10/05/2026
Una ragazza di vent'anni, a Venezia, ha passato gli ultimi mesi a confidarsi con un computer.
Non con un'amica. Non col fidanzato. Non con sua madre.
Con un computer.
Diciotto ore al giorno. Le sue paure, le sue fragilità, le cose più sporche che aveva in testa: tutto buttato dentro una chat. E dall'altra parte uno che le rispondeva sempre la cosa giusta. Sempre. Mai un litigio, mai un giudizio, mai un c***o di "guarda che stai esagerando".
L'ha portata sua madre al SerD. Primo caso documentato in Italia di dipendenza da intelligenza artificiale. La figlia non usciva più. Era diventata gelosa di un algoritmo.
Adesso parte il solito teatrino. La destra dirà "vietiamo l'IA ai minori". La sinistra dirà "colpa delle Big Tech". E tutti, tutti, parleranno dello strumento. Nessuno del buco in cui quello strumento si è infilato.
Un chatbot non è un'amica cattiva. È un'amica IMPOSSIBILE.
Non si stanca. Non ti delude. Non litiga.
Non ti dice "scusa eh, ma tua madre ha ragione".
Non si addormenta mentre tu piangi.
Si adatta a te, sera dopo sera, finché non ti restituisce esattamente la voce che vuoi sentire.
Una voce che ti dà sempre ragione, sai cos'è?
È uno specchio del c***o.
E gli specchi non ti tengono compagnia. Ti tengono fermo davanti a te stesso.
Cresce una generazione di ragazzini che per uno psicologo nel pubblico aspetta tre mesi, che a scuola non impara più a litigare, che a casa nessuno gli risponde davvero. E ci si stupisce se a vent'anni preferiscono un coso che li ascolta subito, gli dà ragione subito, gli sta dietro subito.
Non serve vietare niente. Serve smetterla di trattare il dolore come una cosa che ognuno si risolve da solo. Serve insegnare che le persone che ti fanno crescere sono quelle che ti contraddicono, che si incazzano, che ti deludono.
Una macchina non lo farà mai.
Perché non le conviene.
Quella ragazza non è malata di intelligenza artificiale.
È malata di una sedia vuota che nessuno ha avuto voglia di occupare.
E adesso, in quella sedia, si è seduto qualcosa che non si alza più.