Una questione di spirito

Una questione di spirito Essere consapevoli di Sé come Persona intera, unità globale di corpo, mente, anima e spirito. Il mio modo di concepire il lavoro è come spirito di servizio.

Il tradizionale modo di concepire l'uomo come dualità corpo-mente ha mostrato i suoi limiti, non basta più a rispondere alle esigenze di salute e benessere che le potenzialità scientifiche e tecnologiche promettono (illusoriamente) di soddisfare. La separazione della dimensione fisica da quella psichica condanna le persone all'impossibilità di dare senso al disagio e alla malattia, sia che si manifesti a livello somatico che mentale. I problemi dell'uomo non stanno o nel corpo o nella mente (aut-aut), ma in entrambi i livelli (et-et), ossia nell'unitarietà della persona intera. Questo passaggio, che pur solo teoricamente è oggi acquisito (nella pratica clinica, le persone devono ancora rincorrere le risposte ai loro disagi portando il loro corpo - o meglio, "parti" o organi separati - da uno specialista all'altro; e lo stesso vale sul versante della psiche), da solo tuttavia non basta. In ogni sofferenza, sia essa fisica o psicologica, si coglie nella narrazione della persona un senso profondo di incompletezza. Il corpo e la mente, finalmente uniti, anelano ad una superiore sintesi, a dare un "significato compiuto" alla sofferenza, a ritrovare finalmente il proprio "scopo di vita". Questa aspirazione, questo impulso vitale, che da sempre ha caratterizzato la ricerca dell'uomo per avere risposte di senso al vivere quotidiano, rimanda inevitabilmente alla dimensione "spirituale". Questa ricerca, ancora una volta con un'ennesima separazione, è stata da sempre appannaggio della filosofia e delle religioni. La dimensione dello "spirito" (o dell'anima, a seconda delle accezioni che si ritrovano nelle letterature di sempre, in ogni angolo del nostro mondo) si pone gerarchicamente come generatrice di senso, fornendo una prospettiva anche alla sofferenza e alla sua possibile “guarigione”. Nessun equivoco "religioso" dunque: questo approccio spirituale alla?sofferenza non si confonde con alcuna religione, considera l'uomo nella sua interezza "fenomenologica" (bio-psichico-sociale e spirituale), attingendo agli sviluppi di diverse discipline, sia umanistiche che naturali. L'allineamento del Sé ontologico allo scopo di vita personale, attraverso una integrazione fra dimensione fisica (corpo), psichica (mente) e spirituale (anima), è indifferente dalle visioni personali dei singoli; è dunque un approccio rispettoso degli orientamenti "ideali", culturali e religiosi di tutti. Il riferimento è ai valori universali come "competenze emotivo-affettive comuni a tutti gli uomini (Fornari). Un nuovo paradigma "olistico" si va dunque imponendo, da non confondere necessariamente (e superficialmente) con quel mondo "new age", che alla faccia dell'unitarietà e dell'olismo, va proclamando mille e più tecniche miracolistiche di guarigione e di salvezza! La P.N.E.I. - Psico-neuro-endocrino-immunologia è la più recente risposta integrata, della medicina e della psicologia, ai bisogni di salute dell'uomo d'oggi, in un mondo globale vicino al "punto di svolta", che più estesamente deve ritrovare la sua rotta e la sua direzione, per scongiurare un (possibile, prossimo venturo) cataclisma antropologico. La mia presenza qui sul web vuole essere una testimonianza in questa direzione. Il mio personale approccio metodologico, sintesi di diverse discipline, va nella direzione del superamento del dogmatismo e dell'ortodossia scientifica e si propone a contrasto di ogni pretesa di "potere" e di egemonia delle cosiddette scienze ufficiali. Integrazione teorica e tecnica non vuol dire affatto eclettismo o improvvisazione. Il tutto condito anche con un po' di sano "spirito", nell'accezione etimologica di humor, ironia (ed autoironia), che non solo non guasta mai, ma che anzi consente di affrontare con la necessaria serenità e leggiadria (che non è leggerezza...) anche gli argomenti più impegnativi e sensibili della nostra esistenza mondana. "Sursum corda", in alto i cuori e proseguiamo...

