Dott. Nicola Simeone - Psicoterapeuta

Dott. Nicola Simeone - Psicoterapeuta Psicologo clinico, esperto in Psicodiagnostica e Psicoterapia Cognitivo Comportamentale. https://www.studionicolasimeone.it/curriculum

La storia di   ci racconta di una ragazza di buoni  ,   e decisamente incline al  : non si è mai sottratta al crudele sf...
25/10/2023

La storia di ci racconta di una ragazza di buoni , e decisamente incline al : non si è mai sottratta al crudele sfruttamento impostole dalla matrigna e dalle sorellastre. La sua attitudine a servire e ad anteporre gli altri a se stessa e ai propri bisogni ricorda la tipologia di Personalità . Spesso lei stessa giustifica le angherie di matrigna e sorelle svalutandosi e vive in un perenne senso di inadeguatezza. Questo profilo riguarda individui che non possono fare a meno di ritrovarsi in condizioni di sofferenza. Secondo il senso comune, il masochista è colui che “gode nel soffrire”. Eppure non si tratta di godimento, ma di persone che, per le loro storie affettive, sono stati abituati o costretti a ricoprire il ruolo della persona sofferente, e il più delle volte sono stati accettati solo in virtù di ciò. O, addirittura, sono stati abituati alla condizione che l’unico modo per meritare amore o considerazione sia proprio soffrire. Nel quotidiano potremmo individuare due tipi di masochista: il masochista morale e il masochista relazionale.
Il primo nutre la credenza implicita secondo cui la propria dimostri una morale rispetto agli altri, pertanto usa la propria sofferenza per manipolare se stesso e gli altri.
Il secondo invece è caratterizzato dalla credenza patogena secondo cui solo in virtù della propria sofferenza sia possibile mantenere le relazioni importanti, e che se mai smettessero di soffrire nessuno sarebbe più disposto a prendersi cura di loro. Se pensi di rientrare in una di queste due categorie o noti di essere tramite questo tipo di dinamica è importante rivolgersi ad uno specialista della che possa guidati in un percorso di e .

Oggi trattiamo la storia di  , la protagonista di “La Bella e la  ”, è una giovane che, durante la prigionia impostale d...
18/10/2023

Oggi trattiamo la storia di , la protagonista di “La Bella e la ”, è una giovane che, durante la prigionia impostale da un mostro, se ne innamora. Questo comportamento ricorda la di , che descrive l’attaccamento e la di una vittima nei confronti del suo carnefice. Il nome è stato coniato dallo psicologo Bejerot e si riferisce all’episodio che avvenne a Stoccolma nel 1973: un evaso dal carcere tentò una rapina in una banca e prese in ostaggio tre donne e un uomo. I reclusi, che furono infine rilasciati, svilupparono un senso di riconoscenza e gratitudine verso il sequestratore che “aveva ridato loro la vita”. Tuttavia la dinamica che si sviluppa tra sequestrato e sequestratore ci permette di analizzare in modo pratico alcuni aspetti profondi. La in un primo momento priva Belle di tutto, la costringe ad uno stato di nel quale la ragazza può solo concentrarsi sul sopravvivere. Successivamente la Bestia soddisfa i suoi primari (calore, un letto, vestiti, un bagno) e successivamente i bisogni secondari (la biblioteca, il ballo, le passeggiate).
In questo modo il sequestratore fa passare in secondo piano il ricordo della rapida sottrazione della libertà, e si presenta come un amorevole fonte di soluzione ad ogni problema ( che lui stesso ha provocato in precedenza). I processi adattivi legati alla sopravvivenza di Belle la porteranno ad creare un legame con questa nuova figura di accudimento, rimuovendo i ricordi relativi alla propria vita precedente, cercando di stare bene in questa nuova dinamica. Recentemente una maggiore consapevolezza ha fatto emergere come vi siano molti rapporti affettivi legati a queste dinamiche, in tutte le fasce di età. Se e quando la vittima riesce a prendere consapevolezza e si ribella spesso viene accusata di essere ingrata o irriconoscente attivando meccanismi di colpevolizzazione. Se pensi di essere vittima di questo tipo di dinamica contatta uno o un centro per ricevere aiuto. Rimettere nella giusta prospettiva i propri bisogni non è facile ma ci permette di recuperare la nostra e la nostra individualità.

