19/04/2026
INTEGRAZIONE SOCIALE E LINGUAGGIO DEL POTERE
Una riflessione istituzionale su remigrazione, rimpatri e reciprocità
In meno di un mese, l'Europa ha costruito un'architettura.
Il 26 marzo 2026, il Parlamento europeo approva con 389 voti a favore il nuovo regolamento sui rimpatri: hub di detenzione fuori dai confini dell'Unione, rimpatrio coercitivo come modalità preferenziale, trattenimento fino a 24 mesi — anche per famiglie con bambini e minori non accompagnati.
Il Consiglio d'Europa lo ha già definito "buchi neri legali" dove le persone rischiano di essere esposte ad abusi.
Il 30 marzo, il cancelliere tedesco Friedrich Merz riceve a Berlino il presidente siriano Ahmed al-Sharaa. Al centro: il rimpatrio di circa un milione di rifugiati siriani accolti durante la crisi del 2015, in cambio di oltre 200 milioni di euro tedeschi per la ricostruzione della Siria.
La cifra dell'80% citata inizialmente è già di per sé rivelatrice: si ragiona per quote, non per persone.
Il 18 aprile, in Piazza Duomo a Milano, si tiene il Remigration Summit promosso dalla Lega e dai Patrioti europei.
Tre eventi. Tre paesi. Tre settimane. Un solo movimento.
Come sociologa clinica, riconosco in questo meccanismo qualcosa che incontro anche nel lavoro quotidiano con le persone. Ogni forma di esclusione inizia con la costruzione di una distanza: "loro non sono come noi".
È una bugia potentissima che funziona da millenni.
E la storia ci mostra dove conduce quando viene istituzionalizzata.
Oggi la chiamano migrazione circolare.
Perché "rimpatrio forzato" suona male. Perché "deportazione" si usa solo quando di mezzo c'è qualcuno che possiamo permetterci di condannare. Ma il meccanismo è lo stesso.
È sempre lo stesso.
I potenti fanno le guerre. Decidono di bombardare, di invadere, di destabilizzare, di sostenere regimi che poi crollano, di depredare.
Quelle decisioni costano milioni di vite, sradicano milioni di persone, distruggono tutto quello che una famiglia ha costruito in generazioni.
E poi, quando quelle persone arrivano alle frontiere dell'Europa, quando cercano un posto dove non morire, diventano "il problema".
Non i potenti che hanno fatto le guerre. Non i governi che hanno venduto le armi. Non le banche che hanno finanziato i regimi.
Le persone che sono scappate.
La migrazione forzata non è una scelta. È la conseguenza di scelte fatte da altri, da chi ha il potere di decidere sulla vita degli altri e non ne subisce nessuna conseguenze.
È la condizione di chi viene sradicato non perché lo volesse, ma perché il mondo intorno a lui bruciava e non c'è altra strada.
Chiamarli "problema" è un'inversione morale. È accusare la vittima. È confondere la causa con l'effetto.
E VITTIMIZZAZIONE SECONDARIA.
E da migrante di prima generazione sono consapevole che nessuna diaspora è al sicuro.
Siriani, afgani, pakistani, africani, rumeni.
Siamo tollerati finché facciamo comodi, corpi e competenze utili.
Ma poi? Quando non faremo più comodo? Quando le risorse del paese natale sono esaurite?
E poi... nessuno è al riparo, nemmeno chi accoglie: sempre chiamato a essere "resiliente" di fronte a cambiamenti che non ha scelto, in un mondo che globalizza le crisi ma non le responsabilità.
Ecco perché la risposta non può essere l'integrale, l'inclusione, la tolleranza — che è già una forma di superiorità, un concedere dall'alto i diritti che dovrebbero essere universali.
La risposta è la reciprocità. Il riconoscimento che nell'incontro entrambi cambiamo, entrambi abbiamo da imparare, entrambi abbiamo da dare.
Come responsabile della Consulta per l'Integrazione Sociale, ritengo che questa politica e la strada presa dall'Europa non è accettabile. Questa inversione sistematica di causa ed effetto non è accettabile né sul piano scientifico né su quello etico.
E ritengo necessario dirlo pubblicamente.
Dott.ssa Viorica Bunduc
Sociologa Specialista
Presidente A.S.I Deputazione Centro Italia
Responsabile Consulta Integrazione Sociale