Centro Divenire Psicoterapia e Crescita Personale Bergamo

Centro Divenire Psicoterapia e Crescita Personale  Bergamo Centro di Psicologia, Psicoterapia, counselling,coaching e formazione per adulti, coppie, adolescenti, bambini e le loro famiglie.

Divenire significa “venire ad essere”, ovvero farsi diverso da quello che si era. Esso è la condizione necessaria dell’Essere, della vita stessa. Ispirandosi a questo concetto, il Centro Divenire afferma la sua ambiziosa vocazione a sostenere ogni individuo nel dispiegarsi della personale ricerca di Sé e del proprio senso nella vita, insieme alla fede nei processi vitali spontanei che portano tutt

o alla trasformazione(nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma) e al cambiamento. Per questo motivo non consideriamo i nostri pazienti dei “casi” ma individui che affrontano particolari difficoltà in un dato momento della loro vita, come avviene per tutti! L’approccio del centro è la risultante di un’integrazione di diversi orientamenti di cura e sviluppo delle potenzialità individuali: in particolare, si favoriscono la dimensione della relazione, del contatto e dell’esperienza diretta con sé e con gli altri sia sul piano verbale che su quello corporeo. Il modello d’intervento che ci contraddistingue comporta un progetto terapeutico che prevede una presa in carico articolata e spesso multidisciplinare. Abbiamo la credenza che “curare” faccia rima a volte anche con “formare”, nel senso che il processo di terapia viene supportato da esperienze integrative di sviluppo della persona e che il benessere psicologico viene nutrito da momenti formativi sotto forma di seminari e conferenze. Ecco allora che all’interno di un percorso di psicoterapia o di sostegno psicologico, sia esso individuale , di coppia o di gruppo, la personale elaborazione venga stimolata e supportata da esperienze ad hoc, come work-shop monotematici di una giornata su temi come la vergogna, la relazione con i fratelli ecc., oppure cicli di esperienze come i gruppi mono-genere (si veda cerchio dei maschi o i gruppi dedicati alla consapevolezza corporea (si veda classi di bioenergetica), all’accettazione di Sè e del proprio corpo, ai gruppi di incontro sino all’ atelier di scrittura autobiografica. L’esperienza e sopratutto i risultati in termini di benessere e soddifazione ci stanno ulteriormente rinforzando nel proseguire questa meravigliosa ricerca.

Una giornata intera di Mindfulness?? 🧘‍♀️ Proprio così! Sabato 16 maggio inseriamo la modalità *risparmio batteria* 🔋I b...
29/04/2026

Una giornata intera di Mindfulness?? 🧘‍♀️

Proprio così!
Sabato 16 maggio inseriamo la modalità *risparmio batteria* 🔋

I benefici di una giornata passata RALLENTANDO sono tanti e duraturi 🍃
Permettiamo al nostro corpo di rigenerarsi, abbassando i livelli di stress e di attivazione emotiva di cui siamo spesso carichi.

Ma non spaventarti…ci saranno delle pause, dei momenti di camminate consapevoli e se il tempo regge, di svago nella natura.

La giornata è aperta a tutti, se hai dei dubbi non esitare a contattarmi.

🪷

link in bio oppure sul nostro sito:https://centrodivenire.net/2026/giornata-intensiva-di-meditazione-3/


La cura è una vegliaNon è un gesto che si vede,non ha le mani occupatené la voce che rassicura.È una presenza che sa sta...
29/04/2026

La cura è una veglia

Non è un gesto che si vede,
non ha le mani occupate
né la voce che rassicura.

È una presenza che sa stare ferma
mentre tutto trema,
che non chiede al dolore
di sbrigarsi, di cambiare,
di farsi più piccolo per essere sopportato.

La cura non porta luce,
impara a stare nel buio
finché il buio diventa familiare,
finché smette di fare paura
e comincia a dire qualcosa.

Vegliare è questo:
non riempire,
non correggere,
non anticipare il mattino
a chi ha ancora notte da attraversare.

È tenere aperto lo spazio
dove un altro respira,
è proteggere il silenzio
dalle parole che vogliono troppo,
è difendere ciò che è fragile
non dalla vita
ma dalla fretta di guarire.

Chi veglia non salva,
non conduce, non risolve.

Resta.

