Domenico De Berardis, Psichiatra, Psicoterapeuta

Domenico De Berardis, Psichiatra, Psicoterapeuta Direttore DSM Teramo e divulgatore scientifico. Ricercatore con più di 300 pubblicazioni, H-index Scopus di 61. Editor del journal “Mental Illness”.

Relatore a molti congressi nazionali e internazionali. Se vi fa piacere, seguite la mia pagina 🙏 Direttore Unità Operativa Complessa Centro Salute Mentale CD-RP Giulianova, ASL Teramo. Direttore Dipartimento Salute Mentale, ASL di Teramo. Per prenotare una visita rivolgersi obbligatoriamente al Centro Unico di Prenotazione della Asl di Teramo. Per consultare le mie pubblicazioni:
http://publicati

onslist.org/domenico.deberardis
https://publons.com/researcher/587683/domenico-de-berardis/

Per consultare le mie attività di ricerca:
https://www.researchgate.net/profile/Domenico-De-Berardis

“Anche i libri si ammalano: la carta attira i parassiti e le muffe, le pagine che non vengono mai sfogliate da nessuno s...
03/05/2026

“Anche i libri si ammalano: la carta attira i parassiti e le muffe, le pagine che non vengono mai sfogliate da nessuno si attortigliano e raggiungono la cancrena. L'inchiostro perde la presa della cellulosa lasciando una bava di ragno, e le parole si riducono a impronte, la scrittura diventa una scrittura a scomparsa, in negativo.” (Cit. Alcide Pierantozzi)

Come i libri che si ammalano se nessuno li sfoglia, anche le persone si perdono quando nessuno le guarda davvero negli occhi.
Alcide Pierantozzi, con “Lo Sbilico” (non a caso finalista del premio Strega, leggetelo), ha raccontato la psicosi dall'interno, con coraggio, lucidità e una scrittura che brucia.
Un libro che è al tempo stesso testimonianza, dono e richiamo: il richiamo all'umanità del rapporto tra chi cura e chi è curato, alla forza interiore che non scompare mai del tutto, anche quando sembra ridursi a un'impronta.
In questa foto che adoro ci guardiamo negli occhi, medico e persona.
È esattamente lì che comincia tutto.

Buona domenica a tutte e a tutti. 🌿🫂

𝐈𝐥 𝐝𝐢𝐬𝐭𝐮𝐫𝐛𝐨 𝐛𝐢𝐩𝐨𝐥𝐚𝐫𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ (𝐬𝐨𝐥𝐨) 𝐮𝐧 𝐝𝐢𝐬𝐭𝐮𝐫𝐛𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐮𝐦𝐨𝐫𝐞. 𝐄 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐜𝐚𝐦𝐛𝐢𝐚 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐨.𝐔𝐧𝐚 𝐯𝐨𝐥𝐭𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐚𝐯𝐞𝐭𝐞 𝐥𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐢𝐥 𝐩𝐨𝐬𝐭, 𝐦𝐢 𝐩...
02/05/2026

𝐈𝐥 𝐝𝐢𝐬𝐭𝐮𝐫𝐛𝐨 𝐛𝐢𝐩𝐨𝐥𝐚𝐫𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ (𝐬𝐨𝐥𝐨) 𝐮𝐧 𝐝𝐢𝐬𝐭𝐮𝐫𝐛𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐮𝐦𝐨𝐫𝐞. 𝐄 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐜𝐚𝐦𝐛𝐢𝐚 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐨.
𝐔𝐧𝐚 𝐯𝐨𝐥𝐭𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐚𝐯𝐞𝐭𝐞 𝐥𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐢𝐥 𝐩𝐨𝐬𝐭, 𝐦𝐢 𝐩𝐢𝐚𝐜𝐞𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞 𝐬𝐚𝐩𝐞𝐫𝐞 𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐧𝐞 𝐩𝐞𝐧𝐬𝐚𝐭𝐞 𝐧𝐞𝐢 𝐜𝐨𝐦𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢, 𝐩𝐞𝐫 𝐦𝐞 𝐞̀ 𝐮𝐧 𝐜𝐚𝐦𝐛𝐢𝐨 𝐝𝐢 𝐩𝐚𝐫𝐚𝐝𝐢𝐠𝐦𝐚 𝐦𝐨𝐥𝐭𝐨 𝐢𝐦𝐩𝐨𝐫𝐭𝐚𝐧𝐭𝐞 💬

Per decenni abbiamo detto ai nostri pazienti: “Hai un disturbo dell’umore.” Parole tecnicamente corrette, ma che raccontano solo metà della storia — forse la metà meno interessante. Come descrivere un incendio dicendo che “c’è caldo”: non è sbagliato, ma manca qualcosa di fondamentale.
Due ricercatori di primo piano, Stephen Strakowski e Sheri Johnson, propongono un cambio di prospettiva radicale: il disturbo bipolare andrebbe reinterpretato come un disturbo del “reward processing”, cioè del sistema cerebrale che ci spinge verso le ricompense, gli obiettivi, i sogni. Quel sistema dopaminergico meraviglioso che ci fa alzare dal divano, innamorarci, inseguire carriere impossibili e mangiare un secondo tiramisù anche quando non dovremmo.
Nel paziente affetto da disturbo bipolare questo sistema non è semplicemente più vivace: è ipersensibile, fatica a spegnersi, tende a restare acceso un po’ troppo a lungo, un po’ troppo in alto. Immaginate un acceleratore che risponde benissimo, ma il freno è un po’ lento. Funziona splendidamente finché la strada è dritta. Poi arriva la curva.
La cosa affascinante, e clinicamente rilevante, è che questa ipersensibilità non compare solo durante gli episodi maniacali: è un “tratto” presente anche nelle fasi di benessere. Le persone con disturbo bipolare tendono a porsi obiettivi enormi, a lavorare con intensità straordinaria per ricompense anche modeste, a non vedere i propri sogni come “fuori scala” rispetto alla media. Quando qualcuno affetto da disturbo bipolare (non tutti ovviamente) ti dice che vuole contribuire alla pace mondiale o cambiare il sistema sanitario, e lo dice con la stessa naturalezza con cui altri pianificano le vacanze, quella non è megalomania: è il loro setting base di fabbrica.
La buona notizia, e c’è, davvero, è che questa stessa caratteristica, nei familiari che non sviluppano mai mania, si traduce spesso in creatività autentica, successo imprenditoriale, produzione artistica. Il fuoco, insomma, non è il problema: casomai il problema è la gestione del fuoco.
Le implicazioni terapeutiche sono concrete: aiutare il paziente a riconoscere i segnali precoci di eccessivo “engagement” verso un obiettivo, a “testare i freni” prima che la macchina prenda troppa velocità, a essere autocompassionevole quando il sogno è troppo grande per essere realizzato in una sola notte insonne. Non si tratta di spegnere l’ambizione. Si tratta di non guidare in autostrada a fari spenti.
Un cambio di paradigma che non riguarda solo i manuali diagnostici, ma il modo in cui parliamo con i nostri pazienti, e il modo in cui loro imparano a parlare con sé stessi.