06/01/2026
PROPOSITI PER IL NUOVO ANNO“Sbarazzatevi degli inutili fardelli che sono i residui del passato e il timore del futuro.” ...
01/01/2026

PROPOSITI PER IL NUOVO ANNO

“Sbarazzatevi degli inutili fardelli che sono i residui del passato e il timore del futuro.” (A. Jodorowsky)

Ad ogni nuovo inizio (nel giorno del nostro compleanno, al ritorno dopo le vacanze, a capodanno) ci piace pensare di poter fare finalmente quei cambiamenti nella nostra vita che, da tempo, sappiamo dovremmo fare: cattive abitudini, aspetti del carattere, azioni procrastinate, ecc. E che poi puntualmente non facciamo, o non ci riusciamo del tutto.
Anche quando la nostra attuale situazione è insoddisfacente, o addirittura ci provoca malessere e disagio, preferiamo continuare a sentirci "malati" e a lamentarci piuttosto che affrontare la paura del nuovo. Siamo abitudinari, ricerchiamo sicurezze e ci illudiamo di trovarle nel controllo delle cose di tutti i giorni. Uscire dalle abitudini è un salto nel buio, un rischio, come uscire dal conosciuto per avventurarsi nell’ignoto. Significa uscire dalla nostra zona di confort.

Tutti, chi più chi meno, facciamo il proposito di rinnovarci. Tutti gli anni, a capodanno, sentiamo di dover cogliere questa opportunità. Non possiamo tornare indietro, cambiare le cose, ma abbiamo l’occasione per rivedere ciò che siamo diventati, fare l’inventario delle aspettative, recuperare i desideri sopiti e ripartire. Non possiamo modificare il passato, ma possiamo rivalorizzare il presente e orientare il futuro.
Dobbiamo però definitivamente rinunciare a recriminare, rimuginare, rinviare o sentirci in colpa, cercando illusoriamente di ve**re a patti con il passato; e smettere anche di preoccuparci anticipatamente per il futuro, nella convinzione altrettanto illusoria di controllarlo. Abbiamo la possibilità di agire solo nel presente: questo è l’unico vero “super-potere”che dovremmo cercare di coltivare. La capacità di sostare in pienezza nel presente, guardando il mondo attraverso l’amore per il prossimo e per “noi stessi come prossimo”, è la base della serenità per trovare finalmente pace.
Cerchiamo allora di “non guardare indietro con rabbia e avanti con paura, ma semplicemente intorno con consapevolezza” (J. Thurber).
Un segreto che troppo spesso semplicemente dimentichiamo.

Il tempo è un continuum, smisurato e immisurabile; è inarrestabile, come il fluire di un corso d’acqua che vediamo scivolare via e che non è mai lo stesso, pur restando il medesimo. È l’eterno dive**re di noi, delle cose, che si trasformano eppure rimangono le stesse nella loro essenza (tutto ciò che esiste è eterno, non viene dal nulla e non ritorna nel nulla).
Noi non siamo padroni del tempo, ma abbiamo la possibilità di dargli un senso. Il giorno inizia e finisce comunque, senza il nostro consenso. Tanto vale viverlo, fino in fondo, puntualmente, momento per momento, pima che sia troppo tardi per farlo.
Come il singolo fotogramma di una pellicola in cui si imprime il film della nostra esistenza, ogni giorno della nostra esistenza può essere importante; dovremmo vivere sempre ogni istante, ogni esperienza, ogni cosa come fosse l’ultima volta. Ogni secondo è di valore infinito, diceva Goethe, perché rappresenta un pezzo dell’intera eternità. Dobbiamo recuperare la capacità di gioire del tempo presente, completamente soffocato fra il rimuginìo del passato e le preoccupazioni anticipatorie del futuro.
C'è un tempo del “dovere” e c'è un tempo del “godere”. Dobbiamo reimparare a gestire meglio il “nostro” tempo, separando bene i tempi del lavoro, i tempi sociali, dai tempi degli affetti e delle relazioni personali, badando di dare a ciascun tempo la priorità che gli spetta, distinguendo con piena consapevolezza ciò che è essenziale, ciò che è più importante da ciò che non lo è.
Dobbbiamo riuscire a scandire i secondi, i minuti, le ore, le stagioni in modo da comprenderlo tutto, non lasciare perdere nessun singolo frammento. Ogni momento deve cingere tutto il resto, in modo che “l’oggi abbracci il passato col ricordo, ed il futuro col desiderio” (K. Gibran).
Non è la “quantità” del tempo, dei giorni o degli anni che conta, ma la “qualità”, ossia l’essere dentro le cose e pregustarle fino in fondo, nel bene e nel male, nella gioia e nel dolore.
Il problema del vivere non è la Morte, ma la Vita stessa quando diventa un problema: quello che conta è ciò che realmente riusciamo a fare nel tempo che ci è dato di parteciparne.

