Dott. Giuseppe Lavenia

Dott. Giuseppe Lavenia Psicoterapeuta - Divulgatore Scientifico - Esperto in Educazione e Benessere Digitale.

Presidente Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi della regione Marche.

“Dottore, quando sto male penso solo a farmi male. Almeno sento qualcosa.”Non è una frase rara.È diventata una frase fre...
10/01/2026

“Dottore, quando sto male penso solo a farmi male. Almeno sento qualcosa.”

Non è una frase rara.
È diventata una frase frequente.

I numeri lo confermano, anche se i numeri da soli non bastano più a spiegarlo.
In Italia i problemi psichiatrici tra bambini e adolescenti stanno crescendo a una velocità che il sistema sanitario fatica a seguire. Reparti pediatrici che aprono letti di emergenza. Neuropsichiatrie infantili che non bastano più. Minori in crisi psichiatrica che finiscono nei reparti per adulti.

Non perché “prima non esistevano”.
Ma perché oggi esplodono prima, più intensi, più complessi.

Nel 2022 i suicidi giovanili registrati sono stati circa 550.
Ma il dato più inquietante non è questo.
È l’aumento massiccio di tentativi, ideazioni suicidarie e comportamenti autolesivi che vengono intercettati prima del gesto estremo. In Lombardia, in pochi anni, i minori presi in carico per autolesionismo o rischio suicidario sono raddoppiati.

Questo significa una cosa sola: la sofferenza arriva prima, e arriva più forte.

Oggi vedo ragazzi sempre più giovani che non reggono la frustrazione, non tollerano il vuoto, non sanno nominare le emozioni. Ragazzi che non hanno strumenti, ma hanno accesso a tutto. Anche al peggio. Anche alla pornografia compulsiva. Anche a modelli relazionali falsi, violenti, disumanizzati.

E intorno a loro c’è un mondo adulto spesso distratto.
Presente fisicamente, assente emotivamente.
Pronto a parlare di voti, risultati, prestazioni.
Molto meno pronto a stare davanti a una crisi, a una rabbia, a un pianto che non si spegne.

Non è solo una questione clinica.
È una questione educativa, relazionale, culturale.

Quando un ragazzo arriva in pronto soccorso in crisi psichiatrica, non è “impazzito all’improvviso”.
È arrivato lì dopo molto tempo passato da solo, anche se circondato da persone.
Dopo aver imparato che si può parlare con un algoritmo, ma non disturbare un adulto.
Dopo aver capito che le emozioni scomode non trovano spazio.

Il problema non è solo quanti letti servono.
Il problema è che tipo di adulti servono.

Adulti che sappiano dire no.
Adulti che sappiano restare.
Adulti che insegnino a stare nelle relazioni, non solo a performare.

Perché un ragazzo che vuole farsi male, prima di tutto,
è un ragazzo che non ha trovato nessuno capace di reggere il suo dolore insieme a lui.



Lo dice così.Come se stesse parlando di un elettrodomestico rotto.Come se una ragazza di diciannove anni non fosse morta...
08/01/2026

Lo dice così.
Come se stesse parlando di un elettrodomestico rotto.
Come se una ragazza di diciannove anni non fosse morta soffocata sotto le sue mani.

Aurora non è morta per un raptus.
Aurora è morta per una storia che era già scritta.

Un uomo che aveva già violentato.
Che aveva già aggredito.
Che era già stato denunciato, condannato, identificato.
E che era libero.

Libero di incontrare un’altra ragazza.
Libero di seguirla.
Libero di abusare.
Libero di stringere fino a rompere un osso del collo.

Quando un uomo dice “ho avuto un cortocircuito”, sta usando un linguaggio che conosciamo bene in psicologia: è la disumanizzazione del gesto, il tentativo di cancellare la responsabilità trasformando la violenza in un incidente.

Ma qui non c’è nessun corto circuito.
C’è continuità.
C’è ripetizione.
C’è assenza di contenimento.

La violenza non nasce all’improvviso.
Si esercita, si rafforza, si normalizza.
E quando non viene fermata, si perfeziona.

