14/04/2026
Nel 1860 la Calabria aveva 1.500 operai siderurgici. Poi arrivò l'Unità.
Tre altiforni accesi, fonderie attive, cannoni e fucili prodotti in quota, in mezzo alle montagne calabresi delle Serre. Non stiamo parlando di Torino o Milano.
Le Reali Ferriere borboniche di Mongiana, provincia di Vibo Valentia, erano il più grande complesso siderurgico del Sud Italia. Fondate per volere di Ferdinando IV di Borbone nel 1771, nel giro di un secolo erano diventate un polo industriale che non aveva paragoni a sud di Roma.
1.500 operai specializzati. Tre altiforni. Due fonderie. Tre fabbriche d'armi. Turni da otto ore. Niente lavoro minorile, niente lavoro femminile — un'organizzazione che molte fabbriche del Nord si sognano per quell'epoca.
Poi arriva il 1861.
Con l'Unità cadono i dazi doganali del vecchio Regno delle Due Sicilie. Il mercato si apre alle importazioni straniere — ferro inglese, acciaio belga, ghisa a prezzi che le ferriere calabresi non possono reggere. Non perché producessero meno bene. Perché non potevano competere con costi industriali radicalmente diversi.
La produzione di ghisa precipita: da migliaia di tonnellate a 450 in due anni. Non è un declino graduale — è un crollo.
Nel 1875 l'intero complesso viene messo in vendita. Lo acquista un ex garibaldino, per poche lire. L'ironia della storia non potrebbe essere più feroce: uno degli uomini che ha contribuito a unificare l'Italia compra, a prezzo di saldo, uno dei simboli industriali che quell'unificazione ha distrutto.
Nel 1881 le Reali Ferriere di Mongiana erano già un rudere.
Vent'anni. Da 1.500 operai a macerie.
La Calabria non è sempre stata terra senza industria. Una ce l'aveva — e qualcuno ha deciso che non serviva più.
In breve:
Le Reali Ferriere di Mongiana erano nel 1860 il più grande complesso siderurgico del Sud Italia, con 1.500 operai e tre altiforni.
Dopo l'Unità d'Italia, la caduta dei dazi doganali aprì il mercato alle importazioni straniere e la produzione di ghisa crollò da migliaia a 450 tonnellate in due anni.
Nel 1875 il complesso fu venduto per poche lire a un ex garibaldino. Nel 1881 era già un rudere.