝟔𝟒𝟕𝟏𝟖𝟖𝟏

𝐼𝑛𝑠𝑒𝑔𝑛𝑜 𝑚𝑒𝑑𝑖𝑡𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑎 𝑜𝑙𝑡𝑟𝑒 𝑣𝑒𝑛𝑡𝑖𝑐𝑖𝑛𝑞𝑢𝑒 𝑎𝑛𝑛𝑖. 𝐻𝑜 𝑖𝑛𝑖𝑧𝑖𝑎𝑡𝑜 𝑙𝑜 𝑠𝑡𝑢𝑑𝑖𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑚𝑒𝑑𝑖𝑡𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑇ℎ𝑒𝑟𝑎𝑣𝑎̄𝑑𝑎 𝑐𝑜𝑛 𝑖𝑙 𝑝𝑟𝑜𝑓. 𝐶𝑜𝑟𝑟𝑎𝑑𝑜. 𝐻𝑜 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑖𝑛𝑢𝑎𝑡𝑜 𝑙𝑎 𝑝𝑟𝑎𝑡𝑖𝑐𝑎 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑚𝑒𝑑𝑖𝑡𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑅𝑎̄𝑗𝑎 𝑌𝑜𝑔𝑎 𝑐𝑜𝑛 𝑔𝑙𝑖 𝑎𝑙𝑙𝑖𝑒𝑣𝑖 𝑑𝑖 𝐺𝑒́𝑟𝑎𝑟𝑑 𝐵𝑙𝑖𝑡𝑧 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑠𝑐𝑢𝑜𝑙𝑎 𝑏𝑜𝑙𝑜𝑔𝑛𝑒𝑠𝑒 𝑒 𝐻𝑎𝑡ℎ𝑎 𝑌𝑜𝑔𝑎 𝑐𝑜𝑛 𝐴𝑛𝑡𝑜𝑛𝑖𝑜 𝑁𝑢𝑧𝑧𝑜 𝑒 𝐺𝑎𝑏𝑟𝑖𝑒𝑙𝑙𝑎 𝐶𝑒𝑙𝑙𝑎. 𝐻𝑜 𝑠𝑡𝑢𝑑𝑖𝑎𝑡𝑜 𝐴𝑛𝑡𝑟𝑜𝑝𝑜𝑙𝑜𝑔𝑖𝑎 𝑅𝑒𝑙𝑖𝑔𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑒 𝐶𝑖𝑣𝑖𝑙𝑡𝑎̀ 𝑂𝑟𝑖𝑒𝑛𝑡𝑎𝑙𝑖 𝑠𝑝𝑒𝑐𝑖𝑎𝑙𝑖𝑧𝑧𝑎𝑛𝑑𝑜𝑚𝑖 𝑖𝑛 𝑖𝑛𝑑𝑜𝑙𝑜𝑔𝑖𝑎, 𝑙𝑖𝑛𝑔𝑢𝑎 𝑒 𝑙𝑒𝑡𝑡𝑒𝑟𝑎𝑡𝑢𝑟𝑎 𝑠𝑎𝑛𝑠𝑐𝑟𝑖𝑡𝑎 𝑒 𝑛𝑒𝑙 𝑟𝑖𝑡𝑜 𝑒 𝑑𝑒𝑙 𝑚𝑖𝑡𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙'𝐼𝑛𝑑𝑖𝑎 𝑎𝑛𝑡𝑖𝑐𝑎. 𝐴𝑡𝑡𝑢𝑎𝑙𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑚𝑖 𝑠𝑡𝑜 𝑠𝑝𝑒𝑐𝑖𝑎𝑙𝑖𝑧𝑧𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑖𝑛 𝑆𝑐𝑖𝑒𝑛𝑧𝑒 𝑆𝑡𝑜𝑟𝑖𝑐ℎ𝑒 𝑂𝑟𝑖𝑒𝑛𝑡𝑎𝑙𝑖𝑠𝑡𝑖𝑐ℎ𝑒 𝑎𝑙𝑙'𝑈𝑛𝑖𝑣𝑒𝑟𝑠𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑖 𝐵𝑜𝑙𝑜𝑔𝑛𝑎 𝑑𝑜𝑣𝑒 𝑠𝑡𝑜 𝑠𝑡𝑢𝑑𝑖𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑙𝑒 𝑡𝑒𝑐𝑛𝑖𝑐ℎ𝑒 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑒𝑚𝑝𝑙𝑎𝑡𝑖𝑣𝑒 𝑒 𝑙𝑎 𝑓𝑖𝑙𝑜𝑠𝑜𝑓𝑖𝑎 𝑦𝑜𝑔𝑎 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑙𝑒𝑡𝑡𝑒𝑟𝑎𝑡𝑢𝑟𝑎 𝑑'𝑎𝑟𝑡𝑒 𝑐𝑙𝑎𝑠𝑠𝑖𝑐𝑎 𝑖𝑛𝑑𝑖𝑎𝑛𝑎 (𝑘𝑎̄𝑣𝑦𝑎)

"𝐶𝑜𝑚𝑒 𝑢𝑛𝑎 𝑑𝑎𝑛𝑧𝑎𝑡𝑟𝑖𝑐𝑒 𝑠𝑚𝑒𝑡𝑡𝑒 𝑑𝑖 𝑑𝑎𝑛𝑧𝑎𝑟𝑒 𝑑𝑜𝑝𝑜 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑠𝑖 𝑚𝑜𝑠𝑡𝑟𝑎𝑡𝑎 𝑎𝑙 𝑝𝑢𝑏𝑏𝑙𝑖𝑐𝑜, 𝑐𝑜𝑠𝑖̀ 𝑙𝑎 𝑝𝑟𝑎𝑘𝑟̣𝑡𝑖 𝑐𝑒𝑠𝑠𝑎 𝑙𝑎 𝑠𝑢𝑎 𝑎𝑡𝑡𝑖𝑣𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑜𝑝𝑜 ...
23/02/2026

"𝐶𝑜𝑚𝑒 𝑢𝑛𝑎 𝑑𝑎𝑛𝑧𝑎𝑡𝑟𝑖𝑐𝑒 𝑠𝑚𝑒𝑡𝑡𝑒 𝑑𝑖 𝑑𝑎𝑛𝑧𝑎𝑟𝑒 𝑑𝑜𝑝𝑜 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑠𝑖 𝑚𝑜𝑠𝑡𝑟𝑎𝑡𝑎 𝑎𝑙 𝑝𝑢𝑏𝑏𝑙𝑖𝑐𝑜, 𝑐𝑜𝑠𝑖̀ 𝑙𝑎 𝑝𝑟𝑎𝑘𝑟̣𝑡𝑖 𝑐𝑒𝑠𝑠𝑎 𝑙𝑎 𝑠𝑢𝑎 𝑎𝑡𝑡𝑖𝑣𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑜𝑝𝑜 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑠𝑖 𝑚𝑜𝑠𝑡𝑟𝑎𝑡𝑎 𝑎𝑙 𝑝𝑢𝑟𝑢𝑠̣𝑎"

(𝑺𝒂̄𝒎̣𝒌𝒉𝒚𝒂𝒌𝒂𝒓𝒊𝒌𝒂, 59)

Nella filosofia Sāṃkhya possiamo comprendere le origini della metafisica della filosofia Yoga che è una filosofia dualista. La separazione tra "ciò che vede" e "ciò che è visto" è fondamentale per la conoscenza e raggiungere la liberazione, per poi comprendere che nulla è mai stato "diverso da uno".

