Psicologa Isabella Enargelico

Psicologa Isabella Enargelico Attualmente collaboro con diverse istituzioni ed esercito la mia attività libero-professionale a Crema presso il poliambulatorio Santa Claudia.

CHI SONO
Sono la Dott.ssa Isabella Enargelico , psicologa, psicoterapeuta, mi occupo di consulenza e sostegno psicologico di bambini, adolescenti, adulti e sistemi familiari. Sono laureata in Psicologia Clinica, dello Sviluppo e Neuropsicologia; iscritta all’Ordine degli Psicologi della Lombardia (sez. A, n°03/17844), sono esperta in Disturbi specifici dell’Apprendimento, sono Istruttore Mindfulne

ss in ambito sportivo e proseguo costantemente la mia formazione abbracciando un approccio cognitivo-comportamentale ; sono specializzata in psicoterapia di terza generazione (ACT, FAP), metodologie evidence based, basate cioè su studi scientifici. Ho maturato nel corso degli anni esperienza nel settore ospedaliero, riuscendo a stabilire un contatto duraturo e ad ottenere risultati significativi anche con pazienti più complessi. Con ognuno di loro ho creato un rapporto positivo ed empatico che dura nel tempo e pone le basi per una vita libera dal disagio psichico.

10/05/2026

Una ragazza di vent'anni, a Venezia, ha passato gli ultimi mesi a confidarsi con un computer.
Non con un'amica. Non col fidanzato. Non con sua madre.
Con un computer.

Diciotto ore al giorno. Le sue paure, le sue fragilità, le cose più sporche che aveva in testa: tutto buttato dentro una chat. E dall'altra parte uno che le rispondeva sempre la cosa giusta. Sempre. Mai un litigio, mai un giudizio, mai un c***o di "guarda che stai esagerando".

L'ha portata sua madre al SerD. Primo caso documentato in Italia di dipendenza da intelligenza artificiale. La figlia non usciva più. Era diventata gelosa di un algoritmo.

Adesso parte il solito teatrino. La destra dirà "vietiamo l'IA ai minori". La sinistra dirà "colpa delle Big Tech". E tutti, tutti, parleranno dello strumento. Nessuno del buco in cui quello strumento si è infilato.

Un chatbot non è un'amica cattiva. È un'amica IMPOSSIBILE.
Non si stanca. Non ti delude. Non litiga.
Non ti dice "scusa eh, ma tua madre ha ragione".
Non si addormenta mentre tu piangi.
Si adatta a te, sera dopo sera, finché non ti restituisce esattamente la voce che vuoi sentire.

Una voce che ti dà sempre ragione, sai cos'è?
È uno specchio del c***o.
E gli specchi non ti tengono compagnia. Ti tengono fermo davanti a te stesso.

Cresce una generazione di ragazzini che per uno psicologo nel pubblico aspetta tre mesi, che a scuola non impara più a litigare, che a casa nessuno gli risponde davvero. E ci si stupisce se a vent'anni preferiscono un coso che li ascolta subito, gli dà ragione subito, gli sta dietro subito.

Non serve vietare niente. Serve smetterla di trattare il dolore come una cosa che ognuno si risolve da solo. Serve insegnare che le persone che ti fanno crescere sono quelle che ti contraddicono, che si incazzano, che ti deludono.

Una macchina non lo farà mai.
Perché non le conviene.

Quella ragazza non è malata di intelligenza artificiale.
È malata di una sedia vuota che nessuno ha avuto voglia di occupare.

E adesso, in quella sedia, si è seduto qualcosa che non si alza più.