Perciò, se il cambiamento appare così difficile perché cambiare? perché modificare "la strada vecchia per la nuova", perché dovremmo accettare di essere “diversi" piuttosto che rimanere “identici" a se stessi?
Il cambiamento fa parte della natura stessa della vita, nell'intervallo fra la nascita e la morte, con il costante fluire dell'esistenza, ben oltre il limite stesso della nostra esperienza terrena.
Il cambiamento è ineluttabile, è evoluzione; bisognerebbe sempre favorirlo, piuttosto che resistergli. Per farlo però occorre imparare a sbarazzarsi di vecchi residui, più o meno ingombranti, del passato e fare i conti con ciò che siamo diventati.
“Liberati di tutte le zavorre che non ti permettono di volare” (A.M. D'Alò).

Quando le cose non vanno, quando l'insoddisfazione della propria vita diventa viscerale, profonda e non più tollerabile, è proprio quello il momento giusto per cambiare. Se la nostra vita non funziona, e le cose o le persone che abbiamo intorno non ci piacciono, dobbiamo per prima cosa liberarci della convinzione che siano le cose, siano gli altri a dover cambiare.
Ogni cambiamento è possibile anzitutto dall’interno di noi stessi, cambiando prima il nostro modo di pensare i problemi e solo dopo la realtà. Un cambiamento vero e profondo inizia sempre da noi stessi. A cominciare proprio dalla convinzione di ciò che va cambiato e dalla consapevolezza di doverlo fare in prima persona.
“Non si trasforma la propria vita,
senza trasformare se stessi.” (S. de Beauvoir). È già difficile cambiare noi stessi, figuriamoci se abbiamo il potere di cambiare gli altri! Il motivo vero, più profondo della nostra insoddisfazione sta sempre nella mancanza di potere che noi abbiamo su noi stessi.
Se aspettiamo che qualcosa cambi dall'esterno, ci condanniamo all'impotenza, a dipendere dagli altri o dagli eventi. Dobbiamo smettere di attenderci che qualcuno faccia qualcosa per noi. Anche nelle situazioni più difficili o impossibili da modificare, noi abbiamo sempre la possibilità di fare qualcosa. Abbiamo sempre l’opportunità di cambiare il nostro atteggiamento verso la causa della nostra insoddisfazione o sofferenza: da passiva rassegnazione ad una accettazione consapevole della nostra responsabilità sulla nostra vita.
C’è una sola incontrovertibile legge da rispettare: se non riesci a cambiare nulla, non puoi pretendere che cambi qualcosa nella tua realtà. Se niente cambia, non cambia nulla!

Il mio augurio per tutti è quello di ritrovare il potere personale su noi stessi, recuperando la capacità di tradurre le intenzioni in azioni concrete, con la consapevolezza di poter contare soprattutto su noi stessi e la convizione di dover assumerci la responsabilità di esserre noi ad agire in prima persona.
Auguro a me di riuscirci, perché solo così posso essere coerente con tutto ciò che cerco di fare e trasmettere agli altri.
Il tempo terreno è tiranno, ma nello Spirito c’è tutto il tempo necessario per prepararsi a durare in eterno...
Buon anno!

Roberto Calia

[Estratto da: “Psicoikea - Vademecum per (s)montarsu la testa e diventare persona”, 2024]

Buon Anno 2026 🍾🥂💫
31/12/2025

Buon Anno 2026 🍾🥂💫

11/07/2025
TOLLERANZA E PAZIENZA È finito il tempo
18/06/2025

TOLLERANZA E PAZIENZA

È finito il tempo

Giunti ad una certa fase della vita credo sia opportuno liberarsi di tante zavorre, tante ipocrisie e tanti inutili mediazioni sociali.