In questo brano di grande potenza immaginativa, posto quasi alla conclusione delle Strofe del Sāṃkhya, si noterà la fine descrizione del problematico puruṣa e prakṛti, che, in fondo, non viene pensata come un'unione, ma una semplice compresenza.

Tutto (legame, rinascita, liberazione), avviene dal lato della prakṛti, che si esibisce come una di fronte al puruṣa-spettatore, e cessa la sua esibizione non appena si accorge di essere stata vista, lasciando cosi il puruṣa nel suo (kaivalya).

𝑳𝒆𝒛𝒊𝒐𝒏𝒆 𝒅𝒊 𝒊𝒏𝒅𝒐𝒍𝒐𝒈𝒊𝒂, 𝑭𝒊𝒍𝒐𝒔𝒐𝒇𝒊𝒆 𝒅𝒆𝒍𝒍’𝑰𝒏𝒅𝒊𝒂 𝒆 𝑳𝒆𝒕𝒕𝒆𝒓𝒂𝒕𝒖𝒓𝒂 𝒊𝒏𝒅𝒊𝒂𝒏𝒂. 𝑮𝒓𝒖𝒑𝒑𝒐 𝒅𝒊 𝒍𝒆𝒕𝒕𝒖𝒓𝒂.Oggi ore 17 in streaming iniziamo a ...
20/02/2026

𝑳𝒆𝒛𝒊𝒐𝒏𝒆 𝒅𝒊 𝒊𝒏𝒅𝒐𝒍𝒐𝒈𝒊𝒂, 𝑭𝒊𝒍𝒐𝒔𝒐𝒇𝒊𝒆 𝒅𝒆𝒍𝒍’𝑰𝒏𝒅𝒊𝒂 𝒆 𝑳𝒆𝒕𝒕𝒆𝒓𝒂𝒕𝒖𝒓𝒂 𝒊𝒏𝒅𝒊𝒂𝒏𝒂. 𝑮𝒓𝒖𝒑𝒑𝒐 𝒅𝒊 𝒍𝒆𝒕𝒕𝒖𝒓𝒂.

Oggi ore 17 in streaming iniziamo a sfatare i primi luoghi comuni sull'iconogragia del Buddha: il puntino tra le sopracciglia (ūrnā) non è il terzo occhio. Sopra alla testa non è la crocchia di capelli o un turbante ma è "uṣnīṣa", la manifestazione degli effetti psicofisiologici della meditazione ascetica.

L'arte indiana: le forme della meditazione e della poesia indiana tra yoga e buddhismo.

• La genesi antropomorfe del Buddha: metà del I secolo d.C.
• L'estetica indiana e la poesia kāvya.

Letture:
- Kumārasambhava, la storia d'amore tra Śiva e Pārvatī.
- Canone Pāli, Il discorso della messa in moto della ruota del dhamma.
- Yogasūtra di Patañjali

Fai clic su alle ore 17 https://us02web.zoom.us/j/9146722831?pwd=oQNp3HWRFkJukjH7pLEaNa7iK72qk5.1&omn=84919960823 per avviare o entrare in una riunione Zoom pianificata.

𝑳𝑬𝒁𝑰𝑶𝑵𝑬 𝑫𝑰 𝑺𝑻𝑶𝑹𝑰𝑨 𝑫𝑬𝑳𝑳'𝑨𝑹𝑻𝑬 𝑶𝑹𝑰𝑬𝑵𝑻𝑨𝑳𝑬 𝒐𝒏𝒍𝒊𝒏𝒆 - "𝑳'𝒂𝒓𝒕𝒆 𝒅𝒆𝒍𝒍'𝑰𝒏𝒅𝒊𝒂" incontri online per familiarizzare con la storia, l'i...
20/02/2026

𝑳𝑬𝒁𝑰𝑶𝑵𝑬 𝑫𝑰 𝑺𝑻𝑶𝑹𝑰𝑨 𝑫𝑬𝑳𝑳'𝑨𝑹𝑻𝑬 𝑶𝑹𝑰𝑬𝑵𝑻𝑨𝑳𝑬 𝒐𝒏𝒍𝒊𝒏𝒆 - "𝑳'𝒂𝒓𝒕𝒆 𝒅𝒆𝒍𝒍'𝑰𝒏𝒅𝒊𝒂"

incontri online per familiarizzare con la storia, l'iconografia e gli stili dell'India antica e classica. Un modo per leggere il mito, il rito e la letteratura attraverso l'estetica dell'arte.

Entreremo nella storia, nella cultura e nei miti dell'India attraverso le icone e i miti dell'Induismo e del buddhismo.

PROGRAMMA

Ogni incontro sarà articolato attraverso l'introduzione del periodo storico, filosofico e letterario; la lettura dei testi che raccontano le immagini; introduzione alla storia dell'arte indiana; storia dell'India; i miti; elementi di filosofia oruentale, storia dell'induismo e del buddhismo indiano.

Fondamenti dell'arte indiana
Il corso intende fornire una conoscenza di base delle tradizioni artistiche dell’India antica dalle origini al periodo medievale, con particolare riferimento a una selezione di manufatti ispirati ad alcune delle correnti religiose del Subcontinente (buddhismo, jainismo e induismo). Si propone inoltre di fornire gli strumenti per identificare e analizzare le opere alla luce del contesto storico, sociale e culturale in cui sono state prodotte e per sviluppare la capacità di distinguere tra gli aspetti formali, stilistici e iconografici delle testimonianze considerate.

INFO 338 647 1881

BIBLIOGRAFIA

• C. Pieruccini, Storia dell’arte dell’India. Dalle origini ai grandi templi medievali, Vol. I, Torino, Einaudi.

