Domenico De Berardis, Psichiatra, Psicoterapeuta

Domenico De Berardis, Psichiatra, Psicoterapeuta Direttore DSM Teramo e divulgatore scientifico. Ricercatore con più di 300 pubblicazioni, H-index Scopus di 60. Editor del journal “Mental Illness”.

Relatore a molti congressi nazionali e internazionali. Se vi fa piacere, seguite la mia pagina 🙏 Direttore Unità Operativa Complessa Centro Salute Mentale CD-RP Giulianova, ASL Teramo. Direttore Dipartimento Salute Mentale, ASL di Teramo. Per prenotare una visita rivolgersi obbligatoriamente al Centro Unico di Prenotazione della Asl di Teramo. Per consultare le mie pubblicazioni:
http://publicationslist.org/domenico.deberardis
https://publons.com/researcher/587683/domenico-de-berardis/

Per consultare le mie attività di ricerca:
https://www.researchgate.net/profile/Domenico-De-Berardis

𝐐𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐟𝐞𝐳𝐢𝐚 𝐟𝐚𝐥𝐥𝐢𝐬𝐜𝐞: 𝐢𝐥 𝐩𝐚𝐫𝐚𝐝𝐨𝐬𝐬𝐨 𝐝𝐢 𝐮𝐧𝐚 𝐟𝐞𝐝𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐢 𝐫𝐚𝐟𝐟𝐨𝐫𝐳𝐚. 𝐋𝐨 𝐩𝐬𝐢𝐜𝐨𝐥𝐨𝐠𝐨 𝐋𝐞𝐨𝐧 𝐅𝐞𝐬𝐭𝐢𝐧𝐠𝐞𝐫 𝐞 𝐥𝐨 𝐬𝐯𝐢𝐥𝐮𝐩𝐩𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐭...
09/02/2026

𝐐𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐟𝐞𝐳𝐢𝐚 𝐟𝐚𝐥𝐥𝐢𝐬𝐜𝐞: 𝐢𝐥 𝐩𝐚𝐫𝐚𝐝𝐨𝐬𝐬𝐨 𝐝𝐢 𝐮𝐧𝐚 𝐟𝐞𝐝𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐢 𝐫𝐚𝐟𝐟𝐨𝐫𝐳𝐚. 𝐋𝐨 𝐩𝐬𝐢𝐜𝐨𝐥𝐨𝐠𝐨 𝐋𝐞𝐨𝐧 𝐅𝐞𝐬𝐭𝐢𝐧𝐠𝐞𝐫 𝐞 𝐥𝐨 𝐬𝐯𝐢𝐥𝐮𝐩𝐩𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐭𝐞𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐝𝐢𝐬𝐬𝐨𝐧𝐚𝐧𝐳𝐚 𝐜𝐨𝐠𝐧𝐢𝐭𝐢𝐯𝐚 (𝐜𝐡𝐞 𝐡𝐨 𝐠𝐢𝐚̀ 𝐢𝐧𝐭𝐫𝐨𝐝𝐨𝐭𝐭𝐨 𝐢𝐧 𝐮𝐧 𝐩𝐨𝐬𝐭 𝐩𝐫𝐞𝐜𝐞𝐝𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐩𝐚𝐫𝐥𝐚𝐯𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐧𝐚𝐳𝐢𝐬𝐭𝐚). 𝐮𝐧 𝐦𝐞𝐜𝐜𝐚𝐧𝐢𝐬𝐦𝐨 𝐦𝐨𝐥𝐭𝐨 𝐮𝐦𝐚𝐧𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐨𝐩𝐞𝐫𝐚 𝐚𝐧𝐜𝐨𝐫𝐚 𝐨𝐠𝐠𝐢.

⭐️ 𝐒𝐞 𝐭𝐢 𝐞̀ 𝐩𝐢𝐚𝐜𝐢𝐮𝐭𝐨 𝐢𝐥 𝐩𝐨𝐬𝐭 𝐦𝐞𝐭𝐭𝐢 𝐮𝐧 𝐥𝐢𝐤𝐞, 𝐮𝐧𝐚 𝐫𝐞𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐨 𝐮𝐧 𝐜𝐨𝐦𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨, 𝐚 𝐕𝐨𝐢 𝐧𝐨𝐧 𝐜𝐨𝐬𝐭𝐚 𝐧𝐮𝐥𝐥𝐚 𝐦𝐚 𝐩𝐞𝐫 𝐥𝐚 𝐜𝐫𝐞𝐬𝐜𝐢𝐭𝐚 𝐝𝐢 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐩𝐚𝐠𝐢𝐧𝐚 𝐞̀ 𝐟𝐨𝐧𝐝𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐚𝐥𝐞.

Nel 1954, lo Leon Festinger si imbatté in una notizia che avrebbe cambiato per sempre la nostra comprensione della mente umana. Un piccolo gruppo di credenti riuniti in una , guidati da una casalinga di nome Dorothy Martin, sosteneva di ricevere messaggi da entità aliene provenienti dal pianeta Clarion. Il messaggio era inequivocabile: un diluvio catastrofico avrebbe distrutto il mondo il 21 dicembre. Solo i fedeli sarebbero stati salvati da dischi volanti inviati in loro soccorso. Festinger, anziché liquidare la vicenda come semplice fanatismo, compì una scelta audace: infiltrò dei ricercatori nel gruppo per osservare dall’interno cosa sarebbe accaduto quando la profezia, inevitabilmente, non si fosse avverata.
La notte fatidica arrivò. I seguaci avevano abbandonato lavori, relazioni, venduto proprietà. Sedevano in attesa, vestiti senza parti metalliche per non interferire con i presunti raggi salvifici. La mezzanotte passò. L’alba sorse su un mondo intatto. Festinger si aspettava il crollo della fede, ma ciò che osservò fu l’esatto opposto: un’esplosione di convinzione ancora più fervente. Dorothy ricevette un nuovo “messaggio”: la loro devozione aveva commosso le entità superiori, che avevano risparmiato la Terra. Il gruppo non si disperse, anzi iniziò a fare proselitismo con rinnovato vigore.
Questo comportamento apparentemente irrazionale rivelò il meccanismo della dissonanza cognitiva. La umana funziona come un ecosistema che rifugge gli squilibri: quando le nostre convinzioni profonde collidono violentemente con la realtà, sperimentiamo un disagio psicologico insopportabile. È come avere due magneti che si respingono nella stessa scatola cranica. Per alleviare questa tensione, non sempre cambiamo le nostre credenze per adattarle ai fatti, specialmente quando abbiamo investito troppo in quelle credenze. Invece, distorciamo la realtà per farla combaciare con ciò che vogliamo credere.
I seguaci di Dorothy Martin avevano sacrificato tutto. Ammettere l’errore non significava solo riconoscere una profezia sbagliata, ma demolire l’intera struttura della propria identità e delle scelte di vita. Come un giocatore d’azzardo che continua a puntare dopo perdite devastanti, convinto che la vittoria sia “dovuta”, il gruppo raddoppiò la scommessa sulla propria narrazione. aveva documentato non solo un episodio bizzarro, ma un principio fondamentale: a volte ci aggrappiamo alle nostre illusioni non nonostante le prove contrarie, ma proprio a causa di esse, perché il costo psicologico della verità è semplicemente troppo alto da pagare.​​​​​​​​​​​​​​​​ questo è il meccanismo della .

