Dott.ssa Cristina Pulpo Psicologa Psicoterapeuta

Dott.ssa Cristina Pulpo Psicologa Psicoterapeuta Prevenzione, diagnosi, consulenza e sostegno psicologico individuale, di coppia, familiare

Per osservare meglio il quadro della coppia vieni in terapia di coppia!🙂😉📞 3760976226
24/02/2026

Per osservare meglio il quadro della coppia vieni in terapia di coppia!
🙂😉
📞 3760976226

Nell’abbandono e nel dolore esiste un paradosso felice: non solo sottrazione ma anche aggiunta. Ogni volta che si lascia, oppure si viene lasciati, si conquista qualcos’altro: un po’ come quando da bambini ci si ammala e ci viene la febbre. È un piccolo lutto: non si può andare a scuola, giocare con gli amici, eppure la mamma arriva prima del solito, prepara la spremuta d’arancia e fa un sacco di coccole. Penso a un trasloco: a volte è straziante cambiare casa. Quando chiudiamo quella porta aperta mille volte dove è passato di tutto – gioie, amori, disgrazie, tenerezze, sorprese, figli – ci prende un nodo alla gola anche se si va a vivere in un appartamento più grande, più bello, più luminoso.

La separazione è forse l’esperienza più frequente della vita. Ogni minuto della nostra esistenza ci separiamo da oggetti, animali, persone, piante, idee, pensieri, emozioni. Cresciamo per crisi: un paradosso come il trasloco felice/doloroso. Ecco perché è fondamentale «allenare» i bambini alla frustrazione.

Vi sono fidanzati che non riescono a stare un minuto l’uno lontano dall’altra. Ripetono di essere un tutt’uno. Eppure c’è qualcosa di morboso, qualcosa che non produce benessere di coppia. Infatti non è vero che più si sta insieme più aumenta la conoscenza. Non è una questione di quantità: alcuni aspetti si conoscono soltanto attraverso una prospettiva di lontananza. Per guardare bene un quadro si deve andare qualche passo indietro, non rimanere attaccati alla cornice.

Paolo Crepet, «Sull’amore» (Einaudi, 2010).

Prezioso il confronto e l' ascolto con le nuove generazioni, contribuiamo a costruire comunità educanti che sappiano sos...
10/02/2026

Prezioso il confronto e l' ascolto con le nuove generazioni, contribuiamo a costruire comunità educanti che sappiano sostenere la complessità nella crescita di ragazzi e ragazze
😊

"Costruire una rete che impedisca al trauma di diventare destino".Le parole di un orfano di femminicidio ormai dicentato...
29/01/2026

"Costruire una rete che impedisca al trauma di diventare destino".

Le parole di un orfano di femminicidio ormai dicentato adulto parlano di cura, di sostegno, di fare in modo che sofferenza, rabbia, isolamento non prendano il sopravvento.

● «Un bambino che perde una madre per mano del padre perde l’idea che il mondo sia prevedibile. La persona che archetipicamente deve proteggere diventa la persona che distrugge. Nessun luogo è più sicuro».

Così Pasquale Guadagno, orfano di femminicidio dal 2010, quando aveva 14 anni, e sua madre Carmela venne uccisa da suo padre, descrive la condizione dei bambini che sopravvivono a un femminicidio.

È quella in cui è si è trovato dall'oggi al domani il figlio di Federica Torzullo, 10 anni appena, una vita come quella di tanti bambini.

I giochi, le passeggiate al parco, il monopattino in cortile. Poi, all'improvviso tutto cambia. Un padre che uccide tua madre e i nonni paterni che dopo poco si tolgono la vita, schiacciati dal dolore e la vergogna.

Il Tribunale dei Minori di Roma ha confermato il suo affidamento ai nonni materni e al sindaco Angelo Pizzigallo, nella veste di tutore.

«Lo Stato condanna un assassino e poi affida il dolore di un orfano nelle mani di due persone che piangono una figlia ammazzata», continua Pasquale Guadagno. «Dobbiamo fare molta attenzione a quello che succederà ora al figlio di Federica Torzullo. La cronaca tende a fermarsi alla parola “orfano”, ma un femminicidio non lascia mai un solo sopravvissuto: c'è un’intera famiglia ferita e disorientata che ha urgenza di ricevere adeguato supporto. Quel bambino, oltre a sua madre, ha perso il senso di sicurezza, l'idea stessa che il mondo degli adulti sia un luogo stabile e affidabile».