• S. Wolpert, Storia dell’India, Milano, Bompiani, 1985 [Ia ed.].

• J. Keay, Storia dell’India, Roma, Newton & Compton, 2001 [I ed.].

• G. Boccali – C. Pieruccini, Induismo–I Dizionari delle Religioni, Milano, Electa, 2008.

• N. Celli, Buddhismo–I Dizionari delle Religioni, Milano, Electa, 2006.

𝐈𝐧𝐟𝐨 𝟑𝟑𝟖𝟔𝟒𝟕𝟏𝟖𝟖𝟏

𝐼𝑛𝑠𝑒𝑔𝑛𝑜 𝑚𝑒𝑑𝑖𝑡𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑎 𝑜𝑙𝑡𝑟𝑒 𝑣𝑒𝑛𝑡𝑖𝑐𝑖𝑛𝑞𝑢𝑒 𝑎𝑛𝑛𝑖. 𝐻𝑜 𝑖𝑛𝑖𝑧𝑖𝑎𝑡𝑜 𝑙𝑜 𝑠𝑡𝑢𝑑𝑖𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑚𝑒𝑑𝑖𝑡𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑇ℎ𝑒𝑟𝑎𝑣𝑎̄𝑑𝑎 𝑐𝑜𝑛 𝑖𝑙 𝑝𝑟𝑜𝑓. 𝐶𝑜𝑟𝑟𝑎𝑑𝑜 𝑃𝑒𝑛𝑠𝑎. 𝐻𝑜 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑖𝑛𝑢𝑎𝑡𝑜 𝑙𝑎 𝑝𝑟𝑎𝑡𝑖𝑐𝑎 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑚𝑒𝑑𝑖𝑡𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑅𝑎̄𝑗𝑎 𝑌𝑜𝑔𝑎 𝑐𝑜𝑛 𝑔𝑙𝑖 𝑎𝑙𝑙𝑖𝑒𝑣𝑖 𝑑𝑖 𝐺𝑒́𝑟𝑎𝑟𝑑 𝐵𝑙𝑖𝑡𝑧 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑠𝑐𝑢𝑜𝑙𝑎 𝑏𝑜𝑙𝑜𝑔𝑛𝑒𝑠𝑒 𝑒 𝐻𝑎𝑡ℎ𝑎 𝑌𝑜𝑔𝑎 𝑐𝑜𝑛 𝐴𝑛𝑡𝑜𝑛𝑖𝑜 𝑁𝑢𝑧𝑧𝑜 𝑒 𝐺𝑎𝑏𝑟𝑖𝑒𝑙𝑙𝑎 𝐶𝑒𝑙𝑙𝑎. 𝐻𝑜 𝑠𝑡𝑢𝑑𝑖𝑎𝑡𝑜 𝐴𝑛𝑡𝑟𝑜𝑝𝑜𝑙𝑜𝑔𝑖𝑎 𝑅𝑒𝑙𝑖𝑔𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑒 𝐶𝑖𝑣𝑖𝑙𝑡𝑎̀ 𝑂𝑟𝑖𝑒𝑛𝑡𝑎𝑙𝑖 𝑠𝑝𝑒𝑐𝑖𝑎𝑙𝑖𝑧𝑧𝑎𝑛𝑑𝑜𝑚𝑖 𝑖𝑛 𝑖𝑛𝑑𝑜𝑙𝑜𝑔𝑖𝑎, 𝑙𝑖𝑛𝑔𝑢𝑎 𝑒 𝑙𝑒𝑡𝑡𝑒𝑟𝑎𝑡𝑢𝑟𝑎 𝑠𝑎𝑛𝑠𝑐𝑟𝑖𝑡𝑎 𝑒 𝑛𝑒𝑙 𝑟𝑖𝑡𝑜 𝑒 𝑑𝑒𝑙 𝑚𝑖𝑡𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙'𝐼𝑛𝑑𝑖𝑎 𝑎𝑛𝑡𝑖𝑐𝑎. 𝐴𝑡𝑡𝑢𝑎𝑙𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑚𝑖 𝑠𝑡𝑜 𝑠𝑝𝑒𝑐𝑖𝑎𝑙𝑖𝑧𝑧𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑖𝑛 𝑆𝑐𝑖𝑒𝑛𝑧𝑒 𝑆𝑡𝑜𝑟𝑖𝑐ℎ𝑒 𝑂𝑟𝑖𝑒𝑛𝑡𝑎𝑙𝑖𝑠𝑡𝑖𝑐ℎ𝑒 𝑎𝑙𝑙'𝑈𝑛𝑖𝑣𝑒𝑟𝑠𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑖 𝐵𝑜𝑙𝑜𝑔𝑛𝑎 𝑑𝑜𝑣𝑒 𝑠𝑡𝑜 𝑠𝑡𝑢𝑑𝑖𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑙𝑒 𝑡𝑒𝑐𝑛𝑖𝑐ℎ𝑒 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑒𝑚𝑝𝑙𝑎𝑡𝑖𝑣𝑒 𝑒 𝑙𝑎 𝑓𝑖𝑙𝑜𝑠𝑜𝑓𝑖𝑎 𝑦𝑜𝑔𝑎 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑙𝑒𝑡𝑡𝑒𝑟𝑎𝑡𝑢𝑟𝑎 𝑑'𝑎𝑟𝑡𝑒 𝑐𝑙𝑎𝑠𝑠𝑖𝑐𝑎 𝑖𝑛𝑑𝑖𝑎𝑛𝑎 (𝑘𝑎̄𝑣𝑦𝑎) 𝑐𝑜𝑛 𝑖 𝑝𝑟𝑜𝑓𝑓. 𝑀𝑎𝑟𝑐𝑜 𝐹𝑟𝑎𝑛𝑐𝑒𝑠𝑐ℎ𝑖𝑛𝑖, 𝑆𝑎𝑣𝑒𝑟𝑖𝑜 𝑀𝑎𝑟𝑐ℎ𝑖𝑔𝑛𝑜𝑙𝑖 𝑒 𝐺𝑖𝑜𝑣𝑎𝑛𝑛𝑖 𝐶𝑖𝑜𝑡𝑡𝑖.

Il prāna sa benissimo dove andare.L'energia del corpo è libera. Non ci sono cakra da riattivare, prāna da armonizzare o ...
16/02/2026

Il prāna sa benissimo dove andare.

L'energia del corpo è libera. Non ci sono cakra da riattivare, prāna da armonizzare o energia da sbloccare.

