Psicologa Psicoterapeuta Marzia Marra - Verona

Psicologa Psicoterapeuta Marzia Marra - Verona Riceve per appuntamento a Verona. Ordine degli psicologi del Veneto n. 8677

15/05/2026

I bisogni affettivi sono una parte naturale della vita umana. Tutti abbiamo bisogno di sentirci visti, amati, riconosciuti. Il problema nasce quando questo bisogno smette di essere un desiderio e diventa una forza che prende il comando della mente, delle scelte e del sentire.
C’è un momento, nella vita psichica, in cui il bisogno affettivo supera una soglia: non è più una richiesta di vicinanza, ma un’urgenza che offusca la lucidità. In quel passaggio la mente smette di funzionare in modo libero e si organizza secondo una logica regressiva: devo averti, non posso perderti, senza di te non so chi sono. È lì che il bisogno diventa tirannico.
Quando questo accade, la capacità critica si assottiglia. Si vede ma non si interpreta, si sente ma non si distingue. Si idealizza chi non dovrebbe essere idealizzato, si giustifica ciò che ferisce, si accetta l’inaccettabile pur di non perdere il legame. Non è mancanza di intelligenza, ma l’attivazione di una parte più antica che teme il vuoto più di ogni altra cosa.
Quel vuoto non è neutro. È una voragine emotiva che chiede di essere colmata subito. Dentro si muovono la paura della solitudine, la dipendenza, l’attaccamento disorganizzato, la difficoltà a stare con sé stessi. In questa condizione si perde il senso della proporzione: ciò che è poco diventa tanto, ciò che manca viene negato, ciò che ferisce viene minimizzato.
Il bisogno, allora, non cerca più un incontro, ma un appiglio. L’altro non è visto per ciò che è, ma per ciò che dovrebbe colmare. E in questa ricerca si confondono la presenza con l’amore, l’intensità con la verità, la paura con il legame.
Ogni tirannia affettiva ha una storia. Nasce da ferite antiche: mancanze, solitudini precoci, legami instabili, affetti intermittenti. Sul piano clinico è la riattivazione del sistema di attaccamento in forma disorganizzata. Sul piano narrativo, è il ritorno di una parte di sé che non ha mai smesso di cercare.
Per questo non basta “essere più forti”. Il lavoro non è contro il bisogno, ma sul bisogno. Riconoscerlo, dargli un nome, comprenderne l’origine, costruire confini, rafforzare il senso di sé. Attraverso un processo di mentalizzazione e integrazione emotiva, ciò che era compulsione può diventare scelta.
Quando il bisogno viene riconosciuto, smette di comandare e inizia a dialogare. Da tirannia diventa desiderio, da dipendenza diventa possibilità di incontro.
E solo allora l’altro non serve più per riempire un vuoto, ma può essere finalmente incontrato.