La storia di   conosciuta ai più come “La   Addormentata nel Bosco” sorge immediata: che soffrisse di Ipersonnia? Si tra...
11/10/2023

La storia di conosciuta ai più come “La Addormentata nel Bosco” sorge immediata: che soffrisse di Ipersonnia? Si tratta di un disturbo molto complesso e, inspiegabilmente, verso cui l’attenzione pubblica e la consapevolezza sono molto basse. L’ Idiopatica riconosciuta come patologia solo nel 1993, è un disturbo neurologico e cronico del sonno caratterizzato da eccessiva sonnolenza. Attualmente non ci sono cure o trattamenti approvati. Essa deriva da un problema nei sistemi cerebrali che regolano il sonno, si manifesta in episodi di sonno prolungato durante la notte ed episodi protratti di sonno non REM durante la giornata. Tuttavia l’ipotesi clinicamente più interessante è che la nostra aurora possa soffrire di un , spesso chi ne soffre passa le giornate nel letto raggiungendo uno stato di torpore profondo, talvolta rimanendo con gli occhi chiusi ed il respiro rallentato per diverse ore. Con questa ipotesi l’arrivo del principe (la novità) il trasferirsi con lui nel nuovo regno (cambio di contesto) e diventare regina (passare da un ruolo passivo a uno attivo con obiettivi definiti) risvegliano la nostra principessa dal sonno, così simile alla morte. È un percorso difficile e lungo ma che crea facilmente soddisfazioni alimentando la propria autostima. Per iniziare il percorso spesso sono necessari sia l’intervento di uno che l’integrazione con farmaci specifici utili a compensare la sintomatologia maggiormente invalidante, rivolgetevi ad un team di professionisti e scoprirete che forse non avevate mai vissuto prima.

Alice nel Paese delle Meraviglie ci descrive un'allucinazione in preda a un disturbo psicotico, in particolare il    . I...
04/10/2023

Alice nel Paese delle Meraviglie ci descrive un'allucinazione in preda a un disturbo psicotico, in particolare il . I Disturbi si caratterizzano per una drastica perdita di contatto dalla realtà. Se il lungo sogno di Alice, popolato da Stregatto, Brucaliffo e fiori che cantano, fosse stata un’esperienza allucinatoria? Nello specifico, il Disturbo Schizoaffettivo si distingue per allucinazioni (semplici se coinvolgono un solo canale sensoriale, complesse se ne coinvolgono di più), deliri (convinzioni irrazionali ed estremamente solide) e soprattutto alterazioni dell’umore. Quest’ultimo può manifestarsi in stati maniacali (umore estremamente alto) o depressivi. Non è difficile richiamare alla mente momenti in cui la protagonista è incredibilmente entusiasta e sovra-eccitata o, al contrario, terribilmente scoraggiata e in preda – letteralmente – a fiumi di lacrime. La Sindrome di Alice, tuttavia, descrive una condizione clinica medica molto complessa: comprende un complesso di sintomi caratterizzato da alterata percezione della forma (metamorfopsia) di oggetti o di persone che sembrano essere più piccoli (micropsia) o più grandi (macropsia) rispetto al normale e da alterato senso del trascorrere del tempo. Questo inusuale quadro clinico neurologico che può essere confuso con psicosi o intossicazione da farmaci si può accompagnare a lesioni cerebrali principalmente temporo-occipitale e parieto-occipite-temporale, epilessia ed emicrania. Sono stati descritti casi di associazione della suddetta sindrome con la mononucleosi infettiva. In ogni caso clinico i sintomi delle monomucleosi infettiva seguivano l'inizio delle illusioni visive.

