Ambulatorio di Fisioterapia e Osteopatia a Bologna - Dr. Giora Sluzky

Ambulatorio di Fisioterapia e Osteopatia a Bologna - Dr. Giora Sluzky Trattamenti di fisioterapia e osteopatia, terapia fisica moderna e fisioestetica. Convenzione dirett

DR. GIORA SLUZKY
Fisioterapista e Fondatore di VIVERESANO
Laureato in Fisioterapia presso l’Università degli Studi di Bologna ha iniziato la sua carriera da fisioterapista in Israele per poi trasferirsi definitivamente in Italia. Iscritto a FNOFI (Ordine dei Fisioterapisti della Provincia di Bologna), Membro Attivo dell’AIFI (Associazione Italiana Fisioterapisti). Dopo 10 anni di attività nel sett

ore della fisioterapia e riabilitazione presso i migliori centri di riabilitazione, pubblici e privati di Bologna, nel 2017 il Dr. Giora Sluzky apre l‘Ambulatorio “VIVERESANO“. VIVERESANO è uno studio specializzato in Fisioterapia, Osteopatia e Riabilitazione. Il Dr. Giora Sluzky ha una vasta e approfondita conoscenza ed esperienza nel campo riabilitativo dei pazienti affetti da patologie neurologiche e ortopediche, trattando con successo, queste e molti altri disturbi fisici. Laureato in Fisioterapia presso l’Università degli Studi di Bologna ha iniziato la sua carriera da fisioterapista in Israele per poi trasferirsi definitivamente in Italia. COME NASCE IL METODO “VIVERESANO”
Ambulatorio di Fisioterapia e Osteopatia a Bologna
L’Ambulatorio di Fisioterapia VIVERESANO nasce nel 2017 dalla professionalità e dal desiderio del Dr. Giora Sluzky di portare l’innovativo concetto di gestione completa del paziente, all’interno della realtà italiana. Il metodo di trattamento “VIVERESANO” da cui prende il nome il nostro Centro di Fisioterapia, si basa sull’utilizzo di protocolli di terapia e trattamenti personalizzati sul singolo paziente, volti a risolvere specifici disturbi. Questo metodo combina tra loro Terapia Fisica avanzata e Terapia Manuale, utilizzando strumentazioni e tecnologie innovative ed efficaci. Il percorso terapeutico si svolge in tempi brevi e con risultati soddisfacenti e duraturi.

Meniscectomia parziale artroscopica: il follow-up a dieci anni che ridimensiona il ruolo della chirurgia nelle lesioni d...
01/05/2026

Meniscectomia parziale artroscopica: il follow-up a dieci anni che ridimensiona il ruolo della chirurgia nelle lesioni degenerative del menisco

Riepilogo

La chirurgia del menisco è stata per anni considerata una risposta quasi automatica davanti a una lesione evidenziata dalla risonanza magnetica. Ma gli studi più solidi degli ultimi anni, culminati nel follow-up decennale dello studio FIDELITY, obbligano a rivedere questa certezza. Nelle lesioni degenerative del menisco, soprattutto nel paziente adulto, l’intervento non solo non mostra benefici clinici superiori rispetto alla chirurgia simulata, ma può associarsi a una maggiore progressione dell’artrosi e a una peggiore funzione del ginocchio nel tempo. È un cambio di prospettiva importante: prima di rimuovere una parte del menisco, oggi è necessario chiedersi se quella lesione sia davvero la causa del dolore o solo un reperto radiologico dentro un quadro articolare più complesso.

Se preferisci, puoi ascoltare l’articolo letto dall’AI invece di leggerlo. Il link seguente sarà disponibile per un periodo di tempo limitato:

https://www.dropbox.com/scl/fi/nnzz90ger4pnmq308zdfc/Meniscectomia_parziale_artroscopica_il_follow-up.mp3?rlkey=v25mlegznsnhmez2drovrang3&st=zliv9s0t&dl=0

La meniscectomia parziale artroscopica, cioè la rimozione selettiva della porzione lesionata del menisco, è stata per decenni una delle procedure ortopediche più diffuse nel trattamento del dolore al ginocchio associato a lesioni meniscali. La logica sembrava semplice: se la risonanza magnetica evidenzia una lesione del menisco e il paziente riferisce dolore, rigidità o scatti articolari, quel frammento viene spesso considerato una probabile causa meccanica dei sintomi. Da qui l’indicazione chirurgica.