Voce bibliografica.
⬇️
Festinger L. Cognitive dissonance. Sci Am. 1962 Oct;207:93-102.

“Non dubitate mai che un piccolo gruppo di persone appassionate, attente e impegnate possa cambiare il mondo; in realtà,...
08/02/2026

“Non dubitate mai che un piccolo gruppo di persone appassionate, attente e impegnate possa cambiare il mondo; in realtà, è l'unica cosa che lo ha sempre cambiato.” (Cit.)

Ma che fantastico gruppo che c’è al Dipartimento di Salute Mentale di Teramo? Mi ritengo onorato e fortunato poter contare su persone così in gamba. Buona splendida domenica a Tutte e a Tutti. 🫶🔝👏

𝐋𝐚 𝐩𝐬𝐢𝐥𝐨𝐜𝐢𝐛𝐢𝐧𝐚 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐝𝐞𝐩𝐫𝐞𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐫𝐞𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐧𝐭𝐞: 𝐩𝐫𝐨𝐦𝐞𝐬𝐬𝐞 𝐞 𝐩𝐞𝐫𝐩𝐥𝐞𝐬𝐬𝐢𝐭𝐚̀. 𝐄̀ 𝐚𝐩𝐩𝐞𝐧𝐚 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐢𝐭𝐨 𝐢𝐥 𝐩𝐫𝐢𝐦𝐨 𝐬𝐭𝐮𝐝𝐢𝐨 𝐢𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚𝐧𝐨 𝐬𝐮𝐥𝐥’𝐮𝐭...
07/02/2026

𝐋𝐚 𝐩𝐬𝐢𝐥𝐨𝐜𝐢𝐛𝐢𝐧𝐚 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐝𝐞𝐩𝐫𝐞𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐫𝐞𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐧𝐭𝐞: 𝐩𝐫𝐨𝐦𝐞𝐬𝐬𝐞 𝐞 𝐩𝐞𝐫𝐩𝐥𝐞𝐬𝐬𝐢𝐭𝐚̀. 𝐄̀ 𝐚𝐩𝐩𝐞𝐧𝐚 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐢𝐭𝐨 𝐢𝐥 𝐩𝐫𝐢𝐦𝐨 𝐬𝐭𝐮𝐝𝐢𝐨 𝐢𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚𝐧𝐨 𝐬𝐮𝐥𝐥’𝐮𝐭𝐢𝐥𝐢𝐳𝐳𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐩𝐬𝐢𝐥𝐨𝐜𝐢𝐛𝐢𝐧𝐚 𝐧𝐞𝐥 𝐦𝐨𝐧𝐝𝐨 𝐫𝐞𝐚𝐥𝐞’ 𝐚 𝐂𝐡𝐢𝐞𝐭𝐢, 𝐜𝐨𝐧𝐝𝐨𝐭𝐭𝐨 𝐝𝐚𝐥 𝐩𝐫𝐨𝐟𝐞𝐬𝐬𝐨𝐫 𝐌𝐚𝐫𝐭𝐢𝐧𝐨𝐭𝐭𝐢, 𝐠𝐫𝐚𝐧𝐝𝐞 𝐬𝐜𝐢𝐞𝐧𝐳𝐢𝐚𝐭𝐨 𝐞 𝐚𝐦𝐢𝐜𝐨 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞. 𝐕𝐞𝐝𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐝𝐢𝐜𝐨𝐧𝐨 𝐢 𝐝𝐚𝐭𝐢 𝐝𝐢 𝐥𝐞𝐭𝐭𝐞𝐫𝐚𝐭𝐮𝐫𝐚 𝐞𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐧𝐭𝐢.
✅ 𝐋𝐚𝐬𝐜𝐢𝐚𝐭𝐞 𝐮𝐧 𝐥𝐢𝐤𝐞, 𝐮𝐧𝐚 𝐫𝐞𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐨 𝐮𝐧 𝐜𝐨𝐦𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨, 𝐩𝐞𝐫 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐩𝐚𝐠𝐢𝐧𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐚 𝐦𝐨𝐥𝐭𝐢𝐬𝐬𝐢𝐦𝐨 🙏

