Dott. Giuseppe Lavenia

Dott. Giuseppe Lavenia Psicoterapeuta - Divulgatore Scientifico - Esperto in Educazione e Benessere Digitale. AGCOM "Influencer rilevanti"

Presidente Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi della regione Marche.

Non è un dato lontano, non riguarda qualcun altro e non è una questione da affrontare solo quando esplode una crisi. Lo ...
25/05/2026

Non è un dato lontano, non riguarda qualcun altro e non è una questione da affrontare solo quando esplode una crisi. Lo studio pubblicato su The Lancet ci dice che ansia e depressione sono oggi tra le principali cause di disabilità globale e che, tra i 15 e i 19 anni, il peso è ancora più grande. Dopo la pandemia i casi di depressione sono aumentati del 24% e quelli di ansia del 47%. Eppure solo il 9% riceve cure adeguate.

Il problema è che continuiamo a leggere la sofferenza psicologica con gli occhi sbagliati. La chiamiamo fragilità, la trattiamo come un capriccio o come una fase destinata a passare da sola. Ma non stiamo parlando di ragazzi che non sanno affrontare la vita. Stiamo parlando di adolescenti che convivono con pressioni scolastiche, solitudine, insicurezze, confronto continuo e paura di non essere abbastanza, mentre cercano di sembrare forti per non deludere nessuno.

Molti di loro non chiedono aiuto perché non sanno a chi rivolgersi. Altri lo fanno e si sentono rispondere che passerà. Ma non sempre passa da solo. E forse dovremmo iniziare a dirci una verità scomoda: la salute mentale non è una questione di forza. È una questione di diritti.

Se sei un genitore, un insegnante o un amico, ascolta davvero. Senza minimizzare, senza giudicare e senza avere l’urgenza di sistemare tutto subito. E se sei un ragazzo e ti senti sopraffatto, ricordati che chiedere aiuto non è debolezza ma coraggio. Perché la salute mentale non è un lusso, né un argomento da ti**re fuori solo nelle giornate dedicate. È una necessità umana. E ignorarla non la farà sparire.

23/05/2026

A Parma un gruppo di studenti avrebbe aggredito due professori all’esterno dell’Itis, nel parco ex Eridania. I video sono finiti prima nelle chat e poi sui social: un insegnante inseguito, un altro che interviene e viene colpito mentre prova a fermare tutto, un terzo docente che tenta di riportare calma minacciando di chiamare le forze dell’ordine. Solo allora la situazione si placa.

Sono video che fanno male. Non solo per la violenza, ma per quello che raccontano. Quando un ragazzo arriva a colpire un insegnante non siamo davanti a una semplice “ragazzata”. Quel gesto è spesso il punto di arrivo di qualcosa che cresce lentamente. Da anni stiamo confondendo l’autorevolezza con l’autoritarismo e, nel dubbio, abbiamo smesso di difendere entrambe. L’adulto che richiama viene percepito come esagerato, l’insegnante che mette un limite come qualcuno che “ce l’ha con i ragazzi”, chi prova a correggere rischia di apparire più un ostacolo che una guida.

E i ragazzi osservano noi adulti quando svalutiamo la scuola, quando contestiamo tutto senza insegnare il rispetto, quando parliamo dei docenti come se fossero avversari e non alleati educativi. Osservano anche i modelli che li circondano, quelli in cui conta imporsi, reagire subito, non perdere la faccia.

Poi ci stupiamo se il conflitto diventa uno scontro da dominare.

Lo dico da psicoterapeuta, ma prima ancora da adulto: forse abbiamo paura di limitare i nostri figli. Non parlo di punire, ma della responsabilità di essere scomodi, di dire un no e sostenere una regola anche quando genera rabbia. Perché un figlio che non incontra limiti non diventa automaticamente più libero ma rischia di diventare più fragile davanti alla frustrazione e meno capace di riconoscere il confine tra libertà e prevaricazione.

Il limite non è il contrario dell’amore. Spesso è una delle sue forme più difficili.

Un’esperienza autentica per raccontare come il digitale stia cambiando il modo di stare insieme in famiglia.Non cerchiam...
20/05/2026

Un’esperienza autentica per raccontare come il digitale stia cambiando il modo di stare insieme in famiglia.

Non cerchiamo famiglie perfette.
Cerchiamo famiglie vere.
Genitori, figli, fratelli, coppie.
Famiglie che ogni giorno si confrontano con smartphone, videogiochi, social, chat e nuove abitudini digitali.

Se anche voi vi siete detti almeno una volta:
“Passiamo troppo tempo sugli schermi.”
“Facciamo fatica a stare insieme senza telefono.”
“Mio figlio è sempre online.”
“Allora forse questa esperienza potrebbe fare per voi.”

