Psicoterapia individuale e di gruppo

Psicoterapia individuale e di gruppo Psicoterapia e sostegno psicologico, individuale e di gruppo. Problemi adolescenziali, della Famigli Borla, 2004, Le parole dell’Ospitalità, ed. Cortina, 1987.

– Iscrizione Albo degli Psicologi della Regione Lazio.
– Abilitazione all’esercizio dell’attività psicoterapeutica
– Diploma di Consulente in sessuologia.
– Diploma di Formatrice.
- Diploma di Consulente in problemi adolescenziali.
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1995 a tutt’oggi - Esercizio della libera professione, come Psicologa, Psicoterapeuta, individuale e di gruppo, Formatrice.
1987-1992 – Consulente Psicologa presso il Day Hospital della II Divisione di Geriatria, Ospedale Astanteria Martini, Torino.
1991-1998 – Consulente in Sessuologia presso il poliambulatorio andrologico Centro Servizi Medici Galileo di Torino.
1991- 2010 – Conduttrice di gruppi di Mutuo aiuto per familiari di pazienti affetti dalla malattia di Alzheimer
1997- 2010, Consulente Psicologa presso il centro diurno Alzheimer dell’Asl4 di Torino.
2002-2004 Coordinatrice di Progetto di Ricerca sui temi transculturali
2004- 2012, Consulente Psicologa presso la Residenza Sanitaria Protetta della Asl 4 di Torino. Dal 1999 al 2008, Formatrice presso Associazioni, Cooperative, RSA, équipe ADI-Cure Domiciliari dell’ASL4 TO. Dall’AA 2001 all’AA 2004, Cultrice della Materia presso il Corso di Psicologia Gerontologica della Facoltà di Psicologia dell’Università degli Studi di Torino. Autrice di 30 Lavori a carattere scientifico, pubblicati su Riviste Scientifiche Nazionali e Internazionali. Autrice di quattro testi scientifici: La Memoria e la Cura, ed. AVO, 2005, Il Centro Diurno Aurora per i malati di Alzheimer, ed. Quaderni Psicologici, L’indagine psicodiagnostica in ambito sessuologico,ed. Altieri, 1993, La Sessualità negli handicappati psichici, ed. Relatrice in numerosi Convegni e Congressi Scientifici Nazionali.

01/02/2014

GESTIRE LO STRESS, UN ESEMPIO

Prese un bicchiere d’acqua e si avviò per la stanza, in silenzio.
Tutti si aspettavano una domanda tipo:
“è mezzo pieno o mezzo vuoto?”
Ad un certo punto si fermò, alzò il bicchiere e chiese ai suoi studenti:
“Quanto è pesante questo bicchiere d’acqua?”
Meravigliati, gli studenti hanno dato risposte tra 250 e 500 ml.
Psicologo risponde: peso assoluto non importa, importa quanto tempo lo tieni alzato… Un minuto, nessun problema… Un’ora, un braccio dolorante… Un giorno, paralizza il braccio…
In ognuno di questi tre casi il peso del bicchiere non cambia. Cambia solo il tempo.
Più il tempo passa, più diventa pesante.
Lo stress e le preoccupazioni della vita sono come il bicchiere d’acqua. Se si pensa di meno a loro, non succede quasi nulla.
Se si pensa di più, il cuore inizia a far male.
Se stai pensando a loro per tutto il tempo, paralizzano la tua mente.
Quando arrivi a casa la sera, lascia fuori le tue preoccupazioni.
Non portarle con te durante la notte.
Metti giù il bicchiere.”(Cit.)
(Curiosandoinrete.com)

ISTRUZIONI PER RENDERSI INFELICI - Paul Watzlawick"È giunta l'ora di farla finita con la favola millenaria secondo cui f...
31/01/2014

ISTRUZIONI PER RENDERSI INFELICI - Paul Watzlawick

"È giunta l'ora di farla finita con la favola millenaria secondo cui felicità, beatitudine e serenità sono mete desiderabili della vita. Troppo a lungo ci è stato fatto credere, e noi ingenuamente abbiamo creduto, che la ricerca della felicità conduca infine alla felicità". Watzlawick costruisce qui uno specchio ironico che, pur tenendo viva una costante tensione tra il divertimento e il disagio di riconoscersi, non priva il lettore del piacere di interpretare il messaggio: come rendersi felicemente infelici?

