Dott. Giuseppe Lavenia

Dott. Giuseppe Lavenia Psicoterapeuta - Divulgatore Scientifico - Esperto in Educazione e Benessere Digitale.

Presidente Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi della regione Marche.

Ci sono tre frasi che ogni ragazza dovrebbe imparare a memoria.Tre frasi che distinguono l’amore dalla paura, il rispett...
25/11/2025

Ci sono tre frasi che ogni ragazza dovrebbe imparare a memoria.
Tre frasi che distinguono l’amore dalla paura, il rispetto dal controllo, la cura dal possesso.

SE TI CONTROLLA, NON TI AMA.
SE TI FA PAURA, NON TI MERITA.
SE TI TOGLIE LIBERTÀ, NON È AMORE.

La violenza non inizia quando si vede.
Inizia quando non si vede.
Quando il controllo viene scambiato per gelosia, la gelosia per amore, l’amore per diritto di decidere su di te.

Inizia quando ti senti in colpa per cose che non dovrebbero riguardare nessuno.
Quando giustifichi ciò che ti fa male.
Quando ti abitui a essere meno per evitare che l’altro diventi di più.

Ricordalo:
l’amore che ti spegne non è amore.
L’amore che ti rimpicciolisce non è amore.
L’amore che ti fa paura… non è amore.

Meriti qualcuno che ti rispetta.
Meriti qualcuno che ti lascia respirare.
Meriti qualcuno che ti ama senza possederti.

E soprattutto: meriti di riconoscere subito chi non ti merita.

Oggi il Paese litiga sulla famiglia del bosco: tre bambini, una roulotte, una casa fatiscente. Da una parte: “Lo Stato r...
24/11/2025

Oggi il Paese litiga sulla famiglia del bosco: tre bambini, una roulotte, una casa fatiscente.
Da una parte: “Lo Stato ruba i figli ai genitori”. Dall’altra: “Genitori irresponsabili”.
Sempre il tifo. E come sempre, i bambini in mezzo.

Un figlio non è un esperimento ideologico.
Non è il luogo dove provare il proprio rifiuto della società, né la propria fuga romantica nel verde. Un figlio è qualcuno su cui si imprime tutto: amore, limiti, paure, incoerenze.
La libertà dei genitori finisce lì dove inizia la vulnerabilità dei figli.
Questo lo abbiamo dimenticato.

Perché crescere tre bambini in un bosco, lontani dalla scuola, dai pari, dai controlli sanitari, non è una fiaba.
È una scelta adulta.
E sono loro, i bambini, a pagarla.
Ma sarebbe ipocrita credere che basti un decreto per “metterli al sicuro”.

L’allontanamento è una amputazione emotiva: spezza legami, confonde, ferisce.
Se non c’è un progetto vero, per loro e per i genitori, stiamo solo spostando il dolore più in là. E qui arriva il punto che non vogliamo vedere.

La famiglia del bosco ci urta perché è estrema.
Perché mette in scena, concretamente, quello che noi facciamo in modo più elegante: chiudere i figli in bolle, diverse ma ugualmente strette. Una bolla fatta di natura e rifiuto del mondo.
Una bolla fatta di wifi e supermercati aperti la domenica.

In entrambe, il bambino è spesso l’ultimo ad essere ascoltato.
Oggi ci scandalizziamo per tre bambini isolati tra gli alberi.
Domani torneremo a ignorare le migliaia di bambini isolati nelle loro camerette, davanti a uno schermo, con genitori presenti con il corpo ma altrove con la testa. Il punto non è Palmoli.

Il punto siamo noi: un Paese che ha smesso di credere che educare significhi esporsi, dire no, assumersi il peso delle conseguenze.
Un figlio non è proprietà privata né pubblica.
È una persona che ha diritto a un mondo abbastanza grande da farlo diventare adulto.

Prima di giudicare la roulotte nel bosco, chiediamoci: quanti bambini crescono nella stessa solitudine, anche senza il bosco?

La plusdotazione è una forma di neurodivergenza che rende il bambino più esposto, come quei germogli che spuntano prima ...
23/11/2025

La plusdotazione è una forma di neurodivergenza che rende il bambino più esposto, come quei germogli che spuntano prima della primavera: bellissimi, sì… ma anche più delicati, perché il freddo li può ferire.

La riconosci così:

• Il pensiero è rapido come un lampo
Arriva alle soluzioni prima ancora di riuscire a spiegarle.
Non lo fa per stupire: il suo cervello connette, crea, anticipa.
E a volte è proprio questa velocità a spaventarlo.

• L’emotività è un’eco amplificata
Non sente “troppo”: sente tutto.
Le emozioni arrivano prima, più forti, più intense.
Come onde grandi su un cuore che non ha ancora imparato a nuotare.