L'alternativa all'affidamento ai nonni materni sarebbe stata una casa famiglia. «I nonni materni possono rappresentare continuità affettiva ma non sfugga che anche i nonni, in questa storia, sono persone travolte da un trauma enorme. Hanno perso una figlia, e nello stesso momento si ritrovano a dover crescere un nipote dentro un dolore che è lutto, shock, rabbia, impotenza - ed è privo di parole e gesti per esprimersi, perché a 10 anni (come a 60) non ci sono se non si è seguiti da figure professionali competenti, costanti, presenti. Si tende a considerare i nonni automaticamente “la soluzione”, come se l'amore familiare bastasse a reggere tutto, ma nessuno dovrebbe essere lasciato solo a portare un peso del genere».

Insieme alla perdita della madre, e l'arresto del padre reo confesso, il piccolo ha dovuto affrontare la perdita dei nonni paterni Pasquale Carlomagno e Maria Messenio, che si sono tolti la vita, schiacciati dal dolore e dalla gogna mediatica a cui sono stati sottoposti.

«Prendersi cura di un bambino dopo un femminicidio significa anche affrontare domande difficilissime», spiega Pasquale Guadagno. «Gestire il silenzio e la memoria, proteggere senza soffocare, essere forti quando si è i primi a essere spezzati e forse si fa fatica a riconoscerlo. La responsabilità dello Stato non può limitarsi a decidere un affidamento: deve accompagnare quella famiglia nel tempo, offrire supporto psicologico non solo al bambino ma anche a chi lo cresce, costruire una rete che impedisca al trauma di diventare destino».

E aggiunge: «Dopo un femminicidio spesso non resta una famiglia “in lutto”, ma un campo diviso: chi difende, chi condanna, chi tace, chi si vergogna, chi sparisce. E il trauma si trasmette attraverso silenzi, rimozioni, e colpe. Il trauma continua quando la società pretende che “si vada avanti”.

"Molti orfani crescono con una pressione implicita: “devi essere forte, devi farcela, devi trasformare il dolore in qualcosa”. Ma il trauma non è una storia edificante. È una ferita che ritorna nelle relazioni, nella fiducia, nella paura di somigliare a qualcuno, nel senso di colpa di essere vivi, nella domanda tossica: “avrei potuto salvare mia madre?” Lo Stato oggi non sa curare. Ma il femminicidio non finisce con una condanna: finisce quando chi resta non è più solo a portarne il peso ed è fuori dall'insidia pericolosa della riproduzione di relazioni sbagliate senza accorgersene».
*
Alessia Arcolaci
Vanity Fair Italia
28 gennaio 2026

27/01/2026

Oggi pomeriggio! 👇

📌 𝗪𝗲𝗯𝗶𝗻𝗮𝗿 "𝗟𝗔 𝗖𝗔𝗠𝗣𝗔𝗚𝗡𝗔 𝗖𝗢𝗡𝗧𝗥𝗢 𝗟'𝗨𝗦𝗢 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗣𝗔𝗦 𝗡𝗘𝗜 𝗧𝗥𝗜𝗕𝗨𝗡𝗔𝗟𝗜" - 27 GENNAIO 2026 H. 15

𝗚𝗹𝗶 𝗮𝗿𝗴𝗼𝗺𝗲𝗻𝘁𝗶 𝘁𝗿𝗮𝘁𝘁𝗮𝘁𝗶:
• Esposizione dei minori alla violenza assistita e/o diretta intrafamiliare
• Tutele giuridiche previste e loro applicazione
• Omissioni ed errate interpretazioni delle norme che generano vittimizzazione secondaria
• Il peso di stereotipi e pregiudizi nei provvedimenti che riguardano bambine e bambini
• L’interesse fondamentale dei minori: il diritto a stare bene

🛑Si approfondirà anche la cosiddetta “Sindrome di alienazione parentale” (e alle terminologie affini), analizzando cause, criticità e possibili interventi per contrastarne l’uso.
A rappresentare Sud Est Donne, la Responsabile dell'Area Legale, l'avvocata Filomena Zaccaria.

💻 E' possibile partecipare online
👉 Link di accesso: http://meet.google.com/hhp-yfhq-tth

Sì però se vai in terapia è meglio😉😄😏
21/01/2026

Sì però se vai in terapia è meglio
😉😄😏

Guardarla e accoglierla.😌
11/12/2025

Guardarla e accoglierla.
😌

✅
17/11/2025

🔵 Parole che contano:
perché è importante usare il termine “Persona con Disabilità”
Quando parliamo di diritti e accessibilità, anche le parole fanno parte del cambiamento.
E spesso, senza rendercene conto, utilizziamo termini superati o addirittura abilisti.

