Ambulatorio di Fisioterapia e Osteopatia a Bologna - Dr. Giora Sluzky

Ambulatorio di Fisioterapia e Osteopatia a Bologna - Dr. Giora Sluzky Trattamenti di fisioterapia e osteopatia, terapia fisica moderna e fisioestetica. Convenzione dirett

DR. GIORA SLUZKY
Fisioterapista e Fondatore di VIVERESANO
Laureato in Fisioterapia presso l’Università degli Studi di Bologna ha iniziato la sua carriera da fisioterapista in Israele per poi trasferirsi definitivamente in Italia. Iscritto a FNOFI (Ordine dei Fisioterapisti della Provincia di Bologna), Membro Attivo dell’AIFI (Associazione Italiana Fisioterapisti). Dopo 10 anni di attività nel settore della fisioterapia e riabilitazione presso i migliori centri di riabilitazione, pubblici e privati di Bologna, nel 2017 il Dr. Giora Sluzky apre l‘Ambulatorio “VIVERESANO“. VIVERESANO è uno studio specializzato in Fisioterapia, Osteopatia e Riabilitazione. Il Dr. Giora Sluzky ha una vasta e approfondita conoscenza ed esperienza nel campo riabilitativo dei pazienti affetti da patologie neurologiche e ortopediche, trattando con successo, queste e molti altri disturbi fisici. Laureato in Fisioterapia presso l’Università degli Studi di Bologna ha iniziato la sua carriera da fisioterapista in Israele per poi trasferirsi definitivamente in Italia. COME NASCE IL METODO “VIVERESANO”
Ambulatorio di Fisioterapia e Osteopatia a Bologna
L’Ambulatorio di Fisioterapia VIVERESANO nasce nel 2017 dalla professionalità e dal desiderio del Dr. Giora Sluzky di portare l’innovativo concetto di gestione completa del paziente, all’interno della realtà italiana. Il metodo di trattamento “VIVERESANO” da cui prende il nome il nostro Centro di Fisioterapia, si basa sull’utilizzo di protocolli di terapia e trattamenti personalizzati sul singolo paziente, volti a risolvere specifici disturbi. Questo metodo combina tra loro Terapia Fisica avanzata e Terapia Manuale, utilizzando strumentazioni e tecnologie innovative ed efficaci. Il percorso terapeutico si svolge in tempi brevi e con risultati soddisfacenti e duraturi.

Levamisolo ritirato, “vaccini” Covid autorizzati in corsa: quando la prudenza regolatoria diventa selettiva*Se preferisc...
14/02/2026

Levamisolo ritirato, “vaccini” Covid autorizzati in corsa: quando la prudenza regolatoria diventa selettiva*

Se preferisci, puoi ascoltare l’articolo letto dall’AI invece di leggerlo. Il link seguente sarà disponibile per un periodo di tempo limitato:

https://www.dropbox.com/scl/fi/1r0q28062oqcdwvdq57ov/Levamisolo_ritirato-_vaccini_Covid_autorizzati_i.mp3?rlkey=7r4dph65zme1k0lr8lgd3yhmn&st=c4cyrxng&dl=0

Nota storica:

Levamisolo è stato sviluppato nel 1966 e introdotto inizialmente come antielmintico (contro i vermi) prima in ambito veterinario e poi anche nell’uomo.

C’è un fatto che, da solo, rende evidente il nodo: l’EMA è perfettamente capace di ritirare un farmaco “storico” quando emerge un rischio raro ma grave, imprevedibile e non mitigabile. Nel caso del levamisolo, dopo una revisione europea, il comitato di sicurezza ha concluso che il rapporto rischio-beneficio era ormai negativo: la reazione avversa poteva comparire anche dopo una singola dose, con tempi variabili e senza strumenti efficaci per ridurre il rischio o identificare categorie davvero “protette”. Risultato: ritiro dal mercato e comunicazione diretta agli operatori sanitari.

La domanda critica è semplice: se anche molecole in uso da decenni possono rivelare rischi rari ma gravi: è il senso della farmacovigilanza, perché quella stessa logica di prudenza — “se non posso controllare il rischio, fermo tutto” — non è stata applicata con pari rigore, almeno nel tempo, ai prodotti anti-Covid, soprattutto quando la fase emergenziale si è attenuata e quando si è visto che la protezione dall’infezione e dalla trasmissione non era stabile come promesso?

La corsia rapida della pandemia e l’azzardo comunicativo

Durante l’emergenza, la scelta della “corsia rapida” (autorizzazioni condizionate/accelerate) è stata presentata come inevitabile. In astratto, può esserlo: se un sistema sanitario è sotto stress e la mortalità cresce, si accetta più incertezza in cambio di rapidità.