Le   sono definite come pensieri, impulsi o immagini ricorrenti e persistenti, vissuti, in qualche momento nel corso del...
27/09/2023

Le sono definite come pensieri, impulsi o immagini ricorrenti e persistenti, vissuti, in qualche momento nel corso del disturbo, come intrusivi e indesiderati e che nella maggior parte degli individui causano ansia e disagio. Sono idee fisse, che non passano, che restano e si ripropongono. Ne è un esempio il Coccodrillo di Peter Pan e la sua ossessione per Capitan : è un timone mentale che governa la sua vita. Non riesce a liberarsene, non trova una via di fuga.
Nel disturbo ossessivo-compulsivo, la persona tenta di ignorare o di sopprimere le ossessioni, di non pensarci: a volte mettendo in atto una compulsione. Un esempio di compulsione? Beh, lo schiocco della coda sull’acqua o lo sb****re degli occhi, oppure il movimento ondulatorio del corpo o lo strofinarsi la lingua tra le fauci.. questo ovviamente per il Coccodrillo, sia chiaro. Per una persona? Le compulsioni sono comportamenti stereotipati e costanti, come può essere il continuare a lavarsi le mani, il riordinare o controllare continuamente che il gas sia chiuso o che la porta sia serrata.
Le possono essere anche mentali: ad esempio ricordare mentalmente una parola, contare una serie di numeri, ripetersi continuamente alcune frasi. Essendo delle risposte indotte, possiamo fantasticare su come il tic tac dell’orologio sia per per il coccodrillo una sorta di compulsione mentale: un ritornello che ripete continuamente per evitare che i pensieri ricadano ancora e di nuovo sul Capitan Uncino. Questo causa angoscia, ansia, disagio: pensiamo un attimo a come potremmo sentirci se avessimo un orologio nella pancia che ogni momento ci ricorda che le lancette si muovono e noi rimaniamo fermi.
La può aiutare a restituirci serenità e riconoscere i pensieri intrusivi che scatenano le compulsioni.

Alcuni disturbi vanno di pari passo nel loro sviluppo. È il caso della protagonista del cartone animato   "La Sirenetta"...
20/09/2023

Alcuni disturbi vanno di pari passo nel loro sviluppo. È il caso della protagonista del cartone animato "La Sirenetta". è una creatura marina che non accetta la sua condizione fisica di sirena e non è disposta a compromessi. La sua personalità segue un funzionamento ossessivo per due aspetti: la e la .
L’estrema sofferenza di Ariel per la propria condizione fisica ricorda la dismorfofobia, caratterizzata da preoccupazioni persistenti nei confronti di caratteristiche fisiche che non appaiono così eccessive e fuori dal comune. Questo disturbo è inoltre caratterizzato dall’assunzione di comportamenti ripetitivi e rituali (guardarsi allo specchio, toccare la parte “difettosa”), pensieri ossessivi, stress, ansia e calo del tono dell’umore. Tipicamente questo disturbo sorge in un contesto che non ha permesso il consolidarsi di una buona autostima: nel caso di Ariel potremmo pensare al padre autoritario e per certi versi insensibile ai suoi bisogni. La Disposofobia o disturbo da accumulo, è caratterizzata dal collezionare beni – perlopiù inutili – in quantità inverosimili, e dall’incapacità di liberarsene. Ricordiamo la collezione di Ariel di oggetti superflui (soprattutto negli abissi) recuperati nei fondali: cavatappi, forchette, candele, vecchi occhiali, caffettiere. Il soggetto che ne è affetto prova un fortissimo attaccamento verso ognuno di questi beni, senza cui teme che non potrebbe sopravvivere. Prova inoltre un forte bisogno di controllarli e di conseguenza a nessuno è consentito di toccarli o spostarli.
La psicoterapia è fondamentale per riconoscere questo tipo di disturbi e adottare strategie atte a gestirli.

