23/04/2026
In questi giorni mi è capitato di ritrovarmi in situazioni diverse, ad ascoltare racconti di punizioni a scuola o ad assistere direttamente a scene di questo tipo. E lì mi sono tornate in mente alcune punizioni che ho vissuto io stessa, oppure quelle raccontate da Daniele Daniele Forzoni
Alcune fanno quasi parte di un altro tempo, scrivere alla lavagna dieci volte “non si fa confusione”, oppure, come ho visto ieri in una scuola vicino Siena, far scrivere a un ragazzo cinquanta volte “devo portare rispetto ”. A dirla tutta, mi ha fatto anche tenerezza, perché mi ha riportata a un mondo che sembra non esistere più, perfortuna...almeno io dalle paginate scritte credo di averci "ricavato"poco.
Mi è tornata in mente anche la maestra Adriana, che dopo appena dieci minuti del film su Anna Frank, a causa di un compagno che faceva confusione, ci riportò tutti in classe. Tra l’altro oggi sembra quasi impensabile che alle elementari si organizzavano giornate per far vedere film come quello su Anna Frank o sulla bomba atomica, pellicole che, nel bene e nel male, ci hanno colpito e condizionato profondamente. Ti ricordi Mary Maria Elena Nepi ?
E poi ci sono i racconti di Daniele, messo in punizione dietro la lavagna, di spalle — e lì, come lui stesso racconta, ci scappò pure la p**ì (ma questa è un’altra storia) o al militare che per colpa di un compagno che fece confusione vietarono a tutti di uscire per il fine settimana.
Oppure la professoressa di tecnica che mi fece rifare sette volte la stessa tavola geometrica.
Erano esperienze che certamente suscitavano frustrazione, tristezza, a volte rabbia. Forse in alcuni casi portavano anche a riflettere, ma lasciavano comunque dentro vissuti intensi che dovevano essere gestiti quasi sempre da soli. Ci si faceva una ragione, si provava a comportarsi diversamente la volta successiva, oppure si malediceva in silenzio la maestra o il professore. Però, nella maggior parte dei casi, tutto questo veniva elaborato internamente, con poco appoggio da parte dei genitori, che nove volte su dieci tendevano a riconoscere all’insegnante una sua autorità e, almeno in parte, anche una sua ragione.
Oggi il mondo è cambiato profondamente. Uno degli aspetti che più colpisce è la difficoltà, da parte di molti adulti, nel riuscire a far passare l’idea che esistano comportamenti sbagliati e comportamenti corretti. Riprendere un figlio o un alunno non è semplice, e fare il genitore o l’insegnante significa anche mettere in conto opposizione, rabbia, qualche “vaffa”, e la possibilità di non essere compresi subito.
Eppure, con il senno di poi, viene anche da pensare che alcune esperienze frustranti — e persino certe situazioni percepite come ingiuste, come le punizioni collettive quando magari non c’entravamo nulla — ci abbiano comunque costretto a confrontarci con il limite, con la colpa, con la frustrazione e con la necessità di dare un senso a ciò che provavamo. Non perché fossero sempre giuste o educativamente efficaci, ma perché ci mettevano di fronte a un lavoro interno: tollerare, elaborare e contenere.
Forse è anche da lì che abbiamo imparato (non tutti e non sempre), a non buttare sempre fuori la responsabilità, a non cercare continuamente alibi o scuse, e a stare dentro il disagio senza attribuirlo immediatamente a qualcun altro.
Questo non significa rimpiangere le punizioni di una volta o idealizzare modelli educativi rigidi che ho cercato anche di cambiare con piccoli atti di ribellione alle superiori!
Significa, piuttosto, riconoscere che educare implica anche porre confini, nominare ciò che non va, e tollerare il fatto che questo possa generare scontento. A volte far presente che certi comportamenti non sono adeguati, o non sono funzionali, è un passaggio scomodo ma necessario.
Il punto, forse, non è punire di più o punire di meno, ma capire come aiutare bambini e ragazzi a stare dentro il limite, dentro la frustrazione e dentro la responsabilità, senza umiliarli ma nemmeno privandoli di quel confronto con il confine che è parte essenziale della crescita.