Aurora non è stata uccisa solo da chi l’ha strangolata.
È stata uccisa anche da un sistema che sapeva e ha lasciato fare.
Da una giustizia che ha confuso l’attesa con la tutela.
Da una cultura che ancora chiama “mostro” il singolo per non guardare il contesto.

E poi c’è il dettaglio più agghiacciante: lui resta lì.
La copre con un giubbotto.
Torna perché ha dimenticato il telefono.

Questo non è pentimento.
È controllo.
È la stessa freddezza che precede, non che segue, la violenza.

Smettiamola di cercare spiegazioni emotive a ciò che è strutturale.
Smettiamola di parlare di raptus.
Smettiamola di stupirci.

Ogni volta che una violenza reiterata non viene fermata, stiamo scegliendo,anche se non lo diciamo,
chi sarà la prossima.

Aurora aveva diciannove anni.
Aveva diritto a tornare a casa.
Aveva diritto alla vita.

E questa volta non basta indignarsi.
Serve responsabilità adulta, istituzionale, culturale.
Subito.



Cuneo, ci vediamo dal vivo.Bambini e adolescenti crescono immersi nel digitale. Ma chi si sta davvero prendendo cura del...
08/01/2026

Cuneo, ci vediamo dal vivo.

Bambini e adolescenti crescono immersi nel digitale. Ma chi si sta davvero prendendo cura delle loro fragilità emotive, relazionali ed educative?

Mercoledì 18 febbraio 2026
Ore 20.30
Cinema Monviso – Cuneo

Parleremo di bambini e adolescenti digitali, delle nuove fragilità che nascono nell’ecosistema web e di cosa possiamo fare, da adulti, per tornare ad essere guide e non spettatori.

💙 Ingresso: 10€
L’intero ricavato sarà devoluto in beneficenza.

Un incontro pensato per genitori, insegnanti, educatori e adulti che non vogliono girarsi dall’altra parte.

Prenota il tuo posto qui
https://ticket01.comune.cuneo.it/application.aspx?id=8850&consultazione=1

Non mancare.
Essere presenti, oggi, è già un atto educativo.

In treno.Una bambina di sei anni.Un padre.Uno schiaffo.Poi la frase che prova a rimettere ordine, più negli sguardi degl...
07/01/2026

In treno.
Una bambina di sei anni.
Un padre.
Uno schiaffo.

Poi la frase che prova a rimettere ordine, più negli sguardi degli altri che nella relazione con la figlia: «È per educarla».

Ed è lì che capisci quanto siamo disposti a cambiare il nome alle cose pur di renderle sopportabili.
Perché se un uomo colpisce una donna, la chiamiamo violenza.
Se un adulto colpisce un bambino, qualcuno la chiama ancora educazione.

Eppure la violenza non cambia natura.
Cambia solo chi la subisce.
Più è piccolo, più diventa tollerabile.

Secondo gli ultimi dati UNICEF, 2 bambini su 3 nel mondo subiscono regolarmente punizioni violente in casa.
Parliamo di oltre 1,6 miliardi di bambini.
Di questi, più di 330 milioni sotto i 5 anni vengono colpiti fisicamente.
Non “ogni tanto”.
Non “per casi estremi”.
Come pratica educativa.

Numeri enormi, che non servono a giustificare.
Servono a smascherare una normalizzazione.

La verità clinica è un’altra.
La violenza non educa.
Interrompe il comportamento nell’immediato, sì.
Ma lascia una traccia profonda:
paura, confusione, rabbia trattenuta, sfiducia.

Uno schiaffo non insegna il limite.
Insegna che l’amore può far male.
Che chi dovrebbe proteggerti può spaventarti.
Che la forza vale più della parola.

Non è autorevolezza.
È perdita di controllo.
È fragilità adulta travestita da disciplina.

Educare è un’altra cosa.
È tenere il limite senza rompere la relazione.
È restare quando il bambino è difficile, non quando è obbediente.
È saper reggere la frustrazione dell’adulto prima di pretendere quella del figlio.