I disturbi mentali spesso sono caratterizzanti un certo tipo di persone che siamo soliti considerare "eccentrici" o "esu...
13/09/2023

I disturbi mentali spesso sono caratterizzanti un certo tipo di persone che siamo soliti considerare "eccentrici" o "esuberanti", ma alcuni di essi sono talmente integrati all'interno delle nostre abitudini quotidiane da essere "nascosti in piena vista".
Ne sono un esempio i personaggi dei cartoni animati. Alcuni di essi hanno dei chiari segnali di squilibrio delle normali attività mentali, ma la cultura pop ci ha portati a non riconoscerli, anzi, a farne quasi un vezzo.
Oggi analizzeremo , il cui personaggio ha anche dato nome a una sindrome. Nel cartone il personaggio di Rapunzel è vittima di un rapporto con la madre sbilanciato, quello che Bateson definisce Doppio Legame: si tratta di una modalità relazionale che talvolta si può verificare tra madre e figlio/a ma all’interno della quale chi subisce l’incongruenza sui due piani sente impossibile rispondere e, infatti, alla fine Rapunzel rinuncia a chiedere alla madre di realizzare il suo desiderio. Non è questo tuttavia a dare il nome alla Sindrome di Rapunzel; si tratta, piuttosto, della , la mania di ingerire capelli. Si tratta di un sintomo di stress, è spesso connessa alla tricotillomania, un disturbo compulsivo che spinge la persona a tirarsi i capelli (arrivando a staccarsi ciocche intere di capelli, fino a casi estremi di calvizie). Dolore addominale, nausea, perdita di appetito, vomito, perdita di peso, sanguinamento o perforazione intestinale sono alcuni delle conseguenze provocate da questa sindrome. Nei casi più gravi, la massa di capelli si accumula con il cibo ingerito, fino ad arrivare a formare una palla che può provocare gravi conseguenze, tali da richiedere l’intervento chirurgico.
Un trattamento efficace per la sindrome di Rapunzel è la terapia strategica breve, che attraverso dei precisi protocolli di intervento, si pone l’obiettivo di interrompere la dinamica e offrire nuove "ricompense" basate sul soddisfacimento del piacere.

Diversi studi affermano che la sovraesposizione alle notizie di cronaca nera potrebbe essere associata all’insorgenza di...
28/06/2023

Diversi studi affermano che la sovraesposizione alle notizie di cronaca nera potrebbe essere associata all’insorgenza di un disturbo mentale.
Doomscrolling: con questo termine si intende il bisogno compulsivo di scorrere le pagine di un sito di news o le bacheche dei social network con lo scopo di scovare notizie negative. Evoluzione non certo positiva della più nota FOMO, questa attitudine è stata talmente presente nelle persone a partire dal 2020, che l'Oxford English Dictionary ha deciso meritasse un termine specifico, unione di altri due vocaboli: dooms, ovvero l'abitudine di tenersi aggiornati sulle sventure, e scrolling, azione che indica lo scorrere con il dito sullo schermo del cellulare.

La situazione epidemiologica degli ultimi due anni ha reso le persone estremamente spaventate per la propria salute e il futuro quanto meno incerto e questo ha scatenato tale meccanismo compulsivo, frutto della convinzione di poter gestire meglio la situazione rimanendo sempre aggiornati sulle ultime novità, soprattutto se negative. A spingere le persone al doomscrolling è dunque il bisogno di conoscere il peggio così da essere preparati ad affrontarlo.

Con la morsa della pandemia che al momento sembra progressivamente allentarsi, molti studiosi avevano notato di pari passo anche una diminuzione di questo fenomeno ma si è trattato di una falsa speranza visto che lo scoppio del conflitto in Ucraina ha spinto il doomscrolling verso una nuova impennata. Per liberarsi dall'ossessione di cercare notizie negative online è per prima cosa fondamentale capire i motivi che abbiano portato a mettere in pratica questo comportamento compulsivo e cercare successivamente di intervenire su di essi. Se ad esempio la causa scatenante è la voglia di distrarsi dall'ansia lavorativa si può cercare di migliorare quell'aspetto della propria vita. Idem se lo stato d'animo poco sereno è indotto da una relazione personale insalubre.

