Elisa Folco Osteopata D.O.

Elisa Folco  Osteopata D.O. Laureata in Scienze Motorie nel 1998-
Diplomata in Massofisioterapia ed Osteopata D.O dal 2005 presso Scuola E.I.O.M di Padova riconosciuta dal R.O.I

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30/03/2026

Se il bacino scende da un lato.. il problema è dall’altra parte.

Sembra controintuitivo, ma è proprio così. Quando cammini e il bacino cade verso destra, la debolezza spesso è nel lato sinistro. Questa immagine mostra la classica andatura di Trendelenburg.

Ed è uno di quei casi in cui il corpo ci ricorda una cosa semplice ma potentissima: non sempre il problema è dove senti il movimento strano.

Cosa sta succedendo davvero? Quando sollevi una gamba per fare un passo, il tuo corpo deve evitare che il bacino cada verso il lato della gamba sollevata.

Chi lo impedisce?

Principalmente due muscoli: medio gluteo e piccolo gluteo. Sono loro che stabilizzano il bacino durante l’appoggio.

Se questi muscoli sono deboli o non lavorano bene, succede questo: il bacino scende dal lato opposto e iil tronco si inclina verso la gamba in appoggio, con tutto il corpo che cerca di compensare per non cadere.

Ed ecco comparire l’andatura di Trendelenburg.

Esempio lampante: immagina di portare una borsa pesante con una sola mano.

Cosa succede?

Il corpo si inclina dall’altra parte per compensare il peso. Con il bacino succede qualcosa di simile: se i muscoli laterali dell’anca non tengono il bacino in equilibrio,
il corpo si sposta lateralmente per non cadere.

Non è un errore.
È una strategia di sopravvivenza.

Per chi non è del mestiere, se quando cammini senti l’anca instabile, vedi il bacino oscillare oppure ti dicono che “dondoli” mentre cammini, potrebbe essere semplicemente un muscolo dell’anca che non sta facendo bene il suo lavoro.

Non significa per forza che l’anca sia “rotta”.

Spesso significa solo che il sistema di stabilizzazione è in difficoltà.

Il Trendelenburg gait riflette tipicamente insufficienza del medio gluteo, disfunzione del piccolo gluteo, alterazioni del nervo gluteo superiore, instabilità dell’anca e compenso con lateral trunk lean.

Il tronco si inclina verso il lato in appoggio per ridurre il momento torcente sull’anca e diminuire la richiesta ai muscoli abduttori.

È un classico esempio di compenso biomeccanico intelligente.

E quindi?

Quando vediamo questo tipo di cammino non dobbiamo limitarci a dire: “Cammina male.”

Dobbiamo chiederci: chi sta lavorando troppo? Chi sta lavorando troppo poco? Quale strategia sta usando il corpo per non cadere?

Perché il corpo non sbaglia quasi mai.

Sta solo cercando il modo più economico per sopravvivere al problema.

Molti pensano che camminare storto significhi avere un problema dove si vede il movimento. In realtà spesso è l’opposto. Il corpo non cade dal lato debole. Cade dal lato opposto a quello che dovrebbe tenerlo su.

E come sempre ricordiamolo: sui social i paroloni li lasciamo alle interrogazioni universitarie. Qui ci interessa una cosa sola: che quando guardi il tuo corpo muoversi, tu possa finalmente capire cosa sta succedendo davvero.

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16/03/2026

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È lunedì.. ed eccoci di nuovo insieme con un nuovo episodio di “Anatomia Spassosa: esploriamo il corpo umano con un sorriso!” 😄

Oggi scendiamo lungo il braccio per incontrare una struttura che sembra piccola.. ma che in realtà è il punto di aggancio di uno dei muscoli più potenti della spalla: la tuberosità deltoidea!

Sul lato dell’omero, circa a metà del braccio, c’è una zona ruvida e leggermente rialzata dell’osso. Non è un difetto di fabbrica dell’omero, è una firma anatomica importante.

Quella è la tuberosità deltoidea, il punto dove si inserisce il muscolo deltoide, il grande protagonista dei movimenti della spalla.

Cos’è e dov’è?

La tuberosità deltoidea è una prominenza ossea situata sulla faccia laterale dell’omero, circa nella parte centrale dell’osso.

È il punto di inserzione del muscolo deltoide, che avvolge la spalla come un cappuccio muscolare. Quando il deltoide si contrae, tira proprio da lì per sollevare il braccio.

Curiosità divertente

Se il deltoide fosse una corda potente, la tuberosità deltoidea sarebbe il chiodo nel muro a cui è fissata. Senza quel punto di ancoraggio, tutta la forza del muscolo non avrebbe dove scaricarsi!

