19/01/2026
Maria ha 49 anni e un dolore che l’accompagna da tempo. Non è un dolore improvviso, non è acuto, non è drammatico. È un dolore che si è insinuato lentamente, quasi con discrezione, tra le spalle e il collo, fino a diventare una presenza costante. Gli esami strumentali non mostrano alterazioni significative.
Quando arriva in studio racconta di aver fatto “tutto quello che si doveva fare”. Visite, esami, terapie. Ha provato fisioterapia, farmaci antinfiammatori, ginnastica posturale. Il dolore migliora temporaneamente, poi ritorna, sempre.
Aggiunge, quasi a giustificarsi, una frase apparentemente marginale: «Non posso permettermi di fermarmi, ho sempre retto tutto io»: lavora molto, si occupa della famiglia, è sempre quella che tiene insieme i pezzi. Lo dice con un tono pacato, ma il corpo racconta altro: spalle sollevate, respiro corto, rigidità che sembra trattenere qualcosa di più di una semplice tensione muscolare.
In Psicosomatica, il dolore raramente è un evento isolato. Più spesso è un processo, una risposta che il corpo costruisce nel tempo quando qualcosa, sul piano emotivo o esistenziale, non trova spazio per essere riconosciuto. Il dolore non arriva per caso, e non arriva all’improvviso. Arriva quando la persona ha imparato a non ascoltarsi.
Nel corso delle sedute, Maria parla poco di sé e molto degli altri. Racconta responsabilità, impegni, doveri. La separazione avvenuta anni prima emerge solo più avanti, quasi come un dettaglio. Non c’è rabbia apparente, non c’è tristezza dichiarata. Solo un senso diffuso di stanchezza che lei stessa minimizza. È proprio qui che il dolore assume una funzione precisa: rende visibile ciò che è stato reso invisibile nella vita psichica.
Nella prospettiva junghiana di Carl Gustav Jung, il sintomo non è mai privo di significato. È un simbolo incarnato, una forma attraverso cui l’inconscio cerca di entrare in dialogo con la coscienza. Il dolore, in questo senso, non è solo qualcosa che fa male: è qualcosa che chiede attenzione, che interrompe l’automatismo, che costringe a una domanda.
Maria non si è mai concessa il diritto di fermarsi, né quello di sentire davvero il peso delle perdite attraversate. Ha continuato a funzionare. Il corpo, però, non funziona: risponde. E quando la risposta emotiva viene cronicamente inibita, il corpo diventa il luogo in cui il conflitto si deposita.
Nel lavoro clinico emerge come il dolore aumenti nei momenti in cui Maria si sente più caricata di responsabilità, quando si sente nuovamente “necessaria” agli altri. Non è un caso. Il corpo segnala che quella modalità di esistenza, basata sul reggere e trattenere, non è più sostenibile.
Già la psicosomatica classica, a partire da Franz Alexander, aveva osservato come alcuni conflitti emotivi tendano a esprimersi attraverso specifici distretti corporei. Successivamente, il lavoro corporeo di Wilhelm Reich ha mostrato come il dolore cronico sia spesso legato a tensioni muscolari difensive, a un corpo che si irrigidisce per non sentire.
Nel caso di Maria, il dolore non è solo una conseguenza, ma una inconsapevole strategia: serve a mantenere un equilibrio precario, a contenere emozioni che non hanno mai avuto legittimità. Finché il dolore resta solo un nemico da combattere, nulla cambia davvero. Quando invece viene ascoltato, qualcosa può muoversi.
Il lavoro terapeutico porta a creare uno spazio in cui possa essere pensato. Quando Maria inizia a parlare della propria fatica senza minimizzarla, quando riconosce la rabbia rimasta muta e la tristezza non concessa, il corpo comincia lentamente a modificare la sua postura. Il dolore non scompare immediatamente, ma cambia qualità: non è più un muro, diventa un segnale.
In psicosomatica, il dolore è spesso una soglia. Segna il punto in cui una forma di adattamento deve essere rivista. Introduce un limite che non è punitivo, ma necessario. Costringe a rallentare, a ridefinire priorità, a rientrare in contatto con il proprio sentire.
Nel tempo, Maria impara a riconoscere i segnali di sovraccarico prima che il corpo debba urlare. Il dolore si attenua perché non è più l’unico modo che il corpo ha per farsi ascoltare.
In questo sta il cuore della prospettiva psicosomatica: il sintomo non va solo curato, va compreso. E una volta compreso, può finalmente trasformarsi.
Vilma