A livello pratico per abbandonare il doomscrolling è necessario imporsi di informarsi meno. Questo ovviamente non significa chiudere tutti i propri account social o rimanere all'oscuro di ciò che accade nel mondo, ma diminuire il flusso di notizie negative al nostro cervello, in modo da avere la situazione più sotto controllo, anche perché una maggiore quantità di notizie lette di sfuggita non equivale quasi mai a un'informazione di qualità. Anzi, troppi dati superficiali in molti casi generano ancora più caos e, di conseguenza, ansia.

Meglio quindi concentrasi su poche ma mirate fonti informative e cercare di non esporsi al flusso di immagini o parole troppo negative prima di andare a dormire.

Infine, anche porre delle barriere fisiche tra di sé e lo smartphone o il pc potrebbe essere una buona prevenzione contro il doomscrolling. Se in alcuni momenti della giornata si tengono i device lontani dal proprio campo d'azione è infatti più facile non cedere all'impulso di scrollare sui siti di news.

A volte la bella stagione si accompagna a un peggioramento del tono dell’umore, scarsa proattività e voglia di fare, sta...
21/06/2023

A volte la bella stagione si accompagna a un peggioramento del tono dell’umore, scarsa proattività e voglia di fare, stanchezza, anedonia, disturbi del sonno e irrequietezza. Si chiama SAD, “Seasonal affective disorder”, in italiano “Disturbo affettivo stagionale”. Il quadro clinico prevede ipersonnia o insonnia, irritabilità, difficoltà di concentrazione e di memoria, tendenza all’isolamento, spossatezza, un disturbo molto simile alla depressione vera e propria, ma limitato nel tempo e che segue la ciclicità delle stagioni. È possibile che si verifichi, inoltre, un aumento di un più generale disagio psicologico caratterizzato da ansia, irritabilità, disturbi del sonno, inappetenza. Deve essere inoltre presente inoltre una compromissione della quotidianità e delle attività lavorative e/o scolastiche, con il conseguente isolamento sociale.
Spesso chi soffre di depressione estiva soffre anche del fatto di sentirsi “fuori dal coro”, incapace di godersi un periodo che sembra rendere tutti felici. La stagione estiva ha una valenza psicologica potente: è il periodo delle tanto agognate vacanze, ossia di un periodo vacante, appunto, di impegni, commissioni, orari da rispettare, responsabilità e, molto spesso, ci si può scoprire in seria difficoltà davanti alla possibilità di godere e di gestire tanto tempo libero. Ciò può elicitare una sensazione di ansia e di angoscia da prestazione. Dunque, l’estate non è tutta rose e fiori, come si può pensare ma può nascondere delle insidie che possono condurre ad una vera e propria sofferenza psicologica. In tali casi, appare quanto mai importante rivolgersi ad uno specialista della salute mentale che possa guidare in un percorso di consapevolezza e sostegno.

La globalizzazione ci ha un po' fregati, perché ti mostra mille opportunità dandoti l'impressione di poterle realizzare ...
22/03/2023

La globalizzazione ci ha un po' fregati, perché ti mostra mille opportunità dandoti l'impressione di poterle realizzare tutte quante. Così, quando raggiungi un traguardo, non godi di quello che hai, ma pensi subito a tutto ciò che hai dovuto escludere o che devi ancora conquistare. - Pilar Fogliati

Sul piano scientifico, la FOMO, Fear Of Missing Out, risulta essere composta da due elementi:
- l’ansia relativa alla possibilità che gli altri possano avere delle esperienze piacevoli e gratificanti dalle quali si è assenti;
- il desiderio persistente di essere in contatto con gli altri attraverso i social network.

