11/01/2026
PERMEABILITÀ INTESTINALE: QUANDO LA BARRIERA LASCIA PASSARE PIÙ DEL DOVUTO (E COSA SIGNIFICA DAVVERO)
L’intestino non è solo un organo adibito esclusivamente alla digestione.
È anche una barriera.
E non una barriera qualsiasi: una barriera intelligente, selettiva, in continuo dialogo con ciò che mangiamo, con i batteri che vivono dentro di noi e con il sistema immunitario.
Per capire cosa significa davvero “permeabilità intestinale”, bisogna partire da un’idea semplice.
Tra l’interno dell’intestino, dove passa il cibo durante la digestione, e l’interno del corpo, dove ci sono sangue e tessuti, esiste un confine.
Questo confine decide cosa può entrare e cosa deve restare fuori.
Se funziona bene, assorbiamo nutrienti e acqua, ma evitiamo che arrivino nel sangue sostanze che non dovrebbero circolare.
Questa protezione non è fatta da un unico strato.
È un sistema composto da più livelli che lavorano insieme.
C’è lo strato di muco, che riveste la parete come un film protettivo.
C’è il microbiota, cioè l’insieme di microrganismi che occupano spazio, competono con i potenziali patogeni e producono sostanze utili.
Poi ci sono le cellule intestinali, allineate come mattonelle che formano la parete.
E, soprattutto, tra una cellula e l’altra ci sono delle strutture di chiusura che funzionano come cerniere: le tight junctions, le cosiddette giunzioni strette.
Queste giunzioni sono fondamentali perché rendono la parete intestinale selettiva.
Non devono essere sigillate come un muro di cemento.
Un minimo di permeabilità è normale, anzi è necessario: se la parete fosse totalmente impermeabile, non potremmo assorbire nulla.
Il punto, quindi, non è stabilire se l’intestino è permeabile oppure no.
Il punto è capire quando diventa troppo permeabile.
Quando si parla di permeabilità intestinale aumentata, si intende che quel filtro perde un po’ di precisione.
È come se le maglie si allargassero più del dovuto o come se la guarnizione tra le cellule non chiudesse bene.
Non è un buco nella parete.
È un cambiamento graduale della selettività della barriera.
In pratica può aumentare il passaggio di molecole che normalmente passerebbero molto meno:
frammenti microbici, sostanze irritanti, componenti alimentari non completamente digeriti.
Perché questo è rilevante?
Perché subito dietro quella parete, appena sotto la superficie, c’è una presenza enorme di cellule immunitarie.
Non per caso.
L’intestino è una delle zone più sorvegliate del nostro corpo, proprio perché è un punto di contatto continuo con il mondo esterno.
Se la barriera lascia passare più materiale del dovuto, il sistema immunitario può ricevere più stimoli.
E quando riceve più stimoli, può rispondere con segnali di allarme:
infiammazione locale, aumento della reattività, modifiche della motilità e talvolta sintomi che, nella percezione della persona, sembrano anche non solo intestinali.
A questo punto entra in gioco un equivoco molto diffuso online.
Il tema viene spesso chiamato “leaky gut”, intestino che perde, e viene usato come spiegazione universale per qualunque disturbo:
gonfiore, stanchezza, mal di testa, pelle impura, ansia, aumento di peso.
Il risultato è che un concetto reale diventa una parola magica.
E quando un concetto diventa una parola magica, perde la sua utilità scientifica!!
La verità è più sobria e molto più interessante.
La scienza riconosce che la permeabilità intestinale aumentata esiste, che può essere misurata con metodi specifici e che compare in alcune condizioni con un ruolo chiaro.
In altri casi può essere un meccanismo che contribuisce al quadro clinico, ma non è la causa unica né una diagnosi da fare a sentimento.
È più corretto considerarla un possibile pezzo del puzzle, non l’intero puzzle.
E allora viene naturale chiedersi:
perché la barriera può diventare più permeabile?
Qui raramente c’è una sola causa, perché la barriera è influenzata da tantissimi fattori contemporaneamente.
Se la mucosa è infiammata o irritata, le tight junctions possono modificarsi e diventare meno efficaci.
Lo stress può giocare un ruolo reale, non perché “è tutto nella testa”, ma perché i circuiti neuroendocrini e il sistema nervoso enterico comunicano con l’intestino e con l’immunità, influenzando secrezioni, motilità, percezione del dolore e regolazione dell’infiammazione.
L’alimentazione può inoltre contribuire, soprattutto quando è molto sbilanciata e povera di fibre, oppure quando è ricchissima di ultra-processati e povera di varietà.
Anche qui non esiste il cibo cattivo in assoluto, ma esiste un contesto che, ripetuto nel tempo, può ridurre la resilienza dell’ecosistema intestinale.
Poi c’è il microbiota.
Quando si altera, può cambiare la produzione di sostanze protettive e può ridursi la capacità di mantenere uno strato di muco sano.
Ci sono poi le infezioni intestinali: a volte i sintomi dell’episodio acuto passano, ma la mucosa rimane più sensibile per un periodo, e la barriera può essere meno stabile.