Negli ultimi anni, la psilocibina è emersa come una delle terapie più promettenti per la depressione resistente ai trattamenti, quella condizione in cui almeno due cicli di antidepressivi si sono rivelati inefficaci. I risultati iniziali sembravano straordinari: riduzioni significative dei sintomi depressivi nel giro di settimane, con effetti che persistevano per mesi. Ma guardando più attentamente ai dati emerge un quadro più complesso e sfumato.
Una recente metanalisi pubblicato su JAMA Network Open solleva interrogativi importanti sui risultati degli studi clinici. Analizzando i gruppi di controllo negli studi sulla psilocibina, i ricercatori hanno notato qualcosa di insolito: i pazienti che ricevevano placebo mostravano miglioramenti significativamente inferiori rispetto ai gruppi placebo negli studi con antidepressivi tradizionali o esketamina. Questo “effetto placebo debole” nei trial sulla psilocibina solleva una questione metodologica cruciale: è la psilocibina eccezionalmente efficace, o è il contesto dello studio che crea aspettative talmente diverse da amplificare artificialmente la differenza tra trattamento attivo e controllo?
Il problema del ’unblinding funzionale’ (quando sia il paziente che il ricercatore si accorgono che il primo sta assumendo il farmaco e non il placebo) è centrale. Quando si assume psilocibina ad alte dosi, gli effetti psichedelici sono così evidenti che sia i pazienti che i ricercatori capiscono immediatamente chi ha ricevuto il farmaco attivo. Questo rende molto difficile mantenere il doppio cieco, condizione fondamentale per la validità scientifica. Se il gruppo placebo “sa” di non aver ricevuto il trattamento reale, le aspettative deluse potrebbero spiegare il loro scarso miglioramento.
Eppure, quando funziona, la psilocibina sembra funzionare davvero. Uno studio open-label su pazienti con depressione severa e resistente ha mostrato tassi di remissione del 41% a tre settimane, ben superiori al 10-15% atteso dopo quattro cicli falliti di terapia. Ma la ricerca qualitativa sui vissuti dei pazienti rivela una realtà più articolata: esperienze profondamente trasformative e straordinarie per alcuni si affiancano a vissuti di sopraffazione, paura e persino ritraumatizzazione per altri.
I pazienti intervistati descrivono la difficoltà di “lasciarsi andare” durante l’esperienza, la sfida di integrare vissuti spesso indicibili, e la sensazione che una singola sessione sia insufficiente. Molti esprimono frustrazione per la brevità della preparazione psicologica e per la mancanza di supporto terapeutico continuativo dopo la sessione. Due partecipanti hanno persino tentato l’automedicazione con microdosi di psilocibina, senza benefici apparenti e con potenziali rischi.
Gli effetti avversi, sebbene raramente gravi negli studi controllati, includono mal di testa, insonnia, agitazione psicomotoria e, in un caso, peggioramento della depressione che ha richiesto monitoraggio intensivo. Particolarmente rilevante è l’osservazione che pazienti con disturbo post-traumatico comorbido sembrano rispondere meno favorevolmente al trattamento.
La psilocibina rappresenta indubbiamente un’opzione terapeutica innovativa e potenzialmente preziosa per alcuni pazienti con depressione resistente. Ma i dati suggeriscono cautela: non è la panacea universale che alcuni media hanno dipinto. Serve maggiore chiarezza su quali pazienti possano beneficiarne, su come ottimizzare il contesto terapeutico, e su come interpretare risultati che potrebbero essere parzialmente influenzati da aspettative e metodologie di studio. Il futuro di questo trattamento dipenderà dalla nostra capacità di separare l’entusiasmo dall’evidenza scientifica rigorosa.​​​​​​​​​​​​​​​​
Ecco perché lo studio del professor Martinotti, condotto su pazienti del mondo reale nella pratica clinica quotidiana, sarà fondamentale per capire fino in fondo i benefici di questa terapia nonché la sua efficacia, ma anche il profilo di effetti collaterali: essendo questo studio condotto da un gruppo di ricerca che conosco benissimo, so già che sarà quello che definirà finalmente ciò che si può fare con il farmaco e ciò che potrebbe essere problematico da gestire. Sono molto molto affascinato e curioso di sapere come andrà questa straordinaria sperimentazione.



Voci bibliografiche.
⬇️
Hieronymus F, López E, Werin Sjögren H, Lundberg J. Control Group Outcomes in Trials of Psilocybin, SSRIs, or Esketamine for Depression: A Meta-Analysis. JAMA Netw Open. 2025;8(7):e2524119.
Aaronson ST, van der Vaart A, Miller T, LaPratt J, Swartz K, Shoultz A, Lauterbach M, Suppes T, Sackeim HA. Single-Dose Psilocybin for Depression With Severe Treatment Resistance: An Open-Label Trial. Am J Psychiatry. 2025;182(1):104-113.
Breeksema JJ, Niemeijer A, Krediet E, Karsten T, Kamphuis J, Vermetten E, van den Brink W, Schoevers R. Patient perspectives and experiences with psilocybin treatment for treatment-resistant depression: a qualitative study. Sci Rep. 2024;14(1):2929.

Quando pensiamo agli Epstein files, non stiamo parlando solo di uno scandalo. Stiamo guardando dentro uno specchio che r...
05/02/2026

Quando pensiamo agli Epstein files, non stiamo parlando solo di uno scandalo. Stiamo guardando dentro uno specchio che riflette le crepe più profonde della nostra società. È come scoprire che sotto il pavimento lucido di una villa c’è un pozzo senza fondo: ciò che emerge ci costringe a confrontarci con una verità scomoda sul valore che attribuiamo alle persone.
Il patriarcato ha costruito per secoli un’architettura invisibile dove le donne esistono come ornamenti, come territori da conquistare piuttosto che come esseri umani con dignità inviolabile. E quando il denaro entra in questo sistema malato, diventa benzina sul fuoco. I ricchi e i potenti che credono di poter acquistare corpi come si comprano automobili o opere d’arte dimostrano non solo arroganza, ma una disconnessione morale terrificante. Pensano che il loro conto in banca e/o la loro posizione di potere siano una bacchetta magica capace di cancellare il consenso, la dignità, l’umanità stessa.
Ma le conseguenze vanno oltre l’atto in sé.
Le vittime di questo sfruttamento portano cicatrici invisibili che nessun tribunale potrà mai risarcire completamente, ammesso e non concesso che ci sarà un processo. La psiche umana, quando viene trattata come merce, si frattura in modi che gli esperti di trauma conoscono bene: dissociazione, perdita del senso di sé, difficoltà a fidarsi del mondo, incubi, uso di sostanze, depressione, suicidio etc. È come se queste persone dovessero ricostruire da zero la propria identità, dopo che qualcuno ha deciso arbitrariamente che il loro valore si misura in transazioni commerciali o di potere (o, ahimè, di entrambe le cose).
Questa storia ci ricorda che la lotta per l’uguaglianza e le violenze non sono finite: ogni volta che permettiamo che il potere e il denaro calpestino la dignità umana, scegliamo da che parte stare.
E la storia non dimentica.​​​​​​​​​​​​​​​​

Ho letto poco fa una notizia assolutamente priva di fondamento della quale vi riporto lo screenshot qui sotto ⬇️Per le M...
04/02/2026