E nel restare
fa la cosa più difficile:
crede che tu possa farcela
anche quando tu non ci credi,
porta quella fede silenziosa
come un fuoco coperto
che non brucia ma scalda.

Verrà un momento
in cui il buio cambierà consistenza,
non scomparirà
ma avrà fatto il suo lavoro dentro di te.

E quella luce che viene dopo
non è vittoria né guarigione:
è semplicemente ciò che rimane
di tutto ciò che hai attraversato
senza doverti spiegare.

La cura è lunga come una notte,
paziente come chi sa
che certe trasformazioni
non si affrettano,
si accompagnano.

E quando verrà l'alba
non sarà sua:
sarà tua.

Io non ti ho condotto da nessuna parte.

Ero il terreno
sotto i tuoi passi incerti.

Gloria Volpato

Immagine: Opera di Laura Makabresku

28/04/2026

Il Mantello dell'Invisibilità: perché facciamo fatica a dire "ho bisogno"?

​La Dott.ssa Gloria Volpato ci regala una riflessione potente su un condizionamento che molte donne e madri portano sulle spalle da secoli: l’autosufficienza emotiva a tutti i costi.

​Siamo diventate bravissime a "cavarsela sempre", a non chiedere nulla, a essere il pilastro per tutti. Ma questo mantello, che sembra proteggerci, finisce per renderci invisibili. Se non mostriamo i nostri bisogni, gli altri smetteranno di vederli.

​Ricordiamoci che essere "brave" non significa dover rinunciare alla nostra umanità. Abbiamo il diritto di essere viste, ascoltate e sostenute.

​E tu, senti di indossare questo mantello? Scrivilo nei commenti. 👇

​ MadriEDonne

C'è qualcosa che non riesci a mettere giù?Il potere trasformativo del perdonoC'è qualcosa che molti portano in silenzio,...
28/04/2026

C'è qualcosa che non riesci a mettere giù?
Il potere trasformativo del perdono

C'è qualcosa che molti portano in silenzio, senza nominarlo chiaramente anche a sé stessi. Una ferita vecchia. Un torto non dimenticato. Una colpa propria che non si riesce ad assolvere. Qualcosa che, anche quando non ci si pensa, è lì, come rumore di fondo.

Non è necessariamente qualcosa di enorme. A volte è una parola detta nel momento sbagliato. Un abbandono che non è stato spiegato. Un errore fatto anni fa che torna ancora, di notte, a chiedere conto.

Quello che accomuna tutte queste esperienze è il costo, l'energia che richiede tenerle vive. Difenderle. Giustificarle. Tornare su di esse. Non lasciare che si depositino.

- Il perdono non è quello che pensiamo -
La maggior parte delle resistenze al perdono nascono da un fraintendimento. Perdonare viene confuso con dimenticare, come se lasciare andare il rancore significasse fare finta che la ferita non sia mai esistita. O con giustificare, come se dire «ho perdonato» equivalesse a dire «aveva ragione».

Non è così.

Il perdono, nella sua accezione più precisa, quella che la psicologia clinica ha documentato negli ultimi trent'anni, è un processo interiore. Non avviene tra noi e l'altro. Avviene dentro di noi. Non richiede di tornare in contatto con chi ci ha feriti, né di ristabilire fiducia, né di minimizzare il dolore subito.

Richiede di smettere di usare l'energia per combattere qualcosa che è già accaduto.

- Il rancore che siamo diventati -
Umberto Galimberti osserva qualcosa che è scomodo ma preciso: spesso teniamo vivo il risentimento non per punire l'altro, ma perché ci dà un'identità. «Sono colui che ha subito un torto» è una posizione fragile, dolorosa, ma certa. Organizza la realtà. Distingue i ruoli.

Il problema non è il rancore in sé, è che dopo un certo punto smette di proteggerci e comincia a costarci. Comincia a colorare le relazioni presenti attraverso il filtro delle ferite passate. Comincia a sottrarre attenzione a ciò che c'è adesso.

Perdonare, in questo senso, non è debolezza. È il coraggio di rinunciare alla certezza dell'identità di vittima, che è spesso la rinuncia più difficile in assoluto.

- Il perdono di sé la direzione più dimenticata -
C'è una variante del perdono di cui si parla molto meno, e che clinicamente è spesso quella più bloccata: il perdono di sé.