Se condanniamo la violenza in ogni altro contesto, dobbiamo avere il coraggio di farlo anche qui.
Senza attenuanti culturali.
Senza nostalgie educative.
Senza chiamarla educazione per renderla più digeribile.

Perché quando la chiami educazione,
resta violenza.




È la frase che blocca più persone adulte di quante immaginiamo.Arriva come una sentenza.E spegne qualsiasi tentativo di ...
05/01/2026

È la frase che blocca più persone adulte di quante immaginiamo.
Arriva come una sentenza.
E spegne qualsiasi tentativo di mettere un limite.

Le relazioni tossiche non esistono solo nelle coppie.
Esistono anche tra genitori e figli adulti.
E fanno ancora più male, perché sono coperte dalla parola famiglia.

Ci sono adulti che si sentono ancora in colpa ogni volta che dicono no.
Che si sentono ingrati se prendono le distanze.
Che tornano bambini appena un genitore alza la voce, si offende, si chiude.

Non è rispetto.
È dipendenza emotiva.

Un genitore tossico non è quello che sbaglia.
È quello che non ti permette di diventare davvero adulto.
Che invade, giudica, controlla, svaluta.
O che ti ama solo quando fai quello che si aspetta.

E tu cresci con un messaggio chiaro: per essere amato devi adattarti.

Mettere confini con i propri genitori non è tradimento.
È maturità.

Essere adulti significa poter dire:
“Questo mi fa male” senza sentirsi cattivi.

La famiglia non giustifica tutto.
Il legame di sangue non cancella la responsabilità emotiva.

Se una relazione, anche genitoriale, ti fa sentire piccolo, inadeguato, sempre in difetto,
non è cura.
È ferita che continua.

E prendersi distanza, a volte,
non è mancanza d’amore.
È autoprotezione.

“Perché riprendevano invece di scappare?”È una domanda che in queste ore compare spesso sotto la notizia della tragedia ...
04/01/2026

“Perché riprendevano invece di scappare?”

È una domanda che in queste ore compare spesso sotto la notizia della tragedia di Crans-Montana. Ed è una domanda comprensibile, ma incompleta.

Perché per capire davvero cosa è successo dobbiamo fermarci un momento e guardare le cose da un altro punto di vista.

Il primo riguarda il funzionamento del cervello.
Fino ai 20-22 anni la corteccia prefrontale non è completamente sviluppata. È l’area che consente di valutare il rischio, pianificare una risposta efficace, controllare l’impulso. In una situazione di emergenza, fiamme, fumo, panico, un cervello adolescente non reagisce come quello di un adulto, non perché manchi la volontà, ma perché manca la piena maturazione delle funzioni di controllo.

Il secondo riguarda il modo in cui le persone, soprattutto i ragazzi, affrontano un trauma improvviso.
Riprendere non significa non provare paura. Spesso significa il contrario.
Filmare può diventare un modo per creare una distanza emotiva da ciò che sta accadendo, uno schermo tra sé e l’evento traumatico. In psicologia questo è un meccanismo di difesa: aiuta a ridurre l’impatto emotivo, a non essere travolti, a reggere ciò che altrimenti sarebbe ingestibile.

Quando un ragazzo riprende invece di fuggire, non sempre sta facendo una scelta consapevole. Spesso sta cercando, nel modo che conosce, di proteggersi da un’esperienza che il suo sistema emotivo non è pronto a elaborare.

E a questo punto è importante spostare lo sguardo.
La sicurezza non è una responsabilità dei ragazzi.
La sicurezza dei minori è un compito degli adulti, delle strutture, delle organizzazioni, delle istituzioni.

Agli adolescenti non possiamo chiedere lucidità nel panico. Agli adulti dobbiamo chiedere prevenzione, responsabilità e attenzione prima che accadano le tragedie.

Quei ragazzi non sono “ragazzi irresponsabili”.
Sono ragazzi che hanno vissuto qualcosa di più grande delle loro risorse emotive.

Forse, invece di chiederci perché non siano scappati, dovremmo chiederci cosa possiamo fare, come adulti, perché non accada di nuovo.