Ho letto poco fa una notizia assolutamente priva di fondamento della quale vi riporto lo screenshot qui sotto ⬇️
Per le Malattie Infettive purtroppo non sono in grado di fornire informazioni, poiché non è il mio ambito di competenza 🤷
La riorganizzazione del Dipartimento di Salute Mentale di Teramo è stata invece effettuata di concerto con gli operatori e con la direzione dell'ASL di Teramo, analizzando i bisogni dell’utenza, i numeri dei pazienti, la tipologia delle richieste e non prevede alcun ridimensionamento.
Anzi, saranno introdotti nuovi servizi importantissimi per il nostro territorio, per i quali dobbiamo ora ricorrere a strutture o servizi fuori regione, con costi rilevantissimi e disagi per l’utenza 💰🥵
Saranno inoltre create nuove unità operative che miglioreranno la qualità del DSM e dell’offerta per gli utenti, saranno aperti nuovi ambulatori, tra cui uno specifico per una malattia particolare nell'adulto (al momento non posso dirvi di più perché stiamo lavorando a questo progetto), e sarà potenziata la rete di residenzialità intradipartimentale 💪
Ricordiamo, per chi se lo fosse perso, che siamo uno dei pochi DSM che effettua la terapia dialettico-comportamentale (DBT) nel servizio pubblico e che ha CSM attrezzati per la somministrazione di esketamina, un farmaco innovativo per la depressione resistente a totale carico del servizio sanitario nazionale (molte strutture private fanno pagare questo farmaco a caro prezzo!) 🔝
Ogni volta che leggo queste notizie, mi chiedo se siano frutto di una mancanza di conoscenza approfondita (sicuramente per colpa mia) o se ci sia un intento strumentale 🤔 Ovviamente propendo per la prima ipotesi stimando gli amici di Azione Teramo.
Ci tengo a dire che non smetterò mai di ringraziare la direzione della ASL di Teramo per l’attenzione rivolta alla Psichiatria, attenzione che, vi assicuro, è rara da trovare in altre aziende sanitarie e tutti gli operatori del DSM che operano quotidianamente in modo silenzioso, ma efficace 🫂❤️
Dunque, cari amici e utenti, tranquillizzatevi e smettete di telefonarmi (anche perché sapete che io rispondo praticamente a quasi tutti anche nel tempo libero e ciò potrebbe creare seri problemi soprattutto nel mio matrimonio 🤣😄) perché non c’è nessun ridimensionamento.
Magari ci fosse, vorrebbe dire che la psichiatria finalmente ha trovato cura definitive per i disturbi gravi che non necessiterebbero neanche degli psichiatri… ma non credo che sta per ve**re il giorno in cui noi psichiatri saremo disoccupati, anzi penso che saremo ancora più oberati di lavoro negli anni a ve**re, come già lo siamo adesso 🙈🫣

La notizia qui sotto ⬇️

𝐈𝐥 𝐝𝐨𝐥𝐨𝐫𝐞 𝐟𝐢𝐬𝐢𝐜𝐨 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐝𝐞𝐩𝐫𝐞𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐦𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨𝐫𝐞: 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐥’𝐮𝐦𝐨𝐫𝐞 𝐢𝐧𝐟𝐥𝐮𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐥𝐞 𝐬𝐞𝐧𝐬𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐬𝐨𝐦𝐚𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐞 𝐯𝐢𝐜𝐞𝐯𝐞𝐫𝐬𝐚. 𝐕𝐢 𝐞̀ 𝐦𝐚𝐢 𝐜𝐚𝐩...
03/02/2026

𝐈𝐥 𝐝𝐨𝐥𝐨𝐫𝐞 𝐟𝐢𝐬𝐢𝐜𝐨 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐝𝐞𝐩𝐫𝐞𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐦𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨𝐫𝐞: 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐥’𝐮𝐦𝐨𝐫𝐞 𝐢𝐧𝐟𝐥𝐮𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐥𝐞 𝐬𝐞𝐧𝐬𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐬𝐨𝐦𝐚𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐞 𝐯𝐢𝐜𝐞𝐯𝐞𝐫𝐬𝐚.
𝐕𝐢 𝐞̀ 𝐦𝐚𝐢 𝐜𝐚𝐩𝐢𝐭𝐚𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐬𝐞𝐧𝐭𝐢𝐫𝐞 𝐩𝐚𝐫𝐥𝐚𝐫𝐞 𝐝𝐢 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐚𝐫𝐠𝐨𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨? 𝐂𝐨𝐬𝐚 𝐧𝐞 𝐩𝐞𝐧𝐬𝐚𝐭𝐞?

Quando pensiamo alla depressione maggiore, immaginiamo spesso un velo grigio calato sulla mente, un peso invisibile sull’anima. Eppure, per molti pazienti, questo disturbo parla anche il linguaggio concreto e palpabile del corpo: mal di schiena cronico, cefalee persistenti, dolori articolari diffusi che nessun esame riesce a spiegare completamente.
Il legame tra depressione e dolore fisico è come quello tra due strumenti in un’orchestra che suonano la stessa melodia su registri diversi. Non si tratta di sintomi separati che casualmente coesistono, ma di manifestazioni interconnesse di un’unica disregolazione neurobiologica. I circuiti cerebrali che modulano l’umore condividono infatti gli stessi neurotrasmettitori – serotonina e noradrenalina in particolare – con quelli che regolano la percezione del dolore. Quando questi sistemi si squilibrano nella maggiore, entrambe le dimensioni ne risentono simultaneamente.
Ciò che rende questo fenomeno particolarmente insidioso è la sua bidirezionalità: la depressione abbassa la soglia del , rendendo sensazioni normalmente tollerabili fonte di sofferenza significativa, mentre il dolore cronico alimenta e perpetua i sintomi depressivi, creando un circolo vizioso difficile da interrompere. È come se il depresso perdesse gradualmente la capacità di filtrare i segnali sensoriali, lasciando che ogni stimolo nocicettivo risuoni amplificato nella coscienza.
Gli studi epidemiologici rivelano che oltre il 65% dei pazienti con depressione maggiore riferisce sintomi dolorosi, eppure questi vengono spesso sottovalutati o attribuiti erroneamente a cause puramente somatiche. Questa cecità diagnostica può portare a trattamenti inadeguati: antinfiammatori prescritti per dolori che hanno radici neurobiologiche, esami costosi alla ricerca di patologie inesistenti.
La comprensione di questo intreccio ha implicazioni terapeutiche fondamentali. Alcuni , in particolare gli inibitori della ricaptazione della serotonina e noradrenalina, si rivelano efficaci proprio perché agiscono contemporaneamente su entrambi i versanti, psichico e algico. Inoltre, trattare con la la depressione maggiore riduce anche il livello di dolore percepito. Dunque, trattare adeguatamente la componente dolorosa non è quindi un optional nel percorso di cura, ma parte integrante del processo di guarigione dalla depressione stessa.

