Dott. Giuseppe Lavenia

Dott. Giuseppe Lavenia Psicoterapeuta - Divulgatore Scientifico - Esperto in Educazione e Benessere Digitale. AGCOM "Influencer rilevanti"

Presidente Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi della regione Marche.

Per qualche secondo, durante una diretta, un filtro bellezza si spegne. Il volto cambia.E con quel volto spariscono anch...
24/02/2026

Per qualche secondo, durante una diretta, un filtro bellezza si spegne. Il volto cambia.
E con quel volto spariscono anche circa 140 mila follower.

Non perché quella persona sia diventata improvvisamente diversa.
Ma perché è diventata visibile.

È questo il punto che dovrebbe inquietarci, non il numero dei follower persi. Soprattutto in un tempo in cui oltre il 70% degli adolescenti dichiara di seguire creator che orientano scelte di consumo, routine di bellezza e stili di vita.
Dove i tutorial quotidiani, i prima e dopo, le skincare routine raccontano che l’aspetto va costantemente corretto, mantenuto, ottimizzato.

Quanto costa, in termini di identità, vivere ogni giorno dentro una versione ritoccata di sé?
Che prezzo psicologico paghi quando la tua faccia reale diventa un errore tecnico?
Quando la pelle vera è un bug, e non più un diritto?

Il consenso costruito sulla perfezione digitale è un consenso fragile. Dura finché l’algoritmo regge. Finché il filtro non salta.Finché la realtà non chiede il conto.

Il problema non è chi usa un filtro.
Il problema è quando senza quel filtro non ti senti più autorizzato a esistere.
Quando l’autostima viene appaltata a un software. Quando l’identità diventa un prodotto ottimizzato per piacere.

E allora forse la domanda non è perché la gente smette di seguirti. Ma cosa resta di te quando smette di farlo.

Non è sufficiente conoscere una disciplina per saperla trasmettere. Insegnare non è spiegare contenuti, è stare in relaz...
23/02/2026

Non è sufficiente conoscere una disciplina per saperla trasmettere. Insegnare non è spiegare contenuti, è stare in relazione con chi apprende.
La libertà educativa è un valore, ma senza una formazione reale su come si insegna, e su come si leggono emozioni, bisogni e fragilità degli studenti, rischia di diventare improvvisazione mascherata da autonomia.

Chi entra in aula dovrebbe essere formato sul sapere, certo.Ma anche sul saper essere, sull’intelligenza emotiva.
Perché senza relazione non c’è apprendimento. E senza consapevolezza si fa danno.



Vi aspetto domani, martedì 24 febbraio, alle ore 19:00, ad Ancona, al Ridotto del Teatro delle Muse.Parleremo di generaz...
23/02/2026

Vi aspetto domani, martedì 24 febbraio, alle ore 19:00, ad Ancona, al Ridotto del Teatro delle Muse.

Parleremo di generazioni connesse, di educazione al digitale, di come aiutare ragazzi e adulti a non perdere il saper essere mentre imparano il saper fare.
Un incontro per chi non vuole delegare tutto agli schermi.

Non mancate.

Il bullismo non si combatte da soli.Si combatte facendo squadra.Venerdì 27 febbraioLiceo Scientifico E. Ferdinando – Mes...
20/02/2026

Il bullismo non si combatte da soli.
Si combatte facendo squadra.

Venerdì 27 febbraio
Liceo Scientifico E. Ferdinando – Mesagne

Un pomeriggio aperto alla cittadinanza e ai ragazzi per parlare di bullismo e cyberbullismo nell’era digitale, senza slogan e senza ipocrisie.
Parole chiare, responsabilità adulte, ascolto vero.

E poi lo sport, quello che insegna rispetto, limiti, regole, coraggio.
Perché dire K.O. al bullismo significa esserci, insieme.

Per informazioni o registrazioni chiamare o inviare un messaggio WhatsApp:
320 144 6884
380 316 9907

Vi aspetto.

C’è un momento in cui una madre capisce che continuare a sperare non basta più.Non perché la speranza sia finita, ma per...
20/02/2026

C’è un momento in cui una madre capisce che continuare a sperare non basta più.
Non perché la speranza sia finita, ma perché è cambiata forma.