Per informazioni o candidature:
am.vitale@dipendenze.com

Il caso di Modena ci sta mostrando una tendenza sempre più pericolosa: trasformare automaticamente la sofferenza mentale...
19/05/2026

Il caso di Modena ci sta mostrando una tendenza sempre più pericolosa: trasformare automaticamente la sofferenza mentale in violenza. Basta leggere i commenti di queste ore. È sufficiente una frase come “fragilità psichica” perché esplodano paura, odio, inviti alla punizione, etichette disumane.
Ed è qui che la salute mentale smette di essere compresa e diventa il nuovo mostro da dare in pasto all’opinione pubblica.

Bisogna forse ricordare che la stragrande maggioranza delle persone che soffrono di un disturbo mentale non è violenta. Non rappresenta un pericolo sociale. Molto più spesso quella sofferenza si consuma nel silenzio, nell’isolamento, nella vergogna di chiedere aiuto e nella paura di essere giudicati.

Ma tutto questo sparisce quando la cronaca incontra la rabbia collettiva.

Sui social stiamo assistendo a qualcosa di veramente inquietante…diagnosi fatte in pochi secondi, odio incontrollato, persone che invocano “matti da rinchiudere” come se la psichiatria dovesse diventare una discarica sociale dove nascondere tutto ciò che spaventa.

Eppure il problema reale è un altro.

In Italia aumentano fragilità, solitudine, ritiro sociale e disagio giovanile, ma continuano a mancare psicologi, psicoterapeuti, psichiatri, educatori e servizi territoriali realmente presenti. Troppo spesso ci accorgiamo del dolore soltanto quando esplode.

E allora il caso di Modena non può diventare soltanto l’ennesima discussione sulla sicurezza. Deve obbligarci a guardare una società che parla continuamente di salute mentale, ma davanti alla fragilità reale reagisce ancora con paura, giudizio e distanza.

Perché una società civile non si riconosce da quanto velocemente trova qualcuno da odiare ma da quanto riesce a proteggere le fragilità prima che il dolore diventi cronaca.

“Era marocchino.”È bastata questa frase, dopo quello che è accaduto a Modena, per dare a molti l’illusione di aver capit...
17/05/2026

“Era marocchino.”

È bastata questa frase, dopo quello che è accaduto a Modena, per dare a molti l’illusione di aver capito tutto. Come se le origini potessero spiegare da sole la violenza. Come se bastasse un cognome, una provenienza, un’etichetta per mettere ordine alla paura. Perché parole come straniero, immigrazione, terrorismo hanno un effetto preciso: spostano il male lontano da noi. Ci fanno credere che il problema venga sempre da fuori e mai dalle crepe della nostra società.

Eppure quell’uomo era italiano. Italiano con origini marocchine. Cresciuto qui. Dentro questo Paese, dentro questo tempo, dentro le nostre stesse fragilità collettive.

Ma questo dettaglio interessa meno. Perché incrina una narrazione più semplice. Più utile per alimentare rabbia che per comprendere davvero cosa sta succedendo.

A fermarlo, a inseguirlo mentre aveva ancora un coltello in mano, a rischiare concretamente la vita per impedire che facesse altro male, sono stati anche alcuni cittadini stranieri.
Eppure questa parte sembra scivolare via quasi in silenzio.

Perché lo straniero che aggredisce diventa simbolo mentre lo straniero che salva torna invisibile.

Ed è qui che forse dovremmo fermarci a riflettere davvero. Perché il terrorismo ci rassicura più della sofferenza mentale. Il terrorismo ha un nemico chiaro, esterno, identificabile. La salute mentale invece ci costringe a guardarci dentro. A vedere servizi sovraccarichi, famiglie lasciate sole, percorsi di cura che si interrompono, persone fragili che spariscono lentamente dai radar finché non esplodono nella cronaca.

E allora diventa più facile gridare alle origini dell’aggressore piuttosto che chiederci perché il disagio psichico venga affrontato sempre troppo tardi. Parlare di salute mentale non significa giustificare la violenza. Significa avere uno sguardo adulto. Chi fa del male resta responsabile delle proprie azioni. Sempre.

Ma una società matura dovrebbe saper fare qualcosa di più della semplice indignazione. Dovrebbe chiedersi cosa non ha funzionato prima. Dove si è spezzata la presa in carico. Quanto stiamo investendo davvero nella prevenzione e quanto invece continuiamo a occuparci delle fragilità solo quando diventano tragedia.

Perché la salute mentale non è separata dalla sicurezza. È sicurezza.