✒️ Dr. Carlo D’Angelo – Voce delle Soglie

12/05/2026

C’è un momento preciso, spesso improvviso, in cui qualcosa si spezza.
Non fuori. Dentro.
È l’istante in cui chi ha sempre esercitato un controllo si accorge con una lucidità quasi violenta che non ha più presa. Che l’altro non reagisce più come prima. Che i fili, tirati tante volte, non muovono più nulla.
Ed è lì che accade il crollo.
Non perché l’altro abbia fatto qualcosa di eclatante, ma perché ha smesso di essere agganciabile. Ha tolto nutrimento a ciò che si reggeva sulla risposta, sulla dipendenza, sull’invisibile bisogno di conferma.
Il potere, in queste dinamiche, non è mai assoluto.Esiste solo finché trova un appoggio.
Quando quell’appoggio viene meno, ciò che sembrava forza mostra la sua natura più fragile: dipendenza mascherata da dominio.
E allora emergono reazioni sproporzionate.Confusione. Rabbia. Tentativi improvvisi di riprendere il controllo. Oppure, al contrario, un vuoto che disorienta, come se venisse meno una parte di identità.
Perché il controllo non era solo sull’altro.Era anche un modo per reggere se stessi.
Quando viene meno, non resta solo la perdita dell’influenza, ma l’esposizione a qualcosa che era rimasto coperto: l’incapacità di stare senza governare, senza dirigere, senza anticipare.
È qui che molti vanno in tilt.
Non per la perdita dell’altro, ma per la perdita di quella posizione interna che dava senso, struttura, stabilità. Senza quel ruolo, qualcosa vacilla: chi sono, se non posso più determinare l’altro?
Ma c’è un passaggio possibile, anche se raro.
Riconoscere che ciò che si chiamava potere era, in realtà, un equilibrio precario. Che la relazione non era incontro, ma gestione. Che l’altro non era visto, ma utilizzato come punto di appoggio.
E allora, da quel crollo, può nascere qualcosa di diverso. Non il recupero del controllo. Ma la possibilità di una relazione senza dominio.
Dove l’altro non è più un territorio da occupare, ma una presenza che non si lascia possedere. E lì, paradossalmente, inizia qualcosa di più reale. Più instabile, forse. Ma finalmente libero.

Dott. Carlo D'Angelo Mostra meno

11/05/2026

C’è un filo invisibile che unisce dipendenza affettiva, bisogno di appartenenza e conformismo: la paura di restare fuori. Fuori da una relazione. Fuori da una famiglia. Fuori da un gruppo. Fuori dall’idea rassicurante di essere “accettabili”. Per questo spesso non restiamo dove stiamo bene, ma dove veniamo riconosciuti. Anche quando quel riconoscimento ci chiede un prezzo altissimo: ridurci, adattarci, tacere, diventare più piccoli pur di non perdere il posto che occupiamo nella vita degli altri. Così si entra nella grotta.
All’inizio sembra rifugio: una relazione, una famiglia, un ambiente sociale che promette protezione e appartenenza. Poi, lentamente, quel rifugio diventa una legge silenziosa. Per essere accolti bisogna non disturbare troppo, non desiderare troppo, non cambiare troppo, non essere troppo diversi. E allora si sopporta.
Si chiama amore ciò che è paura. Si chiama pazienza ciò che è annullamento. Si chiama fedeltà ciò che, a volte, è soltanto incapacità di immaginarsi altrove. Il potere più forte non è quello che trattiene con la forza, ma quello che convince che fuori non esista posto per noi. Basta abitare la nostra paura e insinuare l’idea che senza quel legame, senza quello sguardo, senza quella conferma, non siamo abbastanza. Così ci conformiamo. Impariamo a non chiedere, a non nominare il dolore, a non incrinare l’equilibrio. Ma ogni volta che rinunciamo a un pezzo di noi per non perdere qualcuno, qualcosa dentro si spegne. Finché un giorno ci accorgiamo di essere ancora “dentro”: dentro una relazione, dentro un’appartenenza, dentro un’immagine accettabile. Ma non più interi. La dipendenza affettiva, allora, non è solo attaccamento a una persona. È attaccamento all’idea che senza quel legame perderemmo valore, identità, persino esistenza. Il bisogno di essere scelti diventa disponibilità a farsi consumare; il desiderio di appartenenza diventa obbedienza; la paura della solitudine ci porta a confondere una gabbia con una casa.
E forse il primo passo non è andarsene subito. A volte non si può. A volte non si è pronti. Prima bisogna vedere. Vedere quanto costa restare. Vedere cosa stiamo chiamando amore. Vedere se quel legame ci apre o ci restringe. Vedere se apparteniamo davvero, o se stiamo soltanto pagando il prezzo dell’inclusione. Perché appartenere non dovrebbe significare sparire. Amare non dovrebbe voler dire rinunciare a sé. Restare non dovrebbe equivalere a smettere di vivere.
Non tutto ciò che accoglie è casa. Non tutto ciò che trattiene è amore. E non tutto ciò che ci fa sentire “dentro” ci sta davvero salvando.