Voci bibliografiche.
⬇️
Bair MJ, Robinson RL, Katon W, Kroenke K. Depression and pain comorbidity: a literature review. Arch Intern Med. 2003;163(20):2433-2445.
Trivedi MH. The link between depression and physical symptoms. Prim Care Companion J Clin Psychiatry. 2004;6(suppl 1):12-16.
Maletic V, Raison CL. Neurobiology of depression, fibromyalgia and neuropathic pain. Front Biosci. 2009;14:5291-5338.
Gallagher RM, Verma S. Managing pain and comorbid depression: a public health challenge. Semin Clin Neuropsychiatry. 1999;4(3):203-220.

Nanakorobi yaoki (七転び八起き) è un famoso proverbio giapponese che significa "cadere sette volte, rialzarsi otto", simbolo d...
02/02/2026

Nanakorobi yaoki (七転び八起き) è un famoso proverbio giapponese che significa "cadere sette volte, rialzarsi otto", simbolo di resilienza, perseveranza e rifiuto di arrendersi nonostante i fallimenti. Sottolinea che la vera forza non sta nell'evitare le battute d'arresto, ma nel rialzarsi ogni volta. E che, ogni volta che ci rialziamo, siamo sempre più forti di prima. 💪

“Ogni essere umano dovrebbe ascoltare un po' di musica, leggere un po' di poesia e vedere un bel quadro ogni giorno dell...
01/02/2026

“Ogni essere umano dovrebbe ascoltare un po' di musica, leggere un po' di poesia e vedere un bel quadro ogni giorno della sua vita, affinché le preoccupazioni mondane quotidiane non cancellino il senso del bello che Dio ha instillato nell'animo umano. Coltivare il bello aiuta a rifuggire anche solo per qualche minuto le tristezze della vita” (Cit.)

Buona splendida domenica a tutte e a tutti, piena di cose belle, di musica, di poesia, di arte e di tutto ciò che vi fa stare bene.
Quello nella foto è un dipinto di .
Qual è il vostro artista preferito in tutti i campi, dall’arte al cinema?

🖼️🎼📜

𝐎𝐠𝐠𝐢 𝐜𝐨𝐧 𝐮𝐧 𝐜𝐨𝐥𝐥𝐞𝐠𝐚 𝐡𝐨 𝐩𝐚𝐫𝐥𝐚𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐮𝐧 𝐟𝐞𝐧𝐨𝐦𝐞𝐧𝐨 𝐦𝐨𝐥𝐭𝐨 𝐬𝐨𝐭𝐭𝐨𝐯𝐚𝐥𝐮𝐭𝐚𝐭𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐩𝐞𝐫𝐨̀ 𝐧𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐧𝐳𝐢𝐚𝐧𝐨 𝐩𝐮𝐨̀ 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐧𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐞𝐬𝐭𝐫𝐞𝐦𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐝𝐞𝐥...
30/01/2026

𝐎𝐠𝐠𝐢 𝐜𝐨𝐧 𝐮𝐧 𝐜𝐨𝐥𝐥𝐞𝐠𝐚 𝐡𝐨 𝐩𝐚𝐫𝐥𝐚𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐮𝐧 𝐟𝐞𝐧𝐨𝐦𝐞𝐧𝐨 𝐦𝐨𝐥𝐭𝐨 𝐬𝐨𝐭𝐭𝐨𝐯𝐚𝐥𝐮𝐭𝐚𝐭𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐩𝐞𝐫𝐨̀ 𝐧𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐧𝐳𝐢𝐚𝐧𝐨 𝐩𝐮𝐨̀ 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐧𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐞𝐬𝐭𝐫𝐞𝐦𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐞𝐭𝐞𝐫𝐢𝐨 (𝐦𝐚 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐞𝐥 𝐠𝐢𝐨𝐯𝐚𝐧𝐞): 𝐥𝐚 𝐬𝐨𝐥𝐢𝐭𝐮𝐝𝐢𝐧𝐞 𝐞 𝐥𝐞 𝐬𝐮𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐧𝐞𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐜𝐨𝐧 𝐥𝐨 𝐬𝐯𝐢𝐥𝐮𝐩𝐩𝐨 𝐝𝐢 𝐝𝐢𝐬𝐭𝐮𝐫𝐛𝐢 𝐧𝐞𝐮𝐫𝐨 𝐜𝐨𝐠𝐧𝐢𝐭𝐢𝐯𝐢 𝐦𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨𝐫𝐢 (𝐥𝐚 𝐯𝐞𝐜𝐜𝐡𝐢𝐚 𝐝𝐞𝐦𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐬𝐞𝐧𝐢𝐥𝐞).
𝐂𝐨𝐬𝐚 𝐧𝐞 𝐩𝐞𝐧𝐬𝐚𝐭𝐞❓ 𝐒𝐢 𝐩𝐨𝐭𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞 𝐟𝐚𝐫𝐞 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐝𝐢 𝐩𝐢𝐮̀❓ 𝐐𝐮𝐚𝐥𝐢 𝐩𝐨𝐭𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞𝐫𝐨 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐥𝐞 𝐬𝐭𝐫𝐚𝐭𝐞𝐠𝐢𝐞 𝐝𝐢 𝐩𝐫𝐞𝐯𝐞𝐧𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞❓

✅ La solitudine nell’anziano rappresenta molto più di un semplice disagio emotivo: emerge sempre più chiaramente come un vero e proprio fattore di rischio biologico per lo sviluppo delle (nell’immagine sotto ⬇️ potete vedere i risultati di uno studio pubblicato su Neurology nel quale si vede perfettamente come la condizione di solitudine, “lonely” in giallo nel grafico, aumenti il rischio di demenza negli anziani). Quando parliamo di isolamento sociale negli anni della terza età, non ci riferiamo soltanto alla mancanza fisica di altre persone, ma a quella condizione soggettiva di vuoto relazionale che può colpire anche chi è circondato da familiari. È questa percezione interiore di disconnessione che sembra innescare una cascata di eventi neurobiologici deleteri.