Davanti a una tragedia come quella di Modena non basta dire “è folle”, come se questa parola chiudesse tutto. Non basta ...
16/05/2026

Davanti a una tragedia come quella di Modena non basta dire “è folle”, come se questa parola chiudesse tutto. Non basta nemmeno usare il disagio psichiatrico come spiegazione automatica, perché sarebbe ingiusto verso migliaia di persone che soffrono e non farebbero mai del male a nessuno. La salute mentale grave, quando viene lasciata sola, quando non è seguita, quando non viene presa in carico con continuità, può diventare anche un problema di sicurezza collettiva. Non per stigma ma per responsabilità.

Il punto non è avere paura di chi soffre ma smettere di abbandonarlo fino al giorno in cui la sua sofferenza entra nella cronaca nera. Una società adulta non si accorge della psichiatria solo dopo i morti e i feriti. Una società adulta costruisce reti, controlli, servizi, continuità terapeutica, famiglie sostenute, medici e psicologi messi nelle condizioni di intervenire prima. Perché certe fragilità non si curano con l’indignazione del giorno dopo, né con il pietismo, né con il silenzio.

La malattia mentale non è una colpa. Ma ignorarla può diventare una responsabilità sociale. E ogni volta che trasformiamo un segnale in una pratica archiviata, una famiglia in una famiglia lasciata sola, un paziente difficile in un problema da spostare altrove, stiamo preparando il terreno alla prossima domanda inutile: “si poteva evitare?”.

A volte no. Ma troppe volte non abbiamo nemmeno provato abbastanza a capirlo prima.

È una delle frasi che sento dire più spesso ai genitori. Poi però arrivano in studio ragazzi che dormono sempre meno, ma...
16/05/2026

È una delle frasi che sento dire più spesso ai genitori. Poi però arrivano in studio ragazzi che dormono sempre meno, mangiano davanti a uno schermo, si arrabbiano quando devono staccare e non riescono più a tollerare la noia, il silenzio o la frustrazione. I nuovi dati parlano chiaro: in Italia cresce il tempo passato a giocare e gli adolescenti arrivano fino a 15 ore a settimana di videogiochi. Ma il punto è che oggi il videogioco non è più solo un passatempo. È diventato compagnia, identità, rifugio, approvazione sociale. Dentro una partita molti ragazzi si sentono più forti, più capaci, più accettati di quanto riescano a sentirsi nella vita reale. E allora il problema non è demonizzare i videogiochi, ma chiederci perché un adolescente abbia sempre più bisogno di rifugiarsi lì dentro. Se fuori trova solo pressione, giudizio, solitudine o adulti troppo distratti, il virtuale rischia di diventare più abitabile della realtà. Ed è qui che dovremmo preoccuparci davvero. Perché il rischio non è avere figli che giocano troppo, ma ragazzi che lentamente smettono di vivere fuori dallo schermo.

15/05/2026

“Parliamo di bambini e adolescenti che stanno troppo davanti al cellulare. Bisogna vietare?”

Questa è la domanda che mi ha fatto Laura Berti durante la nostra intervista.

La verità è che vietare e basta non funziona. Perché un figlio controllato imparerà a nascondersi, non a gestirsi. Il punto non è crescere bambini senza smartphone, ma figli che sappiano vivere anche senza uno schermo acceso davanti agli occhi.

Il problema nasce quando il telefono diventa l’unico modo per calmarsi, distrarsi, sentirsi accettati o meno soli. Quando un bambino non riesce più ad annoiarsi. Quando un adolescente preferisce rifugiarsi online perché nella vita reale si sente fragile, arrabbiato o invisibile.

E allora il compito degli adulti non è solo mettere limiti. È insegnare il limite. Che è una cosa diversa. Vuol dire esserci, dare regole ma anche relazione. E vuol dire anche dare il buon esempio. Perché non possiamo chiedere ai figli di staccarsi dal telefono mentre noi siamo i primi a vivere con lo smartphone in mano.

Con Laura Berti abbiamo parlato proprio di questo: di educazione digitale, di solitudine, di rabbia, di connessione umana e di quanto oggi servano adulti presenti più che adulti perfetti.

Guardate l’intervista completa.

Il 22 maggio sarò a Foggia per una serata speciale all’interno del Disconnect Day, un evento pensato per fermarci davver...
14/05/2026

Il 22 maggio sarò a Foggia per una serata speciale all’interno del Disconnect Day, un evento pensato per fermarci davvero e riflettere su quello che sta succedendo ai nostri figli mentre crescono nell’era degli schermi.

Parleremo di bambini e adolescenti digitali, di libertà e dipendenza, di quella fatica che sempre più ragazzi fanno a gestire emozioni, relazioni e frustrazione. Non sarà il solito incontro teorico, ma un momento concreto, diretto, utile per chi ogni giorno si trova a fare il genitore, l’educatore o semplicemente si pone delle domande su questo tempo così complesso.

Sarà anche un’occasione per guardarci senza colpevolizzarci, ma con lucidità: perché oggi amare un figlio non basta più, serve presenza, consapevolezza e il coraggio di rimettere dei confini.

