03/12/2025
RIFLESSIONI EMOZIONALI:
: quando l’altro non c’è, ma non va via davvero.
Nelle relazioni contemporanee sta emergendo un fenomeno sottile, quasi evanescente, ma capace di lasciare ferite reali: l’orbiting.
È quando una persona esce dalla relazione — o da una frequentazione — ma continua a muoversi attorno all’altra come un satellite: guarda le storie, mette un like occasionale, legge senza rispondere, lancia segnali minimi, mai abbastanza da tornare… ma nemmeno abbastanza da scomparire.
Sul piano clinico, l’orbiting è una dinamica ambigua, una via di mezzo che non è né presenza né assenza.
E quel limbo non è neutro: crea attivazione emotiva, confusione, speranza intermittente. È un “ti vedo, ma non ti scelgo davvero”.
Un contatto intermittente che non nutre, ma tiene in sospeso.
Un recinto invisibile dove l’altro non si ferma ma non permette nemmeno a te di muoverti liberamente.
Chi subisce orbiting spesso entra in uno stato di iper-vigilanza affettiva: controlla, interpreta, aspetta segnali.
Si attiva un bisogno antico — essere finalmente considerati, essere scelti in modo pieno — mentre la realtà offre solo briciole digitali. E quelle briciole, per chi ha ferite relazionali, possono sembrare pane.
Ma l’orbiting non racconta il valore della persona che lo subisce.
Racconta, piuttosto, la difficoltà dell’altro a fronteggiare il vuoto, le responsabilità emotive, la chiarezza. È un movimento che nasce spesso dalla paura: paura del confronto, paura dell’impegno, paura di rinunciare a quel senso di “potere lieve” che si ottiene restando nella periferia della tua vita.
Comprendere l’orbiting, però, è già un primo passo per liberarsene.
Perché riconoscere cosa ci immobilizza permette di tornare a spingere il cuore in avanti.
E allora la domanda che possiamo porci è:
“Sto accogliendo segni veri o sto trattenendo fantasmi?”
La via di uscita non è inseguire chi orbita, ma rimettere il baricentro dentro di sé.
Ritrovare confini, desideri autentici, la capacità di chiedere una presenza piena o di scegliere l’assenza, se serve.
(Roberto Cavaliere)