Voci bibliografiche.
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Strakowski SM, Johnson SL. Bipolar disorder is not a mood disorder. Medscape Psychiatry. 2025 Dec 31.
Nusslock R, Mittal VA, Alloy LB. Reward processing in bipolar disorder, depression, and schizophrenia. Annu Rev Clin Psychol. 2025 May;20:507-546
Johnson SL, Carver CS. Elevated expectancies among persons diagnosed with bipolar disorder. Br J Clin Psychol. 2006;45(Pt 3):297-311
Kyaga S, Lichtenstein P, Boman M, et al. Creativity and mental disorder: family study of 300,000 people with severe mental disorder. Br J Psychiatry. 2011;199(5):373-379.

𝐈𝐥 𝐬𝐞𝐠𝐫𝐞𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐟𝐞𝐥𝐢𝐜𝐢𝐭𝐚̀ 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐟𝐚𝐫𝐞 𝐬𝐞𝐦𝐩𝐫𝐞 𝐜𝐢𝐨̀ 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐢 𝐯𝐮𝐨𝐥𝐞, 𝐦𝐚 𝐯𝐨𝐥𝐞𝐫𝐞 𝐬𝐞𝐦𝐩𝐫𝐞 𝐜𝐢𝐨̀ 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐢 𝐟𝐚. 𝐏𝐮𝐫𝐜𝐡𝐞́, 𝐨𝐠𝐧𝐢 𝐭𝐚𝐧𝐭𝐨, 𝐜...
01/05/2026

𝐈𝐥 𝐬𝐞𝐠𝐫𝐞𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐟𝐞𝐥𝐢𝐜𝐢𝐭𝐚̀ 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐟𝐚𝐫𝐞 𝐬𝐞𝐦𝐩𝐫𝐞 𝐜𝐢𝐨̀ 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐢 𝐯𝐮𝐨𝐥𝐞, 𝐦𝐚 𝐯𝐨𝐥𝐞𝐫𝐞 𝐬𝐞𝐦𝐩𝐫𝐞 𝐜𝐢𝐨̀ 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐢 𝐟𝐚. 𝐏𝐮𝐫𝐜𝐡𝐞́, 𝐨𝐠𝐧𝐢 𝐭𝐚𝐧𝐭𝐨, 𝐜𝐢 𝐬𝐢 𝐜𝐨𝐧𝐜𝐞𝐝𝐚 𝐢𝐥 𝐥𝐮𝐬𝐬𝐨 𝐝𝐢 𝐧𝐨𝐧 𝐟𝐚𝐫𝐞 𝐧𝐮𝐥𝐥𝐚 (𝐂𝐢𝐭. 𝐋. 𝐓𝐨𝐥𝐬𝐭𝐨𝐣).

Tolstoj, che pure era un lavoratore instancabile, scrittore, filosofo, riformatore sociale, aveva capito qualcosa che la psicologia moderna conferma con i dati: il benessere non nasce dalla quantità di ore lavorate, ma dalla qualità del senso che diamo a ciò che facciamo. E dalla capacità, non meno importante, di fermarsi.
Il riposo non è pigrizia. È nutrimento. È il momento in cui il cervello integra, elabora, si rigenera. Senza di esso, anche il lavoro più appassionante diventa peso.
Oggi, 1° maggio, celebriamo chi lavora, ma ricordiamo anche il diritto sacrosanto di riposare.

🌼 Buon 1° maggio a tutte e a tutti!

𝐌𝐚𝐭𝐢𝐥𝐝𝐚 𝐃𝐞 𝐀𝐧𝐠𝐞𝐥𝐢𝐬. 𝐋’𝐚𝐭𝐭𝐫𝐢𝐜𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐫𝐞𝐜𝐢𝐭𝐚: 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐧𝐭𝐚 𝐞 𝐢𝐧𝐜𝐚𝐫𝐧𝐚 𝐢 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐚𝐠𝐠𝐢.C’è un momento preciso in cui ti accorgi ch...
30/04/2026

𝐌𝐚𝐭𝐢𝐥𝐝𝐚 𝐃𝐞 𝐀𝐧𝐠𝐞𝐥𝐢𝐬. 𝐋’𝐚𝐭𝐭𝐫𝐢𝐜𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐫𝐞𝐜𝐢𝐭𝐚: 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐧𝐭𝐚 𝐞 𝐢𝐧𝐜𝐚𝐫𝐧𝐚 𝐢 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐚𝐠𝐠𝐢.

C’è un momento preciso in cui ti accorgi che un’attrice non sta interpretando un personaggio, ma lo abita. Lo respira. Lo porta dentro di sé come se quella storia fosse sempre stata sua. Per me, quel momento ha il nome e il volto di Matilda De Angelis.
Ho visto Veloce come il vento e ho avuto la sensazione nettissima di trovarmi davanti a qualcosa di raro: una ragazza di vent’anni, al suo primo film, che reggeva la scena accanto a Stefano Accorsi con una naturalezza disarmante. Giulia De Martino non era un personaggio recitato, era una creatura viva, nervosa, autentica, fatta di silenzi giusti e di esplosioni controllate. Non a caso arrivò subito una candidatura al David di Donatello.
Poi ho visto L’incredibile storia dell’Isola delle Rose. E lì ho capito qualcosa di ancora più profondo: Matilda sa fare la cosa più difficile nel mestiere dell’attore, ovvero stare in secondo piano senza sparire. La sua Gabriella — tenera, ostinata, fragile e luminosa al tempo stesso — non ruba la scena ad Elio Germano, ma la dilata. La arricchisce. Non è un caso che le sia valso il David di Donatello come migliore attrice non protagonista.
E poi The Undoing, con Nicole Kidman e Hugh Grant, dove la critica americana si è fermata a guardarla. La legge di Lidia Poët, dove ha costruito un personaggio storico dal nulla con una credibilità sconcertante. Citadel: Diana, dove ha sfidato il formato action internazionale senza perdere un grammo di umanità. Fino a Fuori, con il Nastro d’Argento 2025 come migliore attrice non protagonista.
Quello che colpisce, in ogni performance di Matilda De Angelis, è la sua empatia strutturale verso i personaggi: non li giudica, non li semplifica, non li usa. Li rispetta. E questo rispetto arriva dritto al pubblico, che sente, più che vedere, ogni scena in cui lei compare.
In pochi lo sanno, ma Matilda De Angelis è anche una musicista: ha studiato chitarra e violino da bambina, ha composto canzoni da adolescente, ha cantato in giro per l’Europa con il gruppo Rumba de Bodas. Questa radice musicale si sente nella sua recitazione: c’è ritmo, c’è dinamica, c’è la capacità di sapere quando tacere.
È la più brava attrice italiana giovane sulla scena, adesso. E non è piaggeria: è, semplicemente, una constatazione.