☹️ Il meccanismo attraverso cui la accelera il declino cognitivo è affascinante quanto inquietante. Il umano si è evoluto come organo profondamente sociale: le interazioni quotidiane stimolano costantemente aree cruciali per la memoria, il linguaggio e il ragionamento. Quando queste stimolazioni vengono meno, si verifica quello che i neuroscienziati chiamano “atrofia da disuso”. Le inutilizzate vengono “potate”, le reti neurali si assottigliano, e paradossalmente il cervello inizia a consumare sé stesso in un processo che ricorda l’osteoporosi ossea. Ma c’è di più: la solitudine cronica attiva una risposta infiammatoria sistemica, elevando i livelli di cortisolo e citochine pro-infiammatorie che danneggiano direttamente l’ippocampo, quella struttura cerebrale fondamentale per formare nuovi ricordi. Se poi la solitudine è anche accompagnata da deficit dell’udito, della vista o di altri sensi, la situazione diventa in brevissimo catastrofica: talvolta un apparecchio acustico o un occhiale possono fare la differenza riducendo la percezione di solitudine o l’autoesclusione.

📈 Gli studi longitudinali hanno rivelato che gli socialmente isolati presentano un rischio aumentato fino al sessanta percento di sviluppare demenza rispetto a chi mantiene relazioni significative. Quello che sorprende gli esperti è la velocità con cui questo processo può accelerare: anche pochi mesi di grande possono produrre cambiamenti misurabili nei test neurocognitivi. Durante la , abbiamo assistito a un esperimento naturale involontario che ha confermato drammaticamente queste ipotesi, con un’impennata di diagnosi di cognitivo tra chi ha vissuto lunghi periodi di confinamento solitario.

🧐 Eppure non tutte le solitudini sono uguali. Esiste una differenza fondamentale tra l’isolamento scelto, magari da persone con ricche vite interiori che trovano appagamento in attività solitarie intellettualmente stimolanti, e quella solitudine subita, non voluta, che genera cronico. La prima può perfino proteggere da certi aspetti del declino, mentre la seconda è devastante. Il fattore discriminante sembra essere il senso di controllo e la qualità piuttosto che la quantità delle relazioni: una sola amicizia profonda può valere più di dieci conoscenze superficiali.

💪 La buona notizia è che questo legame tra solitudine e suggerisce anche vie di prevenzione straordinariamente accessibili. Interventi sociali strutturati, gruppi di supporto, attività comunitarie e persino la tecnologia che connette anziani geograficamente distanti hanno mostrato capacità di rallentare o invertire parzialmente il declino cognitivo iniziale. Il cervello conserva una plasticità sorprendente anche in età avanzata, e bastano connessioni autentiche per risvegliarne il potenziale.​​​​​​​​​​​​​​​​

Voci bibliografiche.
⬇️
Salinas J, Beiser AS, Samra JK, O'Donnell A, DeCarli CS, Gonzales MM, Aparicio HJ, Seshadri S. Association of Loneliness With 10-Year Dementia Risk and Early Markers of Vulnerability for Neurocognitive Decline. Neurology. 2022;98(13):e1337-e1348.
Freak-Poli R, Wagemaker N, Wang R, Lysen TS, Ikram MA, Vernooij MW, Dintica CS, Vernooij-Dassen M, Melis RJF, Laukka EJ, Fratiglioni L, Xu W, Tiemeier H. Loneliness, Not Social Support, Is Associated with Cognitive Decline and Dementia Across Two Longitudinal Population-Based Cohorts. J Alzheimers Dis. 2022;85(1):295-308.
Qiao L, Wang G, Tang Z, Zhou S, Min J, Yin M, Li M. Association between loneliness and dementia risk: A systematic review and meta-analysis of cohort studies. Front Hum Neurosci. 2022;16:899814.

𝐋’𝐄𝐟𝐟𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐕𝐞𝐝𝐨𝐯𝐚𝐧𝐳𝐚: 𝐐𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐢𝐥 𝐋𝐮𝐭𝐭𝐨 𝐃𝐢𝐯𝐞𝐧𝐭𝐚 𝐌𝐚𝐥𝐚𝐭𝐭𝐢𝐚. 𝐀𝐯𝐞𝐭𝐞 𝐦𝐚𝐢 𝐬𝐞𝐧𝐭𝐢𝐭𝐨 𝐩𝐚𝐫𝐥𝐚𝐫𝐞 𝐝𝐢 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐟𝐞𝐧𝐨𝐦𝐞𝐧𝐨? 𝐌𝐢 𝐩𝐢𝐚𝐜𝐞𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐨𝐬...
28/01/2026

𝐋’𝐄𝐟𝐟𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐕𝐞𝐝𝐨𝐯𝐚𝐧𝐳𝐚: 𝐐𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐢𝐥 𝐋𝐮𝐭𝐭𝐨 𝐃𝐢𝐯𝐞𝐧𝐭𝐚 𝐌𝐚𝐥𝐚𝐭𝐭𝐢𝐚. 𝐀𝐯𝐞𝐭𝐞 𝐦𝐚𝐢 𝐬𝐞𝐧𝐭𝐢𝐭𝐨 𝐩𝐚𝐫𝐥𝐚𝐫𝐞 𝐝𝐢 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐟𝐞𝐧𝐨𝐦𝐞𝐧𝐨? 𝐌𝐢 𝐩𝐢𝐚𝐜𝐞𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐨𝐬𝐜𝐞𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐯𝐨𝐬𝐭𝐫𝐚 𝐨𝐩𝐢𝐧𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐧𝐞𝐢 𝐜𝐨𝐦𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢 💬🗣️

⭐️ 𝑺𝒆 𝒗𝒊 𝒆̀ 𝒑𝒊𝒂𝒄𝒊𝒖𝒕𝒐 𝒊𝒍 𝒑𝒐𝒔𝒕 𝒎𝒆𝒕𝒕𝒆𝒕𝒆 𝒖𝒏 𝒍𝒊𝒌𝒆 𝒆 𝒖𝒏 𝒄𝒐𝒎𝒎𝒆𝒏𝒕𝒐, 𝒂 𝒗𝒐𝒊 𝒏𝒐𝒏 𝒄𝒐𝒔𝒕𝒂 𝒏𝒖𝒍𝒍𝒂, 𝒎𝒂 𝒑𝒆𝒓 𝒒𝒖𝒆𝒔𝒕𝒂 𝒑𝒂𝒈𝒊𝒏𝒂 𝒏𝒐 𝒑𝒓𝒐𝒇𝒊𝒕 𝒆 𝒈𝒓𝒂𝒕𝒖𝒊𝒕𝒂 𝒆̀ 𝒔𝒊𝒄𝒖𝒓𝒂𝒎𝒆𝒏𝒕𝒆 𝒎𝒐𝒍𝒕𝒐 𝒊𝒎𝒑𝒐𝒓𝒕𝒂𝒏𝒕𝒆 ⭐️