Carlo D'Angelo

11/05/2026

La maturità non nasce dall’esperienza in sé. Nasce nel punto esatto in cui l’esperienza smette di essere subita e diventa scelta. Si può vivere molto e restare dipendenti: da persone, da emozioni, da ruoli, da promesse che calmano ma non nutrono. L’esperienza, da sola, accumula. È la scelta che trasforma.
La dipendenza nasce quando l’esperienza viene usata per riempire un vuoto invece che per interrogarlo, quando si resta legati non a ciò che è vivo, ma a ciò che anestetizza momentaneamente l’angoscia. Il corpo, prima o poi, presenta il conto: cede, crolla, collassa, parla al posto nostro dentro le bugie di un amore che non si dona ma consuma.
La maturità nasce quando accade uno scarto silenzioso: quando non ci si chiede più “perché mi succede?” ma “che cosa scelgo di fare con ciò che mi succede?”. È lì che l’esperienza cambia statuto. Non è più giustificazione, non è più alibi, non è più destino. Diventa responsabilità non difensiva.
Scegliere non significa smettere di sentire. Significa smettere di consegnare il timone a ciò che consola subito ma consuma nel tempo. Significa rinunciare al sollievo immediato per custodire ciò che permette di restare interi. La maturità non è durezza. È fedeltà a un limite. È dire: “Questo mi ha formato, ma non mi governa più”.
C’è una domanda che attraversa il nostro tempo in modo silenzioso ma insistente: perché tanta voglia di gossip, di infangare le persone, di rovistare nelle loro cadute? Perché questa attenzione morbosa verso ciò che, fino a un attimo prima, ci aveva nutriti, sedotti, convinti?
La risposta non è morale. È psichica. Il gossip non nasce dal desiderio di verità, ma dall’incapacità di reggere la delusione. Quando abbiamo creduto in modo irrazionale in un mito, in un personaggio, in un’idea di successo facile, e quel mito crolla, il dolore non viene pensato: viene rovesciato. Così ciò che prima idealizzavamo diventa oggetto di disprezzo, non perché vediamo finalmente chi è l’altro, ma perché non sopportiamo di vedere noi stessi nel momento in cui ci siamo creduti.
La dipendenza funziona così: prima idealizza, poi consuma, infine distrugge. Il gossip è spesso l’ultima fase di una dipendenza collettiva: quando non possiamo più adorare, allora infanghiamo. Lo stesso accade con il mito dei soldi facili: vi aderiamo perché promette scorciatoie, perché ci solleva dalla fatica del limite, perché confonde il valore con la visibilità. Quando quel mondo mostra il suo vuoto, invece di interrogarci sulla nostra adesione, cerchiamo un colpevole da esporre.
Ma la maturità nasce altrove. Nasce nel passaggio dall’esperienza alla scelta. Finché restiamo nell’esperienza non pensata, siamo reattivi: ci entusiasmiamo, ci indigniamo, seguiamo, abbandoniamo. Quando trasformiamo l’esperienza in scelta, iniziamo a rispondere di ciò che guardiamo, di ciò che consumiamo, di ciò a cui aderiamo.
La maturità non è non sbagliare. È smettere di delegare all’esterno ciò che ci riguarda dentro. Tutti abbiamo vissuto qualcosa: ferite, mancanze, amori storti, illusioni. Ma vivere non basta. Se bastasse, saremmo tutti maturi.
La maturità comincia quando l’esperienza non viene più usata come spiegazione automatica del presente. Non è “sono così perché mi è successo questo”, ma “so cosa mi è successo e ora scelgo cosa farne”. Qui avviene il passaggio decisivo: dalla reazione alla responsabilità. Chi resta nell’esperienza ripete, si giustifica, si difende. Chi entra nella scelta accetta che la ferita esista ma non le consegna il volante.
La maturità non nega il passato, ma smette di usarlo come alibi. È il momento in cui una persona dice, magari in silenzio: “Questo mi ha formato, ma non mi determina”.
Da lì cambia tutto: l’amore non è più riparazione, il lavoro non è più compensazione, il dolore non è più identità. La scelta è sempre scomoda, perché non ha più scuse dietro cui nascondersi. Ma è anche l’unico luogo in cui si diventa davvero adulti: non perfetti, non guariti, ma presenti a se stessi.
La maturità nasce lì, nel punto preciso in cui smettiamo di chiederci cosa ci è successo e iniziamo a domandarci chi vogliamo essere, ora, con ciò che sappiamo.
Quella domanda non consola.
Ma libera

