18/04/2026
Capita spesso che io difenda gli insegnanti. E lo faccio con convinzione, perché so bene in quali condizioni lavorano oggi: classi sempre più complesse, ragazzi sempre più fragili, un disagio psicologico e neuropsichiatrico che cresce e che rende il lavoro educativo enormemente più difficile, più usurante, più frustrante.
In Italia si parla ormai di numeri che impongono una riflessione seria, perché il disagio dei minori non è più un’eccezione, ma una realtà con cui chi insegna deve fare i conti ogni giorno. 
Ma proprio per questo, quello che sarebbe accaduto a Mestre è qualcosa di semplicemente insopportabile.
Tagliare i capelli a due ragazze davanti alla classe non è un gesto educativo, non è un modo per “farsi capire”, non è un eccesso di zelo.
È un atto di prevaricazione, di umiliazione, di violenza simbolica esercitata davanti a testimoni, in un luogo che dovrebbe essere presidio di crescita, tutela e dignità. 
La scuola non è una caserma fuori controllo, e l’aula non è il palcoscenico su cui un adulto scarica la propria inadeguatezza relazionale travestendola da autorevolezza.
Quando un insegnante arriva a un gesto del genere, il punto non è più la fatica del mestiere, che resta enorme e reale. Il punto è che quella persona, in quel momento, ha mostrato di non essere idonea a gestire il potere educativo che le è stato affidato.
Perché qui non siamo davanti a una “modalità discutibile”.
Siamo davanti a un gesto che spezza un confine fondamentale: quello tra educare e umiliare. E chi umilia pubblicamente un minore non sta insegnando nulla, se non la legge del più forte.
Una legge miserabile, antica, tossica, che dovrebbe restare sepolta nei tempi più bui, non riaffacciarsi nel 2026 dentro una classe.
Ed è proprio per questo che non basta indignarsi un giorno e voltare pagina quello dopo.
Bisogna avere il coraggio di dirlo chiaramente: chi svolge una professione così delicata dovrebbe essere selezionato non solo per titoli e graduatorie, ma anche per equilibrio, struttura di personalità, capacità di gestione emotiva, tenuta relazionale.
Perché mettere un adulto inadeguato davanti a dei ragazzi significa consegnare dei minori a qualcuno che può trasformare il proprio ruolo in uno strumento di mortificazione.
E questo, francamente, è intollerabile.
Quello che colpisce di più è l’abisso mentale che può consentire di compiere un gesto simile e poi pensare persino di giustificarlo come un tentativo di comunicazione. No. Quella non è comunicazione. Quella è sopraffazione. È l’idea malata che umiliare qualcuno possa servire a educarlo. Ed è un’idea che dovrebbe essere incompatibile con l’insegnamento.
Perché un ragazzo può dimenticare una spiegazione, può dimenticare un voto, può perfino dimenticare una materia. Ma non dimentica l’umiliazione subita davanti agli altri. Quella resta. Scava. Ferisce. E lascia un segno profondo, soprattutto quando arriva da un adulto che avrebbe dovuto proteggere, non colpire.
Se davvero vogliamo difendere la scuola, allora dobbiamo difenderla anche da chi la tradisce dall’interno.
E un gesto del genere la tradisce nel modo peggiore ossia calpestando la dignità di un minore sotto gli occhi di tutti.