Negli ultimi anni, però, questa interpretazione è stata progressivamente messa in discussione. La lesione meniscale, soprattutto nel paziente adulto o di mezza età, non è sempre una vera “causa” del dolore. In molti casi può rappresentare un reperto degenerativo, legato all’invecchiamento biologico dell’articolazione, analogo ad altre alterazioni strutturali che si osservano frequentemente alla risonanza anche in soggetti asintomatici.

Il nuovo follow-up a dieci anni dello studio FIDELITY, condotto in Finlandia, rafforza questa lettura. Si tratta di uno studio randomizzato controllato con “chirurgia placebo”, un disegno metodologico particolarmente robusto in ambito chirurgico: i pazienti venivano assegnati casualmente alla meniscectomia parziale artroscopica oppure a un intervento simulato, nel quale venivano praticate le incisioni cutanee e riprodotto il contesto operatorio, senza però rimuovere tessuto meniscale.

Il dato centrale è netto: a distanza di dieci anni, la meniscectomia parziale non ha prodotto un vantaggio clinico superiore rispetto all’intervento simulato. Al contrario, i pazienti sottoposti alla procedura reale hanno mostrato, nel follow-up, più sintomi, una funzionalità del ginocchio inferiore, una maggiore progressione radiografica dell’osteoartrosi e una probabilità più elevata di ricorrere a ulteriori interventi chirurgici.

Il risultato è importante perché non si limita a dire che l’intervento “funziona poco”. Suggerisce qualcosa di più serio: in determinati pazienti, soprattutto con lesione meniscale degenerativa, la rimozione di una parte del menisco può ridurre la capacità biomeccanica dell’articolazione di distribuire i carichi. Il menisco non è un tessuto inutile o sacrificabile: svolge una funzione di ammortizzazione, stabilizzazione e protezione della cartilagine articolare. Rimuoverne anche solo una porzione può modificare la meccanica del ginocchio e aumentare lo stress sulle superfici articolari.

Questo spiega perché il problema non può essere ridotto alla domanda: “La risonanza mostra una lesione?” La domanda clinicamente corretta è diversa: quella lesione è davvero responsabile dei sintomi del paziente? Oppure è un reperto degenerativo incidentale, presente insieme ad altri segni di sofferenza articolare?

La distinzione è decisiva. La risonanza magnetica ha un’enorme sensibilità, ma proprio per questo può evidenziare alterazioni che non sempre hanno significato clinico diretto. Una lesione meniscale visibile all’imaging non equivale automaticamente a un’indicazione chirurgica. Il dato radiologico deve essere interpretato insieme alla storia clinica, all’esame obiettivo, al tipo di dolore, alla presenza o meno di blocco articolare vero, al livello funzionale del paziente e alla risposta al trattamento conservativo.

Le implicazioni pratiche sono rilevanti. Per molte lesioni meniscali degenerative, soprattutto in pazienti adulti senza blocco meccanico vero del ginocchio, la chirurgia non dovrebbe essere considerata il primo passo. Un percorso conservativo basato su educazione del paziente, modulazione del carico, esercizio terapeutico progressivo, recupero della forza, controllo dell’infiammazione e miglioramento della funzione può rappresentare l’approccio più razionale.

È proprio in questo spazio clinico, prima che una lesione degenerativa venga automaticamente trasformata in un problema chirurgico, che la fisioterapia moderna assume un ruolo centrale. Quando il ginocchio è dolente, irritato e poco tollerante al carico, l’obiettivo non è “cancellare” ciò che si vede alla risonanza, ma ridurre la sofferenza infiammatoria del comparto meniscale e dell’articolazione, migliorare la mobilità, recuperare la funzione e restituire progressivamente al paziente sicurezza nel movimento.

Nel nostro ambulatorio questo principio viene applicato attraverso protocolli mirati e personalizzati, nei quali più trattamenti fisioterapici vengono integrati nella stessa seduta secondo la condizione del paziente. L’obiettivo è lavorare sulla componente infiammatoria, sul dolore e sulla capacità funzionale del ginocchio, cercando di favorire un recupero conservativo quando il quadro clinico lo consente. In molti casi, questo tipo di approccio può aiutare a evitare che un reperto degenerativo venga affrontato prematuramente come un problema da sala operatoria.

Questo non significa che la chirurgia meniscale non abbia più alcun ruolo. Le lesioni traumatiche acute, alcune lesioni instabili, i blocchi articolari reali o i casi selezionati in cui il ginocchio non riesce a recuperare funzione nonostante un trattamento conservativo ben condotto restano situazioni da valutare con attenzione specialistica. Ma il messaggio scientifico è chiaro: operare una lesione meniscale degenerativa solo perché “si vede alla risonanza” è una pratica sempre meno giustificabile.

