24/11/2025
Oggi il Paese litiga sulla famiglia del bosco: tre bambini, una roulotte, una casa fatiscente.
Da una parte: “Lo Stato ruba i figli ai genitori”. Dall’altra: “Genitori irresponsabili”.
Sempre il tifo. E come sempre, i bambini in mezzo.
Un figlio non è un esperimento ideologico.
Non è il luogo dove provare il proprio rifiuto della società, né la propria fuga romantica nel verde. Un figlio è qualcuno su cui si imprime tutto: amore, limiti, paure, incoerenze.
La libertà dei genitori finisce lì dove inizia la vulnerabilità dei figli.
Questo lo abbiamo dimenticato.
Perché crescere tre bambini in un bosco, lontani dalla scuola, dai pari, dai controlli sanitari, non è una fiaba.
È una scelta adulta.
E sono loro, i bambini, a pagarla.
Ma sarebbe ipocrita credere che basti un decreto per “metterli al sicuro”.
L’allontanamento è una amputazione emotiva: spezza legami, confonde, ferisce.
Se non c’è un progetto vero, per loro e per i genitori, stiamo solo spostando il dolore più in là. E qui arriva il punto che non vogliamo vedere.
La famiglia del bosco ci urta perché è estrema.
Perché mette in scena, concretamente, quello che noi facciamo in modo più elegante: chiudere i figli in bolle, diverse ma ugualmente strette. Una bolla fatta di natura e rifiuto del mondo.
Una bolla fatta di wifi e supermercati aperti la domenica.
In entrambe, il bambino è spesso l’ultimo ad essere ascoltato.
Oggi ci scandalizziamo per tre bambini isolati tra gli alberi.
Domani torneremo a ignorare le migliaia di bambini isolati nelle loro camerette, davanti a uno schermo, con genitori presenti con il corpo ma altrove con la testa. Il punto non è Palmoli.
Il punto siamo noi: un Paese che ha smesso di credere che educare significhi esporsi, dire no, assumersi il peso delle conseguenze.
Un figlio non è proprietà privata né pubblica.
È una persona che ha diritto a un mondo abbastanza grande da farlo diventare adulto.
Prima di giudicare la roulotte nel bosco, chiediamoci: quanti bambini crescono nella stessa solitudine, anche senza il bosco?