L’evento si terrà alle 21:00 (apertura porte 20:45) presso l’Aula Magna “Valeria Spada” della Facoltà di Economia di Foggia. L’ingresso è gratuito, ma è necessaria la prenotazione perché i posti sono limitati.

Ospite musicale speciale Anastasio !

👉 Prenota il tuo posto qui:
https://www.disconnectday.it/bambini-e-adolescenti-digitali-main-event/

Ti aspetto a Foggia.

Il caso Garlasco non è una serie televisiva. E forse questa è la prima cosa che dovremmo ricordarci tutti. Da quasi dici...
12/05/2026

Il caso Garlasco non è una serie televisiva. E forse questa è la prima cosa che dovremmo ricordarci tutti. Da quasi diciannove anni sentiamo parlare del Delitto di Garlasco come se fosse un contenuto infinito: ipotesi, dettagli, ricostruzioni, sospetti, nuove piste, vecchi audio, dibattiti ovunque. Ma in mezzo a tutto questo rumore ci stiamo dimenticando una cosa semplice e terribile: esiste una famiglia che da quasi vent’anni è costretta a rivivere il dolore ogni giorno. Da psicologo, la cosa che più mi colpisce non è solo il trauma del delitto, ma la sua ripetizione continua. Perché il trauma non vive nel passato. Ogni volta che qualcosa lo riattiva, il corpo torna lì. A quel giorno. A quella casa. A quell’assenza. E allora mi chiedo quando abbiamo smesso di distinguere l’informazione dal consumo emotivo. Perché oggi il dolore degli altri viene guardato, commentato e condiviso come una serie da seguire a puntate. Abbiamo imparato il linguaggio della criminologia televisiva e perso completamente quello del pudore. Parliamo di dna, impronte, alibi e moventi come fossimo tutti investigatori, ma dimentichiamo che stiamo parlando della morte di una ragazza e della sopravvivenza devastata di chi resta. La verità va cercata, sempre. Ma la ricerca della verità non può diventare pornografia del dolore. Perché una famiglia non perde soltanto una figlia. Perde anche il diritto al silenzio. E forse il problema più grande è proprio questo: ci siamo abituati a guardare il dolore senza sentirlo davvero.

La notizia della ragazza seguita dal SerD per una presunta dipendenza da intelligenza artificiale sta facendo molto rumo...
11/05/2026

La notizia della ragazza seguita dal SerD per una presunta dipendenza da intelligenza artificiale sta facendo molto rumore. Ed è giusto che ci interroghi. Ma dobbiamo stare attenti a non commettere un errore molto comune: confondere l’isolamento con la dipendenza.

Perché non tutto ciò che appare come una dipendenza lo è davvero. A volte l’intelligenza artificiale non è la causa del problema, ma il posto dove il problema va a sedersi. Una ragazza che passa ore a parlare con un algoritmo non necessariamente è “dipendente dall’IA”. Potrebbe essere profondamente sola, sentirsi invisibile nelle relazioni reali, giudicata dai coetanei, non capita dagli adulti, troppo fragile per reggere il peso di alcune emozioni senza trovare uno spazio che le accolga.

E allora succede qualcosa di molto umano: si cerca rifugio dove si trova ascolto. Anche se quell’ascolto arriva da una macchina.

L’intelligenza artificiale risponde subito, non interrompe, non ride, non umilia, non si stanca. E per chi vive una sofferenza emotiva o relazionale può diventare un luogo apparentemente sicuro. È qui che nasce il rischio, perché gli algoritmi imparano velocemente ciò che vogliamo sentirci dire e possono trasformarsi in uno specchio emotivo potentissimo. Ma ridurre tutto alla “dipendenza da IA” rischia di tranquillizzarci troppo, perché in questo modo il problema diventa la tecnologia e non il vuoto che spesso c’è dietro.

L’isolamento sociale non nasce con l’intelligenza artificiale. La solitudine emotiva degli adolescenti e dei giovani adulti esiste da molto prima. L’IA, semmai, rende visibile qualcosa che già c’era: il bisogno disperato di sentirsi ascoltati senza paura di essere rifiutati.

Ed è forse questa la parte che dovrebbe preoccuparci davvero. Non il fatto che una ragazza parli con un algoritmo, ma il fatto che a volte un algoritmo riesca a sembrare più accogliente di un essere umano.

Indirizzo

Via Corridoni 11, 13, 15
Senigallia
60019

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 20:00
Martedì 09:00 - 20:00
Mercoledì 09:00 - 20:00
Giovedì 09:00 - 20:00
Venerdì 09:00 - 20:00

Telefono

+393347765413

Sito Web

http://www.giuseppelavenia.name/

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