Il problema, però, non è solo la procedura. È il modo in cui quella incertezza è stata venduta al pubblico e trasformata in politica coercitiva:

• “Sicuro ed efficace” è diventato uno slogan assoluto, non una valutazione condizionata su dati limitati nel tempo.
• La durata di osservazione iniziale dei trial, per definizione, non poteva catturare eventi rari o pattern che emergono su scale temporali più lunghe e su popolazioni enormi.
• La distinzione tra “evidenza iniziale” e “certezza consolidata” è stata compressa, spesso azzerata, nella comunicazione istituzionale e mediatica.

In pratica: si è chiesto alla popolazione di ragionare come se fosse davanti a un prodotto maturo, quando invece — proprio per come funziona la regolazione in emergenza — si era davanti a un prodotto autorizzato con obblighi di dati post-marketing ancora da completare.

Trasparenza: la fiducia non si impone, si guadagna

Un altro punto strutturale riguarda la trasparenza: non basta dire “ci fidiamo delle agenzie”. Serve che i cittadini possano verificare come si arriva a certe decisioni, e che gli scienziati indipendenti possano controllare i dati in modo completo.

Negli anni pandemici, invece, si è aperta una frattura: accesso ai documenti, contratti, scambi decisionali, criteri di valutazione e disponibilità tempestiva delle informazioni sono diventati tema di contenziosi e richiami istituzionali. Quando la percezione è “decidono in pochi e poi ci chiedono fede”, la credibilità si erode anche se parte delle scelte iniziali era difendibile.

Farmacovigilanza: alcuni nessi riconosciuti, molte narrazioni semplificate

Qui va separato il dato serio dalla propaganda (in un senso o nell’altro).

È un fatto che alcuni eventi avversi rari sono stati riconosciuti e inseriti nelle informazioni di prodotto, con aggiornamenti e avvertenze: ad esempio, miocardite/pericardite per i vaccini a mRNA e la trombosi con trombocitopenia per alcuni vaccini a vettore virale. Questo dimostra che i segnali esistono, emergono su grandi numeri e obbligano a correzioni.

Il punto critico, però, è un altro: quando esistono eventi rari ma gravi, la risposta regolatoria non può essere “tutto bene” né “tutto male”. Deve essere stratificata per rischio (età, sesso, comorbidità, stato immunitario, rischio reale di malattia grave in quel momento storico) e deve cambiare con il contesto epidemiologico. Molte decisioni pubbliche, invece, hanno scelto la scorciatoia: messaggio unico, policy unica, pressione unica.

Il passaggio più controverso: dall’offerta all’obbligo

Il salto politico-etico è stato questo: l’autorizzazione in emergenza (che implica necessariamente un margine di incertezza) è stata usata come base per:

• obblighi diretti o indiretti,
• restrizioni sociali e lavorative,
• discriminazioni di accesso,
• colpevolizzazione pubblica dei non aderenti.

Qui la critica non è “non dovevano approvare nulla”. La critica è: non si può trasformare l’incertezza regolatoria in certezza giuridica coercitiva, soprattutto quando il messaggio pubblico è stato assolutizzato e quando il rischio-beneficio non era uniforme per tutti.

Se la logica è “accetto più rischio perché devo salvare vite”, allora appena il quadro cambia (varianti, immunità naturale, terapie, riduzione della letalità, protezione che cala), la policy deve diventare più prudente, più selettiva e più rispettosa dell’autonomia individuale. In molti Paesi occidentali questo adeguamento è arrivato tardi, o in modo parziale.

Che cosa andava fatto (e che cosa andrebbe imposto come standard per il futuro)

• Comunicazione non assoluta:
“beneficio atteso alto in emergenza, dati in evoluzione”, non mantra.
• Trasparenza radicale su dati clinici, protocolli, analisi, contratti e razionale delle scelte.
• Valutazioni rischio-beneficio per sottogruppi, non linee monolitiche.
• Sorveglianza attiva (non solo passiva) e pubblicazione rapida degli aggiornamenti, comprensibili anche ai non addetti.
• Stop agli obblighi generalizzati quando si è in regime di autorizzazioni condizionate o quando il beneficio individuale è marginale.
• Meccanismi di compensazione rapidi e non umilianti per i danneggiati accertati, senza trasformare ogni caso in una guerra legale.
• Separazione più netta tra regolatore, politica e comunicazione: chi valuta non può essere percepito come chi “vende” la scelta.

