16/02/2026
Ci sono immagini che parlano più di mille analisi tecniche. Questa è una di quelle.
Ilia Malinin, poco più che ventenne, talento fuori scala, soprannominato “Quad God” per la quantità di salti quadrupli che riesce a portare in gara con una naturalezza quasi disarmante. Arriva alle Olimpiadi con addosso un’aspettativa enorme. È primo dopo lo short program, poi nel libero qualcosa si incrina. Due cadute, qualche errore proprio lì dove di solito vola. E da favorito scivola fuori dal podio.
Accanto a lui, il padre. Allenatore, ex pattinatore che si copre il volto con le mani.
Quest’immagine non è solo delusione sportiva, è qualcosa di molto più profondo. Perché quando un figlio cade sotto gli occhi del mondo, il genitore non vede solo l’errore tecnico. Vede tutto il sacrificio, anni di allenamenti all’alba, investimenti economici, tensioni trattenute, rinunce, paure silenziose che hanno dato forma a quel percorso.
E in un attimo non sta guardando soltanto una caduta, sta sentendo vacillare il senso che aveva attribuito a tutto quel fare, a tutto quel credere, a tutto quel tenere duro.
Dal punto di vista psicologico c’è un passaggio delicatissimo che spesso ci sfugge: a volte la frustrazione più feroce non è nel ragazzo, ma nel genitore.
Il figlio può sentire il dolore, certo. Può essere deluso, arrabbiato, scosso, triste. Ma dentro di sé resta agganciato a una dimensione molto semplice, legata al pensiero “ho sbagliato, posso riprovare”. La sua identità non è ancora completamente fusa con l’esito.
Il genitore invece rischia di vivere la sconfitta come un fallimento identitario. Come se quell’ottavo posto dicesse qualcosa di definitivo sul senso di tutto il percorso. Come se il sacrificio, senza il podio, perdesse consistenza e dignità.
Ed è qui che dobbiamo fermarci. Come adulti e come genitori. Perché l’ambizione è sana, il desiderio di eccellere è sano, il sacrificio, quando nasce da una passione, è nobile. Ma il sacrificio non può diventare un culto del risultato. Non può trasformarsi in una misura del valore umano.
Se sacralizziamo l’obiettivo più della persona, stiamo spostando l’asse. E quando l’obiettivo cade, rischia di crollare anche il senso.
L’unica cosa che deve restare intatta, anche dentro una caduta olimpica, è questa: tu vali, a prescindere. Non perché salti un quadruplo. Non perché vinci. Non perché realizzi ciò che tutti si aspettano. Ma perché esisti, perché sei, perché il tuo valore non è mai stato e non sarà mai appeso a un punteggio.
Forse quel padre, dietro quelle mani sul volto, stava attraversando un dolore enorme. Ma il passaggio più importante, dopo l’onda emotiva iniziale, è sempre lo stesso: ricordarsi che il risultato è un momento, mentre il valore di una persona è qualcosa che viene prima e resta dopo.
E la vera prova, per noi adulti, è proprio questa: riuscire a tenere separati l’esito e l’amore, la performance e il valore, l’errore e l’identità. Riflettiamoci. VS