E non bisogna poi dimenticare che alcuni farmaci, in alcune persone e in certi contesti, possono irritare la mucosa (un esempio classico sono gli antinfiammatori non steroidei usati in modo prolungato).
Infine ci sono condizioni cliniche specifiche in cui la barriera è chiaramente coinvolta: qui rientrano, per esempio, la celiachia e le malattie infiammatorie intestinali, dove la relazione tra mucosa, immunità e permeabilità non è un’ipotesi da social, ma un tema centrale.
Quando la barriera perde selettività, quali sintomi compaiono?
Ed ecco un altro punto importante: non esiste un sintomo unico e infallibile che ti dice che hai permeabilità aumentata.
Questa è una delle ragioni per cui non ha senso fare autodiagnosi basandosi su sensazioni generiche.
Il gonfiore può dipendere da fermentazioni, cibi alti in FODMAP, velocità del transito, sensibilità viscerale, aerofagia, stress, disbiosi.
La stitichezza può dipendere da transito lento, idratazione insufficiente, scarsa fibra tollerata, farmaci, tiroide, pavimento pelvico.
La diarrea può dipendere da infezioni, intolleranze, IBS, alterazioni dell’assorbimento, celiachia, bile acids, infiammazione.
Quindi la permeabilità, quando presente, può essere un elemento del quadro, ma non è qualcosa che si legge dai sintomi.
È più corretto dire che una barriera più fragile può rendere l’intestino più reattivo e più sensibile a stimoli che prima tollerava meglio.
Ma questo va sempre inquadrato con metodo.
E qui arriviamo alla domanda che molti si fanno:
come si valuta davvero la permeabilità intestinale?
Perché se è misurabile, allora basterà un test, giusto?
In realtà è più complicato.
In ricerca e in pratica clinica esistono test basati sull’assorbimento di particolari zuccheri (come lattulosio e mannitolo) e sulla loro eliminazione nelle urine.
Esistono anche marker indiretti, ma hanno limiti e non sempre sono interpretati allo stesso modo.
Non è una cosa che si risolve con un esame.
Spesso, molto spesso, l’approccio migliore non è inseguire il numerino della permeabilità, ma cercare cosa potrebbe star stressando la mucosa e l’ecosistema intestinale:
valutare segni di infiammazione, escludere celiachia se ci sono sospetti, capire se c’è stato un evento infettivo, se ci sono carenze, anemia, calprotectina alterata, sintomi d’allarme, o altri indicatori clinici che orientano.
Per questo insistiamo sempre su un punto che per noi è non negoziabile:
bisogna indagare le cause alla radice, con esami sensati e con specialisti competenti quando serve.
Perché avere una permeabilità aumentata non è una destinazione, ma è un segnale.
E un segnale può avere strade diverse dietro.
A questo punto si sente spesso dire: “Ok, ma come si ripara la barriera?”.
Anche qui serve realismo.
La barriera intestinale ha una straordinaria capacità di rigenerazione.
Le cellule intestinali si rinnovano rapidamente, il che è una buona notizia.
Ma riparare non significa eliminare dieci alimenti per sempre.
Significa soprattutto ridurre ciò che la sta irritando e creare condizioni favorevoli perché la mucosa si stabilizzi.
È un concetto molto concreto.
Se continui a stressare l’intestino, è come cercare di asciugare il pavimento mentre il rubinetto resta aperto.
Se invece capisci cosa sta tenendo aperto il rubinetto, puoi intervenire in modo serio.
In alcuni casi è un lavoro relativamente lineare:
sistemare routine, sonno, idratazione, movimento, introdurre fibre in modo graduale e tollerabile, migliorare la qualità complessiva dell’alimentazione, inserire una valida integrazione probiotica come Vitalongum, gestire lo stress con strumenti pratici, intervenire su eventuali squilibri.
In altri casi serve un percorso più strutturato con valutazioni, diagnosi differenziale, terapia mirata se c’è una condizione specifica.
La parte davvero importante è la seguente.
La permeabilità intestinale non va usata come etichetta per spiegare tutto.
Va usata come concetto per capire meglio un meccanismo.
Un meccanismo che può contribuire a infiammazione, reattività e sintomi, ma che non sostituisce una diagnosi e non elimina la necessità di ragionare.
Se senti che l’intestino è sempre al limite, che certi periodi peggiorano e altri migliorano, che c’è una fragilità di fondo, la domanda più utile non è “Ho la permeabilità?”.
La domanda più intelligente è: “Quali fattori stanno rendendo la mia barriera più vulnerabile? Qual è la causa alla radice?”.
E da lì si parte con serietà, senza estremismi.
Perché la cosa più scientifica che possiamo fare non è trovare una parola che spiega tutto.
È capire davvero cosa sta succedendo nel tuo caso, e costruire un percorso che abbia senso.
Speriamo con tutto il cuore che questo post ti sia stato utile e abbia fatto finalmente chiarezza
Cit.Team Neobilive