• Le domande scavano in profondità
Non cerca risposte veloci: cerca radici.
Vuole capire “da dove nasce”, “perché accade”, “cosa significa”. È il bisogno di costruire senso, non di essere diverso.

• Il rendimento è irregolare, come una costellazione
Accende talenti straordinari dove trova significato, si spegne dove non incontra nutrimento. Non è disattenzione: è la neurobiologia dell’interesse che guida la mente.

• La solitudine arriva quando il mondo non tiene il suo passo
Non perché non ami gli altri, ma perché non sempre gli altri riescono a stargli accanto.
E quel sentirsi “fuori ritmo” può diventare una ferita silenziosa.

E poi c’è la parte invisibile:

la fatica di regolare emozioni grandi in un corpo piccolo, la paura di deludere, la stanchezza di essere sempre “troppo” per qualcuno e “troppo poco” per qualcun altro.

La plusdotazione è questo: una mente che vola e un cuore che chiede terra, un’intelligenza che corre e un’emotività che ha bisogno di essere tenuta per mano.

Il rischio non è mancare l’obiettivo.
Il rischio è crescere senza sentirsi compresi.

Per questo un bambino plusdotato non va esaltato come prodigio.
Va accolto come creatura che porta dentro un’intensità che può illuminare o bruciare.

Va accompagnato.
Va protetto.
Va ascoltato con la cura con cui si ascolta ciò che è prezioso e fragile allo stesso tempo.

Perché quando un bambino si sente custodito,
la sua mente non solo corre: inizia a fiorire.

“In posa con un ca****re”.Non è la scena di un film horror low cost. È cronaca.Un operaio del cimitero che solleva un co...
21/11/2025

“In posa con un ca****re”.
Non è la scena di un film horror low cost. È cronaca.

Un operaio del cimitero che solleva un corpo, ci si mette accanto, sorride e si fa fotografare. La foto gira nelle chat, diventa virale, tutti inorriditi. Adesso lui andrà a processo per vilipendio di ca****re.

Tranquilli però: è stata solo “una goliardata”, “un gesto ingenuo”.
La solita giustificazione perfetta quando non vogliamo vedere quanto siamo messi male.

Il punto, infatti, non è solo lui.
È anche:
– chi ha scattato la foto,
– chi l’ha inoltrata,
– chi l’ha guardata ridendo,
– chi ha pensato “vabbè, ormai gira, che problema c’è?”.

Abbiamo trasformato la morte in un contenuto condivisibile.
Neanche davanti a un corpo senza vita riusciamo più a fermarci.
Il riflesso non è il silenzio, non è il rispetto.
È: “Aspetta, fammi una foto”.

Questa è la vera emergenza psicologica: una società che ha perso il senso del limite, del sacro, del rispetto.
Insegniamo ai ragazzi che “si può scherzare su tutto”, poi ci stupiamo se non distinguono più tra ironia e disumanità.

Non entro nel merito del processo, quello lo farà un giudice.
Ma da psicoterapeuta una cosa la posso dire: quando la dignità di un morto diventa materiale per una foto virale, non è solo il ca****re a essere offeso.
È la nostra umanità ad essere vilipesa.

Se davanti alla morte tiri fuori il telefono invece del silenzio, qualcosa dentro si è già rotto.
E non basterà cancellare una foto da una chat per rimetterlo a posto.

Me lo sono chiesto oggi, guardando i volti di quei ragazzi che arrivano in studio stanchi prima ancora di iniziare a par...
20/11/2025

Me lo sono chiesto oggi, guardando i volti di quei ragazzi che arrivano in studio stanchi prima ancora di iniziare a parlare.

Compiti.
Ore di compiti.
Pomeriggi interi passati lì.
il 37% di loro passa più di 4 ore al giorno
Il 12% supera le 5 ore.
E 8 su 10 ormai usano l’intelligenza artificiale per farli, perché non ce la fanno più da soli.

E allora la domanda è semplice: che stiamo facendo?

Non c’è un solo manuale di neuroscienze che dica che più compiti = più apprendimento.
Anzi:
- dopo 60/90 minuti la mente crolla,
- lo stress alza il cortisolo e blocca la memoria,
e il sonno, quello che rende possibile imparare davvero viene tagliato.

Lo vedo tutti i giorni: ragazzi che studiano fino a tardi, che rubano 1–2 ore di sonno ogni notte, che al mattino non riescono neanche a stare nel proprio corpo.
E noi continuiamo a chiamarlo “impegno”.

Poi li giudichiamo perché cercano le relazioni online.

Ma ditemi voi:
quando dovrebbero costruirle quelle relazioni?
Quando dovrebbero uscire, parlare, ridere, stare insieme, vivere?

Se il tempo reale glielo togliamo, si costruiranno un tempo altrove.
E quel “altrove” si chiama digitale.

È inevitabile, non patologico.
È una risposta.