06/05/2026

A Painesville, Ohio, il giudice Michael Cicconetti è diventato famoso per le sue sentenze poco convenzionali contro chi maltratta gli animali. Amante dei cani fin da bambino, Cicconetti ritiene che il carcere e le multe non bastino a cambiare i comportamenti, così ha deciso di applicare punizioni che riflettano la sofferenza causata. 👏
Tra i suoi casi più ricordati:
Una donna che teneva il suo cane in condizioni deplorevoli è stata condannata a trascorrere un’intera giornata in una discarica, circondata da odori nauseanti, per riflettere su ciò che aveva fatto.
Un’altra donna che aveva abbandonato 35 gattini in un bosco gelido ha dovuto passare una notte nello stesso ambiente, ascoltando coyote e procioni, oltre a scontare la pena detentiva e pagare una multa.
Il giudice assicura che queste esperienze generano consapevolezza e riducono la recidiva. Mentre la media nazionale dei recidivi si aggira intorno al 75%, nel suo tribunale arriva appena al 10%.
Cicconetti insiste sul fatto che l’educazione sia fondamentale: propone che chi maltratta gli animali debba frequentare corsi obbligatori sul possesso responsabile, proprio come i guidatori in stato di ebbrezza devono partecipare a programmi di riabilitazione.
Inoltre, sogna di creare un registro pubblico degli abusatori di animali, simile a quello dei criminali sessuali, per proteggere gli animali domestici e aiutare i rifugi a verificare gli adottanti. 👏
📷 Michael Cicconetti

24/04/2026

🌀
Il Dizionario di Psicologia

20/04/2026

Nel percorso terapeutico è frequente osservare un andamento non lineare.

Le oscillazioni emotive, i momenti di regressione e le ricadute
non rappresentano un fallimento del trattamento,
ma fanno parte del processo di cambiamento.

👉 Lavorare su schemi e modalità profonde richiede tempo,
e può comportare fasi di maggiore difficoltà prima del miglioramento.

18/04/2026

Perché continuiamo ad aspettare che ai ragazzi “venga la voglia”?
La motivazione è sopravvalutata. Quante volte li guardiamo rimandare, sperando che prima o poi trovino l’ispirazione giusta? Il momento giusto non esiste.
Quello che chiamiamo pigrizia o mancanza di volontà è, nella maggior parte dei casi, il
loro funzionamento di base. Il loro cervello li sta semplicemente “proteggendo” dalla fatica, dallo sforzo di fare, soprattutto quando c'è qualcosa da costruire. È un meccanismo di risparmio energetico che, se assecondato ogni giorno, gli mette un freno a mano.
Attraverso il Parent Mental NeuroTraining, portiamo genitori, insegnanti e allenatori dentro il loro cervello facendo vedere come il vero cambiamento non parte dalla motivazione, ma dall’azione.
Come un pilota che chiude la visiera del casco prima ancora di scendere in pista, a un adolescente basta il passaggio all’azione per attivare la reazione: allacciare le scarpe da ginnastica per andare. So perfettamente che non è facile e che non basta dirlo, anzi, tante volte è una vera e propria negoziazione interiore che bisogna imparare. Ma è proprio in quel preciso istante cambia la neurochimica e si accende il motore. La motivazione arriva dopo, non prima. Non si aspetta dal divano, si costruisce facendo.
Attenzione, perché qui sta il punto che cambia tutto: la soluzione non è il pugno duro e neanche la semplice disciplina imposta. È l'identità. È cambiare, azione dopo azione, il loro modo di essere.
Il passaggio più lungo, sfidante e efficace è da "lo faccio perché devo" a "lo faccio perché sono".
Alla nostra mente la parola “devo” non piace perché rischia di venir percepita come una minaccia, una forzatura esterna e il sistema va in sovraccarico. I ragazzi perdono ogni interesse (al di fuori delle cose o trappole digitali che catturano il loro cervello), non perché siano fragili, ma perché (anche) nessuno ha gli insegnato a negoziare con quella parte del cervello che frena.
Non dobbiamo formare soldatini tenuti in riga dall’ansia o dai rimproveri. Dobbiamo guidare ragazzi consapevoli, capaci di usare il proprio potenziale senza farsi boicottare dalla propria mente.
Non gli manca la motivazione. Gli manca solo il primo passo.