Il caso levamisolo ricorda un principio che nella comunicazione pandemica è stato spesso rimosso: anche un farmaco “classico”, studiato per anni e utilizzato su grandi numeri, può rivelare effetti collaterali rari ma gravissimi e imprevedibili. Proprio per questo esiste la farmacovigilanza e proprio per questo i regolatori, quando un rischio non è prevenibile né identificabile in anticipo, arrivano anche a ritirare un prodotto dal mercato.

Da qui discende una conseguenza logica e morale difficilmente confutabile: se persino i farmaci ben sperimentati possono causare danni seri, allora imporre a una popolazione — con minacce, ricatti sociali o lavorativi — l’assunzione di prodotti autorizzati in corsia rapida, con dati ancora incompleti e in evoluzione, è una forzatura gravissima. La linea rossa non è “pro o contro” un prodotto: è il principio di consenso informato reale, senza propaganda e senza coercizione.

Obbligare le persone, sotto pressione o minaccia, ad assumere farmaci poco sperimentati non è solo un errore politico o sanitario: è una violazione sostanziale dei diritti umani, perché trasforma il corpo del cittadino in un terreno di applicazione di decisioni calate dall’alto, riducendo la libertà individuale a una formalità e scaricando i rischi su chi non ha potere negoziale.



Fonti

• Articolo su ritiro del levamisolo e motivazioni (rischio neurologico raro, imprevedibilità, rapporto rischio-beneficio, comunicazione agli operatori). 
• Pagina EMA su autorizzazione condizionata (finalità, obblighi post-autorizzazione, uso in emergenze sanitarie). 
• Studio clinico fase 3 su BNT162b2 con indicazione della sicurezza su follow-up mediano iniziale di circa 2 mesi. 
• Nota informativa AIFA/DHPC: valutazione PRAC e aggiornamento per miocardite/pericardite con vaccini a mRNA, con riferimento alla possibilità di nesso causale e aggiornamento RCP. 
• Comunicazione EMA: possibile collegamento tra Comirnaty e Spikevax e casi molto rari di miocardite/pericardite. 
• Aggiornamento sicurezza EMA su Vaxzevria: trombosi con trombocitopenia classificata come evento “molto raro” in farmacovigilanza.
• Decisione del European Ombudsman su aspetti di trasparenza e pubblicazione dati clinici EMA per medicinali Covid-19. 
• Sentenza/cronaca su contenzioso trasparenza riguardo messaggi e negoziazioni sui contratti: richiesta del The New York Times e decisione del tribunale UE (Reuters). 

* Disclaimer: Questo articolo non è un contenuto originale del giornale citato. È stato rielaborato dalla nostra redazione, basandosi sul articolo pubblicato dal suddetto giornale.

Camminare, cuore e rischio infarto, cosa cambia con 1000 passi in più​Numero di passi e velocità. Sono i due fattori che...
14/02/2026

Camminare, cuore e rischio infarto, cosa cambia con 1000 passi in più

Numero di passi e velocità. Sono i due fattori che incidono sull'efficacia dell'attività fisica più elementare, camminare. I benefici del movimento sulla salute, in linea generale, sono noti. Gli studi si concentrano su dettagli e variazioni sul tema, con indicazioni sempre più puntuali. Come quelle fornite dalla Società europea di cardiologia (Esc), che fissa parametri sulla base di ricerche e dati.

Compiere più passi, anche al di sotto del limite dei 10mila, e camminare più velocemente riduce in maniera sensibile il rischio di problemi al cuore e di patologie cardiovascolari nei soggetti alle prese con la pressione alta. Il quadro è ricavato dall'analisi dei dati su 32.192 persone, caratterizzate da pressione alta, in uno studio pubblicato dall'European Journal of Preventive Cardiology.

Ai soggetti coinvolti è stata diagnosticata l'ipertensione. Gli individui avevano un'età media di 64 anni e sono stati seguiti per quasi otto anni. Durante questo periodo si sono verificati 1.935 casi di problemi cardiaci o ictus.

Il professor Emmanuel Stamatakis, direttore del Mackenzie Wearables Research Hub presso l'Università di Sydney, in Australia, ha supervisionato lo studio. "E' uno dei primi lavori a dimostrare una relazione tra il numero quotidiano di passi e i principali problemi cardiaci e vascolari. In sintesi, abbiamo scoperto che, se si soffre di pressione alta, più si cammina con maggiore intensità, minore è il rischio di futuri eventi cardiovascolari gravi", le parole dello scienziato.