PS: seguite la sua pagina Instagram, una delle più interessanti pagine di attrici e performer che abbia mai visto.

❞𝐀𝐯𝐞𝐭𝐞 𝐭𝐫𝐚𝐬𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚𝐭𝐨 𝐮𝐧 𝐦𝐨𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐢𝐟𝐟𝐢𝐜𝐢𝐥𝐞 𝐢𝐧 𝐮𝐧 𝐜𝐚𝐦𝐦𝐢𝐧𝐨 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐢𝐛𝐢𝐥𝐞❞: 𝐠𝐫𝐚𝐳𝐢𝐞 𝐂𝐞𝐫𝐭𝐚𝐒𝐭𝐚𝐦𝐩𝐚 𝐩𝐞𝐫 𝐚𝐯𝐞𝐫 𝐝𝐚𝐭𝐨 𝐯𝐨𝐜𝐞 𝐚 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚 ...
29/04/2026

❞𝐀𝐯𝐞𝐭𝐞 𝐭𝐫𝐚𝐬𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚𝐭𝐨 𝐮𝐧 𝐦𝐨𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐢𝐟𝐟𝐢𝐜𝐢𝐥𝐞 𝐢𝐧 𝐮𝐧 𝐜𝐚𝐦𝐦𝐢𝐧𝐨 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐢𝐛𝐢𝐥𝐞❞: 𝐠𝐫𝐚𝐳𝐢𝐞 𝐂𝐞𝐫𝐭𝐚𝐒𝐭𝐚𝐦𝐩𝐚 𝐩𝐞𝐫 𝐚𝐯𝐞𝐫 𝐝𝐚𝐭𝐨 𝐯𝐨𝐜𝐞 𝐚 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐬𝐭𝐫𝐚𝐨𝐫𝐝𝐢𝐧𝐚𝐫𝐢𝐚.

Vi invito caldamente a seguire la pagina di Certastampa.it, che ha pubblicato un articolo che mi ha commosso profondamente e che racconta, con grande sensibilità, qualcosa di cui vado enormemente fiero: la lettera di ringraziamento di un paziente ricoverato in uno dei nostri reparti del Dipartimento di Salute Mentale della ASL di Teramo, specificamente il reparto di psichiatria di Teramo.
Una lettera semplice, autentica, priva di retorica, che descrive medici e infermieri non solo come professionisti preparati, ma come persone capaci di accogliere, ascoltare, accompagnare, con quell’umanità rara che, in psichiatria, fa spesso la differenza tra la cura e la guarigione vera.
Lavorare in salute mentale richiede abnegazione quotidiana, empatia profonda, una preparazione tecnica e relazionale che non si improvvisa.
Tutti i miei colleghi del Dipartimento incarnano tutto questo con dedizione silenziosa, spesso lontana dai riflettori, ma che lascia tracce indelebili nella vita delle persone.
Ed è proprio il feedback dei pazienti, come questa lettera, lo strumento più prezioso per migliorare l’alleanza terapeutica, rafforzare i servizi e ricordarci perché facciamo questo lavoro.
I servizi psichiatrici restituiscono le persone alla vita reale, alla loro comunità, alle loro relazioni: è questo il cuore del modello One Health, dove la salute mentale non è separata dalla salute globale dell’individuo e della società. Articoli come questo di CertaStampa ci ricordano che vale sempre la pena raccontarlo.

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Link.
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https://certastampa.it/cronaca/80148-avete-trasformato-un-momento-difficile-in-un-cammino-possibile-la-commovente-lettera-di-un-paziente-al-reparto-di-psichiatria.html

𝐏𝐢𝐥𝐥𝐨𝐥𝐞 𝐝𝐢 𝐧𝐞𝐮𝐫𝐨𝐬𝐜𝐢𝐞𝐧𝐳𝐞. 𝐈𝐥 𝐭𝐮𝐨 𝐜𝐚𝐩𝐨, 𝐢𝐥 𝐭𝐮𝐨 𝐚𝐧𝐚𝐥𝐢𝐬𝐭𝐚 𝐞 𝐢𝐥 𝐭𝐮𝐨 𝐦𝐢𝐠𝐥𝐢𝐨𝐫𝐞 𝐚𝐦𝐢𝐜𝐨 𝐚𝐛𝐢𝐭𝐚𝐧𝐨 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐢 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐬𝐭𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐩𝐨𝐬𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐜𝐞𝐫𝐯𝐞...
28/04/2026