Ah, la felicità. Questo concetto tanto ribadito, tanto ripetuto, a cui tutti aspiriamo sempre. Che sia forse un po' sopravvalutato? Mica si deve essere felici per forza, no? Si può continuare a crogiolarsi nel proprio dolore, a non capire perché le persone ci amano, a non chiedere un martello al nostro vicino di casa perché tanto sicuramente non ce lo presterà, a rimanere incollati al telefono in attesa di una telefona che mai arriverà e al diavolo gli amici che cercano di tirarti fuori dalla tua depressione. Si può continuare ad accusare di mancanze che in realtà non esistono chi abbiamo accanto. Nasconderci alla realtà perché non ci piace. Credere all'oroscopo al punto da fare in modo che quanto scritto si avveri. Non uscire di casa per paura di tutto quello che ci possa succedere, ma anche aver paura a rimanerne dentro, perché nemmeno lì si sta al sicuro. Insomma. Si può essere infelici e fieri di esserlo.

Questi libricino di Watzlawick, filosofo e psicologo, è un saggio intelligente, che mette alla berlina manie e fissazioni in cui ci stupiremo di poterci identificare. Lo fa riportando fonti, citazioni, esempi di vita che potrebbero argomentare perfettamente questa idea di "viva l'infelicità". Potrebbero, ma ovviamente non lo fanno. Perché l'intento di Watzlawick è proprio quello opposto: enfatizzare, ridere e prendere in giro in modo più o meno velato tutti quei meccanismi mentali, quelle situazioni, quelle fissazioni che ci impediscono di essere felici.

E' geniale,. La teoria finale, che si capisce già all'inizio, è quella già espressa da Dostoevskij nel suo Demoni, ovvero: "L'uomo è infelice perché non sa di essere felice. Soltanto per questo. Questo è tutto, tutto! Chi lo comprende, sarà subito felice [...]".

Watzlawick espone le sue argomentazioni in modo scorrevole e con un'ironia facile da cogliere ma mai offensiva nei confronti di chi si comporta realmente nel modo che lui descrive e che mi fa sempre ridere e sorridere.
Non so quante volte l'ho letto, tante da consumarlo. e' un libro che consiglio se si ha voglia di leggerezza.

ACCETTARE IL PASSATONella stessa misura in cui avanziamo nella linea della vita andiamo facendo nuove esperienze, ma nel...
31/01/2014

ACCETTARE IL PASSATO

Nella stessa misura in cui avanziamo nella linea della vita andiamo facendo nuove esperienze, ma nello stesso tempo ci vediamo obbligati ad abbandonare alcune parti della nostra vita. Mi piace immaginare la vita come un treno in movimento perpetuo. A volte condividiamo il viaggio con altre persone che hanno preso il nostro stesso treno ma altre volte in una stazione piuttosto che in un’altra queste persone scendono, a volte tornano a riprendere il nostro treno e a condividere esperienze con noi altre volte dovremo abituarci a proseguire senza di loro.

Bene, non accettare il passato è come scendere ad una stazione e non ripartire perché restiamo in attesa di una persona che probabilmente non arriverà mai.

La bramosia è la trappola del passato
L’impossibilità di accettare il passato e proseguire può essere determinata da moltissimi fattori, ma uno dei principali è la bramosia. Normalmente le persone che sono intrappolate nel loro passato bramano e provano nostalgia per le loro vecchie abitudini, soprattutto quando il presente non è tanto gratificante come le esperienze precedenti.
Per esempio, molte persone rivivono continuamente un vecchio rapporto di coppia che gli ha dato molte soddisfazioni dal punto di vista emotivo. In questo modo, anche se si trovano in una nuova relazione, continuano a tornare al passato e lo paragonano con il presente. Tuttavia, mentre la persona resta incatenata al ricordo, non potrà vivere pienamente il presente che, sicuramente, può offrire esperienze diverse ma ugualmente gratificanti.
Le persone abituate a bramare il passato desiderano rivivere più volte le antiche sensazioni positive dato che pensano che solo queste potranno dare loro una vera soddisfazione. Ad ogni modo, non si rendono conto che esistono molte diverse sensazioni nuove che possono dare grande felicità. In altre parole, si comportano come un bambino che ha provato un gelato che gli piace tanto e in seguito decide di scegliere sempre questo sapore senza azzardare a darsi l’opportunità di provare altri gusti.
Ovviamente, alla fine la bramosia per il passato termina provocando più male che bene; soprattutto quando la persona si rende conto che è impossibile tornare indietro nel tempo spostando semplicemente le lancette dell’orologio.