30/03/2026

A volte, il “miglior appuntamento della storia” non ha bisogno di parole… ma solo di un cuore sincero 🐾

Una donna trascorre una giornata speciale con il suo cane: passeggiate, momenti di gioco, sguardi complici. Niente di straordinario, eppure tutto è incredibilmente autentico.

Non è un appuntamento fatto di aspettative o apparenze, ma di presenza, semplicità e amore puro.
Quel tipo di amore che non giudica, non chiede, non delude.

Il loro legame racconta qualcosa che spesso dimentichiamo:
la felicità vera si trova nelle cose più semplici… e in chi ci ama senza condizioni.

Forse dovremmo imparare proprio da loro:
meno perfezione, più connessione.
Meno rumore, più amore 🤍

24/03/2026
22/03/2026
20/03/2026

In Danimarca, molte scuole adottano una pratica chiamata Klassens tid — che può essere tradotta come “tempo della classe”. In questo momento, bambini e adolescenti tra i 6 e i 16 anni si riuniscono per parlare di convivenza, relazioni e sfide quotidiane, generalmente con la mediazione di un insegnante. L’obiettivo è favorire il dialogo e aiutare gli studenti a gestire le situazioni della vita scolastica.

Durante questi incontri, gli alunni possono esporre problemi, discutere eventuali conflitti con i compagni e riflettere sull’impatto delle proprie azioni nel gruppo. Quando non ci sono questioni urgenti, lo spazio può essere utilizzato per attività collettive più leggere, utili a rafforzare i legami sociali.

Questa pratica è abbastanza diffusa nel sistema scolastico danese, anche se non è una disciplina formale equivalente a materie come matematica e scienze. Tuttavia, è considerata uno strumento importante per lo sviluppo sociale degli studenti.

La Danimarca compare spesso tra i Paesi con alti livelli di benessere, anche se questo risultato dipende da molti fattori e non solo dal sistema educativo.

Valorizzando il dialogo e la convivenza, il Paese mostra l’importanza dello sviluppo sociale all’interno dell’educazione, offrendo uno spunto interessante anche per altri modelli scolastici.

26/01/2026

Gli avevano tolto tutto: il nome, la casa, la libertà.
Ma non riuscirono mai a strappargli ciò che gli salvò la vita —
e che, anni dopo, avrebbe salvato milioni di altre vite.

Nel campo di concentramento Viktor Frankl non era più un uomo. Era il numero 119104.
Psichiatra viennese, brillante e rispettato, a 37 anni si ritrovò con il cranio rasato, un pigiama a righe, il suo manoscritto, cucito nel cappotto, strappato via all’ingresso di Auschwitz.
Tutto ciò che aveva costruito era perduto.

Ma c’era una cosa che i nazisti non potevano portargli via: quello che sapeva.
E Viktor Frankl sapeva qualcosa che avrebbe cambiato il mondo.

Nei lager osservò.
Vide che non si moriva solo per fame, per freddo, per malattia.
Si moriva quando si perdeva il proprio “perché”.

Quando un uomo non aveva più uno scopo né un volto da rivedere, una missione da compiere —
il suo corpo crollava.
I medici avevano un nome per questo: “give-up-itis”, la malattia dell’abbandono.

Così Frankl cominciò il suo esperimento.
Non in un laboratorio, ma nelle baracche.
Si avvicinava a chi stava mollando e chiedeva:
Chi ti aspetta fuori?
Cosa ti resta da dire?
Perché vale la pena resistere?

Non offriva pane, né libertà.
Offriva significato.

Qualcuno sopravvisse pensando a una figlia.
Qualcuno a un libro da finire.
Lui riscrisse mentalmente il suo, parola dopo parola, notte dopo notte.

Era aprile 1945.
Pesava 38 chili. La moglie, la madre, il fratello: tutti morti.
Avrebbe potuto arrendersi.
Invece si sedette. E scrisse.

In nove giorni riscrisse quel libro che gli avevano bruciato.
Ma ora conteneva qualcosa che prima non c’era:
la prova.