Quando dice che accompagnerà suo figlio alla fine della vita non sta scegliendo la morte. Sta scegliendo di non aggiungere altra sofferenza a quella che c’è già. Sta facendo l’unica cosa che ancora può fare: proteggere.
È restare accanto a un corpo che non risponde più, a un respiro che va avanti per inerzia, a una macchina che tiene in piedi ciò che il corpo non riesce più a sostenere. È capire che la medicina, a volte, arriva fino a un punto. E che oltre quel punto non c’è guarigione, c’è solo accanimento.

In questa decisione non c’è resa. C’è presenza. C’è una madre che resta quando non c’è più nulla da fare se non esserci. Che non scappa, non delega, non si nasconde dietro le parole. Guarda la realtà e ci rimane dentro.

Lasciare andare non è abbandonare. È continuare ad amare quando l’amore non salva più, ma accompagna. È accettare che il coraggio, a volte, non è combattere ancora, ma fermarsi per non far male.

E certe scelte non chiedono consenso pubblico.
Chiedono solo rispetto.
🙏🏻🙏🏻🙏🏻

«Io per lui faccio tutto. Gli do tutto.»Di solito è vero.Dentro c’è impegno, rinuncia, senso di responsabilità.Il punto ...
19/02/2026

«Io per lui faccio tutto. Gli do tutto.»

Di solito è vero.
Dentro c’è impegno, rinuncia, senso di responsabilità.

Il punto non è quanto fai o quanto dai.
Il punto è quando fare e dare diventano un modo per non stare.

Fare tiene occupati. Dare tutto mette a tacere il dubbio di non essere abbastanza.
Riempie gli spazi dove l’emozione farebbe paura.

Così si anticipa.
Si concede.
Si risolve prima che il problema esista.

Non per viziare. Per proteggere.
A volte per non reggere la frustrazione di un figlio che chiede tempo, presenza, limite.

In terapia vede spesso ragazzi che hanno avuto tutto, ma hanno imparato presto a non chiedere altro.
Non perché non ne abbiano bisogno.
Perché hanno capito che l’amore passa dal fare e dal dare,non dal restare.

Un figlio non ha bisogno di tutto.
Ha bisogno di sapere che può desiderare, arrabbiarsi, deludere senza perdere la relazione.

Fare e dare possono essere gesti d’amore.
Ma se diventano l’unico linguaggio, rischiano di togliere spazio a quello più difficile che é stare anche quando non c’è niente da aggiustare.

Accorgersene non serve a sentirsi sbagliati.
Serve a fare una scelta diversa.
Meno fare, meno dare,più presenza.

Perché dieci minuti davanti a uno schermo, uno dopo l’altro, non sono un colloquio.Sono un passaggio rapido di informazi...
17/02/2026

Perché dieci minuti davanti a uno schermo, uno dopo l’altro, non sono un colloquio.
Sono un passaggio rapido di informazioni, una gestione del tempo, un modo per far stare tutto dentro l’agenda.

E diciamolo chiaramente: non è solo una scelta dei genitori. Molto spesso sono anche i docenti a preferire questa modalità.
Perché è più semplice, più ordinata, meno faticosa dal punto di vista organizzativo.

Un colloquio vero dovrebbe servire a capire non solo come va un ragazzo, ma come sta.
Che posto occupa nella classe, che ruolo ha nel gruppo, se è dentro o ai margini, se regge o se sta semplicemente tenendo duro.
Cose che non emergono quando tutto è compresso, misurato, cronometrato.

Non perché la tecnologia sia sbagliata.
Ma perché la relazione educativa non nasce dalla comodità.
Nasce dal tempo, dal contesto, dalla presenza.
E anche da una certa fatica adulta.

E allora no, non può essere solo una questione di tempo. Perché quando il tempo manca sempre proprio lì, il rischio è che stiamo proteggendo gli adulti più dei ragazzi.

La scuola dovrebbe essere uno degli ultimi luoghi a difendere l’incontro reale.
Non a rinunciarvi.

Secondo te i colloqui docenti–genitori online alle superiori sono davvero un vantaggio:

– per i genitori
– per i docenti
– per l’organizzazione
– per nessuno, se non per la comodità
– oppure perché abbiamo normalizzato la distanza anche nell’educazione

Scrivetelo nei commenti.
Qui non servono risposte giuste.
Servono risposte vere.

C’è una parola che negli ultimi anni è diventata una scorciatoia comoda: hikikomori.La usiamo per indicare ragazzi che n...
16/02/2026

C’è una parola che negli ultimi anni è diventata una scorciatoia comoda: hikikomori.
La usiamo per indicare ragazzi che non escono, che si chiudono, che spariscono. La usiamo come se spiegasse tutto. In realtà spesso serve solo a tranquillizzarci: se ha un nome, allora è “un problema loro”.