La verità è questa: un ragazzo non cresce perché lo carichi. Cresce perché lo rispetti.
Nel suo corpo, nei suoi tempi, nel suo cervello, nelle sue relazioni.

C’è un momento, nella crescita, in cui ogni genitore si trova davanti a uno specchio scomodo.È quello in cui tuo figlio ...
19/11/2025

C’è un momento, nella crescita, in cui ogni genitore si trova davanti a uno specchio scomodo.
È quello in cui tuo figlio ti guarda con gli occhi pieni di rabbia e ti dice che sei ingiusto, esagerato, fuori dal mondo.

Fa male.
Perché ogni genitore, nel profondo, vorrebbe essere amato sempre.
Vorrebbe che il proprio figlio percepisse il suo impegno, la sua cura,
la fatica immensa che ci mette nel crescere un essere umano.

Ma l’educazione non segue la via del consenso.
Segue la via della crescita.

I figli non cercano un adulto che dica sempre “sì”.
Cercano, anche quando non lo sanno, un adulto che li tenga mentre attraversano il caos delle loro emozioni.
Qualcuno che sappia vedere oltre l’impulsività del momento
e proteggere il loro domani.

Quando dici “no”, non fai un torto.
Stai costruendo uno spazio sicuro in cui imparare a stare.
Un limite è un confine che sostiene,
che contiene, che aiuta a sentire la differenza tra ciò che fa bene e ciò che ferisce.

Gli adolescenti non lo capiscono subito.
A volte non lo capiscono per anni.
Ma un giorno, mentre diventano adulti,
riconosceranno che quei “no” non erano muri contro cui sb****re, ma mani tese per non cadere.

Educare è restare, anche quando loro scappano.
È tenere la rotta quando il mare si agita.
È scegliere ciò che li farà crescere, non ciò che ti farà apparire migliore ai loro occhi.

Perché l’amore vero non cerca popolarità.
Cerca futuro.
E lo costruisce, un limite alla volta.

Quando una ragazza ti dice una frase così, non sta parlando della pelle, dei brufoli o della forma del naso.Sta racconta...
18/11/2025

Quando una ragazza ti dice una frase così, non sta parlando della pelle, dei brufoli o della forma del naso.
Sta raccontando una guerra silenziosa: quella con il proprio corpo, che cambia troppo in fretta e troppo sotto gli occhi di tutti.

In adolescenza lo specchio non riflette quello che sei, ma quello che temi.
Ogni centimetro diventa un giudizio, ogni curva un bersaglio, ogni imperfezione una colpa.

E spesso la ferita non nasce tra i ragazzi:
nasce dagli sguardi degli adulti, dai commenti “innocenti”, dalle battute sul corpo, dai confronti messi lì “per scherzo”.
È lì che il corpo smette di essere casa e diventa nemico.

In terapia lo vedo ogni giorno:
non è vanità, non è superficialità.
È identità.
E quando non ti senti a tuo agio nella tua pelle, non ti senti a casa da nessuna parte.

Restituire ai ragazzi uno sguardo gentile è già cura.
Insegnare agli adulti a tacere quando non sanno essere delicati è prevenzione.

Perché un corpo non va mai giudicato.
Va ascoltato.
Va protetto.
Va lasciato crescere senza paura di scomparire.

E tu, adulto, che fai?Ti metti in fila anche tu dietro al “tutti”?O ti ricordi che educare non significa obbedire alle m...
16/11/2025

E tu, adulto, che fai?
Ti metti in fila anche tu dietro al “tutti”?
O ti ricordi che educare non significa obbedire alle mode, ma avere il coraggio di andare controcorrente?

Perché la verità è semplice:
lo smartphone non è un problema dei bambini.
È un problema degli adulti che hanno paura di dire NO
e ancora più paura di dire SÌ con responsabilità.

Un telefono non serve a crescere un figlio.
Serve un adulto presente, scomodo, coerente.

Vediamo come dovrebbe funzionare per davvero.

Prima cosa: smetti di giustificarti. Ascolta tuo figlio.

Dietro “ce l’hanno tutti” non c’è la voglia di un oggetto.
C’è il terrore di sentirsi escluso.

Guardalo negli occhi, non nel telefono che ti chiede.

Dì semplicemente:
«Capisco perché lo vuoi.»

E poi smetti di sentirti in colpa.
L’educazione non è una trattativa al ribasso.

Se dici SÌ, ricordati che non stai dando un telefono.

Stai dando potere.

Potere di confrontarsi, perdersi, imitare, sbagliare.
E questo potere va dato solo se sei disposto a esserci, davvero.

Quindi il SÌ funziona solo così:
• non glielo butti addosso per liberarti
• lo accompagni
• fissi confini che non si discutono
• ti prendi la responsabilità di guardare cosa fa e come sta

La tecnologia non cresce nessuno.
Gli adulti sì.
Ma devono volerlo.