Lo studio

La ricerca considera un livello base di 2300 passi quotidiani e osserva che 1000 passi in più hanno un effetto evidente. In particolare, con il surplus quotidiano - fino ad arrivare alla soglia dei 10mila - il rischio complessivo si riduce del 17%. Nel dettaglio, i 1000 passi in più sono collegati ad un calo del rischio del 22% se si parla di insufficienza cardiaca, del 9% in relazione all'infarto e del 24% per l'ictus. Il rischio connesso all'ictus è l'unico che continua a scendere anche quando si prosegue oltre il limite di 10mila passi. Elemento non trascurabile: camminare per 30 minuti con un'andatura di circa 80 passi al minuto è stato associato ad una riduzione del 30% di problemi cardiovascolari in genere.

I risultati

I ricercatori hanno ottenuto risultati simili esaminando 37.350 persone con pressione regolare. Ogni aumento di 1.000 passi nel conteggio giornaliero dei passi ha portato a una riduzione media del rischio di problemi cardiovascolari, insufficienza cardiaca, infarto del miocardio e ictus rispettivamente del 20,2%, 23,2%, 17,9% e 24,6%.

I dati sono rilevanti se si considera che circa 1,28 miliardi di persone in tutto il mondo soffrono di ipertensione, che aumenta il rischio di malattie cardiache (49%), ictus (62%) e insufficienza cardiaca (aumento del 77-89%). Lo studio in questione stabilisce parametri relativi all'attività fisica necessaria per vedere una riduzione del rischio di tali patologie. "I risultati - afferma Stamatakis - sostengono l'affermazione secondo cui ogni livello di attività fisica produce benefici, anche al di sotto del target di 10mila passi".

Nuove proteine, vecchio copione: quando “batteri e insetti” diventano la foglia di fico per spostare il piatto dal cibo ...
13/02/2026

Nuove proteine, vecchio copione: quando “batteri e insetti” diventano la foglia di fico per spostare il piatto dal cibo vero al laboratorio

Se preferisci, puoi ascoltare l’articolo letto dall’AI invece di leggerlo. Il link seguente sarà disponibile per un periodo di tempo limitato:

https://www.dropbox.com/scl/fi/3fri7e9e9uo4jm6yk3b7k/Nuove_proteine-_vecchio_copione_quando_batteri_e.mp3?rlkey=g0dnn236bqxonnhdpdzfi4ejk&st=hxc8jt5l&dl=0

La notizia è semplice: ENEA partecipa a PROTEIN4IMPACT (programma Horizon Europe) per sviluppare “Novel Protein Foods” da fonti non convenzionali: sottoprodotti agroalimentari, funghi, batteri, insetti e alghe. Il frame comunicativo è altrettanto semplice: “sostenibilità”, “innovazione”, “alternative necessarie”.

Il problema è ciò che sta sotto: non una ricerca “in più”, ma l’ennesimo tentativo di normalizzare l’idea che la soluzione alimentare per le masse debba passare da polveri, bioreattori e frazioni estratte, mentre il cibo vero—proteine nobili, grassi naturali, micronutrienti in matrice alimentare—viene progressivamente messo sotto accusa nel merdstream con spauracchi a rotazione.

Il bersaglio non è “la carne”, è la libertà di mangiare cibo non industriale

Questa spinta verso “nuove proteine” arriva in un momento preciso: l’hype sugli insetti come cibo umano non ha sfondato nel reale. Sì, l’Europa ha autorizzato diverse specie come “novel food”. Ma autorizzazione non significa adozione culturale, né domanda reale. La letteratura su accettazione e barriere sociali continua a segnalarlo: l’ostacolo principale non è tecnico, è culturale e di fiducia, e senza ingegneria del consenso resta una nicchia.

E quando la nicchia non regge i piani industriali, lo schema classico è allargare il perimetro:

• non più “mangiate insetti”, ma “proteine da economia circolare”;
• non più “entomofagia”, ma “biomassa”, “fermentazione”, “NPF”;
• non più scelta individuale, ma transizione: parola neutra che spesso significa spinta istituzionale + marketing + policy.

Qui si innesta l’altro pezzo del copione: creare paura sul cibo vero, soprattutto quello proteico animale, usando biomarcatori e titoli “killer”. L’articolo di la Repubblica sull’omocisteina (“più paura del colesterolo”) è esattamente quel tipo di leva: si prende un marker reale, lo si carica di minaccia e lo si aggancia—più o meno velatamente—ai cibi di origine animale via metionina. La conseguenza pratica non è “educazione sanitaria”, è ansia alimentare selettiva.