I numeri oggi dicono che in Italia i giovani in ritiro sociale sono molti di più di quanto si pensasse. Ma fermarsi ai numeri è l’ennesimo modo per non guardare la questione vera. Perché il punto non è quanti sono. Il punto è perché restare in casa, per tanti ragazzi, è diventata l’opzione meno dolorosa.

Nel mio lavoro incontro adolescenti che non escono più da mesi, a volte da anni. Non li incontro spaventati dal mondo. Li incontro stanchi. Stanchi di sentirsi costantemente inadeguati, osservati, valutati. Stanchi di dover dimostrare qualcosa prima ancora di capire chi sono. Quando raccontano il loro ritiro non parlano di paura, parlano di sollievo. Ed è questo il dato che dovrebbe preoccuparci.

Restare in casa non è una scelta contro la vita sociale. È una scelta contro una vita sociale percepita come ostile. Fuori c’è una pressione continua: essere performanti, interessanti, pronti, resilienti. A scuola, nelle relazioni, online. Ogni errore resta, ogni inciampo diventa pubblico, ogni fragilità rischia di essere ridicolizzata. In questo contesto il ritiro non è follia. È una strategia di contenimento del dolore.

Noi adulti tendiamo a chiederci come “farli uscire”. Molto meno spesso ci chiediamo che tipo di mondo trovano fuori. Un mondo che parla di benessere ma vive di urgenze. Che invita all’espressione ma tollera poco la lentezza. Che chiede autenticità ma punisce chi non regge il confronto.

C’è poi un altro elemento che sta emergendo con forza: il legame emotivo con strumenti che non giudicano. Non perché siano migliori, ma perché non sospirano, non interrompono, non correggono. È inquietante, certo. Ma prima di demonizzarlo dovremmo avere l’onestà di chiederci che tipo di ascolto umano stiamo offrendo. Perché se un ragazzo trova più accoglienza in qualcosa che non è vivo, il problema non è solo tecnologico.

Il ritiro sociale non nasce nel vuoto. Nasce dentro un patto educativo fragile. Chiediamo ai ragazzi di essere forti, ma mostriamo poco come si attraversa una difficoltà. Diciamo “parlane”, ma poi siamo i primi a minimizzare, correggere, aggiustare.

Gli hikikomori non sono un’anomalia da correggere. Sono un segnale. Ci stanno dicendo che per una parte delle nuove generazioni vivere è diventato troppo costoso emotivamente. E che, tra soffrire fuori o soffrire meno dentro, scelgono la seconda opzione.

Continuare a leggerli come fragili serve solo a salvare la nostra coscienza.
La domanda vera, quella scomoda, è un’altra: che tipo di adulti siamo diventati, se crescere nel nostro mondo porta così spesso a desiderare di sparire in silenzio?

Stamattina ero al bar. Un caffè veloce.Intorno, solo rabbia. Per una partita.Inter–Juventus.Gente adulta, furiosa davver...
15/02/2026

Stamattina ero al bar. Un caffè veloce.
Intorno, solo rabbia. Per una partita.
Inter–Juventus.
Gente adulta, furiosa davvero.
“Espulsione che non c’era.”
“Sì, ma voi avete sempre rubato.”

E io ascoltavo e pensavo: ma di cosa stiamo parlando? Davvero questo è il livello?
Non sono un tifoso, e forse proprio per questo una cosa mi è sembrata chiarissima…qui il calcio non c’entra niente.
C’entra il bisogno di avere ragione.
Sempre. Anche quando si ha torto.

Un giocatore simula?
Se è dei “nostri”, diventa furbizia.
Se è dell’altra squadra, è una vergogna assoluta.

È lo stesso pensiero che porta a dire:
“Eh ma allora anche loro…” come se il comportamento degli altri potesse cancellare il tuo.

Un comportamento sbagliato resta sbagliato. Non cambia perché ti conviene difenderlo. Non cambia perché ti fa vincere.
Non cambia perché lo fa uno “dei tuoi”.

Se tuo figlio bara a un gioco e vince, tu che fai? Lo giustifichi perché “tanto lo fanno tutti”? O gli dici che vincere così non vale niente?

Perché se lo giustifichi, non lo stai proteggendo. Gli stai insegnando che le regole sono negoziabili.
Che l’onestà è facoltativa. Che la responsabilità dipende dalla convenienza.

Ed è esattamente questo che mostriamo urlando davanti a una partita.