Il problema è che a causa della mancanza di presenza e attenzione il prāna si disperde e ci sentiamo disorientati, frustrati, insoddisfatti e stanchi. Il prāna va dove l'attenzione va. Se mi fisso su parole, pensieri, emozioni, viene riassorbito in quelle distrazioni e si esaurisce.

È sufficiente una bella pratica di meditazione per sentirsi meglio: espandere la coscienza attraverso la presenza, l'ascolto, la quiete, espande l'energia oltre il corpo, libera la mente e da forma alle emozioni.

La mente si libera, non si deve fermare, ma si deve espandere. Le emozioni non vanno lasciate andare (perché poi? Sono mie!) ma vanno liberate vivendole pienamente. Non posso lasciare andare qualcosa che mi appartiene.

Non esiste pratica esterna a noi stessi che può fare questo. Sono solo supporti esterni che sostengono un cambiamento interiore.

La vera trasformazione comincia da noi.

I cakra non vanno riattivati (altrimenti saremmo morti) ma vanno liberati dalle distrazioni del complesso mentale. I cakra sono centri psichici, non sono solo centri energetici. Tutto il corpo è energia, non solo i cakra.

La meditazione libera lo stato di yoga che permette di armonizzare e lasciar fluire la conoscenza espandendola e libera i canali che lasciano espandere il prāna: prāna-vidya.

La pratica yoga basata su questo tema tende al risveglio della coscienza nei sei cakra o livelli energetici. I cakra rappresentano le tappe fondamentali dell’ascesa interiore, segnate da corrispondenze e influenze che investono i diversi piani dell’esistenza umana.

La consapevolezza del respiro, il viaggio interiore attraverso spazi cruciali del sistema vitale caricati di pregnanti messaggi simbolici, consentono di scoprire e liberare il sottile processo neuro-energetico.

È un percorso preparatorio al kuṇḍalinī kriya e kriya yoga, espressione di una ricerca puramente tantrica, e rappresenta il culmine dell’ascesa per uno haṭha yogin.

In queste notti si celebra Mahashivaratri, la "Grande Notte di Shiva", celebrata in tutta l'Himalaya. La potente figura ...
15/02/2026

In queste notti si celebra Mahashivaratri, la "Grande Notte di Shiva", celebrata in tutta l'Himalaya.

La potente figura di Śiva è presente sia nella tradizione indù che in quella buddista, e questa è la sua notte sacra.

I devoti si riuniscono nei templi per digiunare, cantare, danzare e vegliare tutta la notte in onore del Grande Dio.

Conosciuto come Mahādeva ("Grande Dio") e Maheshvara ("Grande Sovrano"), Śiva è associato alla saggezza yogica, alla trasformazione e alla distruzione creativa. È spesso raffigurato circondato da gana, una comunità eterogenea di spiriti, asceti e forestieri, che riflette un mondo spirituale che abbraccia la diversità.

Sebbene Śiva sia ampiamente conosciuto come una divinità indù, è venerato anche nella tradizione neva e buddista tibetana come un potente protettore. In tibetano, è chiamato Lha chen po, traduzione diretta di Mahādeva.

In quest'opera della collezione Rubin, Lha chen po appare con la sua consorte Umā.

Osservate attentamente la falce di luna tra i suoi capelli arruffati, un dettaglio iconico che lo identifica come Śiva.

Lha Chenpo; Kham region, eastern Tibet; late 18th-19th century; Pigments on cloth; Rubin Museum of Art; Gift of Shelley & Donald Rubin Foundation;

Qual è la prima definizione di yoga presente nei testi dell'India antica?Un primo riferimento ad un "metodo" yoga è cont...
09/02/2026

Qual è la prima definizione di yoga presente nei testi dell'India antica?

Un primo riferimento ad un "metodo" yoga è contenuto nella Kaṭha Upaniṣad VI.11 (III a. C.)

तां योगमिति मन्यन्ते स्थिरामिन्द्रियधारणाम् ।
अप्रमत्तस्तदा भवति योगो हि प्रभवाप्ययौ ॥

tāṁ yogam iti manyante sthirām indriyadhāraṇām |
apramattas tadā bhavati yogo hi prabhavāpyayau ||

"Questo fermo dominio dei sensi lo chiamiamo yoga. L'uomo allora non è più turbato: yoga infatti è principio [di una nuova vita] e fine [dei turbamenti determinati dal mondo esterno"

(Traduzione mia)

In questa Upaniṣad vedica si ha la prima esposizione della "completa teoria dello yoga". In questo contesto, evidentemente iniziatico, lo yoga si presenta come una disciplina del controllo (yoga da radice *yuj, "aggiogamento", contenimento del complesso mentale) che, attraverso un percorso ascendente che prevede la cessazione (nirodha) dell'attività dei cinque sensi di conoscenza, della mente (manas) e dell'intelletto (buddhi), permette di raggiungere "la metà più alta".

LEZIONE DI FILOSOFIA BUDDHISTA: lettura e commento del Dhammapada.- giovedì 5 febbraio ore 16 onlineL’insegnamento del B...
04/02/2026

LEZIONE DI FILOSOFIA BUDDHISTA: lettura e commento del Dhammapada.

- giovedì 5 febbraio ore 16 online

L’insegnamento del Buddha ci invita a guardare la realtà così com’è.
Quando smettiamo di reagire ciecamente a ciò che accade, nasce in noi la libertà di agire con consapevolezza. È allora che ci liberiamo dalle radici della sofferenza: bramosia, avversione e ignoranza.

La vera saggezza non reagisce: fiorisce.

Info: 338 647 1881

Insegno meditazione e tecniche contemplative dell'India antica della tradizione yoga, buddhista, zen e ta**ra. Studioso di Antropologia Religioni e Civiltà Orientali mi sto specializzando in Scienze Storiche Orientalistiche presso il Dipartimento di Storia Culture Civiltà dell'Università di Bologna in Indologia, Letteratura Sanscrita e Filosofie dell'India antica.

La pratica della meditazione esposta ne lo Yogasūtra di Patañjali è precisa: è la contemplazione che porta allo stato di...
04/02/2026

La pratica della meditazione esposta ne lo Yogasūtra di Patañjali è precisa: è la contemplazione che porta allo stato di yoga, non è lo yoga che porta alla meditazione. Lo yoga non è il mezzo, ma il fine. Lo yoga è il dono che la meditazione ci fa.