Carlo D'Angelo

20/04/2026

Non è solo una relazione. È una regolazione emotiva. Le relazioni digitali attivano gli stessi circuiti delle dipendenze: attesa, risposta, gratificazione, assenza, craving. Un messaggio ricevuto diventa sollievo. Un messaggio non ricevuto diventa ansia. Non si cerca l’altro. Si cerca ciò che l’altro fa sentire.
La chat diventa un dispositivo di regolazione interna. Riduce il vuoto. Attenua la solitudine.
Sostituisce il contatto reale. Ma non lo integra.
Il legame digitale è parziale. Manca il corpo.
Manca il tempo condiviso. Manca la complessità della presenza. E proprio per questo diventa perfetto per la proiezione.
L’altro non è incontrato. È costruito. Ogni risposta alimenta l’illusione di connessione.
Ogni silenzio riattiva l’abbandono. Si entra così in un ciclo: attivazione → attesa → risposta → sollievo → nuova attivazione. Un circuito chiuso. Questo non è amore stabile.
È dipendenza intermittente. Il rinforzo non è costante. È variabile. Ed è proprio questo
che rende il legame più potente. Come nelle dipendenze più profonde, non si resta per ciò che si riceve. Si resta per ciò che ogni tanto arriva. Nel frattempo, il reale viene evitato.
Perché il reale chiede esposizione, tempo, presenza, responsabilità. La relazione digitale permette invece controllo, distanza, reversibilità. Puoi esserci quando vuoi.
Puoi sparire quando diventa difficile. Questo mantiene il legame in uno stato perenne di incompiutezza. E l’incompiutezza
alimenta il desiderio. Molte persone non sono innamorate dell’altro. Sono agganciate al circuito. Al bisogno di essere cercate. Al bisogno di essere viste. Al bisogno di esistere nello sguardo di qualcuno. La dipendenza non è dall’altro. È dalla sensazione di esserci.
Uscire da questo schema non significa “staccarsi da una persona”. Significa interrompere un meccanismo. E questo è più difficile. Perché non si lascia solo qualcuno.
Si lascia un modo di sentirsi vivi. La vera domanda non è: “ mi ama?” È: “ sto vivendo una relazione o sto regolando una mancanza?” Finché non si attraversa questa soglia, il legame continuerà. Anche senza l’altro.

✒️ Dr. Carlo D’Angelo – Voce delle Soglie

17/04/2026

Ci sono persone che, nel momento del bisogno, chiedono tanto: cercano, si affidano, diventano intense, a volte anche dipendenti. Poi, quando stanno meglio, qualcosa cambia. Non si allontanano solo dal dolore, ma anche da chi le ha viste dentro quel dolore.
Non è solo ingratitudine. È vergogna. La vergogna di essere stati fragili, di aver avuto bisogno, di essere stati visti in una parte di sé che non si vuole riconoscere. E allora si costruisce distanza: si evita lo sguardo, l’incontro, la memoria. Perché ricordare significa ammettere che da soli non bastava, e questo, per alcuni, è intollerabile.
Subentra così un orgoglio difensivo, sottile, che riscrive la storia: “ce l’ho fatta da solo”. Ma in questo movimento si perde qualcosa di essenziale: il senso del legame, la gratitudine, una parte della propria verità.
Aver avuto bisogno non è una colpa. È una soglia. E chi la attraversa davvero non cancella chi c’era: integra. Perché non è l’aiuto a rendere piccoli. È negarlo che mantiene fragili.