Carichi troppo pesanti
Altre persone non sono capaci di andare avanti ed accettare il passato perché provano forti sensi di colpa, fallimento e incapacità. Questi normalmente sono associati alla perdita di una persona amata, a incidenti o decisioni importanti, delle quali la persona si sente responsabile. In questo caso, la persona non ottiene di accettare che le condizioni della sua vita sono cambiate e torna continuamente al passato nel vano tentativo di trovare una soluzione.
Anche se può sembrare un controsenso, in realtà le persone non accettano il passato, in primo luogo, perché non accettano il presente, dato che questo gli risulta ingiusto e si sentono infelici. In questo modo, il passato si trasforma in una via di fuga per non dover affrontare la quotidianità. Se a questo aggiungiamo alcune caratteristiche della personalità come la tendenza al perfezionismo, una postura autocritica troppo rigida e la tendenza a vittimizzarsi, allora otterremo una miscela esplosiva che ci obbligherà a guardare sempre al passato.

Come si accetta il passato?

1. Comprendendo e accettando la vita come un flusso in costante movimento, con i suoi alti e bassi, che ci porta su diversi cammini ma ognuno di questi con i suoi aspetti positivi.

2. Comprendendo che gli errori fanno parte dell’apprendimento e che non serve a nulla colpevolizzarsi per gli stessi. La cosa davvero importante è assumere un atteggiamento proattivo e non tornare a commettere gli stessi.

3. Smettendo di paragonare il presente al passato e concentrandoci sugli aspetti positivi della situazione attuale che stiamo vivendo.

4. Concedendoci il tempo necessario per abituarci ai cambiamenti accettando poco a poco tutte le cose nuove che comportano.

5. Avendo fiducia nel futuro. La vita offre sempre nuove situazioni magiche ma siamo noi gli incaricati ad estrarre questa magia da ogni esperienza. La fiducia nelle nostre capacità e nel fatto che il corso della vita ci porterà nuove esperienze positive è essenziale per continuare nel cammino.

Postato 22nd February 2013 da Rolando Ciofi
Etichette: Jennifer Delgado Suàrez Società e Costume

31/01/2014

A volte cerco di immaginare che tipo di sensibilità potrebbe avere un individuo cresciuto su un pianeta dove a nessuno viene in mente di picchiare i bambini. Un giorno, forse, grazie ai progressi della ricerca spaziale, sarà possibile viaggiare da un pianeta all’altro, ed esseri con abitudini comple...

31/01/2014

Psicoterapia e sostegno psicologico, individuale e di gruppo. Problemi adolescenziali, della Famigli

LA SOLITUDINE: MOTIVAZIONI, SOLUZIONI.Essere soli, sentirsi soli, stare da soli. Tutte noi molte volte ci siamo sentite ...
31/01/2014

LA SOLITUDINE: MOTIVAZIONI, SOLUZIONI.