Perché questa “transizione proteica” è una scorciatoia pericolosa

Cibo vero vs prodotti progettati

Le proteine nobili non sono solo “grammi di proteine”: sono densità nutrizionale (B12, ferro eme, zinco, colina, creatina, taurina, DHA/EPA da pesce, ecc.) dentro una matrice alimentare che il corpo conosce da sempre. Spostare l’asse su farine, isolate, biomasse e ingredienti “funzionali” significa spostare l’alimentazione verso:

• più trasformazione (estrazioni, frazionamenti, stabilizzanti, aromi, additivi);
• più standardizzazione (filiera industriale, supply chain, brevetti, lock-in);
• più marketing nutrizionale (il “numero” sulla tabella al posto del cibo).

E qui c’è una contraddizione enorme: mentre si costruiscono narrazioni moraliste sulla “sostenibilità”, la realtà epidemiologica più robusta degli ultimi anni punta il dito soprattutto su un altro fattore: la deriva ultra-processata e iper-raffinata. Se la dieta moderna è malata, non è perché la gente mangia “troppo cibo vero”, ma perché mangia troppo cibo progettato.

Il paradosso politico: “soluzioni” che aumentano dipendenza

Più la dieta si sposta su ingredienti “nuovi”, più cresce:

• la dipendenza da impianti, energia, standard, compliance;
• la concentrazione industriale (pochi player che controllano tecnologie, ceppi, brevetti, know-how);
• la fragilità sistemica (se salta un anello della catena, non si “compra dal contadino”, si resta senza prodotto).

Diversi osservatori indipendenti hanno già criticato la retorica della “silver bullet” proteica: cambiare la fonte di proteine senza cambiare il sistema alimentare rischia di essere una finta rivoluzione che mantiene intatti potere, profitti e ultra-processamento—solo con un packaging più verde.

Insetti: autorizzati sì, ma l’idea “per tutti” si è scontrata col muro della realtà

Nel merdstream spesso passa una scorciatoia: “se è autorizzato, allora è pronto e inevitabile”. Non è così. L’autorizzazione come novel food è un passaggio regolatorio, non un referendum culturale.

E i segnali di frizione sono concreti: il settore dell’insect farming ha mostrato quanto sia difficile scalare modelli capital-intensivi, con margini e domanda limitati. Il caso Ÿnsect (collasso e liquidazione giudiziaria) è un promemoria brutale: non basta la narrativa “sostenibile” se la matematica industriale non torna.

Quando un cavallo (insetti nel piatto) non corre, si cambia cavallo (batteri, funghi, alghe), ma la direzione resta la stessa: allontanare dal cibo non fabbricabile e avvicinare al cibo producibile, modulabile, vendibile.

Batteri, funghi, alghe: da ingredienti tecnici a sostituti del cibo

Che microalghe e fermentazioni possano avere applicazioni utili non è il punto. Il punto è il salto di scala e il modo in cui viene venduto:

• come se il problema fosse “la proteina” e non l’ultra-processato;
• come se la soluzione fosse “nuova fonte” e non qualità del cibo, agricoltura, filiera corta, riduzione degli ultra-processati;
• come se l’obiettivo fosse nutrizione, quando spesso l’obiettivo reale diventa re-ingegnerizzare la dieta in forme più controllabili e industrializzabili.

In parallelo, cresce la produzione di spauracchi mediatici contro il cibo proteico “classico”: prima il colesterolo come mostro universale, ora biomarcatori “più spaventosi”, domani un altro ancora. Il denominatore comune non è la scienza: è la comunicazione d’impatto che crea domanda di “correzione” e rende moralmente sospetto ciò che non passa dalla fabbrica.

La versione ufficiale: cosa dichiara il progetto e cosa farà ENEA

Secondo il comunicato, ENEA partecipa a PROTEIN4IMPACT (5,3 milioni; 18 partner; 13 Paesi) con l’obiettivo di valutare caratteristiche nutrizionali, aspetti sanitari, sicurezza, qualità, e impatti ambientali e socio-economici dei “Novel Protein Foods”.

Operativamente, viene indicato:

• allevamento di insetti (in particolare Tenebrio molitor e Alphitobius diaperinus) anche con diete basate su scarti agro-industriali;
• coltivazione di microalghe in condizioni mirate ad aumentare il contenuto proteico;
• recupero di frazioni proteiche e lipidiche da scarti ittici, inclusi omega-3 (DHA).

È la narrazione standard: “alternativa necessaria” ai costi ambientali e sociali degli allevamenti. Ed è proprio qui che la critica diventa inevitabile: quando la risposta a un problema reale (impatti di alcuni modelli zootecnici intensivi) viene usata per far passare un cambio di paradigma industriale che non distingue più tra cibo e prodotto.