𝐏𝐢𝐥𝐥𝐨𝐥𝐞 𝐝𝐢 𝐧𝐞𝐮𝐫𝐨𝐬𝐜𝐢𝐞𝐧𝐳𝐞. 𝐈𝐥 𝐭𝐮𝐨 𝐜𝐚𝐩𝐨, 𝐢𝐥 𝐭𝐮𝐨 𝐚𝐧𝐚𝐥𝐢𝐬𝐭𝐚 𝐞 𝐢𝐥 𝐭𝐮𝐨 𝐦𝐢𝐠𝐥𝐢𝐨𝐫𝐞 𝐚𝐦𝐢𝐜𝐨 𝐚𝐛𝐢𝐭𝐚𝐧𝐨 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐢 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐬𝐭𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐩𝐨𝐬𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐜𝐞𝐫𝐯𝐞𝐥𝐥𝐨, 𝐥’𝐚𝐫𝐞𝐚 𝐁𝐀𝟏𝟏, 𝐟𝐫𝐨𝐧𝐭𝐚𝐥𝐞 𝐢𝐧𝐟𝐞𝐫𝐢𝐨𝐫𝐞, 𝐝𝐞𝐥 𝐜𝐞𝐫𝐯𝐞𝐥𝐥𝐨 🧠👨‍💼👩‍⚕️
𝐅𝐚𝐭𝐞𝐦𝐢 𝐬𝐚𝐩𝐞𝐫𝐞 𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐧𝐞 𝐩𝐞𝐧𝐬𝐚𝐭𝐞 𝐧𝐞𝐢 𝐜𝐨𝐦𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢 🗯️💬

C’è un posto nel cervello che sa quando stai mentendo a te stesso. Non giudica, non predica, ma registra tutto — le emozioni che fai finta di non sentire, le scelte che razionalizzi con arguzia chirurgica, il disagio che chiami “stress da lavoro” invece di chiamarlo col suo vero nome. Quel posto si chiama Area 11 di Brodmann, ed è uno dei protagonisti più sottovalutati e affascinanti della neuropsichiatria moderna.
Anatomicamente, la BA11 occupa la porzione più anteriore e inferiore della corteccia prefrontale, appoggiata quasi elegantemente sulla superficie orbitofrontale del cervello, proprio sopra le orbite oculari. È lì, nascosta come un archivio segreto dietro la fronte, che il cervello compie alcune delle sue operazioni più sofisticate: integra informazioni emotive provenienti dall’amigdala con valutazioni cognitive di ordine superiore, contribuisce alla cosiddetta teoria della mente, cioè alla capacità di intuire cosa pensano e provano gli altri, e partecipa in modo determinante ai processi di decision-making morale e sociale. In parole povere: senza BA11, saremmo razionalmente capaci di calcolare tutto, ma emotivamente ciechi come algoritmi senza contesto.
Dal punto di vista psicopatologico, le implicazioni sono enormi. Studi di neuroimaging funzionale hanno dimostrato alterazioni strutturali e funzionali della BA11 in disturbi come la depressione maggiore, il disturbo bipolare, la schizofrenia e i disturbi della personalità, soprattutto il borderline e l’antisociale. In questi ultimi, la ridotta attività della corteccia orbitofrontale, di cui la BA11 è parte integrante, sembra correlare con la difficoltà nel regolare impulsi, tollerare la frustrazione e attribuire correttamente significato emotivo alle esperienze sociali. Come se il “filtro morale ed emozionale” fosse perennemente in modalità risparmio energetico.
Ancora più interessante è il suo ruolo nell’alessitimia, quella condizione, spesso sottostimata clinicamente, in cui le persone faticano a identificare e descrivere le proprie emozioni. L’alessitimia non è freddezza caratteriale: è un deficit neurobiologico che coinvolge proprio i circuiti orbitofrontali, con la BA11 in posizione di regia mancata. Chi ne soffre non è distante per scelta, ma perché il suo cervello non sa tradurre le emozioni in parole.
La BA11, insomma, è il luogo dove il cervello cerca di essere umano davvero e dove i dati freddi si mescolano con il calore dell’esperienza vissuta. Quando funziona bene, ci rende empatici, saggi, capaci di navigare la complessità delle relazioni. Quando si inceppa, il mondo interiore diventa meno leggibile, e spesso più doloroso.
La prossima volta che qualcuno vi dice “ragiona, non sentirti te stesso” ricordategli che senza emozioni, la ragione è solo un motore senza carburante. E il distributore più vicino si trova proprio nell’area 11.

entale

Voci bibliografiche.
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Ongür D, Price JL. The organization of networks within the orbital and medial prefrontal cortex of rats, monkeys and humans. Cereb Cortex. 2000;10(3):206-219.
Kringelbach ML, Rolls ET. The functional neuroanatomy of the human orbitofrontal cortex: evidence from neuroimaging and neuropsychology. Prog Neurobiol. 2004;72(5):341-372.
Rolls ET. The orbitofrontal cortex and emotion in health and disease, including depression. Neuropsychologia. 2019;128:14-43.
De Berardis D, Vellante F, Fornaro M, Anastasia A, Olivieri L, Rapini G, Serroni N, Di Giannantonio M. Alexithymia, su***de ideation, affective temperaments and homocysteine levels in drug naïve patients with post-traumatic stress disorder: an exploratory study in the everyday ‘real world’ clinical practice. Int J Psychiatry Clin Pract. 2020;24(1):83-87.

𝐋𝐚 ❞𝐭𝐫𝐢𝐚𝐝𝐞 𝐨𝐬𝐜𝐮𝐫𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐚𝐥𝐢𝐭𝐚̀❞: 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐢𝐥 𝐥𝐚𝐭𝐨 𝐨𝐬𝐜𝐮𝐫𝐨 𝐝𝐢 𝐮𝐧𝐚 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐚 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐟𝐚𝐧𝐭𝐚𝐬𝐜𝐢𝐞𝐧𝐳𝐚.𝐕𝐞𝐝𝐢𝐚𝐦𝐨𝐥𝐚 𝐢𝐧𝐬𝐢𝐞𝐦𝐞 𝐞 𝐜𝐞𝐫𝐜...
28/04/2026

𝐋𝐚 ❞𝐭𝐫𝐢𝐚𝐝𝐞 𝐨𝐬𝐜𝐮𝐫𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐚𝐥𝐢𝐭𝐚̀❞: 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐢𝐥 𝐥𝐚𝐭𝐨 𝐨𝐬𝐜𝐮𝐫𝐨 𝐝𝐢 𝐮𝐧𝐚 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐚 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐟𝐚𝐧𝐭𝐚𝐬𝐜𝐢𝐞𝐧𝐳𝐚.
𝐕𝐞𝐝𝐢𝐚𝐦𝐨𝐥𝐚 𝐢𝐧𝐬𝐢𝐞𝐦𝐞 𝐞 𝐜𝐞𝐫𝐜𝐡𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐝𝐢 𝐬𝐩𝐢𝐞𝐠𝐚𝐫𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐞̀ 𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐫𝐢𝐩𝐞𝐫𝐜𝐮𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐡𝐚 𝐬𝐮𝐥𝐥𝐚 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐚𝐥𝐢𝐭𝐚̀.
𝐄 𝐯𝐨𝐢 𝐚𝐯𝐞𝐭𝐞 𝐦𝐚𝐢 𝐢𝐧𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐚𝐭𝐨 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐞 𝐜𝐨𝐧 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐭𝐫𝐢𝐚𝐝𝐞, 𝐦𝐢 𝐩𝐢𝐚𝐜𝐞𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞 𝐬𝐚𝐩𝐞𝐫𝐥𝐨 𝐧𝐞𝐢 𝐜𝐨𝐦𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢, 𝐜𝐨𝐬ı̀ 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐨𝐬𝐜𝐞𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐯𝐨𝐬𝐭𝐫𝐚 𝐨𝐩𝐢𝐧𝐢𝐨𝐧𝐞 💬🧠