Essere soli, sentirsi soli, stare da soli. Tutte noi molte volte ci siamo sentite così.
Seneca affermava che “La solitudine è per lo spirito ciò che il cibo è per il corpo”, Pier Paolo Pasolini diceva “bisogna essere molto forti per amare la solitudine” . C’è differenza fra l’essere soli e il sentirsi soli. Come è diverso percepire la solitudine ed essere depressi. Se nella prima possiamo parlare di condizione umana in cui ci si isola o si è isolati dagli altri, la seconda invece costituisce una vera e propria psicopatologia da trattare con molta cura e con l’aiuto di professionisti.
La società occidentale odierna, frenetica e dedita al consumismo, lascia sempre il retrogusto amaro della solitudine. Molte persone non hanno affetti con i quali condividere la vita, altri non si riconoscono nei valori degli altri e si isolano volontariamente. Bisogna però comprendere che la solitudine è nociva all’uomo nel momento in cui diventa eccessiva.
Fin da quando si è bambini ci viene insegnato a stare un po’ da soli ed è proprio lo stato della noia e dell’inattività che porta alla creatività ed alla fantasia nei piccoli.
Per quanto riguarda gli adulti invece è importante prendere in considerazione che stare da soli ogni tanto è piacevole, fa ragionare e ci porta a una maggiore riflessione e introspezione. La solitudine però può diventare deleteria sia quando viene eccessivamente ricercata, sia quando diventa un’arma di difesa contro un mondo che fa paura.
Chi si sente solo ha idea di non interessare a nessuno, di non essere voluto, di non voler disturbare, ha paura a chiamare o anche solo mandare un messaggio. Sono persone che non chiedono aiuto e fanno fatica ad ammettere di avere un problema, la maggior parte delle volte affermano che la solitudine è una loro scelta e stanno bene. Mentono anche a se stessi. Un conto è prendersi del tempo per sè, un conto è essere sempre soli. C’è una bella differenza.
Se pensate di vivere in solitudine e non vi piace dovete imparare a “prendere il toro per le corna”. Prima di tutto bisogna re-impostare la propria vita con dei nuovi obiettivi che ovviamente siano raggiungibili a breve, nei tre campi fondamentali della vita: gli affetti, il lavoro, gli hobby o le passioni.
Affetti, ovvero amore e amicizia. Un assunto di base: non è solo colpa degli altri se siete rimasti soli, un po’ di responsabilità l’avete anche voi per cui rimboccatevi le maniche ed uscite di casa. Iniziate a frequentare dei posti che vi piacciono, andate alle mostre, aprite un account su un Social Network ed iniziate a condividere la vostra vita,, ma non fermatevi a questo, alzate il telefono e chiamate le persone care, circondatevi di gente che condivida i vostri stessi valori.
Lavoro: cercate di essere proficue e adoperatevi per migliorarvi. Dovete essere orgogliose di voi stesse. Cercate di investire in un’attività che vi dia soddisfazione e valorizzi i vostri punti di forza, altrimenti il lavoro diventa una tortura.
Hobby e passioni: scoprirete quanto sia bello poter avere anche un momento per voi, facendo ciò che vi piace di più. Dovete ascoltarvi e scegliere ciò che vi si addice di più. Avete solo un mantra da seguire: divertitevi.
Tutto questo per imparare che la solitudine può diventare un’alleata, ma come il sale ed il pepe nelle ricette: solitudine q.b.

31/01/2014

Il Goji (Lycium barbarum L.) è un arbusto perenne, appartenente alla famiglia delle Solanaceae, che può raggiungere i tre metri di altezza, i cui frutti sono bacche di color rosso intenso.

Cresce spontaneamente nelle zone dell'Himalaya, nella regione del Tibet e in alcune provincie della Cina.

Le bacche sono molto delicate e durante il periodo di raccolta, tra luglio e ottobre, vengono fatte cadere su delle stuoie per non doverle toccare con le mani. Il loro sapore è particolare, ma sicuramente gradevole, sono consumate sotto forma di succo puro o semplicemente essiccate.

La farmacopea cinese lo reputa un rimedio in quanto, secondo la letteratura medica cinese, nutre il fegato e i reni aiutando a riequilibrare lo “yin” e lo “yang” del corpo. Per questo gli effetti biologici del Goji hanno ricevuto sempre una grande attenzione e la sua importanza, nella medicina naturale di tutti il mondo , è sempre più significativa man mano che, grazie alla moderna tecnologia, si riesce a provarne il valore scientifico.

Ingredienti caratteristici:

Goji (Lycium barbarum) bacche

Modo d'uso:

Le bacche di Goji possono essere consumate così come sono oppure lasciandole reidratare per qualche minuto in un grosso bicchiere d'acqua calda o fredda (le bacche diventano più grandi e succose).

