11/11/2020
Oggi, mercoledì è l’11 novembre, San Martino, che nei rigori dell’inverno tagliò con la spada metà del suo mantello per coprire le spalle di un povero seminudo. Il gesto è diventato il simbolo delle Cure Palliative; quella branca della Medicina che si occupa non solo della sofferenza fisica ma anche della sofferenza psicologica spirituale e sociale dei malati inguaribili e dei loro famigliari».
Vogliamo rendere omaggio a questa giornata con un estratto della lettera che Papa Francesco firmò in occasione del Convegno sulle cure Palliative organizzata dalla Pontificia Accademia per la Vita.
Anche in questa occasione viene sottolineata l’estrema importanza del curare sempre, anche se non sempre è possibile guarire.
Perché un paziente che non può guarire ancora di più ha bisogno di essere curato, anzi, quando non rimane più nulla da fare è li che bisogna fare il lavoro più grosso che non solo allevi il dolore del paziente, ma che prenda per mano e accompagni la persona nel cammino più difficile della propria vita.
«Senza la compassione, ha detto il Papa, chi guarda non rimane implicato in ciò che osserva e passa oltre; invece chi ha il cuore compassionevole viene toccato e coinvolto, si ferma e se ne prende cura. Attorno al malato occorre creare una vera e propria piattaforma umana di relazioni che, mentre favoriscono la cura medica, aprano alla speranza, specialmente in quelle situazioni-limite in cui il male fisico si accompagna allo sconforto emotivo e all’angoscia spirituale. L’approccio relazionale − e non meramente clinico − con il malato, considerato nella unicità e integralità della sua persona, impone il dovere di non abbandonare mai nessuno in presenza di mali inguaribili. La vita umana, a motivo della sua destinazione eterna, conserva tutto il suo valore e tutta la sua dignità in qualsiasi condizione, anche di precarietà e fragilità, e come tale è sempre degna della massima considerazione. (…) A tale riguardo, penso a quanto bene fanno gli hospice per le cure palliative, dove i malati terminali vengono accompagnati con un qualificato sostegno medico, psicologico e spirituale, perché possano vivere con dignità, confortati dalla vicinanza delle persone care, la fase finale della loro vita terrena. Auspico che tali centri continuino a essere luoghi nei quali si pratichi con impegno la “terapia della dignità”, alimentando così l’amore e il rispetto per la vita».
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