16/03/2026
Negli ultimi tempi mi accorgo che c’è una cosa che mi lascia sempre più perplessa.
E lo dico sia da terapeuta, sia da essere umano.
Mi sembra che stiamo iniziando a patologizzare sempre più aspetti dell’esperienza umana.
L’entusiasmo diventa invadenza.
La sensibilità diventa debolezza.
L’integrità diventa rigidità.
Il desiderio diventa dipendenza.
L’intensità emotiva diventa instabilità.
E così via.
A un certo punto mi sono detta: basta.
Perché non credo che ci rendiamo fino in fondo conto anche di una certa violenza culturale che c’è in questo movimento.
Una pressione più o meno implicita a essere in un certo modo, a sentire in un certo modo, a relazionarci in un certo modo.
E quando non rientriamo in quel modello… la cosa diventa “un problema nostro”.
Ma spesso non è così semplice.
Penso, per esempio, alle persone entusiaste che vengono percepite come invadenti.
Alle persone molto sensibili, con un mondo interiore ricco, che non vengono capite.
Alle persone intense che fanno un po’ paura.
E lì succede una cosa sottile:
non sempre nasce una solitudine fisica, ma può nascere una solitudine esistenziale.
Quella sensazione di non essere davvero riconosciuti per ciò che si è.
Per questo, accanto al lavoro su di noi (che resta sempre importante), a volte può essere utile anche guardare il mondo con occhi critici, e non solo noi stessi.
E ricordarci una cosa fondamentale:
cercare i propri simili.
Persone con cui la propria intensità, sensibilità, entusiasmo o profondità non siano qualcosa da ridurre o correggere, ma semplicemente qualcosa da incontrare.
Per questo inauguro una piccola rubrica qui sulla pagina:
“Cose perfettamente sane scambiate per patologia.”
Nelle prossime settimane parleremo proprio di questo.
Di quelle caratteristiche umane che spesso vengono etichettate come problemi… ma che forse sono semplicemente forme della vitalità umana.
Vediamo se vi ritrovate anche voi.
Dott.ssa Gemma Federica Madaschi Psicologa