Avete presente quei personaggi che sembrano usciti direttamente da una serie Netflix, affascinanti, brillanti, capaci di manipolarti con un sorriso, i quali però lasciano sempre una scia di vittime emotive al loro passaggio? Bene, la psicologia ha un nome elegante per descriverli: Dark Triad, ovvero la Triade Oscura della personalità.
Il concetto fu introdotto da Paulhus e Williams nel 2002 e raggruppa tre tratti di personalità subclinici — cioè non necessariamente patologici nel senso clinico stretto, ma decisamente problematici nella vita quotidiana — che spesso coesistono nella stessa persona con una certa inquietante armonia: narcisismo, machiavellismo e psicopatia.
Il 𝐧𝐚𝐫𝐜𝐢𝐬𝐢𝐬𝐦𝐨 𝐬𝐮𝐛𝐜𝐥𝐢𝐧𝐢𝐜𝐨 non è semplicemente vanità da selfie compulsivi: è mancanza di empatia, senso di superiorità, grandiosità e manipolazione travestita da charme.
Il 𝐦𝐚𝐜𝐡𝐢𝐚𝐯𝐞𝐥𝐥𝐢𝐬𝐦𝐨 è invece la freddezza strategica di chi vede gli altri come pedine su una scacchiera, prendendo decisioni basate esclusivamente sull’utilità pratica, senza farsi frenare da sciocchezze come il rimorso.
La 𝐩𝐬𝐢𝐜𝐨𝐩𝐚𝐭𝐢𝐚 𝐬𝐮𝐛𝐜𝐥𝐢𝐧𝐢𝐜𝐚, infine, aggiunge al cocktail il disprezzo per le norme sociali, la mancanza di empatia, la disinibizione e un certo gusto per il dominio sugli altri.
Pensatela così: se il narcisista è il lupo che vuole essere ammirato, il machiavellico è la volpe che calcola ogni mossa, e lo psicopatico subclinico è il coccodrillo che aspetta pazientemente il momento giusto. Tre bestie diverse, ma tutte e tre pericolosamente a proprio agio nella giungla delle relazioni umane.
Ciò che rende la Triade Oscura affascinante, e inquietante, è che questi tratti non sono distribuiti in modo uniforme nella popolazione, ma sembrano avere una certa utilità evolutiva a breve termine: manipolare, sedurre, dominare può funzionare, almeno finché non si bruciano tutti i ponti. Sul lungo periodo, però, chi punteggia alto nella Triade Oscura mostra stili di coping maladattativi, minore benessere psicologico, e, sorpresa delle sorprese, anche una salute fisica peggiore.
La psicopatia rimane il tratto “più oscuro” del trio, seguita dal machiavellismo, mentre il narcisismo si prende il bronzo della cattiveria adattiva. Eppure, nessuno dei tre è raccomandato per una vita relazionale serena.
La prossima volta che qualcuno vi affascina troppo in fretta, manipola senza apparente sforzo e mostra un’empatia che sembra… “recitata”, forse vale la pena ricordarsi di questa triade. Non per diagnosticare nessuno al bar, ma per proteggersi con un po’ più di consapevolezza.
La conoscenza e consapevolezza della psicologia, a volte, è la migliore delle armature.

Voci bibliografiche.
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Saltoğlu S, Uysal Irak D. Dark Triad Personality: Narcissism, Machiavellianism, and Psychopathy. Turk Psikol Yaz. 2020;23(45):59-62.
Muris P, Merckelbach H, Otgaar H, Meijer E. The malevolent side of human nature: A meta-analysis and critical review of the literature on the Dark Triad (narcissism, Machiavellianism, and psychopathy). Perspect Psychol Sci. 2017;12(2):183-204.
Paulhus DL, Williams KM. The dark triad of personality: Narcissism, Machiavellianism, and psychopathy. J Res Pers. 2002;36(6):556-63.
Furnham A, Richards SC, Paulhus DL. The Dark Triad of personality: A 10 year review. Soc Personal Psychol Compass. 2013;7(3):199-216.



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𝐙𝐎𝐌𝐁𝐈𝐄, 𝐈𝐏𝐇𝐎𝐍𝐄 𝐄 𝐀𝐏𝐎𝐂𝐀𝐋𝐈𝐒𝐒𝐄 𝐃𝐄𝐋𝐋’𝐀𝐍𝐈𝐌𝐀: “𝟐𝟖 𝐀𝐍𝐍𝐈 𝐃𝐎𝐏𝐎” 𝐄 “𝐈𝐋 𝐓𝐄𝐌𝐏𝐈𝐎 𝐃𝐄𝐋𝐋𝐄 𝐎𝐒𝐒𝐀”: 𝐔𝐍𝐀 𝐋𝐄𝐓𝐓𝐔𝐑𝐀 𝐏𝐒𝐈𝐂𝐎𝐒𝐎𝐂𝐈𝐀𝐋𝐄.𝐀𝐯𝐞𝐭𝐞 𝐯𝐢𝐬𝐭𝐨 𝐪𝐮...
27/04/2026