L’avanzamento della tecnologia e la possibilità di essere sempre connessi a ciò che fanno le altre persone provoca quest’ansia sociale, questa paura di perdere opportunità, esperienze e informazioni. Il desiderio di essere accettati da altri individui e di non sentirsi esclusi come entità sociale è un bisogno psicologico provato ed è alimentato dal fatto di essere connessi 24/7, influenzando la salute psicologica delle persone. C’è un modello più o meno marcato tra le persone che soffrono di FOMO. Di solito sono persone che hanno una bassa autostima, che sentono di essere inferiori alle altre persone e che non si valorizzano. Si tratta di persone che hanno un cattivo rapporto con i social e che passano gran parte del loro tempo su di esse, e possono sviluppare un disturbo se diventa una dipendenza. Oltre a questo contesto, c’è un ultimo fattore: la sensazione di solitudine. Le persone che si sentono sole hanno il bisogno di aumentare la loro vita sociale utilizzando le reti sociali, il che le rende inclini a soffrire di FOMO.
Se il controllo del proprio telefono è il primo pensiero al mattino e l’ultimo prima di andare a letto, questo può rappresentare un campanello d’allarme da non sottovalutare. A questa abitudine si aggiunge lo scrolling compulsivo e l’esigenza di postare foto o stories sui social ad intervalli regolari.

Esistono diverse tipologie di Fomo. Tra quelle più diffuse vi è la . Non è altro che la frustrazione causata dalla sola idea di non essere connessi o di avere la batteria scarica al cellulare. Ciò crea una sorta di ansia che può diventare cronica e ingestibile a lungo andare tanto da condizionare la qualità della vita e l’andamento di una giornata. Spesso questa forma di disagio è accompagnata dalla “sindrome da vibrazione fantasma”. Si verifica quando si ha la percezione errata di aver sentito squillare o vibrare lo smartphone.
I soggetti più a rischio sono gli adolescenti che in questa fase delicata della propria esistenza cercano continuamente l’approvazione da parte dei pari. Attraverso i social si illudono di soddisfare questo bisogno. Ma i rischi della sono in agguato anche tra gli adulti, soprattutto tra coloro che vivono condizioni di precarietà, sia affettiva che lavorativa. Questa insoddisfazione nei confronti della propria esistenza spinge i soggetti più fragili a credere che la vita che si posta sui social sia totalmente veritiera e nutrire l’errata impressione che gli altri siano sempre più felici, amati e di successo.
Ciò che emerge è una buona efficacia degli interventi ispirati alla cognitivo-comportamentale. Tali interventi mirano ad aumentare la consapevolezza dei pensieri che generano l’ansia e le capacità di gestione dell’esperienza emotiva.

“Nessuno può farti più male di quello che fai tu a te stesso.” - GandhiI disturbi alimentari rappresentano una delle pri...
15/03/2023

