Centro Divenire Psicoterapia e Crescita Personale Bergamo

Centro Divenire Psicoterapia e Crescita Personale  Bergamo Centro di Psicologia, Psicoterapia, counselling,coaching e formazione per adulti, coppie, adolescenti, bambini e le loro famiglie.

Divenire significa “venire ad essere”, ovvero farsi diverso da quello che si era. Esso è la condizione necessaria dell’Essere, della vita stessa. Ispirandosi a questo concetto, il Centro Divenire afferma la sua ambiziosa vocazione a sostenere ogni individuo nel dispiegarsi della personale ricerca di Sé e del proprio senso nella vita, insieme alla fede nei processi vitali spontanei che portano tutt

o alla trasformazione(nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma) e al cambiamento. Per questo motivo non consideriamo i nostri pazienti dei “casi” ma individui che affrontano particolari difficoltà in un dato momento della loro vita, come avviene per tutti! L’approccio del centro è la risultante di un’integrazione di diversi orientamenti di cura e sviluppo delle potenzialità individuali: in particolare, si favoriscono la dimensione della relazione, del contatto e dell’esperienza diretta con sé e con gli altri sia sul piano verbale che su quello corporeo. Il modello d’intervento che ci contraddistingue comporta un progetto terapeutico che prevede una presa in carico articolata e spesso multidisciplinare. Abbiamo la credenza che “curare” faccia rima a volte anche con “formare”, nel senso che il processo di terapia viene supportato da esperienze integrative di sviluppo della persona e che il benessere psicologico viene nutrito da momenti formativi sotto forma di seminari e conferenze. Ecco allora che all’interno di un percorso di psicoterapia o di sostegno psicologico, sia esso individuale , di coppia o di gruppo, la personale elaborazione venga stimolata e supportata da esperienze ad hoc, come work-shop monotematici di una giornata su temi come la vergogna, la relazione con i fratelli ecc., oppure cicli di esperienze come i gruppi mono-genere (si veda cerchio dei maschi o i gruppi dedicati alla consapevolezza corporea (si veda classi di bioenergetica), all’accettazione di Sè e del proprio corpo, ai gruppi di incontro sino all’ atelier di scrittura autobiografica. L’esperienza e sopratutto i risultati in termini di benessere e soddifazione ci stanno ulteriormente rinforzando nel proseguire questa meravigliosa ricerca.

"Ho capito di essere una persona abbandonabile."Chandra Livia Candiani scrive questo e non come ferita. Come conquista."...
23/04/2026

"Ho capito di essere una persona abbandonabile."

Chandra Livia Candiani scrive questo e non come ferita. Come conquista.

"Non è obbligatorio tenermi, frequentarmi è facoltativo."

E questo dà molta leggerezza e grazia all'incontro.

C'è un paradosso in questi versi che vale la pena sostare:
siamo abituati a pensare che il valore di una relazione si misuri nella sua necessità, quanto l'altro ha bisogno di noi, quanto sarebbe perso senza di noi, quanto costerebbe perderci.

Costruiamo legami come costruiamo contratti: con clausole implicite, obblighi reciproci, costi di uscita altissimi.

E in quella costruzione così pensata per proteggerci dall'abbandono rendiamo l'incontro impossibile.

Perché quando la presenza è obbligatoria, non è più una scelta.

E ciò che non è scelto non nutre davvero nessuno.

Candiani arriva dall'altra parte: abbandonami come invito liberante.
Non rassegnazione ma grazia.

Lo stesso movimento che esploriamo nel seminario di lunedì.

Quando smetti di aspettare che l'altro cambi, quando smetti di fare della tua presenza un debito che l'altro deve onorare, sopra la testa si allarga qualcosa.

L'odore è l'esatto opposto dell'odore di bruciato.