Questo metodo esposto da Patañjali ha radici comuni con la meditazione vipassanā del buddhismo theravāda, ma hanno basi metafisiche diametralmente opposto. Condividono solo un fine soteriologico

È importante comprendere che col termine "yoga" si intende fare riferimento a uno stato interiore, a un modo d’essere, piuttosto che a tecniche o posture del corpo che il praticante debba in qualche modo copiare.

La sfida che sta al cuore della pratica è proprio quella di conferire realtà al presente, di imparare a procedere tenendo conto di “ciò che è”, di ciò che accade di momento in momento.

Āsana diventa un luogo per la contemplazione del momento presente e non una forma da raggiungere, un posto "stabile" è l’inizio del percorso.

Il termine sanscrito “āsana” viene solitamente tradotto con “postura” o “posizione”. In senso più letterale asana significa “essere così”, non tanto in riferimento alla forma esteriore, alla postura intesa come semplice posizione del corpo, ma piuttosto al modo con cui la postura è da noi abitata, vissuta. Nello yoga, il corpo è parte indissociabile dalla propria presa di coscienza.

Di conseguenza possiamo dire che non è il movimento in sé, per quanto gratificante, a liberare, quanto la capacità di ascolto che lo accompagna. Il nostro corpo riflette sempre, in modo tangibile, la nostra organizzazione interiore e le nostre capacità di consapevolezza.

Il movimento e le posture rendono manifesta l’esistenza nel nostro corpo di zone chiare, quelle che leggiamo senza difficoltà, e di zone oscure, che non riusciamo a raggiungere facilmente mediante un’indagine cosciente. Di norma, tendiamo a muoverci e praticare utilizzando prevalentemente le nostre parti chiare, ignorando o utilizzando solo in parte le aree corporali che avvertiamo con fatica o che non arriviamo più a localizzare.

Uno dei primi compiti di āsana è dunque quello di rendere evidenti gli effetti della consapevolezza sulla nostra struttura nervosa e muscolare, consentendoci inoltre di osservare come tali effetti si organizzino in modi differenti in relazione al livello di ascolto in atto.

La parola “yoga” indica uno stato, uno stato fondamentale della coscienza. Non è un percorso che conduce da un luogo a un altro, e neppure una ricerca di benessere. È la possibilità di essere consapevoli di essere vivi e di come lo siamo. La possibilità di sentirsi espressione di una realtà indivisa.

𝐴ℎ𝑖𝑚̣𝑠𝑎̄ अहिंसा 𝑙𝑎 𝑟𝑖𝑣𝑜𝑙𝑢𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑔𝑒𝑛𝑡𝑖𝑙𝑒𝑧𝑧𝑎.𝐿𝑎 𝑝𝑟𝑎𝑡𝑖𝑐𝑎 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑚𝑒𝑑𝑖𝑡𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑐𝑜𝑚𝑖𝑛𝑐𝑖𝑎 𝑐𝑜𝑛 𝑢𝑛 𝑎𝑡𝑡𝑒𝑔𝑔𝑖𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑣𝑒𝑟𝑠𝑜 𝑛𝑜𝑖 𝑠𝑡𝑒...
03/02/2026

𝐴ℎ𝑖𝑚̣𝑠𝑎̄ अहिंसा 𝑙𝑎 𝑟𝑖𝑣𝑜𝑙𝑢𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑔𝑒𝑛𝑡𝑖𝑙𝑒𝑧𝑧𝑎.

𝐿𝑎 𝑝𝑟𝑎𝑡𝑖𝑐𝑎 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑚𝑒𝑑𝑖𝑡𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑐𝑜𝑚𝑖𝑛𝑐𝑖𝑎 𝑐𝑜𝑛 𝑢𝑛 𝑎𝑡𝑡𝑒𝑔𝑔𝑖𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑣𝑒𝑟𝑠𝑜 𝑛𝑜𝑖 𝑠𝑡𝑒𝑠𝑠𝑖 𝑎𝑡𝑡𝑟𝑎𝑣𝑒𝑟𝑠𝑜 𝑖 𝑔𝑒𝑠𝑡𝑖 𝑑𝑖 𝑐𝑢𝑟𝑎 𝑐ℎ𝑒 𝑙𝑎 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑒𝑚𝑝𝑙𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑦𝑜𝑔𝑎 𝑐𝑖 𝑖𝑛𝑑𝑖𝑐𝑎. 𝐿𝑎 𝑝𝑟𝑎𝑡𝑖𝑐𝑎 𝑑𝑖 𝑐𝑜𝑛𝑠𝑎𝑝𝑒𝑣𝑜𝑙𝑒𝑧𝑧𝑎 𝑒̀ 𝑢𝑛 𝑎𝑡𝑡𝑒𝑔𝑔𝑖𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑝𝑟𝑒𝑐𝑖𝑠𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑒𝑔𝑢𝑒 𝑝𝑟𝑒𝑐𝑒𝑡𝑡𝑖 𝑓𝑜𝑛𝑑𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑎𝑙𝑖. 𝐼𝑙 𝑝𝑟𝑖𝑚𝑜 𝑑𝑖 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑖, 𝑑𝑒𝑠𝑐𝑟𝑖𝑡𝑡𝑖 𝑛𝑒 𝑙𝑜 𝑌𝑜𝑔𝑎𝑠𝑢̄𝑡𝑟𝑎 𝑑𝑖 𝑃𝑎𝑡𝑎𝑛̃𝑗𝑎𝑙𝑖 𝑒 𝑠𝑣𝑖𝑙𝑢𝑝𝑝𝑎𝑡𝑜 𝑑𝑎𝑙 𝐵𝑢𝑑𝑑ℎ𝑖𝑠𝑚𝑜 𝑒 𝑑𝑎𝑙𝑙'𝐼𝑛𝑑𝑢𝑖𝑠𝑚𝑜 𝑑𝑖 𝐺𝑎𝑛𝑑ℎ𝑖 𝑒̀ 𝑎ℎ𝑖𝑚̣𝑠𝑎̄.