Il follow-up decennale dello studio FIDELITY si inserisce quindi in una tendenza più ampia della medicina basata sulle prove: abbandonare procedure molto diffuse quando studi rigorosi dimostrano che il beneficio reale è assente, minimo o inferiore ai rischi biologici e funzionali. È il concetto di “medical reversal”: una terapia usata per anni entra nella pratica clinica perché plausibile, tecnicamente elegante e culturalmente accettata, ma viene poi ridimensionata quando la verifica scientifica mostra che non mantiene le promesse.

Nel caso della meniscectomia parziale artroscopica per lesione degenerativa del menisco, il punto non è semplicemente evitare un intervento. Il punto è recuperare una lettura più fisiologica del ginocchio: il dolore articolare non nasce sempre da un singolo “pezzo rotto” da tagliare via. Spesso è il risultato di un sistema articolare che ha perso tolleranza al carico, forza, coordinazione, elasticità e capacità di adattamento.

La vera modernità, quindi, non è entrare prima possibile in sala operatoria. È saper distinguere quando la chirurgia serve davvero e quando invece rischia di trasformare un reperto radiologico in una procedura inutile, costosa e potenzialmente dannosa.

Ed è proprio qui che un approccio conservativo strutturato può fare la differenza: non promettendo miracoli e non negando il ruolo della chirurgia quando è realmente necessaria, ma offrendo al ginocchio il tempo, gli stimoli terapeutici e le condizioni biologiche migliori per ridurre l’infiammazione, recuperare funzione e tornare a tollerare il carico. In molti pazienti con lesioni degenerative del menisco, prima di rimuovere una parte dell’articolazione, vale la pena chiedersi se quella stessa articolazione possa ancora essere curata, riequilibrata e rimessa nelle condizioni di funzionare meglio.
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Fonti

* Articolo “L’intervento al menisco non dà benefici” il Messaggero - 1 maggio 2026.
* University of Helsinki, comunicato sul follow-up a 10 anni dello studio FIDELITY.
* The Guardian, “Knee surgery for cartilage damage does not benefit patients, study suggests”, 29 aprile 2026.
* Sihvonen R. et al., studio originale FIDELITY su meniscectomia parziale artroscopica vs chirurgia simulata, New England Journal of Medicine, 2013.
* BJSM/BMJ, sintesi del follow-up a 5 anni dello studio FIDELITY.
* BMJ Rapid Recommendation, raccomandazione contro l’artroscopia nella patologia degenerativa del ginocchio.
* Materiali informativi e consenso al trattamento fisioterapico strumentale integrato dell’Ambulatorio VIVERESANO.  

Cancro al pancreas, mRNA e miracoli televisivi: la Schienza con l’H finale inciampa ancora*Se preferisci, puoi ascoltare...
30/04/2026

Cancro al pancreas, mRNA e miracoli televisivi: la Schienza con l’H finale inciampa ancora*

Se preferisci, puoi ascoltare l’articolo letto dall’AI invece di leggerlo. Il link seguente sarà disponibile per un periodo di tempo limitato:

https://www.dropbox.com/scl/fi/nqdonykzcroj05ci50qyy/Cancro_al_pancreas-_mRNA_e_miracoli_televisivi_la.mp3?rlkey=m7wrfzqz9gpdnh6pz7xkwuqfi&st=h7ikwc3y&dl=0

Prima le promesse, poi i conflitti d’interesse. Prima i “vaccini”, poi — forse — i dati.

Mentre Burioni e Bassetti proclamano una nuova “rivoluzione nella lotta contro il cancro del pancreas grazie alle tecnologie a mRNA”, e mentre i covidioti indottrinati credono di deridere i cosiddetti novax dicendo che questi ultimi fra poco supplicheranno per i nuovi vaccini antitumorali, la Schienza con l’H finale subisce un nuovo, rumoroso fallimento.

Non la scienza vera. Non quella fatta di dati, prudenza, verifiche, trasparenza, replicabilità, conflitti d’interesse dichiarati e pazienti rispettati.

Il fallimento riguarda quell’altra cosa: la Schienza da palcoscenico. Quella che arriva prima con lo slogan e solo dopo, eventualmente, con il metodo. Quella che trasforma ogni risultato preliminare in una promessa, ogni promessa in una campagna mediatica, ogni campagna mediatica in raccolta fondi, ogni dubbio in eresia, ogni richiesta di verifica in colpa morale.

Il tumore del pancreas è una delle malattie più feroci che esistano. Proprio per questo dovrebbe essere trattato con una serietà assoluta. Invece, anche qui, il copione sembra già scritto: paura, speranza, “nuova frontiera”, “tecnologia rivoluzionaria”, “vaccino”, applauso.