𝐙𝐎𝐌𝐁𝐈𝐄, 𝐈𝐏𝐇𝐎𝐍𝐄 𝐄 𝐀𝐏𝐎𝐂𝐀𝐋𝐈𝐒𝐒𝐄 𝐃𝐄𝐋𝐋’𝐀𝐍𝐈𝐌𝐀: “𝟐𝟖 𝐀𝐍𝐍𝐈 𝐃𝐎𝐏𝐎” 𝐄 “𝐈𝐋 𝐓𝐄𝐌𝐏𝐈𝐎 𝐃𝐄𝐋𝐋𝐄 𝐎𝐒𝐒𝐀”: 𝐔𝐍𝐀 𝐋𝐄𝐓𝐓𝐔𝐑𝐀 𝐏𝐒𝐈𝐂𝐎𝐒𝐎𝐂𝐈𝐀𝐋𝐄.
𝐀𝐯𝐞𝐭𝐞 𝐯𝐢𝐬𝐭𝐨 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐢 𝐟𝐢𝐥𝐦? 𝐀𝐯𝐞𝐭𝐞 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐧𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐯𝐞𝐝𝐞𝐫𝐥𝐢? 𝐌𝐢 𝐩𝐢𝐚𝐜𝐞𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞 𝐬𝐚𝐩𝐞𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐯𝐨𝐬𝐭𝐫𝐚 𝐨𝐩𝐢𝐧𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐧𝐞𝐢 𝐜𝐨𝐦𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢.

C’è un momento preciso in cui capisci che Danny Boyle non sta girando un film di zombie (o di “infetti”). È quando un bambino di dodici anni, Spike, impugna arco e frecce come in un oscuro medioevo reinventato, mentre sullo sfondo un coro di Teletubbies intona il requiem dell’innocenza perduta. Benvenuti nell’apocalisse britannica attuale e benvenuti nell’analisi più inutilmente nerd che potrete leggere oggi.
𝑳𝒂 𝒎𝒂𝒄𝒄𝒉𝒊𝒏𝒂 𝒅𝒂 𝒑𝒓𝒆𝒔𝒂 𝒄𝒐𝒎𝒆 𝒔𝒊𝒏𝒕𝒐𝒎𝒐. Boyle ha girato il primo film (28 anni dopo) con oltre quindici iPhone 15 Pro Max, sviluppando un sistema di ripresa chiamato “Ring” con più di venti dispositivi simultanei, capace di moltiplicare i punti di vista in una singola scena. Non è un vezzo tecnologico: è una scelta semiotica. In un’epoca in cui la realtà viene mediata dagli schermi e la verità è frammentata in stories e reel, girare con uno smartphone dice, prima di qualsiasi dialogo, che noi siamo già dentro l’apocalisse. Dal punto di vista della psicologia della comunicazione, Boyle attiva il famoso principio di ‘media equation’: lo spettatore non guarda, vive. Il risultato, come si dice in neuroscienze, è un’esperienza quasi da simulazione incarnata.
𝑰𝒍 𝒃𝒂𝒎𝒃𝒊𝒏𝒐 𝒄𝒉𝒆 𝒓𝒆𝒈𝒈𝒆 𝒊𝒍 𝒎𝒐𝒏𝒅𝒐. Alfie Williams, che interpreta Spike, è l’ancora emotiva del film: la progressiva erosione della sua innocenza infantile è insieme sottile e devastante. In termini psicodinamici, la sua è una storia di individuazione junghiana forzata, accelerata dal trauma e dall’assenza di un contenitore affettivo stabile. Il padre lo trasforma in cacciatore; la madre, malata, è oggetto d’amore inaccessibile. Freud avrebbe esultato. Winnicott avrebbe pianto.
𝑹𝒂𝒍𝒑𝒉 𝑭𝒊𝒆𝒏𝒏𝒆𝒔: 𝒊𝒍 𝑽𝒊𝒓𝒈𝒊𝒍𝒊𝒐 𝒅𝒆𝒍𝒍’𝑨𝒑𝒐𝒄𝒂𝒍𝒊𝒔𝒔𝒆. Il personaggio del dottor Kelson si muove a metà strada tra sopravvissuto e infetto, pronunciando la frase emblematica “Memento mori” come un barlume di speranza in un mondo che l’ha perduta. Fiennes offre un’interpretazione semplice ma efficacemente devastante, incarnando quel valore filosofico dell’amore che persiste, capace ancora di renderci umani in un mondo diventato anti-umano. Dal punto di vista psichiatrico, Kelson è la figura del medico come ultimo presidio di umanità: colui che invece di annullare l’Altro, l’infetto Samson, cerca di comprenderlo. Una piccola lezione di psicopatologia relazionale, impartita tra pile di teschi.
𝑴𝒖𝒔𝒊𝒄𝒂 𝒄𝒐𝒎𝒆 𝒎𝒂𝒑𝒑𝒂 𝒅𝒆𝒍𝒍’𝒊𝒏𝒄𝒐𝒏𝒔𝒄𝒊𝒐 𝒄𝒐𝒍𝒍𝒆𝒕𝒕𝒊𝒗𝒐. Nel primo film la colonna sonora funziona come sistema nervoso autonomo della narrazione: entra sotto pelle, regola il respiro dello spettatore, scandisce il tempo di un mondo che ha perso ogni ritmo civile. Ma è nel Tempio delle Ossa che la musica esplode in tutta la sua potenza simbolica e quasi dissociativa. La scena in cui il dottor Kelson e l’infetto Alpha Samson danzano insieme sulle note di “Rio” dei Duran Duran non era prevista nella sceneggiatura originale: è nata spontaneamente durante le riprese. Pensateci un momento dal punto di vista psicopatologico: un medico coperto di iodio e un mostro post-umano che si muovono insieme su un synth-pop degli anni Ottanta: è la scena più surreale e al tempo stesso più commovente sull’empatia terapeutica che il cinema abbia prodotto negli ultimi anni. Rio, un brano iconico, non è scelta casuale: è un brano che evoca il mondo prima, la spensieratezza perduta, il lusso dell’edonismo occidentale. Kelson non balla con Samson per divertirsi: lo fa per ricordargli (e ricordarsi) che qualcosa di umano sopravvive ancora. Ma il colpo di genio musicale assoluto arriva con gli Iron Maiden. Il film include quello che i critici hanno definito uno degli usi più gloriosamente sfrenati di “The Number of the Beast” mai concepiti per il grande schermo, in una sequenza finale di heavy-metal apocalittico che ha strappato applausi spontanei nelle sale di tutto il mondo. È la scelta di Nia DaCosta più audace e riuscita: laddove Boyle usava gli iPhone come occhio post-moderno, DaCosta usa la musica come defibrillatore emotivo. Gli Iron Maiden in un tempio di ossa umane non sono provocazione gratuita, sono la colonna sonora esatta di una civiltà che ha dimenticato il confine tra il sacro e il barbarico.
𝑰𝒍 𝑻𝒆𝒎𝒑𝒊𝒐 𝒅𝒆𝒍𝒍𝒆 𝑶𝒔𝒔𝒂: 𝒒𝒖𝒂𝒏𝒅𝒐 𝒍𝒐 𝒛𝒐𝒎𝒃𝒊𝒆 (𝒐 𝒍’𝒊𝒏𝒇𝒆𝒕𝒕𝒐) 𝒆̀ 𝒊𝒓𝒓𝒊𝒍𝒆𝒗𝒂𝒏𝒕𝒆. Nel secondo capitolo, gli infetti diventano quasi irrilevanti: la vera minaccia sono i sopravvissuti stessi, e il film è al suo meglio quando mette a confronto il pensiero razionale e radicale di Kelson con il fanatismo religioso e pagano della setta di Jimmy Crystal. È qui che la saga smette del tutto di essere horror e diventa sociologia: il culto di Jimmy Crystal è il ritratto distillato di ogni populismo tribale contemporaneo: identità costruita sul terrore, violenza come liturgia, il capo carismatico che rinomina i propri seguaci togliendo loro il nome, cioè l’identità. Kelson rappresenta la compassione come atto sovversivo: il suo insistere nel vedere Samson non come un mostro ma come un essere ancora capace di connessione è il gesto più radicale dell’intera saga.
𝑳𝒂 𝒎𝒆𝒕𝒂𝒇𝒐𝒓𝒂 𝒄𝒉𝒆 𝒃𝒓𝒖𝒄𝒊𝒂. Questi film parlano di noi adesso, senza alcun pudore allegorico. La Gran Bretagna post-apocalittica viene descritta alla stregua della Brexit, con tutti i bonus e i malus dell’isolamento, mettendo in parallelo chi tra gli inglesi e il mondo esterno abbia davvero progredito. Ma la lettura si può allargare: le società allo sbando di Boyle e DaCosta ricordano dolorosamente certi scenari attuali come comunità che regrediscono a medievalismi identitari, leader che promettono protezione attraverso la paura, scienza che sopravvive ai margini come atto eroico. Una delle ultime battute del film (pronunciate da un personaggio iconico che non posso spoilerare) cita Churchill: “chi dimentica la storia è condannato a ripeterla.”
In fondo, il virus della rabbia non è nei laboratori. È nei sistemi. È in noi.

