10/01/2026
“Dottore, quando sto male penso solo a farmi male. Almeno sento qualcosa.”
Non è una frase rara.
È diventata una frase frequente.
I numeri lo confermano, anche se i numeri da soli non bastano più a spiegarlo.
In Italia i problemi psichiatrici tra bambini e adolescenti stanno crescendo a una velocità che il sistema sanitario fatica a seguire. Reparti pediatrici che aprono letti di emergenza. Neuropsichiatrie infantili che non bastano più. Minori in crisi psichiatrica che finiscono nei reparti per adulti.
Non perché “prima non esistevano”.
Ma perché oggi esplodono prima, più intensi, più complessi.
Nel 2022 i suicidi giovanili registrati sono stati circa 550.
Ma il dato più inquietante non è questo.
È l’aumento massiccio di tentativi, ideazioni suicidarie e comportamenti autolesivi che vengono intercettati prima del gesto estremo. In Lombardia, in pochi anni, i minori presi in carico per autolesionismo o rischio suicidario sono raddoppiati.
Questo significa una cosa sola: la sofferenza arriva prima, e arriva più forte.
Oggi vedo ragazzi sempre più giovani che non reggono la frustrazione, non tollerano il vuoto, non sanno nominare le emozioni. Ragazzi che non hanno strumenti, ma hanno accesso a tutto. Anche al peggio. Anche alla pornografia compulsiva. Anche a modelli relazionali falsi, violenti, disumanizzati.
E intorno a loro c’è un mondo adulto spesso distratto.
Presente fisicamente, assente emotivamente.
Pronto a parlare di voti, risultati, prestazioni.
Molto meno pronto a stare davanti a una crisi, a una rabbia, a un pianto che non si spegne.
Non è solo una questione clinica.
È una questione educativa, relazionale, culturale.
Quando un ragazzo arriva in pronto soccorso in crisi psichiatrica, non è “impazzito all’improvviso”.
È arrivato lì dopo molto tempo passato da solo, anche se circondato da persone.
Dopo aver imparato che si può parlare con un algoritmo, ma non disturbare un adulto.
Dopo aver capito che le emozioni scomode non trovano spazio.
Il problema non è solo quanti letti servono.
Il problema è che tipo di adulti servono.
Adulti che sappiano dire no.
Adulti che sappiano restare.
Adulti che insegnino a stare nelle relazioni, non solo a performare.
Perché un ragazzo che vuole farsi male, prima di tutto,
è un ragazzo che non ha trovato nessuno capace di reggere il suo dolore insieme a lui.