La linea di difesa: non inseguire l’ennesima transizione-spot, rimettere al centro il cibo vero

La vera svolta non è sostituire bistecca e uova con farine “innovative”. La vera svolta è:

• ridurre drasticamente l’ultra-processato;
• sostenere filiere di qualità, allevamenti non intensivi e pratiche agricole rigenerative dove possibile;
• proteggere il diritto a mangiare cibo vero senza terrorismo mediatico a colpi di tendere trasparenza totale: processi, ingredienti, allergeni, energia impiegata, benefici reali vs slogan.

Perché quando il piatto diventa un progetto industriale, non cambia solo ciò che si mangia: cambia chi decide cosa è “normale” mangiare.



Fonti

• ENEA – “Ambiente: nuove proteine per un’alimentazione più sostenibile”. 
• Pagina comunicato ENEA (web). 
• European Commission – “Approval of insect novel food” (Q&A e autorizzazioni). 
• EUR-Lex – Regolamento di esecuzione (UE) 2023/58 su Alphitobius diaperinus. 
• Studio su barriere di accettazione: MDPI / rivista Foods (2024). 
• Food Control (2024) su e-commerce e compliance/criticità degli insetti come novel food in UE. 
• TechCrunch – Liquidazione giudiziaria di Ÿnsect e criticità del modello. 
• AgFunderNews – Crisi del settore insect farming e caso Ÿnsect. 
• IPES-Food – The Politics of Protein (2022). 
• ETC Group – report su corporate power e alternative proteins (2022). 
• BMJ – studio 2024 su consumo di ultra-processati e mortalità. 
• PDF la Repubblica – “Omocisteina: perché oggi fa più paura del colesterolo” (fornito). 

Omocisteina, la nuova paura “merdstream”: quando un marker diventa arma contro il cibo proteico sanoSe preferisci, puoi ...
13/02/2026

Omocisteina, la nuova paura “merdstream”: quando un marker diventa arma contro il cibo proteico sano

Se preferisci, puoi ascoltare l’articolo letto dall’AI invece di leggerlo. Il link seguente sarà disponibile per un periodo di tempo limitato:

https://www.dropbox.com/scl/fi/3yn7g9i9a7og9ryrz0fnv/Omocisteina-_la_nuova_paura_merdstream_quando_u.mp3?rlkey=oegcxe1sdmvgcbds7zmsj0wmn&st=agugvxcb&dl=0

C’è un copione che si ripete: si prende un indicatore biologico reale, lo si semplifica fino a trasformarlo in “nemico pubblico”, e si costruisce una narrazione a effetto. Stavolta il bersaglio è l’omocisteina, presentata come la paura che dovrebbe “surclassare” quella del colesterolo. L’articolo di la Repubblica “Omocisteina: perché oggi fa più paura del colesterolo” è un esempio didattico di questo meccanismo comunicativo: un mix di informazioni corrette, salti logici e implicazioni alimentari che finiscono per demonizzare (di riflesso) il cibo proteico, soprattutto quello di origine animale.

Lettura indipendente: il problema non è la proteina, è la narrazione

L’omocisteina è un aminoacido “intermedio” del metabolismo, influenzato da più fattori: disponibilità di folati e vitamine del gruppo B (B12, B6), funzionalità renale, tiroide, farmaci, fumo/alcol, età e varianti genetiche (tra cui MTHFR). Questo è vero e non andrebbe negato. Il salto che spesso viene fatto, però, è un altro: collegare l’omocisteina “alla metionina” e quindi insinuare che il cibo proteico (carni, uova, latticini) sia la leva principale del rischio.

È un salto debole per tre ragioni.

Primo: marker non significa causa dominante.
L’omocisteina è stata associata a rischio cardiovascolare in molti studi osservazionali; ma quando si è provato a “curare il numero” abbassandolo con folati e vitamine B, i grandi trial su persone già a rischio o con eventi pregressi non hanno mostrato una riduzione robusta degli endpoint cardiovascolari maggiori. In pratica: abbassare l’omocisteina non equivale automaticamente a ridurre infarti e mortalità. Questa discrepanza è esattamente il punto che la retorica “nuovo killer” tende a oscurare.

Secondo: la dieta che alza davvero l’omocisteina è spesso quella povera di micronutrienti, non quella ricca di proteine “pulite”.

Se il metabolismo dell’omocisteina dipende da B12/B6/folati, allora il driver pratico più comune è la carenza (o l’insufficienza funzionale) di questi cofattori, non la semplice presenza di metionina. E qui emerge la contraddizione: molti alimenti proteici considerati “sospetti” sono anche fonti importanti di B12 e B6 (e, in generale, nutrienti ad alta densità). Il risultato paradossale è che demonizzando il cibo proteico si rischia di ridurre proprio gli alimenti che aiutano a mantenere efficiente quel metabolismo.