(𝐷𝑢𝑒 𝑓𝑖𝑙𝑚 𝑑𝑎 𝑣𝑒𝑑𝑒𝑟𝑒, 𝑝𝑟𝑒𝑓𝑒𝑟𝑖𝑏𝑖𝑙𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑖𝑛 𝑠𝑒𝑞𝑢𝑒𝑛𝑧𝑎, 𝑐𝑜𝑛 𝑢𝑛 𝑏𝑢𝑜𝑛 𝑎𝑛𝑎𝑙𝑖𝑠𝑡𝑎 𝑎 𝑑𝑖𝑠𝑝𝑜𝑠𝑖𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑝𝑒𝑟 𝑖𝑙 𝑝𝑜𝑠𝑡-𝑣𝑖𝑠𝑖𝑜𝑛𝑒 — 𝑒 𝑚𝑎𝑔𝑎𝑟𝑖 𝑢𝑛𝑎 𝑝𝑙𝑎𝑦𝑙𝑖𝑠𝑡 𝑐𝑜𝑛 𝐷𝑢𝑟𝑎𝑛 𝐷𝑢𝑟𝑎𝑛 𝑒 𝐼𝑟𝑜𝑛 𝑀𝑎𝑖𝑑𝑒𝑛 𝑝𝑒𝑟 𝑖𝑙 𝑣𝑖𝑎𝑔𝑔𝑖𝑜 𝑑𝑖 𝑟𝑖𝑡𝑜𝑟𝑛𝑜 𝑎 𝑐𝑎𝑠𝑎.)

“Ridi, anche quando ti senti troppo male, troppo sfinito o stanco.Sorridi, anche quando cerchi di non piangere e le lacr...
26/04/2026

“Ridi, anche quando ti senti troppo male, troppo sfinito o stanco.
Sorridi, anche quando cerchi di non piangere e le lacrime ti offuscano la vista.
Canta, anche quando la gente ti fissa e ti dice che hai una voce orribile.
Abbi fiducia, anche quando il tuo cuore ti supplica di non farlo.
Gira su te stesso, anche quando la tua mente non riesce a dare un senso a ciò che vedi.
Scherza, anche quando ti prendono in giro.
Bacia, anche quando gli altri ti guardano.
Dormi, anche quando hai paura di ciò che i sogni potrebbero portarti.
Corri, anche quando ti sembra di non poter più correre.
E, sempre, ricorda, anche quando i ricordi ti stringono il cuore. Perché il dolore di tutte le tue esperienze è ciò che ti rende la persona che sei ora. E senza le tue esperienze sei una pagina vuota, un quaderno bianco, un testo mancante.
Ciò che ti rende coraggioso è la tua volontà di affrontare la tua vita terribile e tenere la testa alta il giorno dopo.
Quindi non vivere la vita nella paura.
Perché ora sei più forte, dopo tutte le cose brutte che sono successe, di quanto tu non fossi prima che tutto iniziasse.” (Cit.)

Buona domenica a Tutte e a Tutti ☀️💪🤝

“E pensò che forse un partigiano sarebbe stato come lui ritto sull'ultima collina, guardando la città e pensando lo stes...
25/04/2026

“E pensò che forse un partigiano sarebbe stato come lui ritto sull'ultima collina, guardando la città e pensando lo stesso di lui e della sua notizia, la sera del giorno della sua morte. Ecco l'importante: che ne restasse sempre uno.” (Cit.)