A MIA MADRE Nel giorno della festa della Mamma“Tutte le madri senza saperlo assomigliano a Maria, la madre di Gesù. Cred...
11/05/2025

A MIA MADRE
Nel giorno della festa della Mamma

“Tutte le madri senza saperlo assomigliano a Maria, la madre di Gesù.
Credono che i figli glieli ha portati un Angelo e che la loro nascita sia un miracolo.
E che una volta cresciuti sarebbero stati buoni e giusti, si sarebbero schierati dalla parte dei deboli e avrebbero consolato il dolore degli altri.”
(G.M. Garzo)

Al di la della ricorrenza mondana,
ennesimo pretesto consumistico, possiamo senz’altro conve**re che l’annuale richiamo alla mamma potrebbe essere la sola festa laica ad avere, al tempo stesso, anche una profonda valenza “spirituale”.
È stata mia madre che mi ha insegnato l’alfabeto delle emozioni e dei sentimenti.
Non solo l’amore, ma anche l’abbandono e la disperazione.
Nel suo abbraccio, ogni paura si è dissolta.
L’angoscia è svanita ed è diventata gioia.
La mamma è l’affanno e la cura insieme.
Nelle sue braccia, nell’incontro reciproco dei nostri sguardi, ho imparato l’empatia, ad entrare ed uscire con delicatezza “dentro” l’anima degli altri.
È così che sono diventato psicologo; ed è per questo che non “faccio” lo psicologo, ma “sono” psicologo.
Mia madre mi ha tenuto per mano solo per un breve periodo, ma il suo cuore vibra ancora nel mio, come in un abbraccio infinito.
La sua anima mi accompagnerà per sempre.
Dopo di lei, non c’è più né nascita né morte, c’è solo l’eternità.

A MIA MADRE Nel giorno della festa della Mamma“Tutte le madri senza saperlo assomigliano a Maria, la madre di Gesù. Cred...
11/05/2025

A MIA MADRE
Nel giorno della festa della Mamma

“Tutte le madri senza saperlo assomigliano a Maria, la madre di Gesù.
Credono che i figli glieli ha portati un Angelo e che la loro nascita sia un miracolo.
E che una volta cresciuti sarebbero stati buoni e giusti, si sarebbero schierati dalla parte dei deboli e avrebbero consolato il dolore degli altri.”
(G.M. Garzo)

Al di la della ricorrenza mondana,
ennesimo pretesto consumistico, possiamo senz’altro conve**re che l’annuale richiamo alla mamma potrebbe essere la sola festa laica ad avere, al tempo stesso, anche una profonda valenza “spirituale”.

È stata mia madre che mi ha insegnato l’alfabeto delle emozioni e dei sentimenti.
Non solo l'amore, ma anche l’abbandono e la disperazione.
Nel suo abbraccio, ogni paura si è dissolta.
L'angoscia è svanita ed è diventata gioia.
La mamma è l’affanno e la cura insieme.

Nelle sue braccia, nell'incontro reciproco dei nostri sguardi, ho imparato l'empatia, ad entrare ed uscire con delicatezza "dentro" l'anima degli altri.
È così che sono diventato psicologo; ed è per questo che non “faccio” lo psicologo, ma “sono” psicologo.

Mia madre mi ha tenuto per mano solo per un breve periodo, ma il suo cuore vibra ancora nel mio, come in un abbraccio infinito.
La sua anima mi accompagnerà per sempre.

Dopo di lei, non c’è più né nascita né morte, c’è solo l’eternità.

Roberto Calia

LIBERTÀ Quale liberazione? “Nessuno è libero se non è padrone di se stesso” (Epitteto). La libertà è concepita, in gener...
25/04/2025

LIBERTÀ
Quale liberazione?

“Nessuno è libero se non è padrone di se stesso” (Epitteto).

La libertà è concepita, in genere, come uno stato di assenza assoluta di vincoli o limitazioni. È chiaro che questa idea di libertà è in realtà un mito o un'illusione romantica.
Non esiste una libertà "assoluta". Siamo esseri relazionali e viviamo tutti in rapporto con altre persone e la realtà esterna. Il "vincolo sociale" implica, come minimo comune denominatore, la condivisione di norme, convenzioni, consuetudini, che in sé sono funzionali a regolare i rapporti fra le persone nel contesto sociale.
In origine, questi vincoli erano stati posti come limitazione condivisa della libertà assoluta degli individui, per il cosiddetto bene comune. Le cose si sono complicate quando sono subentrate le istituzioni sociali, che con il tempo hanno finito con il perdere la funzione di protezione per cui sono nate e sono diventate “sovrastrutture", al di sopra delle persone. Istituzioni o organizzazioni sociali limitano la libertà di movimento degli individui “a prescindere”, dettando regole che il più delle volte con l'interesse vero delle persone hanno ben poco a che fare. Diventano cioè strutture sociali perverse, nel senso che hanno invertito il loro scopo originario di essere al servizio delle persone. Anziché assicurare il benessere e la libertà relativa, finiscono col diventare limitazioni della autonomia delle persone.