E la parola magica torna sempre lì: vaccino.

Prima vaccino per uscire dalla pandemia.

Ora vaccino per curare il cancro.

Sempre vaccino. Sempre mRNA. Sempre lo stesso riflesso pavloviano: fidati, non discutere, non fare domande.

Il problema non è che la ricerca oncologica su mRNA non debba esistere. Sarebbe assurdo sostenerlo. Se una terapia sperimentale funziona, deve essere studiata, verificata e, se confermata, portata ai pazienti. Il punto è un altro: non si può usare il dolore dei malati di cancro per riciclare il marchio politico e mediatico dell’mRNA, come se bastasse pronunciare la parola “vaccino” per ottenere automaticamente fiducia, silenzio e obbedienza.

Perché proprio mentre le virostar raccontano al pubblico il futuro radioso dei vaccini antitumorali, arriva una notizia che rovina la scenografia: la rivista PNAS ha ritirato lo studio guidato dal biochimico spagnolo Mariano Barbacid su una possibile tripla terapia contro il cancro al pancreas.

Lo studio aveva generato enorme speranza. Nei topi, la combinazione di daraxonrasib, afatinib e SD36 aveva mostrato risultati molto promettenti contro modelli di adenocarcinoma duttale pancreatico. Ma il passaggio dai topi ai pazienti è un abisso. In mezzo ci sono sicurezza, dosaggi, tossicità, studi clinici, fallimenti, anni di verifiche. E soprattutto c’è un principio elementare: se chi pubblica uno studio ha interessi economici collegati allo sviluppo commerciale di quella linea di ricerca, quei legami devono essere dichiarati subito, chiaramente, senza giochi di prestigio.

Invece il caso Barbacid esplode proprio lì: conflitto d’interesse non dichiarato in modo completo. Barbacid e due coautrici risultano legati a Vega Oncotargets, società nata per sviluppare applicazioni commerciali collegate alla ricerca. La rivista ha ritenuto quel legame rilevante. Non un dettaglio da nota a piè di pagina. Non una formalità da sistemare dopo. Un elemento che può influenzare la valutazione, la procedura editoriale, la percezione pubblica dello studio.

Ed ecco la crepa.

Perché quando si parla di cancro al pancreas, ogni parola pesa. Una frase troppo entusiasta può trasformarsi in speranza disperata. Una conferenza stampa può generare aspettative enormi. Una raccolta fondi può superare milioni di euro. Più di cento pazienti possono contattare i ricercatori chiedendo accesso a un trattamento che, in realtà, non è ancora una terapia disponibile per l’uomo.

Questa non è comunicazione scientifica. È una miccia accesa sopra una stanza piena di dolore.

E mentre questo succede, i soliti sacerdoti televisivi continuano a raccontare il “vaccino” come se la parola bastasse da sola a garantire serietà. Burioni, a Che tempo che fa, parla di “tre buone notizie” sul tumore del pancreas: vaccino terapeutico personalizzato a mRNA, bersaglio RAS, bersaglio GSK3. Il messaggio arriva pulito, semplice, televisivo: la ricerca avanza, il vaccino promette, fidatevi.

Ma il pubblico non è un reparto pediatrico da calmare con la favoletta.

Un vaccino terapeutico oncologico non è un vaccino preventivo contro un’infezione. Non impedisce un contagio. Non blocca la trasmissione comunitaria. Non viene dato a una popolazione sana. È un trattamento sperimentale, costruito dopo la diagnosi, spesso personalizzato, pensato per stimolare il sistema immunitario contro bersagli tumorali specifici.

Tecnicamente il termine “vaccino” può avere un senso nell’immunologia. Politicamente e mediaticamente, però, produce un altro effetto: trasferisce sull’oncologia tutto il capitale emotivo, propagandistico e disciplinare costruito durante gli anni Covid.

Ed è qui che il meccanismo diventa sporco.

Perché mentre si celebra il futuro dei vaccini antitumorali, nessuno sembra avere la stessa fretta di fare la statistica più ovvia: che cosa è successo alle curve oncologiche dopo il 2021?

Non slogan. Non tweet. Non ghigni televisivi. Dati.

Tumori prima e dopo il 2021. Incidenza per anno. Età alla diagnosi. Stadio. Sopravvivenza. Progressione. Stato vaccinale. Numero di dosi. Intervallo tra dosi e diagnosi. Booster. Confronto con non vaccinati. Controllo dei fattori confondenti. Revisione indipendente.

Questa sarebbe scienza.