Si può aggiungere qualche manciata in più in una brocca d'acqua per godere di questo elisir energetico durante tutta la giornata.



Il Goji…

Offre un sostegno al Sistema Immunitario (grazie alla presenza di Vitamina C , Vitamina A, Betacarotene e specifici polissacaridi).
Aiuta il mantenimento dei livelli ottimali di Testosterone (grazie alla presenza di zinco e altri minerali importanti). Da sottolineare che quest’azione del Goji non ne preclude assolutamente l’utilizzo da parte delle donne, perché anche le donne producono naturalmente piccole quantità di testosterone. Il mantenimento dei normali livelli ematici di quest’ormone che il Goji favorisce anche grazie al suo contenuto di zinco, non ha effetti collaterali di nessuna natura, anzi può contribuire ad una maggiore sensazione generale di benessere e maggiore energia.
Contribuisce alla riduzione della Fatica (grazie alla presenza di vitamine del gruppo B).
Contribuisce a migliorare la Memoria e i livelli di concentrazione e attenzione (grazie alla presenza di alcune specifiche vitamine del gruppo B come tiamina, riboflamina e niacina).
Contribuisce al mantenimento del Benessere Generale (grazie alla presenza di vitamine , minerali , aminoacidi, antiossidanti e specifici polisaccaridi).
Contribuisce alla Normale Funzione del Sistema Nervoso (grazie alla presenza di Tiammina e altre vitamine del gruppo B e specifici acidi grassi vegetali).
Contribuisce ad una sana funzione Visiva (grazie alla presenza di betacarotene, vitamina A e zeaxantina).
Contribuisce al Controllo del Peso in associazione ad una dieta ipo-calorica. Le ricerche confermano che le antocianine -una classe di composti antiossidanti contenute nel Goji- hanno un effetto di contrasto sull’accumulo di grasso corporeo, in particolare contrastano l’accumulo di grasso addominale che è il più facile da accumulare e il più difficile da eliminare!

ARROSSIREArrossire è un comportamento tipicamente umano, involontario. In genere si tratta di un’esperienza che le perso...
31/01/2014

ARROSSIRE
Arrossire è un comportamento tipicamente umano, involontario. In genere si tratta di un’esperienza che le persone vivono con un certo imbarazzo e che desiderano, in tutti i modi, evitare.
Tuttavia, proprio questo desiderio può scatenare una notevole ansia e portare ad un aggravamento del sintomo, a causa dell’eccessiva attenzione rivolta a sé stessi.
La tendenza ad arrossire è ereditaria ed è ereditario perfino il modo di arrossire: solo sulle guance, su tutto il viso, sul collo, sulle orecchie ecc. La sensazione della persona che arrossisce è quella di un crescendo di calore.
Durante la fase di arrossamento della pelle del viso la persona tende a evitare lo sguardo altrui, girando la faccia verso un’altra direzione, o addirittura andandosene.
Nell’arrossire intensamente si perde per un attimo il controllo di sé stessi, si va in confusione ed è possibile che ci si dimentichi totalmente ciò che si stava dicendo o pensando. Quando una persona si vergogna molto ed arrossisce, oltre alla sensazione di calore sul viso, può avvertire il battito cardiaco accelerare o avere qualche problema di respirazione.
Ciò che fa sentire in imbarazzo la persona non è tanto il fatto di sentirsi in questa situazione, ma la consapevolezza che gli altri si accorgano del proprio disagio e che da questo traggano delle conclusioni negative, di debolezza di carattere o scarsa intelligenza.
I giovani tendono ad arrossire più delle persone adulte e le donne più degli uomini; in ogni caso le situazioni in cui il fenomeno avviene più di frequente è davanti a persone dell’altro sesso e tra conoscenti piuttosto che quando ci si trova con degli estranei, il cui giudizio interessa di meno.
La persona che vive il problema dell’arrossire in pubblico con forte ansia dovrebbe chiedersi anzitutto perché le emozioni che prova nelle situazioni sociali siano così intense da provocare questo fenomeno.
E inoltre capire che più ci si sente in ansia, più le emozioni sono travolgenti.
Una soluzione si può cercare a monte, attraverso la conquista di una maggiore fiducia in sé stessi, eventualmente accompagnata dall’apprendimento di una tecnica di rilassamento.