𝐴ℎ𝑖𝑚̣𝑠𝑎̄ (𝑛𝑜𝑛 𝑣𝑖𝑜𝑙𝑒𝑛𝑧𝑎), 𝑛𝑜𝑛 𝑑𝑒𝑠𝑖𝑑𝑒𝑟𝑎𝑟𝑒 𝑣𝑖𝑜𝑙𝑒𝑛𝑧𝑎, 𝑑𝑒𝑛𝑜𝑡𝑎 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑐ℎ𝑒 𝑢𝑛 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑙𝑖𝑐𝑒 𝑎𝑠𝑡𝑒𝑛𝑒𝑟𝑠𝑖 𝑑𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑣𝑖𝑜𝑙𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑖𝑛 𝑔𝑒𝑛𝑒𝑟𝑒, 𝑢𝑛 𝑎𝑡𝑡𝑒𝑔𝑔𝑖𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝑏𝑒𝑛𝑒𝑣𝑜𝑙𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑣𝑒𝑟𝑠𝑜 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑒 𝑙𝑒 𝑐𝑟𝑒𝑎𝑡𝑢𝑟𝑒, 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑖 𝑓𝑜𝑛𝑑𝑎 𝑠𝑢𝑙 𝑟𝑖𝑐𝑜𝑛𝑜𝑠𝑐𝑖𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙'𝑢𝑛𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑣𝑖𝑡𝑎, 𝑑𝑒𝑙 𝑓𝑎𝑡𝑡𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑜 𝑒̀ 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑖 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑖𝑛 𝑟𝑒𝑙𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒, 𝑠𝑖 𝑎𝑝𝑝𝑎𝑟𝑡𝑒𝑛𝑔𝑜𝑛𝑜, ℎ𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑢𝑛 𝑜𝑟𝑖𝑔𝑖𝑛𝑒 𝑒 𝑢𝑛𝑎 𝑓𝑖𝑛𝑒 𝑐𝑜𝑚𝑢𝑛𝑒.

𝐴ℎ𝑖𝑚̣𝑠𝑎̄ 𝑐𝑜𝑛𝑠𝑖𝑠𝑡𝑒 𝑛𝑒𝑙𝑙'𝑎𝑠𝑡𝑒𝑛𝑒𝑟𝑠𝑖 𝑑𝑎𝑙𝑙'𝑖𝑛𝑓𝑙𝑖𝑔𝑔𝑒𝑟𝑒 𝑣𝑜𝑙𝑜𝑛𝑡𝑎𝑟𝑖𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑠𝑜𝑓𝑓𝑒𝑟𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑐𝑜𝑛 𝑝𝑎𝑟𝑜𝑙𝑒, 𝑐𝑜𝑛 𝑝𝑒𝑛𝑠𝑖𝑒𝑟𝑖, 𝑐𝑜𝑛 𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖. 𝑄𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑝𝑟𝑖𝑚𝑎 𝑔𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝑐𝑢𝑟𝑎 𝑑𝑒𝑣𝑒 𝑝𝑎𝑟𝑡𝑖𝑟𝑒 𝑑𝑎 𝑛𝑜𝑖 𝑠𝑡𝑒𝑠𝑠𝑖 𝑒 𝑣𝑒𝑟𝑠𝑜 𝑛𝑜𝑖 𝑠𝑡𝑒𝑠𝑠𝑖. 𝐿𝑎 𝑝𝑟𝑎𝑡𝑖𝑐𝑎 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑦𝑜𝑔𝑎 𝑖𝑛𝑖𝑧𝑖𝑜 𝑑𝑎 𝑢𝑛 𝑎𝑡𝑡𝑒𝑔𝑔𝑖𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜. 𝑈𝑛 𝑎𝑡𝑡𝑒𝑔𝑔𝑖𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑖𝑛𝑡𝑒𝑟𝑖𝑜𝑟𝑒.

𝐴ℎ𝑖𝑚𝑠𝑎̄ 𝑒̀ 𝑖𝑙 𝑝𝑟𝑖𝑚𝑜 𝑑𝑒𝑔𝑙𝑖 𝑦𝑎𝑚𝑎, 𝑖 𝑝𝑟𝑒𝑐𝑒𝑡𝑡𝑖 𝑑𝑖 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑜𝑟𝑡𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑌𝑜𝑔𝑎𝑠𝑢̄𝑡𝑟𝑎 𝑑𝑖 𝑃𝑎𝑡𝑎𝑛̃𝑗𝑎𝑙𝑖 𝑒 𝑠𝑖 𝑡𝑟𝑎𝑠𝑚𝑒𝑡𝑡𝑒 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑛𝑜𝑠𝑡𝑟𝑎 𝑝𝑟𝑎𝑡𝑖𝑐𝑎 𝑝𝑒𝑟𝑠𝑜𝑛𝑎𝑙𝑒, 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑛𝑜𝑠𝑡𝑟𝑎 𝑟𝑒𝑙𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑐𝑜𝑛 𝑖𝑙 𝑐𝑜𝑟𝑝𝑜, 𝑐𝑜𝑛 𝑖𝑙 𝑟𝑒𝑠𝑝𝑖𝑟𝑜, 𝑐𝑜𝑛 𝑙𝑎 𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒. 𝑄𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑎𝑡𝑡𝑒𝑔𝑔𝑖𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝑟𝑖𝑠𝑝𝑒𝑡𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑛𝑜𝑖 𝑠𝑡𝑒𝑠𝑠𝑖, 𝑙𝑎 𝑛𝑜𝑠𝑡𝑟𝑎 𝑛𝑎𝑡𝑢𝑟𝑎 - 𝑠𝑣𝑎𝑑ℎ𝑎𝑟𝑚𝑎 स्वधर्म - 𝑐𝑟𝑒𝑎 𝑢𝑛𝑜 𝑠𝑝𝑎𝑧𝑖𝑜, 𝑢𝑛𝑎 𝑠𝑜𝑠𝑝𝑒𝑛𝑠𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑖 𝑐𝑜𝑛𝑑𝑖𝑧𝑖𝑜𝑛𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑖, 𝑐𝑟𝑒𝑎 𝑢𝑛𝑜 𝑠𝑝𝑎𝑧𝑖𝑜 𝑑𝑖 𝑞𝑢𝑖𝑒𝑡𝑒. 𝑇𝑎𝑛𝑡𝑜 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑐𝑖 𝑎𝑙𝑙𝑜𝑛𝑡𝑎𝑛𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑑𝑎 𝑛𝑜𝑖 𝑠𝑡𝑒𝑠𝑠𝑖, 𝑡𝑎𝑛𝑡𝑜 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑐𝑖 𝑖𝑛𝑓𝑙𝑖𝑔𝑔𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑣𝑖𝑜𝑙𝑒𝑛𝑧𝑎. 𝐺𝑎𝑛𝑑ℎ𝑖 𝑑𝑖𝑐𝑒𝑣𝑎: "𝑠𝑖𝑖 𝑡𝑒 𝑠𝑡𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑒 𝑠𝑎𝑟𝑎𝑖 𝑙𝑖𝑏𝑒𝑟𝑜". 𝐿𝑜 𝑦𝑜𝑔𝑎 𝑝𝑒𝑟 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑖𝑔𝑛𝑖𝑓𝑖𝑐𝑎 𝑢𝑛𝑎 𝑔𝑎𝑟𝑎 𝑐𝑜𝑛 𝑖𝑙 𝑐𝑜𝑟𝑝𝑜 𝑝𝑒𝑟 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒 𝑑𝑖 𝑣𝑒𝑟𝑠𝑖 𝑑𝑎 𝑐𝑖𝑜̀ 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑖 𝑒̀. 𝐿𝑜 𝑦𝑜𝑔𝑎 𝑛𝑜𝑛 𝑒̀ 𝑠𝑢𝑝𝑒𝑟𝑎𝑟𝑒 𝑖 𝑛𝑜𝑠𝑡𝑟𝑖 𝑙𝑖𝑚𝑖𝑡𝑖, 𝑚𝑎 𝑝𝑒𝑟𝑐ℎ𝑒́ 𝑝𝑜𝑖? 𝐷𝑜𝑣𝑒 𝑐'𝑒̀ 𝑠𝑐𝑟𝑖𝑡𝑡𝑜. 𝐿𝑜 𝑦𝑜𝑔𝑎 𝑒̀ 𝑖𝑛𝑐𝑜𝑛𝑡𝑟𝑎𝑟𝑒 𝑖 𝑛𝑜𝑠𝑡𝑟𝑖 𝑙𝑖𝑚𝑖𝑡𝑖 𝑝𝑒𝑟 𝑡𝑟𝑎𝑠𝑓𝑜𝑟𝑚𝑎𝑟𝑙𝑖 𝑖𝑛 𝑝𝑜𝑡𝑒𝑛𝑧𝑖𝑎𝑙𝑖𝑡𝑎̀. 𝑇𝑢𝑡𝑡𝑜 𝑖𝑙 𝑟𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑠𝑖𝑔𝑛𝑖𝑓𝑖𝑐𝑎 𝑎𝑙𝑖𝑚𝑒𝑛𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑖𝑙 𝑛𝑜𝑠𝑡𝑟𝑜 𝑒𝑔𝑜, 𝑓𝑎𝑟𝑐𝑖 𝑣𝑖𝑜𝑙𝑒𝑛𝑧𝑎.