Secondo Fromm, l’uomo crede di volere la libertà. In realtà ne ha una grande paura perché la libertà lo obbliga ad assumersi delle responsabilità: per mantenere la propria indipendenza deve continuamente fare scelte e prendere decisioni. E tutto ciò comporta rischiare. Per questo desideriamo la libertà e nello stesso tempo ci creiamo mille fughe per evitarla. Ci piace fantasticare sulla libertà piuttosto che costruirci le condizioni concrete di una relativa autonomia dagli inevitabili vincoli con la nostra realtà quotidiana.

Che fare allora? Io credo che la sola libertà oggi possibile sia quella interiore. Un funzionale adattamento alle norme sociali, accompagnato da una equilibrata distanza dalle pressioni "normative" del sistema sociale.
Il paradosso è che l’aspirazione massima della maggior parte della gente sembra esser diventata oggi quella di essere liberi dagli impegni che ci opprimono, per potersi poi occupare delle cose che più ci piacciono.Fino a diventarne praticamente schiavi. Per molti la libertà diviene soltanto ”la facoltà di scegliere le proprie schiavitù” (G. Le Bon). L'aspirazione ad un'illusoria libertà dai doveri, diviene così, di fatto, dipendenza di fronte ai piaceri. Una sorta di “libertà condizionata” che ci siamo imposti inconsapevolmente.

La vera libertà è una questione più mentale che materiale. Questo significa attrezzarsi di una solida struttura mentale, in grado di essere quel tanto impermeabile alla pervasività del mondo sociale.
Gli Altri esistono e vengo a patti con loro. Sono anch'io "altro” per loro, ma cerco almeno di essere “padrone in casa mia”, ossia nella mia testa. Penso e agisco in prima persona. Difendo la mia conquistata autonomia, non accetto invasioni eccessive, ma soprattutto vigilo per non essere dominato e manipolato.

"La libertà non è solo rosa e fiori: essere liberi vuol dire non avere guide, vuol dire non sapere se il tuo prossimo passo sarà giusto, sbagliato o addirittura fatale.
Essere liberi significa cadere
più degli altri, e farsi male più degli altri: ci vuole un gran coraggio a essere liberi” (M. Dalcesti).

In sintesi, conosco allora una sola libertà, e questa è la libertà della mia mente. Essere liberi non significa non credere in nulla, o non essere legati a nessuno. Vuol dire anzi riporre fiducia in moltissime cose; talmente tante da evitare di cadere nella tentazione di una cieca obbedienza anche ad una sola di esse.
Bisogna soprattutto avere fede nella relazione con l’altro, riconoscendo in ciò il fondanento dell’umano. Anche se, affinché le relazioni fra le persone possano diventare significative e gratificanti, bisogna che siano opportunamente selezionate e coltivate. E quindi essere fondate sulla reciprocità e sulla simmetria.

Roberto Calia

[Chi volesse approfondire trova qui l’articolo completo:
http://www.robertocalia.it/liberta/ ]

La libertà non consiste nel poter fare tutto ciò che ci piace, ma ciò che è bene. Dalla volontà di potenza al potere della volontà.