Terzo: spostare la paura su un singolo parametro distoglie dall’essenziale.
Il rischio cardiovascolare reale si muove soprattutto su pressioni, fumo, sedentarietà, adiposità viscerale, glicemia/insulino-resistenza, qualità del sonno, infiammazione cronica legata a dieta ultra-processata. Un pezzo che “incorona” l’omocisteina come nuova ossessione rischia di diventare una scorciatoia narrativa: semplice, vendibile, ma non proporzionata all’impatto.

L’operazione comunicativa: come si costruisce lo “spauracchio”

Nel testo citato, la sequenza è tipica:

• si presenta l’omocisteina come “nuova paura” destinata a superare quella del colesterolo;
• la si collega alla metionina, sottolineando che è presente in cibi di origine animale;
• si elencano correttamente le vitamine B come cofattori, ma il frame resta: “attenzione al cibo proteico”;
• si inserisce una stoccata ideologica verso regimi vegetariani/vegani, descritti come carenti “senza riflettere sulle conseguenze”.

Il punto non è difendere acriticamente ogni scelta alimentare, ma smontare l’impostazione: un marker viene usato per fare storytelling contro una categoria di alimenti, invece di guidare una lettura più utile (e meno ansiogena) dei dati.

Proteine “sane”: cosa significa davvero (e cosa non significa)

Difendere il cibo proteico sano non vuol dire sostenere che “più proteine = meglio” o che “tutta la carne è uguale”. Significa riportare la discussione su qualità, contesto e dose.

• Proteine sane: pesce, uova, latticini non ultra-processati, carni magre e non lavorate, legumi, frutta secca, combinazioni intelligenti tra fonti animali e vegetali.
• Il vero bersaglio: prodotti ultra-processati e carni lavorate, dove il problema non è la “proteina” ma la matrice alimentare (sale, conservanti, densità energetica, bassa qualità complessiva, abitudini correlate).
• Dose sensata: la spinta culturale a estremizzare (o proteine altissime o proteine demonizzate) produce solo confusione. I dati più credibili suggeriscono che agli estremi — soprattutto in alcune fasce d’età o con comorbidità — può esserci un prezzo da pagare. La via utile non è la crociata, è la calibrazione.

In altre parole: il problema non è la bistecca “in quanto proteina”, ma il pattern alimentare e lo stato metabolico di chi mangia. Un individuo con dieta complessivamente nutriente, con adeguato apporto di folati/B12/B6, attività fisica e controllo dei principali fattori di rischio non diventa “a rischio” perché ha introdotto proteine di qualità.

Omocisteina: quando è sensato preoccuparsi (senza isteria)

L’omocisteina può essere una spia utile soprattutto quando segnala qualcosa di correggibile:

• possibile carenza di B12/folati/B6 (frequente in anziani, in alcune terapie farmacologiche, in malassorbimenti);
• ridotta funzione renale;
• ipotiroidismo;
• stili di vita che peggiorano il profilo metabolico complessivo.

In questi casi, la risposta razionale è cercare la causa, non fare terrorismo alimentare contro le proteine.

Dal colesterolo all’omocisteina: cambia il “killer”, non il copione

Per anni il merdstream ha ridotto un tema complesso a una fiaba in bianco e nero: “colesterolo = pericolo”. Un frame perfetto per spingere la soluzione pronta all’uso: medicalizzare di massa e allargare la platea dei “candidati” alla terapia ipolipemizzante. Non serve immaginare regie occulte: basta guardare gli incentivi. Quando un parametro diventa totem mediatico, cresce la domanda di “correzione rapida”, e un mercato enorme (come quello delle statine) trova terreno fertilissimo.

Poi però il giocattolo si rompe: il pubblico smette di spaventarsi perché emergono due cose che il racconto semplificato aveva nascosto.

1. Il rischio cardiovascolare non è un interruttore acceso/spento dal “colesterolo”: è un mosaico (insulino-resistenza, adiposità viscerale, pressione, fumo, sedentarietà, qualità del sonno, cibo ultra-processato).
2. Anche sul colesterolo, nel dibattito scientifico, esistono distinzioni e controversie (età, contesto clinico, marker diversi, rapporto rischio/beneficio): non è più credibile il terrorismo da titolone.