✒️ Dr. Carlo D’Angelo – Voce delle Soglie

13/04/2026

La dipendenza affettiva non è debolezza, è una strategia: una strategia antica, nata quando l’amore non era un luogo sicuro ma qualcosa da trattenere, da meritare, da non perdere. E così, da adulti, non amiamo: ci aggrappiamo. Ma ognuno lo fa a modo suo.
Il dipendente passivo vive l’amore come sopravvivenza: senza l’altro non esiste, senza l’altro cade. La paura dell’abbandono è costante e allora accetta tutto — svalutazione, distanza, assenza — non perché non veda, ma perché perdere l’altro fa più paura che perdere sé stesso. E così, lentamente, si spegne pur di restare.
Il co-dipendente, invece, trasforma l’amore in missione: sceglie chi è fragile, rotto, irraggiungibile, perché lì può salvare, aggiustare, sostenere. E nel salvare trova identità. Ma non è amore, è bisogno di essere necessario. Perché se l’altro guarisce, se non ha più bisogno, resta una domanda: chi sei tu?
Il dipendente aggressivo vive l’amore nel conflitto: rabbia, tensione, frustrazione, scontri continui. Ma sotto tutto questo c’è un legame che non si scioglie. Non si resta per amore, si resta per dipendenza. L’altro diventa il luogo dove scaricare il dolore e allo stesso tempo da cui non si riesce a uscire. È un legame che ferisce, ma che non si lascia.
Il contro-dipendente, infine, nega il bisogno: appare forte, autonomo, indipendente, ma è una difesa. L’intimità spaventa, il legame minaccia. Meglio non aver bisogno che rischiare di essere feriti. Così si controlla, si evita, si resta in superficie. Non perché non si senta, ma perché sentire davvero sarebbe troppo.
Sembrano forme diverse, ma sono la stessa radice: quattro modi di non riuscire a stare nell’amore. Chi si aggrappa, chi salva, chi combatte, chi fugge. Tutti evitano lo stesso punto: stare in relazione senza perdersi.
La libertà non è non aver bisogno. È non dipendere più da ciò che ti ferisce. È poter dire: ti voglio, ma non ho bisogno di perdermi per restare. Perché l’amore vero non nasce dalla mancanza, ma da una presenza che non chiede di essere salvata.

✒️ Dr. Carlo D’Angelo – Voce delle Soglie

08/04/2026

C’è un equivoco diffuso nel modo in cui pensiamo al dolore relazionale: l’idea che solo situazioni estreme, patologiche, “gravi” possano davvero segnare la vita di una persona. Come se per legittimare una ferita fosse necessario dimostrare che dall’altra parte ci fosse qualcosa di eccezionale, di clinicamente evidente, di chiaramente disfunzionale. Ma la realtà è più sottile. E spesso più scomoda. La maggior parte delle ferite non nasce in contesti estremi. Nasce dentro ciò che appare normale. Dentro famiglie che “funzionano”, dove non c’è violenza evidente, dove i ruoli sono rispettati, dove, in apparenza, tutto tiene. Eppure, dentro questa normalità, possono esserci assenze profonde. Assenze di sguardo. Assenze di riconoscimento. Assenze di contenimento emotivo. Non serve un genitore “psicopatico” per segnare un figlio. Basta un genitore che non riesce a vedere. Che non regge le emozioni. Che usa il figlio per stabilizzarsi. Che non distingue tra sé e l’altro. Queste non sono sempre patologie. Sono, spesso, funzionamenti diffusi. E proprio per questo più difficili da riconoscere. Perché non fanno rumore. Non si impongono come evidenza. Non autorizzano facilmente il dolore. E allora chi cresce dentro queste dinamiche non si sente ferito. Si sente sbagliato. Perché se “non è successo niente di grave”, allora il problema deve essere lui. È qui che la normalità disturbata diventa potente: non solo ferisce, ma confonde. E impedisce di nominare ciò che è stato vissuto. Allo stesso tempo, è importante non cadere nell’altro estremo: trasformare ogni difficoltà in accusa, ogni limite in colpa, ogni genitore in responsabile totale. La questione non è trovare un colpevole. È riconoscere un funzionamento. Vedere dove qualcosa non è stato possibile. Dove non c’è stata capacità. Dove non c’è stato spazio. E da lì fare un passaggio ulteriore: separare. Separare ciò che abbiamo ricevuto da ciò che scegliamo di continuare a essere. Perché il rischio, altrimenti, è doppio: o negare tutto, o restare intrappolati in una lettura accusatoria. Nessuna delle due apre davvero. La soglia è un’altra. Riconoscere che anche dentro la normalità possono esserci state mancanze che hanno segnato. Senza negarle. Senza amplificarle. E iniziare, lentamente, a non costruire più la propria identità su ciò che è mancato. Non è un passaggio immediato. Non è un atto di volontà. È un lavoro. Che chiede tempo, consapevolezza, e la possibilità di incontrare, finalmente, uno spazio interno più proprio. Perché non tutto ciò che ci ha ferito deve continuare a definirci. Ma può diventare qualcosa che, attraversato, ci restituisce a noi stessi.

