16/02/2026
C’è una parola che negli ultimi anni è diventata una scorciatoia comoda: hikikomori.
La usiamo per indicare ragazzi che non escono, che si chiudono, che spariscono. La usiamo come se spiegasse tutto. In realtà spesso serve solo a tranquillizzarci: se ha un nome, allora è “un problema loro”.
I numeri oggi dicono che in Italia i giovani in ritiro sociale sono molti di più di quanto si pensasse. Ma fermarsi ai numeri è l’ennesimo modo per non guardare la questione vera. Perché il punto non è quanti sono. Il punto è perché restare in casa, per tanti ragazzi, è diventata l’opzione meno dolorosa.
Nel mio lavoro incontro adolescenti che non escono più da mesi, a volte da anni. Non li incontro spaventati dal mondo. Li incontro stanchi. Stanchi di sentirsi costantemente inadeguati, osservati, valutati. Stanchi di dover dimostrare qualcosa prima ancora di capire chi sono. Quando raccontano il loro ritiro non parlano di paura, parlano di sollievo. Ed è questo il dato che dovrebbe preoccuparci.
Restare in casa non è una scelta contro la vita sociale. È una scelta contro una vita sociale percepita come ostile. Fuori c’è una pressione continua: essere performanti, interessanti, pronti, resilienti. A scuola, nelle relazioni, online. Ogni errore resta, ogni inciampo diventa pubblico, ogni fragilità rischia di essere ridicolizzata. In questo contesto il ritiro non è follia. È una strategia di contenimento del dolore.
Noi adulti tendiamo a chiederci come “farli uscire”. Molto meno spesso ci chiediamo che tipo di mondo trovano fuori. Un mondo che parla di benessere ma vive di urgenze. Che invita all’espressione ma tollera poco la lentezza. Che chiede autenticità ma punisce chi non regge il confronto.
C’è poi un altro elemento che sta emergendo con forza: il legame emotivo con strumenti che non giudicano. Non perché siano migliori, ma perché non sospirano, non interrompono, non correggono. È inquietante, certo. Ma prima di demonizzarlo dovremmo avere l’onestà di chiederci che tipo di ascolto umano stiamo offrendo. Perché se un ragazzo trova più accoglienza in qualcosa che non è vivo, il problema non è solo tecnologico.
Il ritiro sociale non nasce nel vuoto. Nasce dentro un patto educativo fragile. Chiediamo ai ragazzi di essere forti, ma mostriamo poco come si attraversa una difficoltà. Diciamo “parlane”, ma poi siamo i primi a minimizzare, correggere, aggiustare.
Gli hikikomori non sono un’anomalia da correggere. Sono un segnale. Ci stanno dicendo che per una parte delle nuove generazioni vivere è diventato troppo costoso emotivamente. E che, tra soffrire fuori o soffrire meno dentro, scelgono la seconda opzione.
Continuare a leggerli come fragili serve solo a salvare la nostra coscienza.
La domanda vera, quella scomoda, è un’altra: che tipo di adulti siamo diventati, se crescere nel nostro mondo porta così spesso a desiderare di sparire in silenzio?