Momenti che determinano.In amicizia, in amore e in qual si voglia situazione, vi sono episodi che prendono importanza e ...
31/01/2014

Momenti che determinano.
In amicizia, in amore e in qual si voglia situazione, vi sono episodi che prendono importanza e determinano. Conteranno più di altri. Distruggeranno o apriranno nuovi varchi, apporteranno o toglieranno.
Eventi che svelano quel che sarà. Mediocri. Oppure eroici.

G. Reed

DISORDINI ALIMENTARI: UN INQUADRAMENTOLa Posizione Anoressico-bulimicaSempre più autori preferiscono oggi parlare di Sin...
31/01/2014

DISORDINI ALIMENTARI: UN INQUADRAMENTO
La Posizione Anoressico-bulimica

Sempre più autori preferiscono oggi parlare di Sindrome Anoressico-bulimica, o meglio, secondo un più specifico punto di vista psicoanalitico, di Posizione Anoressico-bulimica; ciò corrisponde ad un inquadramento dei disturbi alimentari in una categoria globale, con una comune posizione psicodinamica, anche se con forme di espressione individuale che portano a manifestazioni cognitivo-comportamentali diverse, che si è venuta a creare all'interno della nostra cultura di matrice occidentale, .

Infatti:
- molti pazienti presentano una commistione delle due forme
- non pochi di essi passano da una forma all'altra
- in entrambe le forme si rileva un identico terrore di ingrassare
- in entrambe l'apparenza estetica è determinante per lo stato psicologico.

Quando i due disturbi non coesistono, è importante invece rilevare come:
il disturbo di tipo anoressico si presenti nella maggior parte dei casi come accettato ed anche esibito, un atteggiamento di fanatica ricerca di una magrezza estrema di cui vantarsi;
la bulimia tenda invece ad essere avvertita come un disturbo, un impulso rifiutato ed irrefrenabile che ha per conseguenza un comportamento da nascondere con forte vergogna.

Fattori socioculturali dell'Anoressia-bulimia

Richard Gordon (1990) suggerisce che ogni tentativo di comprensione dell'anoressia-bulimia si debba collocare in una prospettiva culturale, considerandola come uno di quei disturbi che Devereux definisce 'etnici', cioè caratterizzati da un modello cognitivo-comportamentale deviante che, per le sue dinamiche, viene ad essere un'espressione delle contraddizioni cruciali e dell'ansia di fondo di una particolare parte della società umana in un particolare momento storico.

Fattori psicodinamici dell'Anoressia-bulimia

A) il comportamento anoressico-bulimico è un sintomo ambivalente e multideterminato, interpretabile come:

1) un tentativo disperato di ottenere ammirazione e conferma, di sentirsi unici e speciali, non importa se poi finisce per essere un modo per ricevere danno o punizione (ipotesi che pone un forte accento sulle caratteristiche culturali alienanti e massificanti della nostra società occidentale)

2) un tentativo di attacco alle eccessive aspettative genitoriali (se i genitori tendono a prendersi cura del bambino in funzione dei propri bisogni, piuttosto che di quelli del figlio, il bambino sviluppa allora nella prima infanzia un falso Sé, per far piacere ai genitori, ma cova le matrici di futuri comportamenti testardi e negativisti, che in adolescenza userà per aggredirli)

3) un tentativo narcisistico-onnipotente di sviluppare, attraverso la disciplina del corpo e il controllo del cibo, un senso di autonomia e di individualità (un 'falso movimento' messo in atto per tentare di uscire da una dimensione psicologica ed esistenziale di dipendenza ed impotenza);

B) la preoccupazione riguardo al cibo e al peso è dunque una manifestazione relativamente tarda, emblematica di un disturbo più fondamentale del concetto di Sé. La maggior parte dei pazienti con anoressia e/o bulimia nervosa riferiscono di aver percepito 'da sempre' dentro di sé la convinzione di essere completamente inadeguati ed impotenti, sentendosi incapaci di sostenere il giudizio degli altri.