La colpa che non si riesce a lasciare andare. L' errore fatto anni fa che continuiamo a riesaminare. La scelta sbagliata che si porta come un peso silenzioso.

Massimo Recalcati descrive pazienti che hanno ottenuto il perdono dall'altro e non riescono a perdonarsi. Come se la punizione di sé servisse a qualcosa che il perdono esterno non può raggiungere. Come se rinunciare all'autoaccusa significasse perdere qualcosa di essenziale.

Ma la punizione perpetua non ripara l'errore. Lo conserva. Non permette di imparare da esso e di andare avanti.

««L'essenza non può essere ferita. Solo la struttura costruita attorno alla ferita può essere danneggiata. Il perdono è il momento in cui smetti di identificarti con la struttura ferita — e inizi a riconoscere ciò che è rimasto integro.»»
A.H. Almaas

Il prossimo appuntamento di Rel_Azioni non promette di portare al perdono in novanta minuti. Il perdono è un processo e a volte richiede anni.

Propone qualcosa di più onesto e di più praticabile: aprire uno spazio. Portare attenzione a dove la ferita vive nel corpo. Capire cosa si sta pagando per tenerla viva. E cominciare — forse per la prima volta — a chiedersi se quel prezzo vale ancora.

Perché a volte la cosa più coraggiosa non è continuare a portare.
È posare, almeno per un momento, ciò che si è portato così a lungo.

Ti aspetto,
con cura
Gloria Volpato


IL PROSSIMO SEMINARIO
Il potere trasformativo del perdono
REL_AZIONI — Seminario online

📅 Lunedì 11 maggio 🕐 ORARIO 19-20.30 · 📍 Online via Meet
con Gloria Volpato

link per iscriversi entro le 17 ( se vi iscrivete in coppia ognuno deve comprare il suo biglietto come al cinema!)

https://www.eventbrite.it/e/rel-azioni-il-potere-trasformativo-del-perdono-tickets-1985591814568?aff=oddtdtcreator

Prima di chiederci cosa fare quando l'altro non cambia, dobbiamo fare una domanda più scomoda: l'altro che volevamo camb...
27/04/2026

Prima di chiederci cosa fare quando l'altro non cambia, dobbiamo fare una domanda più scomoda: l'altro che volevamo cambiare, chi era, esattamente?

In Punto Zero descrivo come alla base di molti conflitti relazionali ci sia quello che chiamo l'illusione del controllo: la convinzione, spesso inconscia, che il mondo, e le persone che lo abitano, possano essere plasmate secondo i nostri bisogni.

Incontriamo l'altro. E lo facciamo attraverso i nostri filtri, le nostre ferite, le nostre aspettative, la nostra storia. Non vediamo chi è. Vediamo chi ci aspettiamo che sia. O, peggio, chi vogliamo che diventi.

Questa versione immaginata dell'altro — il partner ideale, il genitore che avremmo voluto, l'amico perfetto — non è una persona reale. È una proiezione. Ed è in dialogo con quella proiezione che passiamo spesso anni.
Quando l'altro reale si discosta dalla versione immaginata — e sempre accade — proviamo frustrazione. Poi risentimento. Poi, se la distanza cresce, qualcosa che assomiglia al tradimento.

Ma non è stato l'altro a tradirci. È stato il nostro sogno su di lui... che non si è avverato.

«Ogni vera vita è incontro.»
Martin Buber

Buber distingueva la relazione Io-Tu — incontro autentico con l'altro come soggetto intero — dalla relazione Io-Esso, in cui l'altro diventa uno schermo per i nostri bisogni. La versione immaginata di cui parliamo è esattamente questo: trattiamo l'altro come un oggetto da plasmare, non come una persona da incontrare.

Il primo atto di ogni relazione autentica è smettere di parlare con la proiezione e cominciare a guardare chi c'è davvero.

Questo è il territorio che esploriamo stasera nel seminario online Rel_Azioni — "Quando l'altro non cambia"

C'è ancora tempo per iscriversi.

👉 Iscrizioni entro le 17.00 ( link in bio):
https://www.eventbrite.it/e/rel-azioni-quando-laltro-non-cambia-tickets-1985591413368

con cura
Gloria Volpato

psicoterapia seminario

Partigiani del mondo interioreOggi è il venticinque aprilema potrebbe essere agosto,marzo, un mercoledì qualunque,la dat...
25/04/2026

Partigiani del mondo interiore

Oggi è il venticinque aprile
ma potrebbe essere agosto,
marzo, un mercoledì qualunque,
la data non importa
se dentro di te
c'è ancora qualcosa
che marcia a passo d'ordine
e comanda il silenzio.

