29/01/2026
"Costruire una rete che impedisca al trauma di diventare destino".
Le parole di un orfano di femminicidio ormai dicentato adulto parlano di cura, di sostegno, di fare in modo che sofferenza, rabbia, isolamento non prendano il sopravvento.
● «Un bambino che perde una madre per mano del padre perde l’idea che il mondo sia prevedibile. La persona che archetipicamente deve proteggere diventa la persona che distrugge. Nessun luogo è più sicuro».
Così Pasquale Guadagno, orfano di femminicidio dal 2010, quando aveva 14 anni, e sua madre Carmela venne uccisa da suo padre, descrive la condizione dei bambini che sopravvivono a un femminicidio.
È quella in cui è si è trovato dall'oggi al domani il figlio di Federica Torzullo, 10 anni appena, una vita come quella di tanti bambini.
I giochi, le passeggiate al parco, il monopattino in cortile. Poi, all'improvviso tutto cambia. Un padre che uccide tua madre e i nonni paterni che dopo poco si tolgono la vita, schiacciati dal dolore e la vergogna.
Il Tribunale dei Minori di Roma ha confermato il suo affidamento ai nonni materni e al sindaco Angelo Pizzigallo, nella veste di tutore.
«Lo Stato condanna un assassino e poi affida il dolore di un orfano nelle mani di due persone che piangono una figlia ammazzata», continua Pasquale Guadagno. «Dobbiamo fare molta attenzione a quello che succederà ora al figlio di Federica Torzullo. La cronaca tende a fermarsi alla parola “orfano”, ma un femminicidio non lascia mai un solo sopravvissuto: c'è un’intera famiglia ferita e disorientata che ha urgenza di ricevere adeguato supporto. Quel bambino, oltre a sua madre, ha perso il senso di sicurezza, l'idea stessa che il mondo degli adulti sia un luogo stabile e affidabile».
L'alternativa all'affidamento ai nonni materni sarebbe stata una casa famiglia. «I nonni materni possono rappresentare continuità affettiva ma non sfugga che anche i nonni, in questa storia, sono persone travolte da un trauma enorme. Hanno perso una figlia, e nello stesso momento si ritrovano a dover crescere un nipote dentro un dolore che è lutto, shock, rabbia, impotenza - ed è privo di parole e gesti per esprimersi, perché a 10 anni (come a 60) non ci sono se non si è seguiti da figure professionali competenti, costanti, presenti. Si tende a considerare i nonni automaticamente “la soluzione”, come se l'amore familiare bastasse a reggere tutto, ma nessuno dovrebbe essere lasciato solo a portare un peso del genere».
Insieme alla perdita della madre, e l'arresto del padre reo confesso, il piccolo ha dovuto affrontare la perdita dei nonni paterni Pasquale Carlomagno e Maria Messenio, che si sono tolti la vita, schiacciati dal dolore e dalla gogna mediatica a cui sono stati sottoposti.
«Prendersi cura di un bambino dopo un femminicidio significa anche affrontare domande difficilissime», spiega Pasquale Guadagno. «Gestire il silenzio e la memoria, proteggere senza soffocare, essere forti quando si è i primi a essere spezzati e forse si fa fatica a riconoscerlo. La responsabilità dello Stato non può limitarsi a decidere un affidamento: deve accompagnare quella famiglia nel tempo, offrire supporto psicologico non solo al bambino ma anche a chi lo cresce, costruire una rete che impedisca al trauma di diventare destino».
E aggiunge: «Dopo un femminicidio spesso non resta una famiglia “in lutto”, ma un campo diviso: chi difende, chi condanna, chi tace, chi si vergogna, chi sparisce. E il trauma si trasmette attraverso silenzi, rimozioni, e colpe. Il trauma continua quando la società pretende che “si vada avanti”.
"Molti orfani crescono con una pressione implicita: “devi essere forte, devi farcela, devi trasformare il dolore in qualcosa”. Ma il trauma non è una storia edificante. È una ferita che ritorna nelle relazioni, nella fiducia, nella paura di somigliare a qualcuno, nel senso di colpa di essere vivi, nella domanda tossica: “avrei potuto salvare mia madre?” Lo Stato oggi non sa curare. Ma il femminicidio non finisce con una condanna: finisce quando chi resta non è più solo a portarne il peso ed è fuori dall'insidia pericolosa della riproduzione di relazioni sbagliate senza accorgersene».
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Alessia Arcolaci
Vanity Fair Italia
28 gennaio 2026