VACANZA.Dal latino vacare: essere liberi, avere spazio, fare vuoto per riempirsi di nuovo.E invece no.In Italia la vacan...
03/01/2026

VACANZA.
Dal latino vacare: essere liberi, avere spazio, fare vuoto per riempirsi di nuovo.

E invece no.
In Italia la vacanza per bambini e ragazzi è diventata una succursale della scuola.

Siamo il Paese che assegna più compiti per le vacanze in Europa.
Eppure non siamo tra i migliori per qualità dell’apprendimento.
Più esercizi, stessi risultati.
Qualcosa non torna.

Le neuroscienze lo dicono chiaramente:
👉 l’apprendimento non cresce sommando ore di studio,
👉 cresce quando il cervello riposa, rielabora, collega, integra.

Durante le pause prolungate il cervello fa una cosa fondamentale:
consolida.
Sistema le informazioni, crea connessioni, trasforma i contenuti in competenze.
È nel tempo “vuoto” che nasce il pensiero.
Non nella ripetizione compulsiva.

I compiti massivi non allenano la mente.
Allenano la resistenza allo sfinimento.
E alla lunga producono solo una cosa:
odio per lo studio.

Leggere per piacere.
Annoiare.
Fare esperienze.
Stare con gli altri.
Dormire.
Immaginare.

Questo sì che nutre il cervello.
Questo sì che prepara a imparare meglio.

Non è togliendo la vacanza che si migliora la scuola.
È cambiando il modo in cui pensiamo l’apprendimento.

Un bambino riposato non è un bambino che perde tempo.
È un bambino che sta diventando capace di pensare.

E questo dovrebbe interessarci più di qualsiasi quaderno compilato.




“Mamma, se esco dalla chat mi fanno male.”Non è una frase simbolica.È il senso di una notizia vera, accaduta ad Ancona.U...
02/01/2026

“Mamma, se esco dalla chat mi fanno male.”

Non è una frase simbolica.
È il senso di una notizia vera, accaduta ad Ancona.

Un ragazzino entra in una chat.
All’inizio sembra un gioco.
Poi arrivano le prove.
E con le prove, le regole non scritte:
obbedisci, o paghi.

A denunciare tutto è una madre.
Una madre che aveva già visto la violenza entrare nella vita di suo figlio
e che oggi racconta un meccanismo preciso:
sfide online che non hanno nulla di ludico e molto di coercitivo.

Dal punto di vista psicologico non siamo davanti a ragazzini “senza freni”.
Siamo davanti a ragazzi inermi di fronte al bisogno di appartenenza.

La chat non è il problema.
La sfida non è il problema.
Il problema è che per restare dentro quel gruppo
un adolescente è disposto a fare qualsiasi cosa.

Perché a quell’età il gruppo non è compagnia.
È identità.
E perderlo significa sparire.

Queste dinamiche non nascono dal nulla.
Si infilano dove c’è silenzio, solitudine, bisogno di riconoscimento.
E crescono nel tempo in cui noi adulti diciamo:
“È solo online”.

No.
È nella testa, nel corpo, nella paura di restare soli.

E quando un ragazzo accetta regole che fanno male
non sta cercando il rischio.
Sta cercando un posto nel mondo.





01/01/2026
Consapevole di cosa ti svuota.Consapevole di chi sparisce quando smetti di reggere.Consapevole che alcune versioni di te...
31/12/2025

Consapevole di cosa ti svuota.
Consapevole di chi sparisce quando smetti di reggere.
Consapevole che alcune versioni di te non potevano continuare a esistere.

In psicologia la crescita non è sempre guarigione.
A volte è lutto.
Per ciò che credevi di poter essere.
Per chi hai cercato di salvare.
Per l’idea che bastasse impegnarsi di più.

Se ti senti più stanco, non sei rotto.
Se ti senti più solo, non sei sbagliato.

Smettila di chiamarlo fallimento.
È stato adattamento.
È stato sopravvivere senza farsi vedere.

Non tutti gli anni servono a crescere.
Alcuni servono a non perdersi.