Ci sono tiranni che non portano divisa.

Abitano la voce che dice non sei abbastanza,
l'ideale che esige fedeltà assoluta,
il dovere che non conosce tregua,
la perfezione che non perdona diserzione.

Ci sono parti di noi
che vivono in clandestinità,
desideri senza documenti,
emozioni irregolari,
bisogni che non hanno imparato
a chiedere il permesso.
Vanno di notte.
Si muovono ai margini.
Aspettano che qualcuno le riconosca
come degne di esistere alla luce.

Essere partigiani del mondo interiore
significa questo:
fare resistenza all'ordine interno
che ti vuole suddito,
uniforme,
privo di contraddizioni.

Significa attraversare la paura
di deludere l'ideale
e scegliere, invece, la verità,
quella piccola, irregolare, tua,
anche quando non ha nome ancora,
anche quando trema.

La libertà non è un giorno del calendario.

È un gesto che si ripete,
una scelta che ricomincia,
una porta che tieni aperta
anche quando fa freddo.

Buona liberazione, allora.
Oggi. Domani.

Il venticinque agosto,
un martedì di novembre,
ogni volta che una parte di te
torna dal freddo
e trovi il coraggio
di farla sedere a tavola.

Gloria Volpato

Alla nascita, il cervello umano conosce pochissime paure.La psicologia dello sviluppo è sorprendentemente chiara su ques...
24/04/2026

Alla nascita, il cervello umano conosce pochissime paure.
La psicologia dello sviluppo è sorprendentemente chiara su questo punto.

Le uniche paure innate documentate sono due: i rumori forti e la perdita improvvisa di sostegno (la caduta).
Tutto il resto si costruisce dopo.

La paura del buio, degli animali, degli estranei, del giudizio, del fallimento o di parlare in pubblico non è biologica:
è appresa attraverso l’esperienza, l’osservazione degli adulti, il clima emotivo familiare e la cultura.

I neonati sobbalzano davanti a un suono improvviso o a una sensazione di caduta,
ma non temono ragni, persone sconosciute o situazioni sociali,
finché non imparano a farlo.

Il cervello impara cosa è “pericoloso” osservando le reazioni degli altri e collegando emozioni intense a certi stimoli.
È così che una risposta di allarme diventa una paura stabile.

Già agli inizi del Novecento, lo psicologo John B. Watson mostrò come le emozioni di paura potessero essere condizionate,
dimostrando che gran parte di ciò che temiamo non nasce con noi,
ma viene costruito nel tempo.

Questo cambia tutto:
se una paura è appresa, può anche essere rielaborata.
Il cervello non è prigioniero delle sue reazioni iniziali.
È plastico, adattivo, riscrivibile.

(Charlie Fantechi)

Immagine: Opera fotografica di Alan Bouti

repost Poeti Viandanti

"Ho capito di essere una persona abbandonabile."Chandra Livia Candiani scrive questo e non come ferita. Come conquista."...
23/04/2026

"Ho capito di essere una persona abbandonabile."

Chandra Livia Candiani scrive questo e non come ferita. Come conquista.

"Non è obbligatorio tenermi, frequentarmi è facoltativo."

E questo dà molta leggerezza e grazia all'incontro.

C'è un paradosso in questi versi che vale la pena sostare:
siamo abituati a pensare che il valore di una relazione si misuri nella sua necessità, quanto l'altro ha bisogno di noi, quanto sarebbe perso senza di noi, quanto costerebbe perderci.

Costruiamo legami come costruiamo contratti: con clausole implicite, obblighi reciproci, costi di uscita altissimi.

E in quella costruzione così pensata per proteggerci dall'abbandono rendiamo l'incontro impossibile.

Perché quando la presenza è obbligatoria, non è più una scelta.

E ciò che non è scelto non nutre davvero nessuno.

Candiani arriva dall'altra parte: abbandonami come invito liberante.
Non rassegnazione ma grazia.

Lo stesso movimento che esploriamo nel seminario di lunedì.