Poi però ci lamentiamo dei ragazzi aggressivi, incapaci di accettare una sconfitta, un limite, un no.
Come se crescessero nel vuoto.

Il calcio è solo lo specchio.
Il problema è l’adulto che, per novanta minuti ma anche oltre decide di non esserlo più.

E no, non è passione. È una rinuncia temporanea alla responsabilità.

Non stava scherzando.Non stava provocando.Stava raccontando una relazione.I chatbot basati sull’intelligenza artificiale...
12/02/2026

Non stava scherzando.
Non stava provocando.
Stava raccontando una relazione.

I chatbot basati sull’intelligenza artificiale stanno diventando per molti bambini e adolescenti un rifugio emotivo. Sempre disponibili. Sempre gentili. Sempre pronti a rispondere. Senza stanchezza, senza frustrazione, senza limiti. E soprattutto senza contraddire davvero.

Il punto non è la tecnologia.
Il punto è il bisogno che intercetta.

Un bambino non cerca un algoritmo.
Cerca uno spazio sicuro dove poter dire ciò che non riesce a dire a un adulto. Cerca ascolto, contenimento, riconoscimento. Quando questo spazio manca – o è percepito come giudicante, frettoloso, distratto, l’IA diventa un surrogato relazionale potentissimo.

Ma un chatbot non educa alla frustrazione, non insegna l’attesa, non regge il conflitto. Non restituisce il limite. Non accompagna la crescita emotiva. Si adatta. Asseconda. Risponde per piacere. Ed è proprio questo che lo rende pericoloso nei momenti di fragilità.

Il rischio non è che i bambini parlino con l’IA.
Il rischio è che smettano di parlare con gli esseri umani.

Non serve demonizzare.
Serve presenza adulta. Serve tempo. Serve il coraggio di essere meno comodi e più coinvolti. Perché se un figlio affida le sue paure a una macchina, non è colpa sua. È un segnale. E i segnali, in psicologia, non si zittiscono: si ascoltano.

L’intelligenza artificiale non è il nemico.
L’assenza emotiva sì.

Un'altra storia di abusi sessuali consumati dentro le mura familiari.Un'altra storia che non dovrebbe mai essere letta, ...
10/02/2026

Un'altra storia di abusi sessuali consumati dentro le mura familiari.
Un'altra storia che non dovrebbe mai essere letta, e che invece continua a ripetersi con una precisione spaventosa.
Parliamo di una bambina.
Di una figlia.
Di un padre che, per anni, ha abusato sessualmente di lei, approfittando della posizione di potere assoluto che solo un genitore può avere su un minore. Non un episodio isolato, ma una violenza sistematica, iniziata quando la vittima era ancora piccolissima e protratta nel tempo, nel silenzio e nella paura.
La vicenda è emersa solo dopo unmalore improvviso. Forti dolori addominali.
Il pronto soccorso. Gli accertamenti clinici.
E li, davanti ai referti, la verità: la bambina era incinta.
Non ha parlato prima.
Non perché non soffrisse.
Ma perché i bambini abusati raramente denunciano: si adattano per sopravvivere.
Vengono confusi, manipolati, "circuiti", come ricostruiscono gli inquirenti. Prima la seduzione, poi la coercizione. Prima il confine che si sposta, poi la violenza vera e propria.
Palpeggiamenti, rapporti sessuali ripetuti, un corpo trattato come oggetto da chi avrebbe dovuto proteggerlo.

Le indagini della Squadra Mobile hanno ricostruito anni di abusi.
Anni in cui quella bambina ha vissuto una doppia prigionia: quella fisica e quella psicologica.
Perché quando l'abusante è il padre, il trauma non è solo sessuale. È relazionale, identitario, profondo.
L'amore viene contaminato. La fiducia distrutta. La realtà diventa confusa.
L'uomo è stato arrestato nelle scorse ore. Un atto dovuto. Necessario. Ma che arriva dopo anni.
Purtroppo la violenza sui minori non è sempre visibile, non è sempre rumorosa, non è sempre riconoscibile. Spesso vive nella normalità apparente, nelle case "come le altre"..

Indirizzo

Via Corridoni 11, 13, 15
Senigallia
60019

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 20:00
Martedì 09:00 - 20:00
Mercoledì 09:00 - 20:00
Giovedì 09:00 - 20:00
Venerdì 09:00 - 20:00

Telefono

+393347765413

Sito Web

http://www.giuseppelavenia.name/

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