La sua teoria non era solo filosofia.
Era sopravvivenza.

La chiamò Logoterapia.
Un’idea semplice e rivoluzionaria:
l’essere umano può sopportare qualunque “come”, se ha un “perché”.

Il libro uscì nel 1946.
Titolo: Dire sì alla vita, nonostante tutto.
In inglese: Man’s Search for Meaning.

All’inizio fu ignorato. “Troppo cupo,” dicevano.
Ma si diffuse.
E iniziò a salvare vite.

Tradotto in oltre 50 lingue, più di 16 milioni di copie.
Letto da malati terminali, prigionieri, cuori spezzati.
E da chi, una notte qualunque, si domandava se valesse la pena resistere ancora un giorno.

E trovava la risposta.

Perché Viktor Frankl dimostrò una verità che sopravvive a ogni dittatura:
non possiamo scegliere ciò che ci accade.
Ma possiamo sempre scegliere cosa farne.

Oggi, nelle corsie degli ospedali, negli studi terapeutici, nei momenti più bui,
le sue parole continuano a camminare accanto a chi soffre:

“Si può togliere tutto a un uomo, tranne una cosa:
la libertà di scegliere il proprio atteggiamento di fronte a qualsiasi circostanza.”

I nazisti gli diedero un numero.

La Storia gli ha dato l’immortalità.

𝐏𝐢𝐜𝐜𝐨𝐥𝐞 𝐒𝐭𝐨𝐫𝐢𝐞

𝑄𝑢𝑒𝑠𝑡𝑎 𝑒̀ 𝑢𝑛𝑎 𝑛𝑎𝑟𝑟𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑖𝑠𝑝𝑖𝑟𝑎𝑡𝑎 𝑎 𝑓𝑎𝑡𝑡𝑖 𝑟𝑒𝑎𝑙𝑖, 𝑎𝑟𝑟𝑖𝑐𝑐ℎ𝑖𝑡𝑎 𝑑𝑎 𝑒𝑙𝑒𝑚𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑑𝑖 𝑟𝑎𝑐𝑐𝑜𝑛𝑡𝑜 𝑒𝑚𝑜𝑡𝑖𝑣𝑜.

22/01/2026

Parliamo spesso di violenza sugli animali.
E ogni volta è una coltellata al cuore.
Ma questa vicenda è qualcosa di oggettivamente allucinante.

Un cagnolino di piccolissima taglia, tranquillo, dall’aspetto inerme e innocuo, afferrato e lanciato nel vuoto perché “temeva potesse fare del male al figlio”.
Davvero qualcuno può anche solo pensare che una creatura del genere rappresenti un pericolo reale per un bambino?

No.
Questo non parla di protezione.
Non parla di istinto genitoriale.
Parla di cieca violenza.

Parla di una reazione abnorme, spropositata, totalmente fuori scala, che non ha nulla a che vedere con il senso del pericolo, ma tutto a che fare con una gravissima incapacità di gestire frustrazione, impulsi aggressivi e controllo emotivo.

E allora la domanda non è sul cane.
La domanda è sul padre.

Un adulto che reagisce così, che davanti a un bambino mette in scena un atto di violenza estrema contro una creatura innocente, è davvero in grado di fare il genitore?
Una persona che vede una minaccia dove non esiste e risponde con un gesto letale, è una figura di sicurezza o un fattore di rischio per suo figlio ?

Perché una cosa deve essere chiara ossia una reazione di questo tipo è pericolosa.
È pericolosa per gli animali.
Ed è pericolosa anche per quel bambino.

Questa vicenda è agghiacciante sotto ogni profilo.
E se qualcuno pensa che il problema sia “solo” la morte di un cane, allora non ha capito nulla.
Qui il punto è la violenza, il modello relazionale, l’esempio, il messaggio che passa.

E quando un adulto perde il controllo in questo modo, non è il cane a dover far paura.

Indirizzo

Via Vignola 30
Somma Lombardo
26019

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