Buon 25 aprile a Tutte e a Tutti 🇮🇹

𝐈𝐥 𝐟𝐚𝐫𝐦𝐚𝐜𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐚𝐥𝐯𝐚 𝐯𝐢𝐭𝐞 𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐞𝐬𝐬𝐮𝐧𝐨 𝐯𝐮𝐨𝐥𝐞 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐜𝐫𝐢𝐯𝐞𝐫𝐞. 𝐔𝐧𝐚 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐝𝐢 𝐬𝐜𝐢𝐞𝐧𝐳𝐚, 𝐦𝐞𝐫𝐜𝐚𝐭𝐨 𝐞 𝐢𝐫𝐨𝐧𝐢𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐨𝐫𝐭𝐞.𝐓𝐨𝐫𝐧𝐨 𝐚𝐧𝐜...
24/04/2026

𝐈𝐥 𝐟𝐚𝐫𝐦𝐚𝐜𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐚𝐥𝐯𝐚 𝐯𝐢𝐭𝐞 𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐞𝐬𝐬𝐮𝐧𝐨 𝐯𝐮𝐨𝐥𝐞 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐜𝐫𝐢𝐯𝐞𝐫𝐞. 𝐔𝐧𝐚 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐝𝐢 𝐬𝐜𝐢𝐞𝐧𝐳𝐚, 𝐦𝐞𝐫𝐜𝐚𝐭𝐨 𝐞 𝐢𝐫𝐨𝐧𝐢𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐨𝐫𝐭𝐞.
𝐓𝐨𝐫𝐧𝐨 𝐚𝐧𝐜𝐨𝐫𝐚 𝐬𝐮𝐥 𝐥𝐢𝐭𝐢𝐨 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐥𝐮𝐜𝐞 𝐝𝐢 𝐮𝐧 𝐚𝐫𝐭𝐢𝐜𝐨𝐥𝐨 𝐩𝐮𝐛𝐛𝐥𝐢𝐜𝐚𝐭𝐨 𝐝𝐚 𝐩𝐨𝐜𝐡𝐢𝐬𝐬𝐢𝐦𝐨, 𝐦𝐚 𝐝𝐚 𝐮𝐧𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐬𝐩𝐞𝐭𝐭𝐢𝐯𝐚 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐫𝐬𝐚. 𝐅𝐚𝐭𝐞𝐦𝐢 𝐬𝐚𝐩𝐞𝐫𝐞 𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐧𝐞 𝐩𝐞𝐧𝐬𝐚𝐭𝐞 𝐧𝐞𝐢 𝐜𝐨𝐦𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢 💬

C’è un paradosso che dovrebbe far riflettere chiunque si occupi di salute mentale — e non solo.
Esiste un farmaco con oltre settant’anni di evidenze cliniche, raccomandato dalle linee guida internazionali come trattamento di prima scelta nel disturbo bipolare, capace di ridurre il rischio di suicidio di circa il 60% rispetto al placebo. Un risultato che, nel campo della prevenzione del suicidio, equivale a mettere il fuoco sotto controllo con un secchio d’acqua mentre gli altri discutono ancora del modello ottimale di idrante. Eppure questo farmaco viene prescritto sempre meno. Il suo nome, naturalmente, è litio.
Un recentissimo articolo pubblicato su Primary Care Companion for CNS Disorders da Reinfeld e Gill ricostruisce con precisione la parabola storica e neurobiologica di questo elemento straordinario: dalla sua prima vita ottocentesca come rimedio per la gotta (sì, avete letto bene, la gotta) alla rivoluzione silenziosa operata da John Cade nel 1949, quando in Australia dimostrò che i sali di litio trasformavano pazienti in stato di eccitamento psicotico in persone di nuovo capaci di vivere, senza lobotomia e senza sedazione brutale. Una scoperta quasi accidentale, come spesso accade nella storia della medicina, che avrebbe cambiato per sempre la psichiatria.
Da allora, decenni di studi randomizzati e metanalisi hanno confermato ciò che la clinica già suggeriva: il litio non solo previene le ricadute maniacali e depressive nel disturbo bipolare, ma possiede qualcosa che nessun altro stabilizzatore dell’umore può vantare con la stessa solidità — una specifica azione antisuicidio, indipendente dalla semplice stabilizzazione del tono dell’umore. Come sia possibile lo spiegano le neuroscienze: il litio inibisce la glicogeno sintasi chinasi-3 (la famigerata GSK-3, un enzima che quando lavora indisturbato contribuisce attivamente alla morte neuronale e alla destabilizzazione dei circuiti cerebrali) e blocca l’inositolo monofosfatasi, rimodellando dall’interno le cascate di segnalazione cellulare. In parallelo, rinforza i circuiti prefrontali che esercitano controllo inibitorio sulle strutture limbiche, riduce l’impulsività e promuove la neuroplasticità attraverso il BDNF. In altre parole, ripara e potenzia esattamente quei meccanismi cerebrali che, quando si inceppano, rendono la mente vulnerabile agli impulsi più distruttivi.
E allora perché il litio scompare lentamente dalle cartelle cliniche? Le ragioni sono tristemente banali: richiede monitoraggio ematico periodico, ha un indice terapeutico stretto, e, dettaglio non secondario, non è brevettabile. Nessuna industria farmaceutica ha interesse economico a promuoverlo, mentre farmaci più recenti, più costosi e spesso meno efficaci vengono presentati a convegni con diapositive patinate e relatori entusiasti. Il risultato è che molti pazienti con disturbo bipolare e alto rischio suicidario non ricevono il trattamento che le evidenze indicherebbero come prioritario. Non è fantascienza distopica: è la realtà quotidiana di molti servizi psichiatrici nel mondo.
Il litio non ha bisogno di nostalgia. Ha bisogno di essere rimesso al centro della conversazione clinica, con onestà intellettuale e rispetto per i dati. Perché in psichiatria, come nella vita, le cose che funzionano davvero raramente fanno rumore.



Voci bibliografiche.
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Reinfeld S, Gill P. Lithium in mood and bipolar disorders: historical development, mechanisms, and clinical implications. Prim Care Companion CNS Disord. 2026;28(2):25nr04160.
Martinotti G, Pettorruso M, De Berardis D, Dell’Osso B, Di Sciascio G, Fiorillo A, Sani G, Albert U. Utilizzo clinico del litio e nuova formulazione a rilascio prolungato: risultati di una survey su psichiatri italiani. Riv Psichiatr. 2020;55(5):269-280.
Cipriani A, Hawton K, Stockton S, Geddes JR. Lithium in the prevention of su***de in mood disorders: updated systematic review and meta-analysis. BMJ. 2013;346:f3646. Severus E, Taylor MJ, Sauer C, Pfennig A, Ritter P, Bauer M, et al. Lithium for prevention of mood episodes in bipolar disorders: systematic review and meta-analysis. Int J Bipolar Disord. 2014;2:15.

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