🔹 La Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità (2006) stabilisce la definizione ufficiale:
👉 si dice “persona con disabilità”, non “disabile”, non “handicappato”.
Il termine “handicap”, infatti:
compare ancora nella legge 104/92 solo perché è una norma degli anni ’90;
deriva originariamente dal linguaggio sportivo e indicava uno svantaggio imposto ai concorrenti migliori nelle gare ippiche.
❗ Un termine legato allo “svantaggio”, quindi non adatto a definire un essere umano.

🔹 Così come non è corretto utilizzare espressioni come “diversamente abile”:
una formula apparentemente gentile, ma che minimizza, nasconde la condizione reale e crea distanza
🔵 Un passo avanti: l’Atto Europeo sull’Accessibilità
Una novità importante arriva dall’Europa: l’Atto Europeo sull’Accessibilità parla di “persone con limitazioni funzionali”.
Una definizione più ampia e moderna, che include:
disabilità motorie, sensoriali, cognitive;
limitazioni dovute all’età;
condizioni temporanee (fratture, infortuni, difficoltà momentanee).
👉 Significa riconoscere che tutti, in alcuni momenti della vita, possono incontrare barriere e aver bisogno di accessibilità.

🔵 Attenzione al linguaggio abilista
Essere attenti alle parole significa:
evitare termini stigmatizzanti, pietistici o infantilizzanti;
non ridurre la persona alla sua condizione;
riconoscere che la disabilità non è un problema dell’individuo, ma nasce quando l’ambiente e la società non sono accessibili.

✨ In conclusione
Usare il linguaggio corretto non è una formalità:
è rispetto, è consapevolezza, ed è soprattutto il primo passo per una cultura realmente inclusiva.

📩 Per segnalazioni o informazioni, clicca qui 👉 m.me/61583186063470

Il corpo parla, ascoltiamolo!
11/11/2025

Il corpo parla, ascoltiamolo!

Si è concluso oggi il ciclo di incontri che ho condotto sul tema " La violenza come trauma interpersonale: strumenti nec...
30/10/2025

Si è concluso oggi il ciclo di incontri che ho condotto sul tema " La violenza come trauma interpersonale: strumenti necessari per rilevazione e intervento", tenuto presso il Consultorio Diocesano 'La famiglia' a Lecce.
La formazione per operatrici e operatori che lavorano in ambiti di cura e sostegno é fondamentale e il tema della violenza maschile contro le donne è un fenomeno cosi complesso che è necessario conoscerlo e analizzarlo, per cui questi momenti di approfondimento e confronto sono assolutamente importanti.

Grazie all' Associazione la Girandola per l' opportunità e Ascolto Consultorio per l' interesse e l' ascolto mostrato.
🙏🏽❤️

17/10/2025

😊

16/09/2025
🎈
05/08/2025

🎈

Odio l’estate. Odio il mese d’agosto fino al giorno di ferragosto. Passato il ferragosto, mi sembra di uscire da un incubo. Cominciano i temporali d’autunno. Non odio l’estate per il caldo. Non mi accorgo del caldo e non me ne importa niente. Mi ricordo che fa caldo solo quando ne parlano gli altri. In verità ho cercato più volte di spiegarmi perché odio tanto l’estate.

Nell’infanzia l’estate mi piaceva. Era la mia stagione preferita. Mi rallegravo del caldo e delle prime ciliege. L’estate significava andare in villeggiatura. Mia madre, nel fare i bauli, sospirava e sbuffava. Né a lei né ai miei fratelli piaceva andare in villeggiatura. Si annoiavano. Io mi divertivo. La mia felicità era solo un poco offuscata dal malumore di mia madre.

Il giorno della partenza dalla montagna era per me quasi ancora più bello del giorno dell’arrivo. Alla felicità di partire, di salire prima su una corriera e poi su un treno, si univa la sottile e deliziosa tristezza di dire addio all’estate.

A un certo punto, mi accorsi che quelle villeggiature in montagna erano diventate di una noia insopportabile anche per me. Compresi allora che la mia infanzia era finita. Fu allora, in quelle villeggiature solitarie, che io presi a detestare l’estate. Io non trovavo il mondo triste, lo trovavo bellissimo, solo che a me per qualche ragione oscura era vietato di celebrarne le radiose giornate. Così non potevo che cercare e amare l’autunno, l’inverno, il crepuscolo, la pioggia e la notte.

Sappiamo per vecchia esperienza che, dopo ferragosto, il processo sarà finito. I giorni fino al ferragosto ci sembrano eterni. Detestiamo la città vuota nel sole accecante, i cinematografi vuoti dove si danno film di terrore. Detestiamo però più ancora la folla dei treni. Tutti partono, e ci chiedono se anche noi partiremo. Impossibile rispondere, quando siamo nel numero di quelli che non hanno voglia né di partire né di restare.

Natalia Ginzburg, «Vita immaginaria» (Einaudi, 2021).

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