Tutto il resto è catechismo sanitario con il camice.

Sì, i fattori di rischio classici esistono: fumo, obesità, diabete, sedentarietà, alimentazione, invecchiamento. Nessuno serio li nega. Ma fumo, obesità e diabete non sono nati nel 2021. Non sono comparsi insieme ai QR code, ai lasciapassare, alle conferenze stampa e alla religione della dose infinita.

La domanda non è se quei fattori contino. Certo che contano.

La domanda è se dopo il 2021 ci sia stata una variazione anomala di pendenza in alcune neoplasie, in alcune fasce d’età, in alcune categorie, con alcune latenze, con alcune distribuzioni tra soggetti mai trattati, monodose, bidose, boosterizzati e multiboosterizzati.

Questa domanda non è “anti-scientifica”. È scientifica al quadrato.

Quando milioni di persone ricevono un intervento farmacologico in un arco temporale ristretto, la sorveglianza successiva non dovrebbe essere facoltativa. Dovrebbe essere obbligatoria. Non per dimostrare una tesi già pronta. Ma per verificare.

Se non c’è alcun segnale, bene: lo si mostri.

Se c’è un segnale debole, lo si studi.

Se c’è un segnale forte, lo si affronti.

Se i dati sono confondenti, si dica quali sono i limiti.

Ma non si può pretendere fiducia totale dopo avere rifiutato verifica totale.

Nel frattempo, qualche studio osservazionale comincia a sollevare domande. Non prove definitive. Non sentenze. Non causalità dimostrata. Segnali. Associazioni. Ipotesi immunologiche. IgG4. Booster. Prognosi in pazienti con tumore pancreatico. Studi coreani. Studi giapponesi. Review che chiedono ulteriori indagini.

Tutto da pesare con freddezza.

Ma appunto: da pesare.

Non da insultare.

Il punto è proprio questo. La scienza vera non ha paura delle domande. Le prende, le definisce, le misura, le mette alla prova. La Schienza con l’H finale invece reagisce come una setta: deride, scomunica, sposta il discorso, cambia argomento, chiama il prete televisivo di turno e ripete la parola magica.

Vaccino.

Vaccino.

Vaccino.

E intanto il caso Barbacid mostra l’altro lato del problema: non solo il potere del linguaggio, ma anche il potere degli interessi. Uno studio promettente, una società collegata, una possibile ricaduta commerciale, una raccolta fondi milionaria, pazienti disperati, comunicazione trionfalistica, poi la ritrattazione.

Ancora una volta, la fiducia viene chiesta prima della trasparenza.

E questo è inaccettabile.

Perché il cancro al pancreas non è terreno per operazioni d’immagine. Non è uno spot per riabilitare l’mRNA. Non è una piattaforma per virostar in cerca di nuova missione pubblica. Non è un’occasione per deridere chi chiede dati.

È una malattia devastante. E proprio per questo merita molto più rispetto di quello offerto dalla propaganda.

La medicina seria deve distinguere tra speranza e promessa. Tra studio sui topi e terapia per l’uomo. Tra fase 1 e cura disponibile. Tra risposta immunitaria osservata in pochi pazienti e beneficio clinico confermato su larga scala. Tra ricerca e marketing. Tra scienza e liturgia televisiva.

Il vaccino mRNA personalizzato contro il tumore del pancreas può essere una strada interessante. I risultati su piccoli gruppi di pazienti meritano attenzione. Nessuno dovrebbe negarlo.

Ma proprio perché il tema è enorme, la comunicazione deve essere chirurgica.

Non si può dire “rivoluzione” ogni volta che arriva un dato preliminare.

Non si può usare il dolore oncologico per fare pedagogia politica sull’mRNA.

Non si può fingere che chi ha dubitato della topicizzazione di massa ora debba inginocchiarsi davanti alla nuova versione oncologica della stessa parola magica.

Soprattutto, non si può parlare del futuro dell’mRNA senza aprire il dossier sul passato recente dell’mRNA.

Perché qui sta il nodo.

Se si vuole parlare seriamente di immunità, mRNA e cancro, allora bisogna parlare di tutto. Non solo delle promesse terapeutiche future. Anche degli effetti delle campagne farmacologiche passate. Non solo del paziente oncologico che potrebbe beneficiare domani di una terapia personalizzata. Anche della popolazione sana trattata ieri come materiale da protocollo di massa.

E allora la domanda resta lì, brutale:

com’è possibile che in un’epoca in cui si misura tutto, proprio nessuno abbia il coraggio di mostrare pubblicamente una grande analisi nazionale pre/post 2021 su tumori, dosi, diagnosi, progressione e mortalità?