𝐿𝑎 𝑛𝑜𝑛𝑣𝑖𝑜𝑙𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑒̀, 𝑖𝑛 𝑢𝑛 𝑐𝑒𝑟𝑡𝑜 𝑠𝑒𝑛𝑠𝑜, 𝑖𝑙 𝑝𝑢𝑛𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝑝𝑎𝑟𝑡𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑒 𝑖𝑙 𝑝𝑢𝑛𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝑎𝑟𝑟𝑖𝑣𝑜 𝑑𝑖 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑎 𝑙𝑎 𝑝𝑟𝑎𝑡𝑖𝑐𝑎 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑦𝑜𝑔𝑎. 𝐸̀ 𝑖𝑙 𝑝𝑟𝑖𝑛𝑐𝑖𝑝𝑖𝑜 𝑑𝑖 𝑜𝑔𝑛𝑖 𝑝𝑟𝑎𝑡𝑖𝑐𝑎 𝑒𝑑 𝑒̀ 𝑖𝑛𝑑𝑖𝑠𝑝𝑒𝑛𝑠𝑎𝑏𝑖𝑙𝑒 𝑎 𝑜𝑔𝑛𝑖 𝑙𝑖𝑣𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑑𝑒𝑙 𝑝𝑟𝑜𝑔𝑟𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑠𝑝𝑖𝑟𝑖𝑡𝑢𝑎𝑙𝑒, 𝑠𝑖𝑎 𝑝𝑒𝑟 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑡𝑜 𝑟𝑖𝑔𝑢𝑎𝑟𝑑𝑎 𝑖𝑙 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑜𝑟𝑡𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑣𝑒𝑟𝑠𝑜 𝑔𝑙𝑖 𝑎𝑙𝑡𝑟𝑖, 𝑠𝑖𝑎 𝑝𝑒𝑟 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑡𝑜 𝑐𝑜𝑛𝑐𝑒𝑟𝑛𝑒 𝑙'𝑎𝑡𝑡𝑒𝑔𝑔𝑖𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑛𝑒𝑖 𝑐𝑜𝑛𝑓𝑟𝑜𝑛𝑡𝑖 𝑑𝑖 𝑛𝑜𝑖 𝑠𝑡𝑒𝑠𝑠𝑖.

𝑅𝑖𝑐𝑜𝑟𝑑𝑖𝑎𝑚𝑜𝑐𝑖 𝑑𝑖 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒 𝑔𝑒𝑛𝑡𝑖𝑙𝑖. 𝐶𝑜𝑛 𝑛𝑜𝑖 𝑠𝑡𝑒𝑠𝑠𝑖.

𝑆𝑖𝑎𝑡𝑒 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑙𝑖𝑐𝑖, 𝑠𝑖𝑎𝑡𝑒 𝑢𝑚𝑖𝑙𝑖. 𝐸𝑑𝑢𝑐𝑎𝑟𝑠𝑖 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑠𝑡𝑎𝑏𝑖𝑙𝑖𝑡𝑎̀ 𝑖𝑛𝑡𝑒𝑟𝑖𝑜𝑟𝑒 𝑟𝑖𝑐ℎ𝑖𝑒𝑑𝑒 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑒𝑠𝑒𝑟𝑐𝑖𝑧𝑖𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑝𝑖𝑒𝑔𝑎𝑟𝑠𝑖 𝑎 𝑚𝑒𝑡𝑎̀. 𝐼𝑙 𝑐𝑜𝑟𝑝𝑜 ℎ𝑎 𝑢𝑛 𝑐𝑜𝑛𝑓𝑖𝑛𝑒 𝑖𝑛𝑑𝑖𝑣𝑖𝑑𝑢𝑎𝑙𝑒 𝑒 𝑣𝑖𝑡𝑎 𝑏𝑟𝑒𝑣𝑒, 𝑙𝑎 𝑐𝑜𝑠𝑐𝑖𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑒̀ 𝑙𝑖𝑏𝑒𝑟𝑎 𝑒𝑑 𝑒𝑡𝑒𝑟𝑛𝑎. 𝐿𝑜 𝑦𝑜𝑔𝑎 𝑛𝑜𝑛 𝑒́ 𝑝𝑖𝑒𝑔𝑎𝑟𝑠𝑖 𝑖𝑛 𝑑𝑢𝑒 𝑜 𝑚𝑒𝑡𝑡𝑒𝑟𝑠𝑖 𝑠𝑢𝑙𝑙𝑎 𝑡𝑒𝑠𝑡𝑎, 𝑚𝑎 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑖𝑙 𝑛𝑜𝑠𝑡𝑟𝑜 𝑐𝑜𝑟𝑝𝑜 𝑟𝑖𝑒𝑠𝑐𝑒 𝑎𝑑 𝑒𝑠𝑝𝑟𝑖𝑚𝑒𝑟𝑒.