La perdita del coniuge rappresenta uno dei traumi più devastanti dell’esistenza umana, capace di innescare quello che gli studiosi definiscono “widowhood effect”: un fenomeno per cui il rischio di mortalità nel vedovo aumenta drammaticamente nei mesi successivi alla perdita. Come un albero secolare che, privato della pianta rampicante che per decenni ne ha condiviso la linfa, improvvisamente appassisce, così l’essere umano può letteralmente spegnersi quando viene reciso il legame che ne sosteneva l’equilibrio vitale.
Le ripercussioni psicopatologiche sono profonde e multiformi. Nei giovani vedovi, il lutto si manifesta spesso attraverso disturbi d’ansia acuti, depressione maggiore e, nei casi più gravi, ideazione suicidaria. Il cervello, abituato a un’architettura relazionale quotidiana, si ritrova improvvisamente a operare in un vuoto che nessuna routine può colmare. È come se una melodia familiare venisse interrotta a metà: il cervello continua a cercare disperatamente le note mancanti, generando un disordine neurologico che si traduce in sofferenza psichica.
Negli anziani, tuttavia, il quadro assume contorni ancora più complessi. Quando la vedovanza colpisce persone affette da un disturbo neurocognitivo maggiore (la demenza senile), si verifica una tempesta perfetta. La perdita del caregiver primario – spesso il coniuge – elimina simultaneamente l’ancora emotiva e cognitiva che permetteva al malato di orientarsi nella realtà. Studi longitudinali dimostrano che in questi soggetti l’accelerazione del declino cognitivo può essere fulminea, con un aggravamento dei sintomi comportamentali che può manifestarsi nell’arco di poche settimane. Inoltre, spesso l’anziano affetto da disturbo neurocognitivo maggiore che ha perso il caregiver può lasciarsi andare completamente, fino a sviluppare uno scadimento delle condizioni fisiche e anche la morte, spesso per inedia, o per rifiuto delle cure o altri motivi.
Il meccanismo è insidioso: la demenza aveva già compromesso la capacità di elaborare nuove informazioni e adattarsi ai cambiamenti. La morte del partner rappresenta il cambiamento più radicale immaginabile, che la mente deteriorata non riesce ad assimilare. Il risultato è spesso un’agitazione psicomotoria persistente, un vagabondaggio alla ricerca dell’assente, un deterioramento del ciclo sonno-veglia. È come chiedere a un navigatore con la bussola rotta di attraversare un oceano in tempesta.
La comunità scientifica oggi riconosce che il widowing effect non è semplicemente un fenomeno sociologico, ma una vera emergenza medica che richiede interventi tempestivi, supporto psicologico specializzato e, negli anziani fragili, una riorganizzazione completa dell’assistenza per preve**re quella che potrebbe trasformarsi in una condanna a morte silenziosa.​​​​​​​​​​​​​​​​

Voci bibliografiche.
⬇️
Zhu Z, Wang Z, Wu Y, Chen X, Liu H, Zhang J, Liu M, Liu Y. The Widowhood Effect on Mortality in Older Patients with Hip Fracture. Int J Gen Med. 2022;15:7693-7700.
Pang J, Liang D, Wu Y. The effect of widowhood on depression of caregivers. BMC Health Serv Res. 2023;23(1):722.
Moon JR, Kondo N, Glymour MM, Subramanian SV. Widowhood and mortality: a meta-analysis. PLoS One. 2011;6(8):e23465.
Zheng J, Yan L. The impact of widowhood on the mental health of older adults and the buffering effect of social capital. Front Public Health. 2024;12:1385592.

Il tempo libero, per un medico, è un concetto quasi aristotelico: quello ‘schole’ dedicato alla riflessione che paradoss...
25/01/2026

Il tempo libero, per un medico, è un concetto quasi aristotelico: quello ‘schole’ dedicato alla riflessione che paradossalmente si dissolve nell’urgenza della ‘praxis’.
Come direttore di un Dipartimento di Salute Mentale, vivo quotidianamente il dispiacere di non poter dedicare ai pazienti tutto il tempo clinico che meriterebbero. Eppure, come insegnava Ippocrate, “curare talvolta, alleviare spesso, confortare sempre” assume oggi una dimensione più ampia: attraverso l’organizzazione e il management creo le condizioni perché l’intero team possa curare meglio.
È la differenza tra suonare uno strumento ed essere direttore d’orchestra.
Nonostante tutto, mi ritaglio spazi risicati per continuare a vedere alcuni pazienti, perché quella relazione terapeutica resta la linfa che alimenta il senso profondo del mio essere medico, anche mentre tento di costruire l’armonia complessiva per colleghi e pazienti stessi, cercando di organizzare al meglio i servizi.​​​​​​​​​​​​​​​​
“Non abbiamo poco tempo, ma , a volte, ne perdiamo molto. La vita è abbastanza lunga per chi sa usarla.” (Cit.)

𝐁𝐮𝐨𝐧𝐚 𝐬𝐩𝐥𝐞𝐧𝐝𝐢𝐝𝐚 𝐝𝐨𝐦𝐞𝐧𝐢𝐜𝐚 𝐚 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐞 𝐞 𝐚 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐢 𝐞 𝐟𝐚𝐭𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐯𝐨𝐬𝐭𝐫𝐨 𝐭𝐞𝐦𝐩𝐨 𝐮𝐧 𝐭𝐞𝐬𝐨𝐫𝐨 𝐢𝐧𝐞𝐬𝐭𝐢𝐦𝐚𝐛𝐢𝐥𝐞; 𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐚𝐦𝐚𝐭𝐞 𝐟𝐚𝐫𝐞 𝐧𝐞𝐥 𝐭𝐞𝐦𝐩𝐨 𝐥𝐢𝐛𝐞𝐫𝐨? ⏱️⌛️💬