Funzionamento buffo

Immagina il deltoide come un grande ventilatore muscolare che parte dalla clavicola e dalla scapola. Quando si attiva, tira sull’omero proprio attraverso la tuberosità deltoidea. È come se il muscolo dicesse all’osso: “Ok, adesso si alza il braccio!”

Nella vita di tutti i giorni

La tuberosità deltoidea entra in gioco ogni volta che alzi il braccio, lanci una palla, sollevi una borsa, ti pettini o prendi qualcosa da uno scaffale.

Ogni gesto sopra la spalla passa anche da lì.

Parole complicate, spiegate semplici

Tuberosità: una zona ossea ruvida dove si inseriscono tendini o muscoli.

Le ossa non sono lisce a caso: dove i muscoli tirano forte, l’osso sviluppa punti di aggancio più robusti.

Come può soffrire?

La tuberosità deltoidea può essere coinvolta in fratture dell’omero, traumi diretti al braccio o sovraccarichi del muscolo deltoide.

A volte il dolore alla spalla o al braccio laterale può essere legato proprio alla tensione del muscolo che si inserisce qui.

Momento educativo leggero

Mantieni forti e coordinati i muscoli della spalla, non trascurare la mobilità scapolare, ed evita sovraccarichi improvvisi nei movimenti sopra la testa.

La spalla ama forza e controllo insieme.

Curiosità scientifica

La tuberosità deltoidea è spesso utilizzata come punto di repere anatomico per orientarsi lungo l’omero durante esami clinici, interventi ortopedici e valutazioni biomeccaniche. È anche un esempio perfetto di come l’osso si adatti alle forze muscolari: più un muscolo tira, più il punto di inserzione diventa evidente.

L’anatomia si modella sull’uso!

Conclusione

La prossima volta che alzi il braccio per salutare qualcuno o prendere qualcosa in alto,
ricorda la tua tuberosità deltoidea: il piccolo punto dell’omero dove il grande deltoide scarica tutta la sua forza.

Ci vediamo lunedì prossimo per un’altra meraviglia del corpo umano.. sempre con il sorriso! 😄

17/11/2025

OGNI FERITA EMOTIVA LASCIA UN'IMPRONTA BIOLOGICA ..il corpo non dimentica!

(Di Patrizia Coffaro)

Spesso si pensa che un trauma emotivo, una delusione, un abbandono o una perdita lascino semplicemente “un segno nel cuore”. Eppure, la realtà biologica è ben più profonda e complessa. Ogni ferita psichica o emozionale, ogni evento vissuto intensamente sul piano mentale o relazionale, genera una risposta neurovegetativa potente, immediata, concreta. Come una scossa che attraversa ogni fibra del nostro essere.

Il sistema nervoso autonomo, in particolare il ramo simpatico, si attiva con un’intensità paragonabile a quella di una minaccia fisica reale. Viene rilasciato cortisolo, il cuore accelera, la digestione si blocca, la tensione muscolare aumenta. Ma non finisce qui. Questo impatto coinvolge anche il sistema endocrino, con un’alterazione degli equilibri ormonali, e il sistema immunitario, che reagisce come se ci fosse un’aggressione da combattere. Tutto il corpo entra in uno stato di allerta, anche se non c’è una ferita visibile sulla pelle.

Il punto è proprio questo...la mente non fa distinzione tra un dolore fisico e un dolore emotivo. E così, anche se non sanguina, la ferita interiore può lasciare una traccia nei tessuti. Una memoria. Un imprinting biologico che si sedimenta nel corpo, alterando sottilmente la fisiologia cellulare.

Ecco perché, di fronte a un trauma emotivo, il corpo si comporta come se avesse ricevuto un colpo vero e proprio. Non è una metafora poetica. È neurobiologia pura.

Studi sempre più approfonditi mostrano che eventi traumatici o esperienze emotivamente cariche possono lasciare “tracce” nella matrice extracellulare, nei gangli nervosi, nelle fasce, persino nella postura. Il corpo si modella attorno al trauma. La muscolatura si irrigidisce in certe zone, la respirazione si fa più corta, alcuni organi si iperattivano, altri si spengono. Tutto il sistema si adatta per sopravvivere.

Queste memorie corporee diventano come cicatrici emozionali silenziose, che continuano a influenzare il nostro equilibrio anche molti anni dopo. Possono riemergere in forma di dolori cronici, stanchezza inspiegabile, problemi digestivi, sintomi vaghi che non trovano riscontro negli esami. O ancora, in una sensazione diffusa di allerta, di blocco, di mancanza di respiro interiore.

Quante volte hai sentito un nodo allo stomaco in un momento di ansia? O un peso sul petto per un dispiacere? O una tensione cervicale dopo una discussione? Il corpo parla continuamente la lingua delle emozioni. Solo che spesso non siamo stati educati ad ascoltarlo.