La risposta ufficiale sarà sempre la stessa: è complicato.

Certo che è complicato.

Anche stimare le vite salvate, l’impatto degli screening, il peso degli stili di vita, le proiezioni oncologiche a vent’anni e l’effetto delle disuguaglianze sociali è complicato. Però quelle statistiche vengono fatte, pubblicate, commentate, ripetute e amplificate.

Diventa complicato solo quando la domanda tocca il tabù.

E il tabù è evidente: non bisogna chiedere se qualcosa sia cambiato dopo il 2021.

Si può dire che il Covid ha ritardato gli screening. Si può dire che la pandemia ha peggiorato gli stili di vita. Si può dire che la popolazione invecchia. Si può dire che le diagnosi sono ripartite. Si può dire che il fumo resta un problema. Si può dire tutto.

L’unica domanda da non fare è quella sulla campagna farmacologica più massiccia della storia recente.

Ed è proprio per questo che va fatta.

Non per “dimostrare” a priori una colpa. Ma per impedire che un’intera epoca resti fuori dal campo della verifica.

Il caso dello studio spagnolo ritirato aggiunge un altro tassello: quando la ricerca si intreccia con soldi, società, brevetti, raccolte fondi e comunicazione spettacolare, il cittadino non deve diventare più fiducioso. Deve diventare più esigente.

La fiducia non si pretende.

Si merita.

E si merita con dati aperti, conflitti d’interesse dichiarati, parole misurate, studi indipendenti e rispetto per l’intelligenza del pubblico.

Prima i dati.

Poi i sermoni.

Prima la trasparenza.

Poi la fiducia.

Prima il confronto pre/post 2021.

Poi le “tre buone notizie” in televisione.

Perché se i prodotti somministrati dal 2021 non hanno avuto alcun ruolo nei trend oncologici successivi, benissimo: lo si dimostri con metodo serio.

Se invece qualche segnale esiste, allora il silenzio diventa molto più grave.

In entrambi i casi, una cosa è certa: la medicina non può chiedere obbedienza religiosa e poi sottrarsi alla verifica scientifica.

E se qualcuno si offende perché i cittadini chiedono dati, il problema non sono i cittadini.

Il problema è chi ha confuso la scienza con il potere.



Fonti

* Articolo tradotto da spagnolo: “Ritirato lo studio spagnolo che ridava speranza ai malati di cancro al pancreas”, con ricostruzione del caso Barbacid, Vega Oncotargets, PNAS, raccolta fondi e distinzione tra risultati preclinici nei topi e terapia disponibile per i pazienti, 28 aprile 2026 (nei commenti).
* Adnkronos, 26 aprile 2026: Roberto Burioni a Che tempo che fa parla di “tre buone notizie” sul tumore del pancreas, includendo vaccino terapeutico mRNA personalizzato, bersaglio RAS e bersaglio GSK3. 
* Quotidiano Sanità / AIOM, marzo 2026: tumore del pancreas in aumento in Italia, con 14.270 nuove diagnosi stimate nel 2025 e quasi 800 casi in più rispetto al 2024. 
* Nature, 2025: studio su vaccini mRNA-lipoplex contro neoantigeni nel carcinoma pancreatico, con risposte CD8+ durature in una parte dei pazienti trattati. 
* Il Fatto Quotidiano, aprile 2026: sintesi delle nuove prospettive sperimentali contro il tumore del pancreas, inclusi vaccino mRNA personalizzato e strategie molecolari per rendere il tumore più riconoscibile dal sistema immunitario. 
* Fanpage, aprile 2026: resoconto divulgativo sui dati a lungo termine del vaccino mRNA cevumeran/BNT122, con 7 pazienti responsivi su 8 ancora vivi a sei anni, ma su studio di fase 1, campione molto piccolo e necessità di conferma. 
* AIOM, 2022: 390.700 nuove diagnosi di cancro stimate in Italia nel 2022, +14.100 rispetto al 2020, con riferimento a screening, ritardi diagnostici e stili di vita. 
* Kim et al., Biomarker Research, 2025: studio osservazionale coreano su rischi oncologici a un anno dopo vaccinazione Covid, con associazioni statistiche e richiesta di ulteriori ricerche; non dimostra causalità definitiva. 
* Abue et al., Cancers, 2025: studio retrospettivo monocentrico su pazienti con carcinoma pancreatico, associazione tra vaccinazioni Covid ripetute, livelli di IgG4 e prognosi peggiore; dato da verificare con studi più ampi e indipendenti. 
* Kuperwasser & El-Deiry, Oncotarget, 2026: review sui segnali oncologici post-infezione e post-vaccinazione Covid, con richiesta di ulteriori indagini sui possibili meccanismi biologici. 
* PNAS, 2026: ritrattazione dello studio Liaki/Barbacid per conflitto d’interesse rilevante non dichiarato riguardante Vega Oncotargets. 
* El País, aprile 2026: ricostruzione del caso Barbacid, conflitti d’interesse non dichiarati, via di pubblicazione PNAS riservata ai membri NAS, raccolta fondi e impatto mediatico della promessa sui pazienti.