Quando smetti di aspettare che l'altro cambi, quando smetti di fare della tua presenza un debito che l'altro deve onorare, sopra la testa si allarga qualcosa.

L'odore è l'esatto opposto dell'odore di bruciato.

Ti aspetto,
con cura
gloria

👉 Lunedì 27 aprile — Rel_Azioni online. Iscrizioni entro le 17.00. link in bio!

https://www.eventbrite.it/e/rel-azioni-quando-laltro-non-cambia-tickets-1985591413368
psicoterapia

A volte la persona che aspettiamo che cambi siamo noi.Il tema del seminario di lunedì è "quando l'altro non cambia".Ma c...
22/04/2026

A volte la persona che aspettiamo che cambi siamo noi.

Il tema del seminario di lunedì è "quando l'altro non cambia".
Ma c'è una variante di questa storia che nessuno nomina abbastanza: quella in cui l'altro che aspettiamo di cambiare non è una persona esterna.

Siamo noi stessi.

Continuiamo a stare in una relazione, in un lavoro, in una situazione che non ci appartiene più. Non perché ci faccia ancora bene. Ma perché abbiamo investito troppo per ammettere che quell'investimento non si è ripagato.

Anni. Energie. Aspettative costruite nel tempo.

La psicologia comportamentale chiama questo meccanismo sunk cost fallacy: la trappola del costo sommerso.

È l'errore cognitivo per cui continuiamo a investire in qualcosa di non più funzionale solo per giustificare quello che abbiamo già dato.

In economia è un concetto preciso: i costi già sostenuti non dovrebbero influenzare le decisioni future, perché non sono recuperabili. Eppure nella vita affettiva lo facciamo continuamente.

"Ci ho messo troppo", "non posso smettere adesso", "ho aspettato così tanto, deve pur cambiare qualcosa", "se me ne vado, tutto questo non avrà avuto senso".

Ma il dolore accumulato non è un motivo per accumularne altro.

C'è una differenza sottile e cruciale tra restare perché una relazione o una situazione vale ancora qualcosa, e restare per dare senso retroattivo a quello che abbiamo già vissuto.

La prima è una scelta.
La seconda è una trappola.

E la parte più difficile è che questa trappola spesso non si vede dall'interno.

Si chiama fedeltà. Si chiama perseveranza. Si chiama non arrendersi.

Ma a volte ciò che chiamiamo fedeltà è solo la paura di fare i conti con una verità che aspetta da troppo tempo.

Il seminario di lunedì non offre risposte facili su quando andarsene e quando restare.

Esplora qualcosa di più fondamentale: come distinguere l'accettazione autentica dalla tortura che ci infliggiamo per non ammettere una perdita.

Vi aspetto!
con cura
Gloria

👉 Iscrizioni entro le 17.00 del 27 aprile ( link in bio)
https://www.eventbrite.it/e/rel-azioni-quando-laltro-non-cambia-tickets-1985591413368

A volte la persona che aspettiamo che cambi siamo noi.Il tema del seminario di lunedì è "quando l'altro non cambia".Ma c...
22/04/2026

A volte la persona che aspettiamo che cambi siamo noi.

Il tema del seminario di lunedì è "quando l'altro non cambia".
Ma c'è una variante di questa storia che nessuno nomina abbastanza: quella in cui l'altro che aspettiamo di cambiare non è una persona esterna.

Siamo noi stessi.

Continuiamo a stare in una relazione, in un lavoro, in una situazione che non ci appartiene più. Non perché ci faccia ancora bene. Ma perché abbiamo investito troppo per ammettere che quell'investimento non si è ripagato.

Anni. Energie. Aspettative costruite nel tempo.

La psicologia comportamentale chiama questo meccanismo sunk cost fallacy: la trappola del costo sommerso.

È l'errore cognitivo per cui continuiamo a investire in qualcosa di non più funzionale solo per giustificare quello che abbiamo già dato.

In economia è un concetto preciso: i costi già sostenuti non dovrebbero influenzare le decisioni future, perché non sono recuperabili. Eppure nella vita affettiva lo facciamo continuamente.

"Ci ho messo troppo", "non posso smettere adesso", "ho aspettato così tanto, deve pur cambiare qualcosa", "se me ne vado, tutto questo non avrà avuto senso".

Ma il dolore accumulato non è un motivo per accumularne altro.