“Nessuno può farti più male di quello che fai tu a te stesso.” - Gandhi

I disturbi alimentari rappresentano una delle principali cause di mortalità tra gli adolescenti e i giovani adulti. Un’altra problematica che si sta diffondendo sempre più, soprattutto tra i giovani, è l’Autolesività non Suicidaria. Questo fenomeno si presenta spesso in comorbilità con altri disturbi mentali, inclusi i disturbi alimentari. Una delle possibili spiegazioni agli alti tassi di co-occorrenza, sta nel considerare il fenomeno dell’autolesionismo come uno spettro, in cui sia l’autolesività non suicidaria che i disturbi alimentari possono essere inclusi. Infatti, l’autolesionismo può essere definito come un insieme di metodi di auto danneggiamento sia diretti che indiretti, come ad esempio: l’autolesività non suicidaria, tentativi di suicidio, abitudini alimentari particolari, fumo e abuso di alcool o di sostanze psicoattive. A prima vista, comportamenti come l’eccessivo introito di cibo, le condotte eliminatorie e la diminuzione della quantità di cibo assunta possono sembrare molto diversi da atti di autolesività diretta come tagli, bruciature e tutte le condotte categorizzate come autolesività non suicidaria, o da azioni suicidarie. Nonostante ciò, nella ricerca si sono notate alcune similarità di tipo concettuale tra atti di autolesività indiretta (incluse condotte alimentari disfunzionali e disturbi alimentari) e condotte di l’autolesività non suicidaria. secondo il Modello della Cascata Emotiva le strategie cognitive disfunzionali amplificano l’intensità delle emozioni negative, che a loro volta svolgono un ruolo trigger per l’aumento dei pensieri negativi, creando così un circolo vizioso (cascata emotiva). La messa in atto di comportamenti disfunzionali viene quindi percepita dal soggetto come uso di strategie di coping utili a distrarsi dai processi ruminativi e dall’affettività negativa. Infatti, strategie come l’alimentazione sregolata (abbuffate, condotte eliminatorie, esercizio fisico compulsivo o restrizioni alimentari) e l’autolesività non suicidaria rappresentano azioni fortemente stimolanti e coinvolgenti, in grado di far distaccare il soggetto dalle intense emozioni negative del momento. Benché il modello della cascata emotiva sia stato testato su entrambe le problematiche separatamente, ad oggi è presente solo uno studio che prenda in considerazione l’applicazione di questa teoria come possibile spiegazione per la co-occorrenza di disturbi alimentari e autolesività non suicidaria. I risultati dello studio supportano parzialmente il modello della cascata emotiva. Infatti, alla prima elicitazione di pensieri ruminativi, soggetti con una storia clinica di disturbo alimentare e autolesività non suicidaria mostravano un aumento delle emozioni negative e una diminuzione dell’intensità delle emozioni positive maggiore rispetto a quanto riportato dal gruppo di controllo. Tali cambiamenti però erano riscontabili solo nelle fasi iniziali di esposizione ai processi ruminativi, tendendo a livellarsi durante le successive elicitazioni. Inoltre, si è riscontrato che soggetti con una storia clinica di entrambi i disturbi mostravano cambiamenti maggiori nell’intensità delle emozioni provate rispetto a soggetti che presentavano solo una delle due condizioni.
Se conosci qualcuno che soffre di uno di questi disturbi (o di entrambi) consigliagli di rivolgersi a uno studio di psicoterapia o di chiamare il numero verde per i disturbi alimentari: 800 724147.

"Mi contraddico? Va bene, e allora mi contraddico (sono vasto, contengo moltitudini)" - Walt WhitmanChi sono io?Non è fa...
15/02/2023

"Mi contraddico? Va bene, e allora mi contraddico (sono vasto, contengo moltitudini)" - Walt Whitman

Chi sono io?
Non è facile per ognuno di noi rispondere a questa domanda, perché, come dice Whitman, conteniamo moltitudini, ma esattamente cosa sono queste moltitudini?
La costruzione dell’identità personale è una continua evoluzione che gioca su dinamiche personali, emozionali, sociali, ambientali e familiari. L’identità è una co-costruzione formata da pattern acquisiti (come l’educazione familiare o istituzionale) e da nuove acquisizioni mutabili nel tempo (come il rapporto con i pari, con il posto di lavoro o a livello sociale).
Il concetto di identità può essere inteso come la consapevolezza che nella propria immagine di Sé esistono forti coerenze o che comunque gli aspetti diversi dell'immagine di sé formano un sistema coerente ed integrato. Attraverso l'identità la persona ha un'esperienza cognitiva ed emotiva di Sé, elabora e integra in modo coerente le informazioni interne ed esterne, seleziona i comportamenti idonei all'adattamento e favorisce la conoscenza retrospettiva e la progettualità futura.
A questo si va ad associare l’Identità Culturale, cioè credenze, informazioni e usi tipici della cultura di appartenenza. L’identità culturale è talmente permeata nel nostro Sé che spesso si fa fatica a staccarsene consapevolmente, dando vita a un fenomeno chiamato Etnocentrismo: la mia cultura è la norma. Questo atteggiamento può condurre al contrasto tra un NOI e un LORO che non fa altro che acuire i conflitti e l’incomunicabilità con l’altro.
Attraverso un esercizio costante di confronto e dialogo è possibile combattere questo atteggiamento stereotipato e talvolta dannoso e aprirsi al confronto e al dialogo interculturale, oltre ad avere maggior consapevolezza di sé e della cultura di appartenenza: spiegare il proprio mondo culturale porta a riflettere su noi stessi e ciò che ci circonda.

Indirizzo

Via Umbria 2
Taranto
74121

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