26/10/2016
PERCHE' SI USA TANTO IL CORTISONE
Il rapporto nazionale dell'AIFA ( Agenzia Italiana del Farmaco) del 2015, indica l'uso dei glucocorticoidi (cortisonici) soltanto nelle allergie, nell'asma bronchiale, nelle reazioni di rigetto nei trapianti, in alcune emergenze acute, per uso topico in alcune malattie dermatologiche e in poche altre malattie.
Nella pratica però, i cortisonici vengono utilizzati pressoché per ogni apparato, organo e tessuto infiammato, a qualsiasi età e condizione: i pediatri lo prescrivono sistematicamente per tonsilliti, riniti, otiti, bronchiti ecc., i medici generici lo danno per ogni malattia che finisca con" ite" e gli specialisti non riescono a farne a meno in molte malattie. Tutti i giorni vediamo ad esempio bambini trattati con cortisonici anche per una semplice tosse, con il risultato che il catarro bronchiale che si era formato proprio per aiutare a combattere i germi responsabili dell'infezione si asciuga, la tosse si fa secca, stizzosa ed inefficace e il bambino diventa pallido, con il respiro un po' asfittico e soprattutto agitato, iperattivo, insonne e a volte con disturbi del comportamento e aggressivo. In molte altre malattie in cui vengono somministrati i cortisonici, i sintomi collaterali non sono meno gravi, ciononostante il loro uso è estremamente diffuso.
Non è stato sempre così. Vediamo brevissimamente alcuni momenti della storia del cortisone.
Nel 1950 a Tadeus Reichestein, Edward Calvin Kendall e Philip Showalter Hensch, viene assegnato, un po' frettolosamente, il premio Nobel, (ma si deve capire il contesto: la medicina non aveva ancora quasi nulla, se si eccettuano gli antibiotici che cominciavano ad essere prodotti in quantità industriale, e i sulfamidici, sui quali però, dopo un periodo di ottimistici clamori cominciava a calare il silenzio per i letali effetti collaterali), al primo per aver sintetizzato il desossicorticosterone, agli altri due per aver utilizzato per primi il cortisone, nientedimeno in tre casi di poliartrite acuta, con risultati sorprendenti al punto che i pazienti "già attanagliati e immobilizzati dal male recuperano in breve tempo, salute e autonomia".
Nel corso degli anni Cinquanta l'impiego dei cortisonici fu esteso alle manifestazioni allergiche, all'asma bronchiale e ad alcuni casi di terapia d'urgenza, e sebbene non si sapesse esattamente come agissero e il loro avvenire in terapia non fosse ancora chiaro si aveva "motivo per confidare nella loro efficacia nelle molte malattie che oggi giudichiamo incurabili".
Ma soltanto dopo qualche anno dall'introduzione del suo utilizzo nella clinica, ci si accorge che i cortisonici attenuano la febbre e diminuiscono il dolore senza influire sull'andamento della malattia, mascherano cioè con un apparente miglioramento il quadro clinico mentre il decorso della malattia peggiora. I più prestigiosi clinici del periodo come Frugoni, Condorelli, Di Guglielmo e altri, consigliano di utilizzarli con cautela, " affinché con un vantaggio fittizio non producano un danno sicuro". E quando diventa del tutto evidente che l'uso del cortisone riattiva la tubercolosi nelle forme in cui la malattia era stata curata o ridotta a una forma latente, prendono più netta e decisa posizione e dalle più accreditate riviste mediche tra le quali il "Policlinico" ne consigliano "estrema cautela"; nelle stesse riviste inoltre si esprime parere contrario all'introduzione per via orale del cortisone perché si presta più facilmente ad un uso indiscriminato, accentuando i pericoli degli effetti collaterali.
Nel frattempo procede la sperimentazione clinica del cortisone finanziata dall'industria americana produttrice del farmaco, e quando, ultimata la fase sperimentale, il mercato italiano si apre definitivamente al farmaco, quelle riviste mediche che per alcuni numeri successivi avevano ancora persistito nel sottolineare conseguenze indesiderate, controindicazioni e pericolose complicanze, cominciano ad ospitare pagine pubblicitarie che non sono più in linea con la cautela a più riprese raccomandata: non si fa più cenno dei pericoli potenziali, né del fatto che la via orale facilita l'uso indiscriminato del farmaco, ma si mettono in evidenza le indicazioni e si fa silenzio sulle controindicazioni: decolla così il lancio dei cortisonici e scoppia anche in Italia la "febbre del cortisone".