Ogni parte del nostro corpo può diventare sede di una memoria emozionale, le spalle trattengono il peso delle responsabilità, il fegato la rabbia repressa, lo stomaco la paura, l’intestino la tristezza non digerita. Non è solo simbolismo. È biologia incarnata. È psiconeuroimmunologia applicata alla vita vissuta.

Ma è anche qualcosa di più sottile...

Le neuroscienze, oggi, ci confermano ciò che le antiche medicine sapevano da secoli...non siamo solo corpo, ma un sistema complesso di energia, frequenze, vibrazioni. Quando un trauma attraversa la nostra vita, non colpisce solo i tessuti. Si imprime nei campi elettromagnetici che regolano la coerenza del sistema biologico. E se quella ferita non viene riconosciuta, integrata e sciolta, può restare lì, come una distorsione energetica silenziosa.

È in questa prospettiva che la "Medicina Energetica" offre strumenti preziosi. Perché guarda oltre il sintomo. Va a cercare l’eco sottile di ciò che è rimasto bloccato nel sistema. Lavora sulla risonanza, sul riequilibrio, sulla capacità del corpo di ritrovare la propria frequenza originaria.

In molte culture tradizionali, ogni malattia è preceduta da una “perdita di armonia energetica”. E questa perdita, se ignorata, si manifesta gradualmente anche sul piano fisico. Così, una ferita emotiva non ascoltata può diventare infiammazione, tensione muscolare, squilibrio ormonale o disturbo immunitario.

La guarigione, dunque, passa anche attraverso il riequilibrio del campo energetico individuale, restituendo al corpo e all’anima il permesso di fluire.

La buona notizia è che ogni ferita può essere trasformata, ogni traccia può essere rilasciata. Il corpo ha una straordinaria capacità di autorigenerarsi… ma ha bisogno di sentirsi al sicuro. Ha bisogno che qualcuno lo ascolti. Che qualcuno accolga il suo dolore senza giudizio. Che qualcuno sappia leggere le sue tensioni come messaggi da decifrare, e non solo come sintomi da sopprimere.

La medicina del futuro, che è già qui, silenziosamente, nelle mani di chi osserva con amore, non separa più il corpo dalla psiche, né la materia dall’energia. Ricompone. Integra. Riconosce la persona nella sua interezza, fatta di esperienze, di biologia e di vibrazione.

Rinunciare a curare una ferita emotiva solo perché non si vede è come ignorare una crepa sotto le fondamenta di una casa. Può non dare problemi per un po’, ma lentamente indebolisce tutto il sistema. Guarire le ferite invisibili è un atto di coraggio, ma anche di responsabilità verso se stessi. Perché non esiste vera salute senza coerenza profonda tra ciò che sentiamo, ciò che pensiamo e ciò che il corpo vive.

Ed è proprio quando ricominciamo ad ascoltarci a quel livello, sottile, profondo, sincero, che qualcosa comincia a cambiare. Non solo i sintomi si alleggeriscono. Ma si riaccende in noi quella scintilla di integrità interiore che è il vero fondamento della salute.

XO - Patrizia Coffaro

16/11/2025
14/11/2025

Hai mai visto qualcuno che vive come se tenesse tutto dentro? Pancia tesa, petto alto, respiro corto. Come se volesse sembrare forte.. mentre dentro trattiene il mondo.

Ecco, il corpo fa lo stesso.

L’addome si trasforma in una corazza.
Il retto tira, gli obliqui stringono, il trasverso silenziosamente blocca l’aria. Fuori sembri solido. Dentro, non passa più nulla.

Non è “core stability”.
È autoprotezione.

Per chi non è del mestiere, la pancia che non si muove quando respiri non è “addome tonico”. È un corpo che non si fida più del rilascio. Quando impari a lasciarla andare, scopri che il respiro non entra nei polmoni..
entra nella vita.

Per i colleghi clinici, rigidità tonico-fasciale da over-recruitment del retto, obliqui e trasverso dell’addome; ridotta dinamica diaframmatica e ipertono addominale funzionale.

Rieducare la parete addominale non significa “rinforzare”, ma ridare elasticità a un tessuto che ha imparato solo a contenere.

E quindi?

La forza non è trattenere il respiro.
È permettersi di respirare anche quando fa male.

L’addome non serve a farti sembrare forte.
Serve a ricordarti che puoi abbassare la guardia.

Prova ora: metti una mano sul petto e una sulla pancia. Inspira. Quale si muove di più?

Gli addominali non mentono. A volte.. raccontano solo quanto a lungo hai trattenuto.

Post divulgativo a scopo educativo.
Non sostituisce la valutazione fisioterapica personalizzata.

Indirizzo

Piazza Diaz
Savona
17100

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