08/01/2026
LA STRAGE DI CRANS MONTANA E QUELLA PESSIMA TENDENZA SOCIAL A PUNTARE IL DITO
Quello che emerge da frasi come
“se la sono cercata”,
“potevano scappare”,
“i genitori dove erano?”
non è lucidità.
È difesa psicologica. Ed è una delle più primitive.
Profilo psicologico di chi colpevolizza le vittime
Quando una tragedia è troppo grande, troppo ingiusta, troppo casuale, alcune persone non reggono l’idea che possa capitare a chiunque.
Perché se è capitato a loro, allora potrebbe capitare anche a me, a mio figlio, alla mia famiglia.
E questa è un’idea intollerabile.
Allora la mente fa una cosa molto precisa ossia
trasforma le vittime in colpevoli.
Se “se la sono cercata”,
se “hanno sbagliato”,
se “i genitori erano irresponsabili”,
allora il mondo torna ad avere un ordine rassicurante.
Un ordine falso, ma psicologicamente anestetizzante.
Frasi come :
A me non succederà, perché io sono diverso.
Io avrei fatto meglio.
Io sono più attento, più sveglio, più responsabile.
Questo meccanismo si chiama illusione di controllo.
È la convinzione infantile che il male colpisca solo chi “sbaglia”.
Perché prendersela con ragazzi morti o con genitori distrutti?
Perché è più facile giudicare che sentire.
Empatizzare con un ragazzo arso vivo significa:
• sentire il terrore,
• l’impotenza,
• l’ingiustizia,
• la paura che poteva essere tuo figlio.
Empatizzare con un genitore significa:
• entrare in un dolore che non ha nome,
• accettare che non esiste protezione assoluta,
• riconoscere i limiti umani dell’essere genitori.
E non tutti sono in grado di farlo.
Chi scrive quelle frasi non è più forte,
non è più lucido,
non è più intelligente.
È solo più spaventato. E anche poco empatico.
Il bisogno di sentirsi “migliori”
C’è anche un altro elemento, più disturbante:
il narcisismo difensivo.
In alcuni soggetti la tragedia altrui diventa l’occasione per:
• sentirsi superiori,
• moralmente ineccepibili,
• genitori perfetti,
• individui “che sanno come si fa”.
È un modo per dire:
“Io valgo perché tu hai sbagliato.”
Ma quando il confronto è con ragazzi morti o famiglie devastate, questo bisogno di superiorità rivela una cosa sola:
un’enorme povertà emotiva.
La verità scomoda
La verità che fa paura è questa:
• In emergenza il cervello può bloccarsi.
• In gruppo le reazioni non sono razionali.
• I genitori non sono onnipotenti.
• Il rischio zero non esiste.
• La morte non è meritocratica.
E allora sì:
è molto più facile puntare il dito
che guardare in faccia la fragilità umana.
Chi colpevolizza le vittime non sta spiegando il mondo.
Sta solo cercando di difendersene.
Ma farlo sulla pelle di ragazzi morti e genitori distrutti
non è lucidità.
È disumanizzazione.
E quando perdiamo la capacità di riconoscere l’innocenza del dolore altrui,
il problema non è più la tragedia.
Il problema siamo noi.