✒️ Dr. Carlo D’Angelo — Voce delle Soglie

08/04/2026

Quando si parla di confini, spesso si pensa a una chiusura, a una distanza, a una forma di difesa. In realtà il confine non nasce per separare, ma per rendere possibile l’incontro. Senza confini non esiste relazione, esiste fusione o invasione.
Un confine è la capacità di distinguere ciò che è mio da ciò che è dell’altro, ciò che sento da ciò che viene proiettato su di me, ciò che posso sostenere da ciò che mi oltrepassa. Quando questa funzione è fragile o assente, accade qualcosa di molto preciso: l’individuo perde il senso della propria posizione e diventa permeabile a tutto. Non filtra, non seleziona, non delimita. E questo non è apertura, è esposizione non regolata.
Dal punto di vista psicologico, la mancanza di confini è spesso legata a storie in cui dire “no” non è stato possibile, in cui il riconoscimento passava attraverso l’adattamento, in cui l’identità si è costruita più in funzione dell’altro che in ascolto di sé. In queste condizioni, il confine viene vissuto come un rischio: delimitare significa temere di perdere il legame, di non essere più accettati, di essere rifiutati.
Questo stesso meccanismo si amplifica nei social. I social sono spazi senza corpo, senza sguardo diretto, senza regolazione immediata della relazione. E quando una persona non ha confini interni solidi, tende a non averli neanche lì. Espone troppo, invade, reagisce senza filtro, oltrepassa. Oppure, al contrario, subisce tutto, assorbe tutto, si lascia attraversare da giudizi, commenti, dinamiche che non riesce a contenere.
Il problema non sono i social in sé, ma l’uso che ne viene fatto in assenza di delimitazione. Senza confini, ogni opinione diventa attacco, ogni differenza diventa minaccia, ogni parola diventa qualcosa da cui difendersi o contro cui reagire. E così si perde la funzione fondamentale del confine: creare uno spazio in cui l’altro possa esistere senza invadere e io possa esistere senza dissolvermi.
Delimitare non è chiudersi. È assumersi la responsabilità della propria posizione. Significa sapere dove finisco io e dove inizia l’altro. Significa poter dire “questo mi riguarda” e “questo no”. Significa non dover rispondere a tutto, non dover entrare in ogni dinamica, non dover giustificare continuamente la propria esistenza.
Un confine sano non è rigido. Non è un muro. È una linea mobile, consapevole, che si adatta ma non si perde. Permette il contatto senza confusione, la vicinanza senza fusione, la distanza senza rottura.
Quando i confini mancano, nella vita come nei social, accade sempre la stessa cosa: si va oltre. O si invade o si viene invasi. O si parla troppo o si tace troppo. O si reagisce senza pensare o si subisce senza potersi difendere. In entrambi i casi, non c’è posizione.
E senza posizione non c’è identità.
Il lavoro sui confini è quindi un lavoro profondo e necessario. Non riguarda solo il comportamento, ma la struttura interna della persona. Significa costruire una capacità di contenimento, di selezione, di scelta. Significa tollerare il fatto che non tutto deve essere condiviso, non tutto deve essere accolto, non tutto deve essere attraversato.
In un tempo in cui tutto è esposto e tutto è accessibile, il confine diventa un atto di responsabilità. Non verso gli altri, ma verso se stessi. Perché senza confini non si è più aperti.
Si è solo esposti.