RESURREZIONEIl significato terreno della Pasqua“Ognuno di noi ha il suo macigno. È il macigno della solitudine, della mi...
20/04/2025

RESURREZIONE
Il significato terreno della Pasqua

“Ognuno di noi ha il suo macigno. È il macigno della solitudine, della miseria, della malattia, dell’odio, della disperazione e del peccato.
Pasqua è la festa dei macigni rotolati. Vorrei che potessimo liberarci dai macigni che ci opprimono, ogni giorno.
E se ognuno di noi, uscito dal suo sepolcro, si adopererà per rimuovere il macigno del sepolcro accanto, si ripeterà finalmente il miracolo che contrassegnò la resurrezione di Cristo.” (“Pasqua, festa dei macigni rotolati” – Don Tonino Bello)

Il tema della resurrezione riguarda tutti, credenti e non. Per gli atei, l’idea della resurrezione è solo un’illusione, un’ingenuità di persone poco inclini a piegarsi alla razionalità materiale. Per i credenti, i cristiani in particolare, la resurrezione è una certezza, la ricompensa futura dell’adesione alla fede in Dio. Da angolature opposte entrambi rischiano di perdere l’occasione di pensare alla resurrezione come evento concreto, mondano, della nostra vita attuale.

“La resurrezione non vuol dire prendere le molecole del corpo e portarle altrove. Vuol dire entrare in una modalità nuova di esistenza. Siamo chiamati a diventare spirito, cioè quell’energia che il nostro corpo deve pian piano far sorgere come strutture di una modalità nuova di esistenza, che non sappiamo cosa sia” (C. Molari).

Esiste allora la possibilità di una resurrezione terrena che è il RINNOVAMENTO della nostra vita, la capacità di portare i CAMBIAMENTI necessari a rendere la nostra esistenza una “vita buona”, piuttosto che una “vita alla buona”, una vita degna di essere vissuta. Una rinascita certamente faticosa, ma sempre possibile.
“Pasqua sia per tutti il rotolare del macigno, la fine degli incubi, l’inizio della luce, la primavera di rapporti nuovi” (T. Bello).
Bisogna dunque osare, ri-creare le condizioni affinché la vita ci mostri come fare e cosa fare per rinnovarci, tornare cioè a riassaporare le aspirazioni smarrite, i desideri sopiti, con tutta la forza necessaria per poterli (finalmente) realizzare.

Il destino può segnare la trama della nostra esistenza, ma lo sceneggiatore, il regista e l’attore principale della nostra vita siamo pur sempre noi. Meglio allora essere il protagonista della nostra storia, piuttosto che la comparsa di una vita decisa da altri.
Osa dunque: sposta ciò che ti opprime. Fa’ che la vita di mostri la tua rinascita. Il destino traccia la trama, tu puoi riscrivere il finale: non la fine, ma il capitolo finale della tua vita su questa terra!

“Risorge chi ha la forza di ribaltare una situazione negativa; chi ha il coraggio di vedere la farfalla al di là del bruco; chi decide di prendersi cura di se stesso; chi naviga nella tempesta tenendo ben salda la nave; chi con pazienza rompe il guscio per affacciarsi al mondo; chi non si arrende e ogni giorno combatte la propria battaglia come può; chi cade a terra e trova la forza di rialzarsi; chi apre le braccia al mondo e vola alto come la colomba; chi ama la vita al punto di essere contagioso; chi nel buio ha il coraggio di accendere la luce per vedere cosa c’è e farsi strada meglio; chi con umiltà si aggrappa ad una mano tesa. Risorge chi ama e porta speranza là dove manca” (M. Guerra).

Il significato ultimo della resurrezione di Cristo è la salvezza. Il senso umano della resurrezione su questa terra è il rinnovamento materiale e spirituale della nostra vita.
Tutti possiamo credere in questa Pasqua.

Roberto Calia

IL SENSO DEL DOLORE Passione e morte di Gesù "... io sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e dò compimento a ...
18/04/2025

IL SENSO DEL DOLORE
Passione e morte di Gesù

"... io sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e dò compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne..." (Col 1,24).