𝑄𝑢𝑎𝑙𝑢𝑛𝑞𝑢𝑒 𝑝𝑒𝑛𝑠𝑖𝑒𝑟𝑜 𝑙𝑒𝑔𝑎𝑡𝑜 𝑎𝑙 𝑑𝑒𝑠𝑖𝑑𝑒𝑟𝑖𝑜 𝑑𝑖 𝑎𝑢𝑚𝑒𝑛𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑙'𝑎𝑔𝑖𝑙𝑖𝑡𝑎̀ 𝑒̀ 𝑢𝑛𝑎 𝑣𝑟𝑡𝑡𝑖 (𝑟𝑒𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑚𝑒𝑛𝑡𝑎𝑙𝑒) 𝑙𝑒𝑔𝑎𝑡𝑎 𝑎 𝑢𝑛𝑎 𝑝𝑟𝑜𝑖𝑒𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑖𝑟𝑟𝑒𝑎𝑙𝑒 𝑑𝑖 𝑛𝑜𝑖 𝑠𝑡𝑒𝑠𝑠𝑖; 𝑒̀ 𝑢𝑛 𝑐𝑜𝑛𝑑𝑖𝑧𝑖𝑜𝑛𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑛 ℎ𝑎 𝑚𝑜𝑡𝑖𝑣𝑜 𝑑𝑖 𝑒𝑠𝑖𝑠𝑡𝑒𝑟𝑒. 𝐴ℎ𝑖𝑚̣𝑠𝑎̄, 𝑙𝑎 𝑛𝑜𝑛 𝑣𝑖𝑜𝑙𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑒̀ 𝑝𝑒𝑟 𝑝𝑟𝑖𝑚𝑎 𝑐𝑜𝑠𝑎 𝑟𝑖𝑠𝑝𝑒𝑡𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑛𝑜𝑖 𝑠𝑡𝑒𝑠𝑠𝑖. 𝑁𝑜𝑛 𝑓𝑜𝑟𝑧𝑎𝑟𝑒, 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑓𝑜𝑟𝑧𝑎𝑟𝑒, 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒 𝑠𝑒́ 𝑠𝑡𝑒𝑠𝑠𝑖, 𝑖𝑛𝑐𝑜𝑛𝑡𝑟𝑎𝑟𝑠𝑖 𝑛𝑒𝑙 𝑝𝑟𝑜𝑝𝑟𝑖𝑜 𝑙𝑖𝑚𝑖𝑡𝑒 𝑝𝑒𝑟 𝑑𝑎𝑟𝑙𝑜 𝑑𝑖𝑣𝑒𝑛𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑢𝑛𝑎 𝑛𝑜𝑠𝑡𝑟𝑎 𝑝𝑜𝑡𝑒𝑛𝑧𝑖𝑎𝑙𝑖𝑟𝑎̀ 𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑝𝑒𝑟 𝑠𝑢𝑝𝑒𝑟𝑠𝑡𝑙𝑜. 𝑃𝑒𝑟 𝑎𝑛𝑑𝑎𝑟𝑒 𝑑𝑜𝑣𝑒? 𝑁𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑠𝑓𝑜𝑟𝑧𝑜 𝑛𝑜𝑛 𝑐𝑖 𝑝𝑢𝑜̀ 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒 𝑎𝑠𝑐𝑜𝑙𝑡𝑜 𝑒 𝑖𝑙 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑙𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑚𝑒𝑛𝑡𝑎𝑙𝑒 𝑠𝑖 𝑎𝑡𝑡𝑖𝑣𝑎!

𝑃𝑒𝑟 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑙𝑒 𝑎̄𝑠𝑎𝑛𝑎 𝑛𝑜𝑛 𝑑𝑖𝑣𝑒𝑛𝑡𝑎𝑛𝑜 𝑓𝑜𝑟𝑚𝑒 𝑑𝑎 𝑐𝑜𝑝𝑖𝑎𝑟𝑒 𝑚𝑎 𝑢𝑛 𝑚𝑒𝑧𝑧𝑜 𝑑𝑖 𝑐𝑜𝑛𝑜𝑠𝑐𝑒𝑛𝑧𝑎. 𝑁𝑜𝑛 𝑒𝑛𝑡𝑟𝑎𝑟𝑒 𝑖𝑛 𝑐𝑜𝑛𝑓𝑙𝑖𝑡𝑡𝑜 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑝𝑟𝑎𝑡𝑖𝑐𝑎 𝑒 𝑝𝑟𝑒𝑛𝑑𝑒𝑟𝑒 𝑢𝑛𝑎 𝑓𝑜𝑟𝑚𝑎 𝑑𝑒𝑙 𝑐𝑜𝑟𝑝𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑐𝑖 𝑐𝑜𝑟𝑟𝑖𝑠𝑝𝑜𝑛𝑑𝑒, 𝑠𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑓𝑜𝑟𝑧𝑎𝑟𝑒. 𝑆𝑜𝑛𝑜 𝑙𝑒 𝑎̄𝑠𝑎𝑛𝑎 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑖 𝑎𝑑𝑎𝑡𝑡𝑎𝑛𝑜 𝑎 𝑛𝑜𝑖 𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑛𝑜𝑖 𝑐ℎ𝑒 𝑑𝑜𝑏𝑏𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑐𝑜𝑝𝑖𝑎𝑟𝑒 𝑢𝑛𝑎 𝑝𝑜𝑠𝑖𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒! 𝑄𝑢𝑒𝑠𝑡𝑎 𝑒̀ 𝑙𝑎 𝑣𝑒𝑟𝑎 𝑙𝑖𝑏𝑒𝑟𝑡𝑎̀!

𝑅𝑒𝑠𝑡𝑎𝑡𝑒 𝑢𝑚𝑖𝑙𝑖, 𝑠𝑖𝑎𝑡𝑒 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑙𝑖𝑐𝑖. 𝐿𝑜 𝑦𝑜𝑔𝑎 𝑒̀ 𝑔𝑒𝑛𝑡𝑖𝑙𝑒𝑧𝑧𝑎. 𝑉𝑒𝑟𝑠𝑜 𝑛𝑜𝑖 𝑠𝑡𝑒𝑠𝑠𝑖.

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