
12/04/2025
Ci sono parole che hanno raccontato di me prima ancora che imparassi a raccontarmi da sola.
Commenti a bassa voce, descrizioni così presenti da divenire dominanti, silenzi carichi di senso.
In poco tempo ho iniziato a usare proprio quelle parole per spiegare chi ero.
Per descrivermi e capirmi.
Per farmi capire e conoscere.
Mi ci sono identificata del tutto.
Sono state un rifugio. Una stanza che ho arredato nei minimi dettagli.
Ma in quella stanza non c’erano né porte né finestre.
Non c’era uno scrittoio, solo penne rosse per segnare gli errori ed evidenziatori gialli per mettere in luce solo ciò che sembrava “giusto”, riducendo tutto il resto ai margini, lasciandolo nell’ombra.
Così ho creduto, a lungo, che la narrazione su di me fosse una sola. Lineare, definita, immodificabile.
Prigione.
Da paziente, ho imparato che accanto alla narrazione dominante – quella che avevo imparato a rispettare e non contraddire mai – vivevano altre storie.
Episodi singolari e fragili, silenziosi ma veri.
Storie che parlavano di risorse, di desideri, di momenti in cui ero stata diversa. Momenti che non cancellavano il dolore, ma lo mettevano in prospettiva.
Ho scoperto la possibilità di riscrivere.
Non da zero, ma da dentro.
Riconoscendo che le parole che usiamo per raccontarci non sono mai neutre. Che ogni narrazione può essere ampliata, rivista, abitata con più libertà.
Oggi, in stanza di terapia, sento il peso e la densità delle storie che le persone portano con sé.
Storie che sembrano dire tutto, ma che in realtà oscurano. Storie che confondono la persona con il problema. Che chiudono, più che aprire.
Oggi ho ancora la possibilità di sentire la forza che si sprigiona quando quella storia comincia a incrinarsi.
Quando insieme, con tenerezza, si fa spazio a versioni nuove. A parole diverse. A un racconto che non annulla il precedente, ma lo espande.
Perché nessuno è in modo definitivo la storia che ha imparato a raccontarsi. Siamo fatti anche delle storie che ci hanno attraversato e delle parole che hanno preso forma su di noi, ma anche di parole che stanno ancora aspettando di essere scritte e raccontate.