L'accettazione del dolore, della sofferenza, della malattia e della morte manca del tutto nella cultura laica, ossessionata dalla frenesia del piacere e dall'obbligo della felicità.
Il significato ultimo del dolore vacilla spesso anche in molti cristiani, così misericordiosi quando si tratta del dolore degli altri, ma pronti ad incolpare Dio quando qualche evento drammatico colpisce la loro vita. Di fronte al dolore la domanda ricorrente è: "Perché proprio a me?...". Come se la sofferenza, pur suscitando stupore e compatimento, fosse ancora concepibile se riguarda gli altri, diviene semplicemente "cronaca", evento comune della vita quotidiana.
Ma quando tocca a noi, diventa invece assurda, inconcepibile, inaccettabile, "destino avverso"! Quando il dolore ci tocca, sembriamo tutti stranamente concordi: "Se esiste Dio, se Gesù si è fatto uomo, è morto ed è risuscitato per la nostra salvezza, perché esiste il dolore, perché Dio permette tante disgrazie e nefandezze di cui è costellata la nostra esistenza?”
Rifiutiamo così di comprendere che, nella sofferenza inevitabile della nostra esperienza terrena, determinata il più delle volte da uno scriteriato uso del "libero arbitrio", noi abbiamo comunque la possibilità di portare a compimento la nostra missione terrena per noi e per gli altri; evocando in ciò metaforicamente l'opera salvifica del Figlio dell'Uomo.
Altro che masochistico compiacimento della sofferenza e dell'elevazione del sacrificio a feticcio narcisistico! Una cosa è "amare" il dolore come strumento masochistico di espiazione della colpa; altra cosa è l'accettazione consapevole della sofferenza come passaggio ineludibile della vita.
Una “porta stretta" per confermare l'adesione alla vita e per ritrovare la via della gioia, qui non altrove, su questa terra e non solo nell'eternità.

Quando la sofferenza bussa alla nostra porta abbiamo dunque l'occasione di condividere il senso di una esperienza universale.
La "chiave simbolica” di questo comune patire è rappresentato dalla croce di Cristo. Il “pathos” che singolarmente siamo costretti ad affrontare trova nell'opera redentrice di Gesù un nuovo contenuto e un nuovo significato.
Nella croce di Cristo ogni sofferenza umana ha acquistato una possibilità di senso. Con la passione di Gesù non solo si compie la redenzione mediante la sofferenza, ma la stessa sofferenza umana viene redenta.
Questo però non vuol dire che per il cristiano la sofferenza sia l'elemento centrale. In ogni parte dei Vangeli, le dimensioni dell'amore, della gioia e della condivisione sono presenti in abbondanza. Solo chi è in "mala fede" non le vede, o finge di non vederle.
Non è dunque la sofferenza il fine, ma l’Amore. In questo Amore il significato salvifico della sofferenza raggiunge il suo apice e si realizza fino in fondo. Questo è il senso più profondo del sacrificio umano del Figlio di Dio.

Nel programma messianico, la sofferenza presente nel mondo (il più delle volte frutto della cupidigia e della bramosia dell'uomo stesso) rappresenta l'opportunità per confermare quell'Amore che è centrale nel messaggio etico di Gesù. È il primo e fondamentale insegnamento di Gesù, che attende ancora di essere realizzato su questa terra: “Ama il tuo prossimo come te stesso”.
Se è vero dunque che “io mi salvo solo se attraverso me si salvano gli altri”, è anche vero il reciproco: “lavora sulla tua stessa salvezza, non dipendere dagli altri”.
Da tale presa di coscienza profonda può derivare il riconoscimento effettivo che l’amore per l’altro non è disgiungibile dall’amore di sé, non è in alternativa ma complementare: siamo tutti “prossimo” agli occhi degli altri, e anche noi stessi siamo prossimo!

L'amore per il prossimo, che può nascere solo da un sano amore per se stessi, è l'azione concreta per trasformare tutta la civiltà umana nella civiltà dell'Amore, come anticipazione del regno di Dio.
In questo Amore il significato salvifico della croce si realizza fino in fondo e raggiunge la sua dimensione definitiva.
Ancora oggi il messaggio di Gesù, non solo per i cristiani ma per l’umanità intera, invoca senza sosta l’instaurazione di questo regno dell’Amore, non nel regno di Dio, ma qui su questa terra.
Osiamo pensare che, nonostante ogni segno inverso dei giorni nostri, questo programma sia ancora profondamente inscritto nei nostri cuori e che attenda di essere testimoniato nelle nostre opere, come dono disinteressato di ciascuno di noi in favore degli altri uomini e del mondo.

Il ripudio di Gesù, il rifiuto della Croce (intesa anche solo simbolicamente come monito dei patimenti mai evitabili di ogni comune esistenza terrena) spalanca al vuoto di senso la sofferenza umana.
Solo con la forza spirituale proveniente da una "presenza" divina (a prescindere da qualunque significato vogliamo dare al mistero dell’esistenza), noi siamo in grado di sorreggere e finalizzare il nostro scopo di vita.

Roberto Calia

Indirizzo

Sesto San Giovanni

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