29/05/2026
Ho appena cambiato la scatola dei fazzoletti in studio.
Ho aperto l'armadio delle scorte e ci ho trovato dentro una scatola con questa frase e ho sorriso. Ho pensato a quanti cuori spezzati si siedono su questo divano.
Pensavo che quando le persone piangono, in terapia e nella vita, spesso si scusano. Siamo così abituati a dover essere forti, performanti e "messi insieme" che ci scusiamo per le nostre lacrime come se stessimo sporcando il pavimento. Viviamo il pianto come un fallimento del nostro autocontrollo, una rottura della diga che doveva tenere tutto dentro.
Alle spalle della scrivania, sempre in studio, ho un quadretto con la frase: "Date parole al vostro dolore, altrimenti il vostro cuore si spezza".
Si spezza e quindi poi tiri su il fazzoletto dalla scatola dei cuori spezzati. Puoi davvero riparare un cuore con la parola? O forse, più probabilmente, è quello che ci sta dietro alle parole. C'è che quando qualcuno prende un fazzoletto, si spezza un po' la voce anche a me. O gli dico qualcosa che però contiene l'immagine di un abbraccio. O sorrido mentre penso che quello con il cuore spezzato è il bambino che sono stati. Che poi, ora che ci penso, invece i bambini piangono meno frequentemente in terapia. Curioso.
In terapia di gruppo, all'inizio, ci si vergogna perché si piange davanti a tanti occhi. Si scopre, col tempo, che quei tanti occhi sono anche tante mani che accolgono, sono ancora più parole che validano. E la vergogna fa un po' dietrofront.
Non c'è cuore spezzato che non possa essere riparato.
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Pensieri estemporanei dalla stanza di terapia