Ma immediatamente si presentano, e nel giro di qualche hanno si moltiplicano nella popolazione gli effetti collaterali: improvvisi cambiamenti di umore talvolta con irascibilità e aggressività, astenia, disturbi del ciclo mestruale, ritenzione idrica, ritardata guarigione delle ferite, perdita di calcio dalle ossa con osteoporosi, diabete, ipertensione, glaucoma e cataratta, ulcere dello stomaco, aumento delle infezioni soprattutto varicella, herpes zoster e morbillo, calo della libido e impotenza sessuale, ansia, depressione e pensieri suicidi, per i citare solo i disturbi più frequenti. I medici che vivono a contatto con i pazienti e che ancora non sono del tutto assuefatti alla propaganda, cominciano ad avere dubbi e perplessità sulla bontà del farmaco e nonostante l'industria farmaceutica e la ricerca scientifica, che cominciano a diventare una cosa sola, si affannino a sintetizzare nuovi composti nella speranza di attenuare i disastrosi effetti collaterali, la "febbre del cortisone", che aveva contagiato tanti facendo sognare grandi profitti ad alcuni , vittorie sulle più gravi malattie ad altri, si spegne, e il consumo dei cortisonici tracolla, lasciando sul terreno sofferenze e delusioni.
Si dirà oggi che allora non si conosceva bene il sistema immunitario e la sua fondamentale funzione di difesa che i cortisonici sistematicamente sopprimono, e siamo d'accordo, anche se siamo del parere che bisognerebbe essere più prudenti quando tante cose si ignorano, ma ora, ora che queste conoscenze sono state acquisite ed è chiaro il loro il meccanismo d'azione, per cui non solo la tubercolosi ma tutte le malattie controllate dal sistema immunitario sotto l'azione dei cortisonici si riattivano, perché il loro consumo i negli ultimi vent'anni continua ad aumentare in maniera esponenziale?
Si sa benissimo che i cortisonici, ad eccezione del loro impiego in alcuni casi di terapia d'urgenza, lungi dal curare e figuriamoci dal guarire, danno soltanto un sollievo momentaneo e dopo il disturbo ricompare: come prima se l'organismo è forte e resistente, in un organo più importante se l'organismo non è in grado di resistere alla ripetuta soppressione, come malattia più grave se l'organismo è debole e la terapia cortisonica viene impiegata per periodi lunghi.
Ci si chiede allora perché la medicina oggi con tutti i suoi continui progressi, così ricca di mezzi e risorse, è costretta ad utilizzare per una miriade di malattie un farmaco che provoca i disturbi sopraddetti, tra cui diabete ed ipertensione, che insieme contribuiscono ad aumentare in maniera cospicua le patologie cardiocircolatorie che sono la prima causa di morte nel mondo occidentale; un farmaco che indebolendo il sistema immunitario facilita l'insorgenza e lo sviluppo dei tumori, seconda causa di morte nel mondo occidentale; un farmaco che contribuisce in maniera pesante all'aumento della iatrogenesi, cioè alle malattie da farmaci, terza causa di morte nel mondo occidentale?
Perché non utilizza farmaci più efficaci e meno dannosi?
Per quanto incredibile possa sembrare ai non addetti ai lavori - perché la classe medica invece lo sa bene, anche se l'assuefazione agli attuali modelli organizzativi e impositivi della medicina la sta portando verso l'inconsapevolezza - e almeno che non si pensi che la medicina abbia farmaci migliori e non li utilizzi, la risposta non può essere che una e una sola: perché almeno per questa miriade di malattie, la medicina ufficiale, non ha nulla di meglio.
G. Sabella
Riferimenti bibliografici: Storia della medicina e della sanità nell'Italia contemporanea. Giorgio Cosmacini. Editori Laterza.