C'è una differenza sottile e cruciale tra restare perché una relazione o una situazione vale ancora qualcosa, e restare per dare senso retroattivo a quello che abbiamo già vissuto.

La prima è una scelta.
La seconda è una trappola.

E la parte più difficile è che questa trappola spesso non si vede dall'interno.

Si chiama fedeltà. Si chiama perseveranza. Si chiama non arrendersi.

Ma a volte ciò che chiamiamo fedeltà è solo la paura di fare i conti con una verità che aspetta da troppo tempo.

Il seminario di lunedì non offre risposte facili su quando andarsene e quando restare.

Esplora qualcosa di più fondamentale: come distinguere l'accettazione autentica dalla tortura che ci infliggiamo per non ammettere una perdita.

Vi aspetto!
con cura
Gloria

👉 Iscrizioni entro le 17.00 di lunedì 27 aprile:
https://www.eventbrite.it/e/rel-azioni-quando-laltro-non-cambia-tickets-1985591413368

118 likes, 2 comments. "Jodorowsky e i Peperoncini"

❓️Stai ancora aspettando che cambi?C'è una forma di stanchezza molto specifica,  quella di chi ha detto le stesse cose m...
21/04/2026

❓️Stai ancora aspettando che cambi?

C'è una forma di stanchezza molto specifica, quella di chi ha detto le stesse cose molte volte, in modi diversi, con pazienza e senza, con dolcezza e con durezza, e ha sempre ottenuto lo stesso risultato.

L'altro non cambia.

Non cambia nel modo in cui gestisce il conflitto. Non cambia nel modo in cui non ascolta, o ascolta troppo, o sparisce, o invade. Non cambia in quella cosa che abbiamo nominato cento volte e che ogni volta sembra sciogliersi nell'aria come se non l'avessimo mai detta.

E a quel punto arriva la domanda, quella vera, quella che fa paura:

Quanto ancora aspetto?

✔️L'altro che speriamo e l'altro che è

C'è qualcosa che raramente ci fermiamo a guardare in queste situazioni: la distanza tra la persona reale e la versione che abbiamo di lei nella testa.

Non incontriamo mai l'altro a occhi completamente aperti. Lo incontriamo attraverso i nostri bisogni, le nostre ferite, le nostre storie passate. E spesso, senza accorgercene, costruiamo accanto alla persona reale una versione parallela: quella che speriamo diventi, quella che crediamo potrebbe essere se solo volesse davvero.

È quella versione immaginata che aspettiamo. Non la persona. Il sogno che abbiamo fatto su di lei.

E quando il sogno non si avvera, quando la persona continua a essere esattamente quella che è, lo viviamo come un tradimento. Come se avesse promesso qualcosa che non ha mai promesso.

🥶Una notizia scomoda e poi liberatoria😄

John Gottman è lo psicologo che ha passato quarant'anni a studiare le coppie. Ha osservato migliaia di relazioni. E ha trovato qualcosa che sembra una br**ta notizia ma non lo è:

Il 69% dei problemi nelle relazioni non si risolve mai. Sono problemi perpetui, fondati su differenze di carattere, di valori, di storia, che non scompaiono, neanche con la terapia, neanche con il tempo, neanche con la buona volontà di entrambi.

La differenza tra le coppie che stanno bene e quelle che si distruggono non è l'assenza di questi conflitti. È la capacità di abitarli senza consumarsi.

Questo ribalta completamente la domanda di partenza. Non più: come faccio a farlo cambiare? Ma: come imparo a stare in qualcosa che probabilmente non cambierà?

È una domanda più difficile. E molto più onesta.

🤗Accettare non è arrendersi

C'è una distinzione che vale la pena fare con cura, perché rischia di essere fraintesa.

Accettare che l'altro non cambierà non significa tollerare qualsiasi cosa. Non significa tacere la propria verità. Non significa restare in una situazione che fa male.

Significa smettere di usare le proprie energie per trasformare un'altra persona e cominciare a usarle per capire cosa si vuole fare con quello che c'è.

Almaas, filosofo e terapeuta, chiama questo movimento «resa»: non la sconfitta di chi perde una battaglia, ma qualcosa di più sottile. Smettere di essere in guerra con la realtà. Non dire «va bene così» ma smettere di costruire la propria vita sul fatto che le cose siano diverse da come sono.