* Disclaimer: Questo articolo non è un contenuto originale del giornale citato. È stato tradotto dalla lingua originale per rendere le informazioni accessibili al pubblico italiano e poi rielaborato dalla nostra redazione, basandosi sul articolo pubblicato dal suddetto giornale.

Il bambino non è un paziente permanente: il ritorno della fisiologia contro la medicina del controllo*Per anni una parte...
29/04/2026

Il bambino non è un paziente permanente: il ritorno della fisiologia contro la medicina del controllo*

Per anni una parte della medicina contemporanea ha trattato l’infanzia come un territorio da mettere sotto sorveglianza permanente. Ogni febbre è diventata un allarme. Ogni raffreddore, un fallimento della prevenzione. Ogni tosse, una piccola emergenza domestica. Il bambino sano, nella pratica quotidiana, è stato spesso trasformato in un bambino che deve semplicemente non ammalarsi mai.

Poi arriva un articolo come quello pubblicato da Leggo, con le parole del presidente della Società Italiana di Pediatria Rino Agostiniani, e improvvisamente il discorso cambia tono: al nido è normale ammalarsi anche ogni tre settimane; virus e batteri non sono soltanto nemici, ma anche parte del processo attraverso cui il sistema immunitario impara a riconoscere il mondo. Una frase semplice, quasi ovvia per chi ragiona in termini fisiologici. Eppure oggi suona quasi rivoluzionaria.

Il punto centrale è questo: il sistema immunitario infantile non matura in astratto. Non si sviluppa dentro un ambiente sterilizzato, isolato, disinfettato, amministrato da protocolli e paure. Si sviluppa attraverso contatti progressivi con antigeni, microbi, virus comuni, batteri ambientali, vita reale. Il bambino che entra al nido incontra un universo biologico nuovo: mani, giocattoli, saliva, tosse, raffreddori, gastroenteriti, piccoli episodi febbrili. Per i genitori è faticoso. Per l’organismo è addestramento.

La cosa più importante dell’articolo è il cambio di linguaggio. Il nido non viene più descritto soltanto come “fabbrica di germi”, ma come campo di addestramento immunitario. È una distinzione enorme. Nel primo caso il bambino è vittima dell’ambiente. Nel secondo caso il bambino interagisce con l’ambiente e, attraverso questa interazione, costruisce competenza biologica.

La febbre stessa viene rimessa al suo posto. Non un nemico da abbattere meccanicamente appena compare, ma una risposta del corpo. La temperatura che sale è uno degli strumenti con cui l’organismo limita la replicazione virale. Questo non significa ignorare i segnali di gravità, né lasciare soffrire inutilmente un bambino. Significa però uscire dalla logica isterica secondo cui ogni febbre è un errore del sistema da correggere immediatamente.

Qui si apre il nodo più scomodo: la medicina moderna ha spesso dimenticato la differenza tra prevenzione intelligente e controllo industriale del corpo. Prevenire non vuol dire impedire al bambino qualunque contatto con il mondo biologico. Prevenire non vuol dire trasformare i primi mesi di vita in una sequenza di interventi, appuntamenti, somministrazioni, richiami, protocolli, paure e senso di colpa. Prevenire, in senso fisiologico, dovrebbe significare accompagnare la maturazione naturale dell’organismo, non sostituirla con un modello meccanico.

Il bambino ha bisogno di aria aperta, movimento, sonno, alimentazione sensata, contatto con ambienti reali, esposizione graduale alla vita. Ha bisogno di convalescenza vera quando si ammala. Ha bisogno di non essere rimandato al nido dopo ventiquattro ore solo perché la febbre è scesa. L’articolo lo dice con chiarezza: la guarigione non coincide con il numero sul termometro, ma con il ritorno dello stato generale, dell’appetito, della vivacità, della capacità di giocare. Anche questa è medicina fisiologica, non medicina da tabella Excel.