“Le insegnanti di Paolo sono delle grandissime bugiarde.” Quando un padre arriva a dire questo, di solito non è “solo ra...
29/12/2025

“Le insegnanti di Paolo sono delle grandissime bugiarde.” Quando un padre arriva a dire questo, di solito non è “solo rabbia”. È una richiesta disperata di realtà.

Nell’intervista c’è un punto che, da psicologo, mi resta addosso più di tutto: la lotta non è più soltanto per capire cosa è successo a Paolo. È per impedire che l’istituzione riscriva la storia fino a farla diventare innocua, neutra, burocratica. “Non sapevamo”. “Non è ripetitivo”. “La classe era quasi aggressiva”. Frasi che, a chi sta vivendo un lutto così, suonano come una seconda violenza: non sul corpo, ma sulla verità.

Un adolescente non ha bisogno che l’umiliazione sia “ripetuta” cento volte per sentirsi intrappolato.
Gli basta capire una cosa…che nessuno lo protegge.
E quando l’adulto che dovrebbe essere argine diventa muro (o peggio: diventa “non è compito mio”, “non mi risulta”, “non ho visto”), allora il ragazzo non vive più la scuola come un luogo. La vive come un verdetto.

La scuola, quando si difende, spesso non difende i ragazzi. Difende se stessa.
Si attaccano alle procedure come se fossero morale. Si confonde il protocollo con la coscienza. Si trasformano le parole in scudi: “episodio”, “dinamica”, “criticità relazionale”. Ma la psicologia è brutale nella sua semplicità: se un ragazzo viene “sbattuto al muro”, quella non è una “criticità”. È un segnale rosso. E i segnali rossi non si archivializzano: si contengono, si nominano, si affrontano.

E poi ci sono gli altri ragazzi. Gli spettatori. La classe. Perché il bullismo raramente è un duello: è un clima. È un pubblico. È una normalizzazione. È quel momento in cui qualcuno ride e nessuno dice “basta”. E quando nessuno dice “basta”, il messaggio arriva chiarissimo: qui puoi essere colpito e non cambia niente.

La frase sul Natale del padre di Paolo è un pugno: “Il Natale per noi non esiste più.”
Ecco cosa resta quando la scuola smette di essere un luogo di cura educativa e diventa un luogo di negazione: resta una famiglia che non chiede vendetta. Chiede realtà. E la realtà, in questi casi, non è un’opinione: è responsabilità adulta.

È una frase che in questi giorni mi arriva spesso nei messaggi sui social.Scritta così, senza giri di parole.Come se fos...
29/12/2025

È una frase che in questi giorni mi arriva spesso nei messaggi sui social.
Scritta così, senza giri di parole.
Come se fosse quasi una colpa ammetterlo.

Le feste hanno questo effetto: ci chiedono di stare bene per obbligo.
Di essere sereni, riconoscenti, presenti.
Anche quando dentro siamo vuoti, irritati, spenti.

Ci si ritrova più tempo insieme.
Con la famiglia, con il partner, con se stessi.
E quello che durante l’anno si anestetizza con il fare, ora non resta più in silenzio.

Non è debolezza.
Non è depressione automatica.
Spesso è verità emotiva rimandata.

La stanchezza delle feste non nasce dal troppo fare. Nasce dal dover fingere che vada tutto bene.
Dal sorriso di circostanza. Dal “non rovinare l’atmosfera”.

Non c’è nulla di sbagliato se durante le feste non sei felice.
C’è qualcosa che chiede ascolto.

Il disagio non è un guasto.
È un messaggio.
E ignorarlo, anche dietro uno schermo, non lo farà sparire.

Le feste non servono a dimostrare che stai bene.
Servono, semmai, a capire come stai davvero.

E da lì, forse, a iniziare a prenderti sul serio.

Indirizzo

Via Corridoni 11, 13, 15
Senigallia
60019

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 20:00
Martedì 09:00 - 20:00
Mercoledì 09:00 - 20:00
Giovedì 09:00 - 20:00
Venerdì 09:00 - 20:00

Telefono

+393347765413

Sito Web

http://www.giuseppelavenia.name/

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