Ed ecco che, “magicamente”, serve un sostituto: un nuovo mostro, ancora più mortale del precedente. Qui entra in scena l’omocisteina. L’articolo di la Repubblica è l’esempio perfetto: si prende un marker reale, lo si carica di minaccia (“fa più paura del colesterolo”), e lo si aggancia — neanche troppo velatamente — al cibo proteico tramite la metionina. Il risultato pratico è sempre lo stesso: spostare l’attenzione dal cibo vero al feticismo del parametro, e dal cibo vero al cibo che l’industria può produrre, aromatizzare, impacchettare e spingere a scaffale.

Il paradosso è grottesco: mentre si costruisce l’ennesimo spauracchio “biochimico”, passa in secondo piano il nemico molto più solido e documentato sul piano epidemiologico: la deriva iper-carboidrata raffinata e ultra-processata, cioè ciò che regge davvero i margini dell’industria alimentare e il suo potere pubblicitario. L’omocisteina diventa così un’arma narrativa: non per capire perché sale (spesso carenze/cofattori, rene, tiroide, farmaci, stile di vita), ma per alimentare l’ennesima paura “smart” che fa clic.

Il punto non è “negare” biomarcatori: è rifiutare l’uso propagandistico dei biomarcatori. Quando un giornale vende la paura con la formula “nuovo killer”, non sta educando: sta spostando il baricentro dalla realtà alla narrazione.

La risposta non è inseguire la prossima etichetta terrorizzante: è tornare alla gerarchia delle cause.

Cibo vero, minimamente processato, proteine di qualità, grassi non industriali, fibre, movimento, sonno, gestione dello stress, taglio netto dell’ultra-processato. Qui c’è la sostanza. Tutto il resto — “oggi fa più paura del colesterolo” — è marketing travestito da informazione.

E se domani non funzionerà più l’omocisteina, arriverà un altro “killer” di copertina. Perché lo schema è sempre lo stesso: spaventare, semplificare, vendere. La difesa è una sola: non farsi trascinare nel teatrino, e rimettere al centro ciò che non si può fabbricare in una fabbrica: il cibo sano.

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Fonti

• Trial NORVIT (2006): riduzione omocisteina senza riduzione di eventi cardiovascolari ricorrenti.
• Trial HOPE-2 (2006): vitamina B/folati, omocisteina e outcome clinici.
• Linee guida/posizioni: non raccomandazione di screening routinario omocisteina e supplementazione B per prevenzione CV generale.
• Ultra-processati e rischio cardiovascolare (meta-analisi / review 2024).
• Dibattito su colesterolo/LDL: revisione critica su associazioni in anziani (2016) e posizione di consenso sulla causalità LDL nell’aterosclerosi (2017–2020).
• Diffusione/mercato statine e ruolo nella pratica clinica (panoramica su utilizzo e persistenza del mercato).
• la Repubblica, “Omocisteina: perché oggi fa più paura del colesterolo” (06/02/2026), PDF fornito.
• Studio NORVIT (NEJM, 2006): riduzione dell’omocisteina con vitamine B senza riduzione significativa di eventi cardiovascolari ricorrenti.
• HOPE-2 (PubMed, 2006): supplementazione con folati/B6/B12 per riduzione omocisteina e valutazione eventi CV.
• CSPPT (JAMA, 2015): enalapril + acido folico vs enalapril, riduzione del rischio di primo ictus in popolazione ipertesa con folati basali bassi.
• Review 2025 con richiamo a linee guida: non raccomandazione di screening routinario omocisteina e supplementazione vitaminica come prevenzione cardiovascolare standard.
• Circulation (AHA, 2015): discussione su omocisteina/MTHFR e raccomandazioni contro screening indiscriminato.
• AHA Scientific Statement / Dietary Guidance (2021): indicazioni sulle fonti proteiche (legumi/noci, pesce, ecc.) nel quadro cardioprotettivo.
• American Heart Association (2024): sintesi divulgativa sulle “healthy proteins” (prevalenza fonti vegetali, pesce, carni magre non processate).
• IARC (2015): classificazione carni processate e rischio oncologico; distinzione utile tra “proteina” e “processato”.
• WHO Q&A (2015): chiarimenti su carni rosse/processate e livello di evidenza.
• Meta-analisi RCT (2021): confronto diete a più alto vs più basso apporto proteico su fattori di rischio cardiometabolici.

Indirizzo

Via Edera, 51/A
San Lazzaro Di Savena
40068

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 21:00
Martedì 09:00 - 21:00
Mercoledì 09:00 - 21:00
Giovedì 09:00 - 21:00
Venerdì 09:00 - 21:00
Sabato 09:00 - 19:00
Domenica 09:00 - 19:00

Sito Web

https://www.dropbox.com/scl/fi/f6pce52yj0rsxid3cwbyr/FNOFI-Dr.-Sluzky-G

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