✒️ Dr. Carlo D’Angelo — Voce delle Soglie

04/04/2026

C’è una forma di narcisismo che non fa rumore, non rompe apertamente, non appare come eccesso: è più sottile. È il narcisismo relazionale non patologico. Non distrugge la relazione, la orienta.
L’uomo non cerca l’altro per incontrarlo, ma per confermarsi. Non in modo esplicito o dichiarato, ma in modo continuo, implicito, spesso inconsapevole. Ogni gesto, ogni risposta, ogni attenzione ricevuta diventa un segnale, non di relazione, ma di valore.
Il femminile, in questo assetto, non è pienamente soggetto: diventa superficie riflettente, uno spazio attraverso cui l’uomo misura se stesso. Se viene visto, si espande; se non viene riconosciuto, si contrae. Non perché la relazione sia fragile, ma perché l’identità è appoggiata fuori.
Questo genera una dipendenza sottile, non dall’altro in sé, ma dallo sguardo dell’altro. E quando lo sguardo cambia, si ritira o non conferma, emerge tensione: a volte come irritazione, altre come chiusura, altre ancora come bisogno crescente di attenzione. Non è richiesta d’amore, è richiesta di conferma.
Il punto critico è che questo movimento non viene riconosciuto come tale, ma vissuto come bisogno relazionale legittimo. Eppure non tutto ciò che si attiva nella relazione è relazione: alcune dinamiche servono a stabilizzare il sé.
Il problema non è avere bisogno di riconoscimento, ma non distinguere tra riconoscimento e regolazione interna. Quando l’uomo non ha accesso stabile al proprio valore, utilizza la relazione per costruirlo, caricando il femminile di una funzione che non gli appartiene: garantire continuità identitaria.
Ma nessuna relazione può sostenere questo peso senza deformarsi. Quando l’altro smette di confermare, non viene percepita solo una distanza, ma una perdita. E allora emergono strategie: piacere di più, ritirarsi, spostarsi altrove, oppure svalutare ciò che non conferma. Non per scelta lucida, ma per regolazione.
Il narcisismo relazionale non patologico non è grandioso: è fragile, ha bisogno, ma non sa stare nel bisogno senza trasformarlo in dinamica sull’altro. La vera soglia è questa: riconoscere il proprio bisogno di conferma senza delegarlo completamente alla relazione, separare ciò che riguarda il proprio valore da ciò che riguarda l’incontro. Perché il riconoscimento autentico può esistere solo tra due soggetti, non tra un soggetto e uno specchio. Quando questo passaggio avviene, qualcosa cambia radicalmente: l’altro smette di essere necessario per sentirsi integri e diventa possibile incontrarlo, non per completarsi, ma per condividere. E in quel punto il legame si alleggerisce: non perde intensità, perde funzione. E proprio per questo diventa più vero.

✒️ Carlo D’Angelo — Voce delle Soglie

01/04/2026

[...] E allora capisci che non tutto deve essere detto fino in fondo. Che non tutto deve essere spiegato.
Che non tutto deve diventare chiaro.
Perché ci sono cose che funzionano proprio nel loro restare aperte. E lì la voce torna.
Non come strumento. Ma come presenza. E senza voce, anche le cose giuste… suonano un po’ stonate.

Carlo D'angelo

Indirizzo

San Giovanni Lupatoto
37057

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