𝐂𝐨𝐬𝐚 𝐩𝐞𝐧𝐬𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐞𝐧𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐩𝐬𝐢𝐜𝐡𝐢𝐚𝐭𝐫𝐢𝐚 𝐝𝐞𝐥 ‘𝐦𝐨𝐧𝐝𝐨 𝐫𝐞𝐚𝐥𝐞’: 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐩𝐫𝐨𝐭𝐞𝐠𝐠𝐞𝐫𝐞, 𝐢𝐧 𝐜𝐚𝐬𝐢 𝐞𝐬𝐭𝐫𝐞𝐦𝐢, 𝐬𝐢𝐠𝐧𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚 𝐥𝐢𝐦𝐢𝐭𝐚𝐫𝐞...
23/01/2026

𝐂𝐨𝐬𝐚 𝐩𝐞𝐧𝐬𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐞𝐧𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐩𝐬𝐢𝐜𝐡𝐢𝐚𝐭𝐫𝐢𝐚 𝐝𝐞𝐥 ‘𝐦𝐨𝐧𝐝𝐨 𝐫𝐞𝐚𝐥𝐞’: 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐩𝐫𝐨𝐭𝐞𝐠𝐠𝐞𝐫𝐞, 𝐢𝐧 𝐜𝐚𝐬𝐢 𝐞𝐬𝐭𝐫𝐞𝐦𝐢, 𝐬𝐢𝐠𝐧𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚 𝐥𝐢𝐦𝐢𝐭𝐚𝐫𝐞.
𝐒𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐞̀ 𝐮𝐧𝐚 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨𝐯𝐞𝐫𝐬𝐚, 𝐦𝐚 𝐦𝐢 𝐩𝐢𝐚𝐜𝐞𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞 𝐬𝐚𝐩𝐞𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐯𝐨𝐬𝐭𝐫𝐚 𝐨𝐩𝐢𝐧𝐢𝐨𝐧𝐞. 💬🗣️

Immaginate un marinaio che, durante una tempesta violenta, lega sé stesso all’albero maestro della nave. Non è una punizione, né una cura per il mal di mare: è una misura estrema di protezione quando le onde minacciano di travolgerlo. Così funziona la contenzione in psichiatria, uno strumento che esiste non per curare, ma per preve**re che qualcuno faccia male a sé stesso o agli altri in momenti di grave crisi, specialmente in assenza di consapevolezza di malattia.
La non è terapeutica, proprio come le cinture di sicurezza non curano gli incidenti stradali: li prevengono. Quando una persona sperimenta uno stato acuto, una crisi così intensa da perdere il controllo delle proprie azioni o un’intossicazione da sostanze che faccia perdere tutti i freni inibitori, può tentare di lanciarsi da una finestra, aggredire violentemente chi cerca di aiutarla, o procurarsi lesioni gravi. In questi frangenti estremi, contenere fisicamente il paziente diventa l’ultima risorsa per salvaguardare vite umane e quella del paziente in primis.
È vero che in passato, soprattutto nei , le contenzioni sono state usate a scopo punitivo: questo è da condannare in tutto e per tutto e se c’è qualcuno che lo fa tuttora bisogna condannarlo senza se e senza ma.
Però, contrariamente a quanto molti credono, questa pratica non avviene nel vuoto normativo. Ad esempio nel dipartimento che dirigo, è regolamentata da protocolli rigidissimi che stabiliscono quando, come e per quanto tempo può essere applicata. Ogni procedura di contenzione deve essere documentato in cartella clinica, giustificato e autorizzato dal medico. Il paziente inoltre non viene mai lasciato solo: l’osservazione è continua, intensiva, quasi come quella di un neonato in terapia intensiva. Ogni parametro vitale viene monitorato, ogni segno di miglioramento o peggioramento registrato.
Pensate a un pompiere che sfonda una porta per salvare qualcuno da un incendio: danneggia la proprietà, invade uno spazio privato, compie un atto che in altre circostanze sarebbe inaccettabile. Eppure è necessario. La contenzione opera secondo la stessa logica emergenziale: si sceglie un male minore e temporaneo per evitare un danno maggiore e irreversibile.
Il dibattito sulla contenzione in è legittimo e necessario.
Ogni sforzo per ridurne o azzerarne l’utilizzo attraverso alternative terapeutiche va perseguito con determinazione. Ma negarne completamente l’esistenza in psichiatria (o in altri reparti) sarebbe come chiedere ai chirurghi di operare senza mai incidere la pelle: a volte, per proteggere davvero, bisogna accettare che esistano momenti in cui limitare temporaneamente la libertà significa salvare una vita.​​​​​​​​​​​​​​​​
Ovviamente la durata della contenzione deve durare il minimo possibile, il tempo necessario perché si possa attuare un intervento di altra natura che possa alleviare lo stato di grave alterazione del paziente. E, cosa fondamentale, tutti gli operatori sanitari devono essere formati sulle regole che si applicano a questa pratica. Se essi sono ben formati sulle tecniche di colloquio e paraverbali che possono ridurre l’aggressività o l’autodistruttività le contenzioni si possono tranquillamente ridurre fino ad azzerarsi.

Voci bibliografiche.
⬇️
Smithard D, Randhawa R. Physical Restraint in the Critical Care Unit: A Narrative Review. New Bioeth. 2022;28(1):68-82.
Nielson S, Bray L, Carter B, Kiernan J. Physical restraint of children and adolescents in mental health inpatient services: A systematic review and narrative synthesis. J Child Health Care. 2021;25(3):342-367.
Cioffi A. Reflections About Physical Restraint in Psychiatry from the Italian Point of View. Psychiatr Danub. 2021;33(4):593-594.
Kavak F, Yılmaz E, Okanlı A, Aslanoğlu E. The effect of psychoeducation given to psychiatry nurses on level of knowledge, attitudes, and practices regarding physical restraint: A randomized controlled study. Perspect Psychiatr Care. 2019;55(4):743-751.

Indirizzo

Teramo
64100

Sito Web

https://www.hindawi.com/journals/mij/

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando Domenico De Berardis, Psichiatra, Psicoterapeuta pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Contatta Lo Studio

Invia un messaggio a Domenico De Berardis, Psichiatra, Psicoterapeuta:

Condividi

Share on Facebook Share on Twitter Share on LinkedIn
Share on Pinterest Share on Reddit Share via Email
Share on WhatsApp Share on Instagram Share on Telegram

Digitare