18/01/2026
Ho visto con interesse l’intervento di Andrea Crisanti andato in onda su LA7, in cui si affrontano temi centrali come sanità pubblica, liste d’attesa e ruolo del privato accreditato.
Pur riconoscendo il valore di molte sue analisi, credo che in questo caso la critica finisca per colpire il bersaglio sbagliato, semplificando un problema che avrebbe invece bisogno di essere affrontato in termini più tecnici e strutturali.
Da chirurgo che opera nel privato accreditato, ritengo infatti che il nodo centrale non sia la contrapposizione tra pubblico e privato, ma il modo in cui le prestazioni sanitarie vengono quantificate e valorizzate, attraverso un sistema di DRG che da anni — o forse sarebbe più corretto dire fin dalla sua introduzione — non riflette la complessità reale della medicina e della chirurgia attuali.
Le prestazioni erogate sia dal pubblico sia dal privato accreditato vengono quantificate sulla base dello stesso meccanismo tariffario. Questo non significa che il pubblico “venga pagato” come il privato: il pubblico non riceve un pagamento diretto per singola prestazione, ma utilizza comunque quei valori come riferimento economico e di produttività. Ed è proprio qui che sta il problema.
Quando un DRG è sottostimato, quella prestazione diventa economicamente penalizzante per il sistema nel suo complesso, indipendentemente da chi la eroga.
Il risultato è che alcuni interventi più complessi, più lunghi e più costosi tendono a non essere sostenibili nelle strutture private perché non adeguatamente valorizzati. Nel pubblico, invece, l’assenza di incentivi legati alla produttività e alla complessità delle prestazioni fa sì che l’attività clinica sia spesso guidata dall’iniziativa dei singoli reparti — o talvolta dei singoli operatori — più che da una reale programmazione e da un controllo organizzativo dall’alto. Questo assetto finisce per generare inefficienze e un progressivo accumulo di liste d’attesa.
A ciò si aggiunge un ulteriore aspetto spesso poco discusso: l’assenza di incentivi reali nel sistema pubblico. Chi opera all’interno del SSN non ha un interesse diretto a far quadrare i conti né a sollecitare DRG più aderenti alla realtà clinica, anche perché i premi di produttività vengono frequentemente distribuiti in modo uniforme, senza una reale correlazione con volumi, complessità delle prestazioni o impatto economico. In questo contesto, è comprensibile che non si sviluppi una spinta strutturata verso una revisione delle tariffe.
Nei sistemi europei più efficienti, come Germania e Francia, il privato è ampiamente integrato nel servizio sanitario, ma con DRG aggiornati e meccanismi di responsabilizzazione più chiari. Non a caso, lì il dibattito è prevalentemente tecnico, non ideologico.
Se l’obiettivo è ridurre davvero le liste d’attesa e migliorare l’equità di accesso alle cure, credo sia necessario spostare l’attenzione dal “chi eroga” al “come viene valorizzata la prestazione”.
Un sistema di DRG costantemente aggiornato, in cui nessuna prestazione risulti economicamente più vantaggiosa di un’altra, ridurrebbe alla radice qualsiasi incentivo selettivo anche da parte del privato accreditato.
Il problema, quindi, non è la natura giuridica delle strutture, ma un sistema che si definisce “aziendale” pur basandosi su tariffe non allineate alla realtà clinica, finendo per distorcere la risposta alle reali necessità dei pazienti.