La questione dei vaccini, però, va trattata con precisione. Non ha senso mettere sullo stesso piano una normale esposizione a microbi ambientali, un raffreddore da nido, una gastroenterite comune, e malattie potenzialmente gravi come pertosse, meningite, morbillo o infezioni invasive. Una critica seria non deve trasformarsi in caricatura. Il problema non è riconoscere che alcuni vaccini storici hanno ridotto malattie importanti. Il problema è un altro: la tendenza culturale e industriale a presentare ogni intervento come automaticamente necessario, ogni dubbio come ignoranza, ogni calendario come dogma, ogni genitore prudente come un soggetto da correggere.

Quando nei primi mesi di vita si accumulano molteplici somministrazioni, richiami e combinazioni, è legittimo pretendere una discussione più trasparente sul rapporto tra beneficio individuale, beneficio collettivo, maturazione immunitaria, eventi avversi, stratificazione del rischio e reale necessità per ogni singolo bambino. La scienza non dovrebbe avere paura delle domande. Una medicina che si offende davanti alle domande non sta facendo scienza: sta difendendo autorità.

La fisiologia ci dice che il sistema immunitario non è un interruttore acceso/spento. È una rete in maturazione. Nei primi mesi e anni di vita impara a distinguere tra ciò che va combattuto e ciò che va tollerato. La tolleranza immunitaria è fondamentale. Un sistema immunitario non educato correttamente può reagire troppo, troppo poco, o contro bersagli sbagliati. Da qui il legame, oggi molto discusso, tra ambiente, microbioma, allergie, asma, malattie autoimmuni e stile di vita iper-sterilizzato.

Il modello sterile ha fallito perché ha confuso igiene con sterilità. L’igiene intelligente protegge nei momenti giusti: mani pulite prima di mangiare, ambienti sani, attenzione ai soggetti fragili, isolamento quando c’è una malattia seria, buon senso nelle epidemie reali. La sterilità ossessiva invece priva il bambino di una parte del suo dialogo biologico con il mondo. Non tutto ciò che vive intorno a noi è nemico. Anzi, una parte fondamentale della nostra salute nasce proprio dal rapporto con microbi buoni, microbi ambientali, microbi familiari.

Il paradosso è che oggi si riscopre ciò che era sempre stato sotto gli occhi di tutti: i bambini si ammalano, guariscono, si rafforzano. Non perché la malattia sia bella, ma perché la vita biologica funziona così. Una società adulta dovrebbe aiutare i genitori a distinguere tra infezioni normali e segnali pericolosi, non terrorizzarli davanti a ogni starnuto. Dovrebbe spiegare quando serve il pediatra e quando serve solo pazienza. Dovrebbe difendere la convalescenza, non spingere famiglie e bambini dentro il ritmo disumano della produttività.

Il ritorno alla normalità, se davvero sta iniziando, passa da qui: riconoscere che il corpo non è un prodotto difettoso da aggiornare continuamente. Il bambino non è una piattaforma immunitaria da programmare dall’esterno. È un organismo vivo che deve maturare nel contatto graduale con la realtà.

E forse la medicina, per tornare a essere scienza vera, dovrebbe ripartire proprio da questa evidenza: prima della farmacologia c’è la fisiologia. Prima del protocollo c’è il bambino. Prima della paura c’è il buon senso.
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Fonti

* Articolo di Leggo su asilo nido, virus e maturazione del sistema immunitario, con intervento del presidente SIP Rino Agostiniani.
* UCL, sintesi dello studio su infezioni nei nursery/asili come “boot camp” immunitario e maggiore frequenza di infezioni nei primi anni.
* Cambridge Repository, Germ factories or immune boot camps? Infection and immunity in childcare settings, Clinical Microbiology Reviews, 2026. 
* Rook & Bloomfield, Microbial exposures that establish immunoregulation are compatible with targeted hygiene, Journal of Allergy and Clinical Immunology, 2021. 
* Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health, discussione critica sull’ipotesi dell’igiene, microbioma, infezioni virali e sviluppo immunitario. 
* Epicentro / Istituto Superiore di Sanità, calendario vaccinale italiano. 
* American Academy of Pediatrics, posizione ufficiale sulla sicurezza delle vaccinazioni multiple e sul carico antigenico.

 * Disclaimer: Questo articolo non è un contenuto originale del giornale citato. È stato rielaborato dalla nostra redazione, basandosi sul articolo pubblicato dal suddetto giornale (nei commenti).

Indirizzo

Via Edera, 51/A
San Lazzaro Di Savena
40068

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 21:00
Martedì 09:00 - 21:00
Mercoledì 09:00 - 21:00
Giovedì 09:00 - 21:00
Venerdì 09:00 - 21:00
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Domenica 09:00 - 19:00

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