Se dici NO, devi voler reggere la sua frustrazione.

E la tua.

Un figlio senza smartphone non muore.
Un figlio senza limiti sì.
Muore dentro, piano, senza nemmeno accorgersene.

Il NO va detto così:

«Non ancora.
E non perché non ti reputo capace, ma perché non voglio buttarti in un mondo che non sei pronto a reggere.»

Non si educa per paura di essere impopolari.
Si educa per amore del futuro dei figli.

La frase che gli dovresti lasciare addosso

Non importa cosa decidi.
Importa cosa gli arriva.

«Io scelgo per te.
Non per gli altri.»

Se tuo figlio capisce questo,
lo smartphone potrà anche averlo tardi.
Ma avrà qualcosa di molto più raro:
un adulto che ci mette la faccia,
non uno che segue la mandria.

Il 21 novembre sarò al Teatro Astra di Castelfidardo per un incontro pensato per genitori, insegnanti e adulti che vogli...
14/11/2025

Il 21 novembre sarò al Teatro Astra di Castelfidardo per un incontro pensato per genitori, insegnanti e adulti che vogliono capire davvero cosa succede nella testa dei ragazzi quando accendono lo smartphone.

Parleremo di:
– uso precoce del digitale
– sfide, rischi e dipendenze
– bisogno di appartenenza
– cosa possiamo fare noi adulti, subito

90 minuti per rimettere al centro ciò che conta: la loro vita, non i loro schermi.

Evento GRATUITO – iscrizione obbligatoria
Iscriviti ora:
https://www.dipendenze.com/corso/giuseppe-lavenia-ragazzi-ragazze-digitali-castelfidardo

Vuoi portare questo evento nella tua città?
info@tnwcommunication.com

Lo sappiamo: crescere un figlio mette alla prova.E quando le emozioni traboccano, a volte l’adulto reagisce prima di pen...
14/11/2025

Lo sappiamo: crescere un figlio mette alla prova.
E quando le emozioni traboccano, a volte l’adulto reagisce prima di pensare.
Ma nessuna reazione impulsiva diventa educazione solo perché arriva da un genitore.

Un bambino non ha la stessa forza, la stessa voce, la stessa possibilità di difendersi.
Ha solo noi.
E se la mano che dovrebbe proteggerlo è la stessa che fa male, quella non è educazione: è smarrimento emotivo, è un adulto che perde la bussola, è la fragilità che trabocca invece di essere contenuta.

La verità è semplice:
uno schiaffo non costruisce limiti, costruisce paura.
E la paura non insegna.
Zittisce.

Educare significa faticare, respirare quando vorresti reagire, scegliere la relazione invece dell’impulso.
È questo che insegna davvero qualcosa.

“Mi fidavo di lui. Ora tutti mi guardano come se fossi io quella sbagliata.”È accaduto nel Brindisino, ma potrebbe succe...
12/11/2025

“Mi fidavo di lui. Ora tutti mi guardano come se fossi io quella sbagliata.”

È accaduto nel Brindisino, ma potrebbe succedere ovunque.
Un ragazzo di 15 anni ha ripreso la propria fidanzata di 14 durante un momento intimo, a sua insaputa. Poi ha condiviso quel video con alcuni amici.
In poche ore, quelle immagini sono diventate virali.
Un gesto che per molti coetanei appare come “una bravata”, ma che è in realtà un atto di violenza digitale.

Perché registrare senza consenso è già una forma di dominio.
Diffondere quel materiale è una seconda violenza: una violenza collettiva, che si consuma ogni volta che qualcuno guarda, condivide, commenta.
E non è un gioco. È un reato.
Ma soprattutto, è un segno profondo della disumanizzazione emotiva in cui stiamo crescendo i nostri figli.

Cosa stiamo insegnando loro sull’intimità, sulla fiducia, sul rispetto?
Viviamo in un tempo in cui il valore di una persona sembra misurarsi in visualizzazioni.
Dove l’amore si confonde con il possesso, e la curiosità con l’invasione.

La violenza oggi non passa solo dalle mani, ma dagli schermi.
E la ferita non si cancella mai davvero: resta nel corpo, nella mente, nella memoria di chi è stato tradito e di chi ha tradito.

Dobbiamo ricominciare da qui:
dal consenso, dal rispetto, dall’educazione emotiva e digitale.
Perché dietro ogni click, c’è sempre una persona.

Indirizzo

Via Corridoni 11, 13, 15
Senigallia
60019

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 20:00
Martedì 09:00 - 20:00
Mercoledì 09:00 - 20:00
Giovedì 09:00 - 20:00
Venerdì 09:00 - 20:00

Telefono

+393347765413

Sito Web

http://www.giuseppelavenia.name/

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