E Brené Brown aggiunge la direzione opposta ma complementare: l'accettazione autentica non è silenzio. È la capacità di dire la propria verità senza aspettarsi che l'altro cambi, senza usarla come pressione o punizione. «Non mi piace come mi parli» è una verità. «Non mi piace come mi parli e se non cambi, non ti amo più» è un'aspettativa travestita da verità.

La prima porta contatto. La seconda porta guerra.

Il prossimo appuntamento di Rel_azioni esplora questo territorio , il più difficile e il più necessario della vita relazionale.

Non offre soluzioni rapide. Non insegna come convincere l'altro a cambiare. Indaga invece qualcosa di più prezioso: come fare i conti con la realtà di chi abbiamo accanto senza rinunciare alla propria verità e senza distruggersi nell'attesa di qualcuno che non arriverà mai.

Perché a volte la cosa più coraggiosa che possiamo fare in una relazione non è insistere. È smettere di aspettare e cominciare a scegliere.

Ti aspetto!

con cura

Gloria Volpato

link per iscriversi entro le ore 17.00 di lunedì 27 aprile

👉 https://www.eventbrite.it/e/rel-azioni-quando-laltro-non-cambia-tickets-1985591413368?aff=oddtdtcreator&keep_tld=true

Nel film Joker di Todd Phillips, 2019) Arthur Fleck, il nome del protagonista, non è un villain. Non all'inizio. È un uo...
20/04/2026

Nel film Joker di Todd Phillips, 2019) Arthur Fleck, il nome del protagonista, non è un villain. Non all'inizio. È un uomo che ha vissuto decenni senza che nessuno si accorgesse davvero di lui. La sua discesa non inizia con la cattiveria, inizia con l'invisibilità.

In questa scena, davanti all'assistente sociale che non lo ascolta, Arthur dice qualcosa di semplice e devastante:

«Fino a poco tempo fa era come se nessuno mi vedesse. Persino io non sapevo se esistevo davvero. Lei non mi ascolta, vero? Ho detto che per tutta la mia vita, neanche io ho mai saputo se esistevo veramente. Ma esisto. E le persone ora cominciano a notarlo.»»

Notate la struttura di questa frase. Non "nessuno mi ama". Non "sono solo". "Non sapevo se esistevo."

Il bisogno di riconoscimento, quando resta completamente insoddisfatto, non produce solo dolore, produce dubbio sulla propria esistenza. E quando finalmente Arthur viene visto — attraverso la violenza, attraverso il caos — lo vive come una rinascita.

Questo è l'estremo. Ma la direzione è riconoscibile.

Non stiamo parlando di follia. Stiamo parlando di qualcosa che conoscete. Quel momento in cui avete dato tutto in una relazione e non siete stati visti. Quel silenzio che ha risposto a una domanda importante. Quella conversazione in cui avete aspettato, anche solo per un momento, che qualcuno dicesse: "So come ti senti. Ci sono."

Nel nostro incontro di lunedì scorso abbiamo incontrato i nostri limiti caratteriali. Li abbiamo guardati. Li abbiamo chiamati per nome. Abbiamo scoperto che non sono difetti da eliminare, ma cicatrici che meritano cura. Che ogni struttura — d'Azione, di Sentimento, di Pensiero — è nata come risposta intelligente a un dolore antico.

Oggi facciamo un passo ancora più in profondità. Perché sotto ogni limite caratteriale — sotto l'armatura, sotto l'automatismo — c'è qualcosa che vuole essere incontrato. C'è un bisogno. E questo bisogno ha un nome preciso: il bisogno di essere visti.

Non "visti" nel senso superficiale del termine. Non ammirati, non applauditi, non giudicati adeguati. Visti nel senso più primario della parola: riconosciuti nella propria esistenza. Sentiti reali.

Questo è il territorio di questa sera.

Vi aspetto, c'è tempo fino alle 17 per iscriversi su Eventbrite a questo link:

https://www.eventbrite.it/e/rel-azioni-il-bisogno-di-essere-riconosciuti-tickets-1985591248876?aff=oddtdtcreator

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Indirizzo

Siamo A Torre Boldone E A Curno (Bg)
Torre Boldone

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 22:00
Martedì 09:00 - 22:00
Mercoledì 09:00 - 22:00
Giovedì 09:00 - 22:00
Venerdì 09:00 - 22:00

Telefono

+393519183308

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