C) questi fattori sono anche accompagnati da certi tratti cognitivi caratteristici, che comprendono:
1) un'errata percezione della propria immagine corporea
2) un pensiero infantile di tipo tutto-o-nulla, perlopiù concentrato solo sul presente
3) pensieri e rituali ossessivo-compulsivi
4) una percezione della realtà sociale ed un pensiero di tipo magico-persecutorio (bisogno-paura di essere 'visti')

D) Le abbuffate e l'uso di purganti non sono solitamente problemi impulsivi isolati. Generalmente in questi pazienti coesistono molti altri comportamenti tendenzialmente o scopertamente impulsivi o autodistruttivi, soprattutto nelle relazioni più intime e nella sessualità. Sempre più spesso si rileva inoltre anche l'abuso di molteplici sostanze psicoattive.

LE DIVERSE FACCE DELLA VIOLENZAL’art. 1 della Dichiarazione delle Nazioni Unite sull’eliminazione della violenza contro ...
31/01/2014

LE DIVERSE FACCE DELLA VIOLENZA
L’art. 1 della Dichiarazione delle Nazioni Unite sull’eliminazione della violenza contro le donne (1993) la definisce come “qualsiasi atto di violenza per motivi di genere che provochi o possa provocare danno fisico, sessuale o psicologico, comprese le minacce di violenza, la coercizione o privazione arbitraria della libertà personale, sia nella vita pubblica che privata”.
Partendo da questa definizione, si possono distinguere diverse forme di violenza, più o meno immediatamente tangibili ma comunque tutte parimenti gravi in quanto idonee a ledere la personalissima identità e dignità fisica e/o morale della donna:

VIOLENZA DOMESTICA: si consuma all’interno delle mura domestiche ed è esercitata da familiari, partner abituali, occasionali o conviventi. Può essere:
FISICA: Il c.d. ti voglio bene ma ti picchio, dalle classiche “botte” (calci, pugni, schiaffi, graffi e morsi che lasciano ecchimosi, ematomi, fratture ecc.), alle – secondo un’accezione più ampia – urla verbali, il ti**re i capelli, lo strattonare la vittima, lo spaccare oggetti. C’è chi muore sotto i colpi dell’”amato”.
Rientrano in questa categoria anche le molestie e gli abusi sessuali, l’incesto e lo stupro.
Per arrivare sino ai matrimoni coatti, alla prostituzione forzata e alla mutilazione genitale, con ciò intendendosi qualsiasi forma di rimozione e/o modificazione totale o parziale dei genitali femminili esterni perpetrata ai danni di donne o bambine per ragioni culturali o comunque non terapeutiche.
In quest’ottica, il legislatore italiano ha emesso la legge 9/18 gennaio 2006, n. 7, in tema di “Disposizioni concernenti la prevenzione e il divieto delle pratiche di mutilazioni genitali femminile”, finalizzata a promuovere e garantire un’attività di prevenzione, assistenza, e riabilitazione di donne e bambine già sottoposte a tali pratiche.
PSICOLOGICA: Il c.d. ti voglio bene ma ti anniento, manipolo e distruggo mentalmente, rendendoti dipendente da me: sottintesi, sarcasmo, intimidazioni, critiche quotidiane, battutine destabilizzanti, minacce, ricatti, insulti verbali, colpevolizzazioni, svalutazioni pubbliche e private, umiliazioni, derisione, malumore costante, squalifica o addirittura rifiuto dell’altro. E ancora, mortificazioni, sopraffazioni, tradimenti, bugie. La vittima assume ogni giorno dosi progressive di cattiveria, che finiscono per generare assuefazione. Via via che la violenza progredisce, sale di pari passo la soglia di tolleranza della parte più debole e il rischio è quello che la vittima cada in una condizione di isolamento e si inneschi un rapporto di dipendenza psicologica con il suo aggressore.
ECONOMICA: Il c.d. ti voglio bene ma ti privo del denaro e ti metto in condizione di non potertelo procurare: alla vittima (quasi sempre la donna) può essere impedito di studiare, lavorare o avere un conto corrente personale, così come la disponibilità di bancomat o carte di credito. Il denaro viene dato, centesimo per centesimo, su richiesta e a discrezione dell’altro partner, cosicché l’uno si trova in balia dell’autoritarismo dispotico dell’altro, che può permettersi di far leva sulle primarie esigenze di vita del primo (con l’arma del ricatto) per ottenere ciò che vuole. Nella separazione lo stesso meccanismo si applica nel non pagamento dell’assegno.
microcrudeltà o STALKING: Il c.d. ti voglio bene ma ti perseguito, ti assillo, ti molesto e non ti lascio andare: assillanti molestie, quali il sorvegliare, aspettare, inseguire, raccogliere informazioni sulla vittima e i suoi movimenti, le intrusioni e gli appostamenti sotto casa o nel luogo di lavoro, i pedinamenti, i tentativi di comunicazione e contatto con lettere o telefonate, sms, e-mail, chat line (il c.d. cyberstalking), graffiti, murales, lasciare messaggi a casa, in ufficio o sull’auto, inviare fiori e regali, fare visite a sorpresa, incontrare “casualmente” la vittima, ordinare merci e servizi a nome della vittima, diffondere dichiarazioni diffamatorie e oltraggiose a carico della vittima, minacciare di usare violenza contro la vittima, fare citofonate mute. E ancora, tagliuzzare la biancheria intima della moglie, mettere in lavatrice a 60° tutti i golf di cachemire del marito, smemorizzare la rubrica telefonica del cellulare del partner o la memoria del computer, riga con le chiavi l’automobile dell’altro.
MOBBING familiare: Il c.d. ti voglio bene ma ti molesto psicologicamente e ti vesso in maniera quotidiana e sistematica: comportamenti e molestie psico-fisiche, inflitte dagli stessi familiari e/o partner, che portano la vittima a smarrire gradatamente la propria autostima, a perdere la propria forza e personalità, e che sono, quindi, finalizzati a delegittimare e/o denigrare l’altro, a estrometterlo dai processi decisionali (apprezzamenti offensivi in pubblico o in presenza di amici e conoscenti; palesi e teatrali atteggiamenti di disistima e di critica; provocazioni continuative e sistematiche; coinvolgimento continuo di terzi nelle liti familiari; tentativi di sminuire il ruolo in famiglia o pressioni a lasciare la casa coniugale; ingiurie sistematiche; dimostrazioni di sfiducia). I soggetti coinvolti si trovino su piani distinti, la vittima in una posizione di svantaggio rispetto al c.d. mobber.
(Anna Maria Bernardini De Pace)

COMPONENTI NON-VERBALI DELLA CONVERSAZIONECome in un gioco da tavolo, anche nello scambio verbale ci sono regole e turni...
30/01/2014

COMPONENTI NON-VERBALI DELLA CONVERSAZIONE
Come in un gioco da tavolo, anche nello scambio verbale ci sono regole e turni. L'alternarsi dei turni viene negoziata man mano che si procede. Questi messaggi sono per lo più espressi con il linguaggio del corpo.
Quando "chi parla" sta per cedere il turno, guarda l'interlocutore. O se lo stava già fissando distoglie lo sguardo. In un gruppo, se chi parla vuole cedere lla parola a una persona, volge lo sguardo o la testa nella sua direzione. Lo stesso messaggio può essere prodotto aumentando o abbassando la voce.
Anche la postura è importante e viene utilizzata per segnalare le proprie intenzioni. Cambiare posizione, prendere respiro, inclinare il busto in avanti, tenere sospeso l'avambraccio, possono indicare la volontà di passare a un altro argomento. ritrarre il tronco indica spesso che si è finito o non si ha intenzione di parlare.
Il segnale più comune per regolare la conversazione sembrerebbe costituito dai movimenti della testa.
Naturalmente può succedere che chi parla voglia continuare a farlo, ignorando i messaggi dell'interlocutore (aumentando il tono della voce o il tono, accelerando l'eloquio, guardando di più l'altro, parlando lentamente, ripetendo le stesse frasi,ecc.)

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