Ti aspetto,
con cura
gloria

👉 Lunedì 27 aprile — Rel_Azioni online. Iscrizioni entro le 17.00. link in bio!

https://www.eventbrite.it/e/rel-azioni-quando-laltro-non-cambia-tickets-1985591413368
psicoterapia

A volte la persona che aspettiamo che cambi siamo noi.Il tema del seminario di lunedì è "quando l'altro non cambia".Ma c...
22/04/2026

A volte la persona che aspettiamo che cambi siamo noi.

Il tema del seminario di lunedì è "quando l'altro non cambia".
Ma c'è una variante di questa storia che nessuno nomina abbastanza: quella in cui l'altro che aspettiamo di cambiare non è una persona esterna.

Siamo noi stessi.

Continuiamo a stare in una relazione, in un lavoro, in una situazione che non ci appartiene più. Non perché ci faccia ancora bene. Ma perché abbiamo investito troppo per ammettere che quell'investimento non si è ripagato.

Anni. Energie. Aspettative costruite nel tempo.

La psicologia comportamentale chiama questo meccanismo sunk cost fallacy: la trappola del costo sommerso.

È l'errore cognitivo per cui continuiamo a investire in qualcosa di non più funzionale solo per giustificare quello che abbiamo già dato.

In economia è un concetto preciso: i costi già sostenuti non dovrebbero influenzare le decisioni future, perché non sono recuperabili. Eppure nella vita affettiva lo facciamo continuamente.

"Ci ho messo troppo", "non posso smettere adesso", "ho aspettato così tanto, deve pur cambiare qualcosa", "se me ne vado, tutto questo non avrà avuto senso".

Ma il dolore accumulato non è un motivo per accumularne altro.

C'è una differenza sottile e cruciale tra restare perché una relazione o una situazione vale ancora qualcosa, e restare per dare senso retroattivo a quello che abbiamo già vissuto.

La prima è una scelta.
La seconda è una trappola.

E la parte più difficile è che questa trappola spesso non si vede dall'interno.

Si chiama fedeltà. Si chiama perseveranza. Si chiama non arrendersi.

Ma a volte ciò che chiamiamo fedeltà è solo la paura di fare i conti con una verità che aspetta da troppo tempo.

Il seminario di lunedì non offre risposte facili su quando andarsene e quando restare.

Esplora qualcosa di più fondamentale: come distinguere l'accettazione autentica dalla tortura che ci infliggiamo per non ammettere una perdita.

Vi aspetto!
con cura
Gloria

👉 Iscrizioni entro le 17.00 del 27 aprile ( link in bio)
https://www.eventbrite.it/e/rel-azioni-quando-laltro-non-cambia-tickets-1985591413368

A volte la persona che aspettiamo che cambi siamo noi.Il tema del seminario di lunedì è "quando l'altro non cambia".Ma c...
22/04/2026

A volte la persona che aspettiamo che cambi siamo noi.

Il tema del seminario di lunedì è "quando l'altro non cambia".
Ma c'è una variante di questa storia che nessuno nomina abbastanza: quella in cui l'altro che aspettiamo di cambiare non è una persona esterna.

Siamo noi stessi.

Continuiamo a stare in una relazione, in un lavoro, in una situazione che non ci appartiene più. Non perché ci faccia ancora bene. Ma perché abbiamo investito troppo per ammettere che quell'investimento non si è ripagato.

Anni. Energie. Aspettative costruite nel tempo.

La psicologia comportamentale chiama questo meccanismo sunk cost fallacy: la trappola del costo sommerso.

È l'errore cognitivo per cui continuiamo a investire in qualcosa di non più funzionale solo per giustificare quello che abbiamo già dato.

In economia è un concetto preciso: i costi già sostenuti non dovrebbero influenzare le decisioni future, perché non sono recuperabili. Eppure nella vita affettiva lo facciamo continuamente.

"Ci ho messo troppo", "non posso smettere adesso", "ho aspettato così tanto, deve pur cambiare qualcosa", "se me ne vado, tutto questo non avrà avuto senso".

Ma il dolore accumulato non è un motivo per accumularne altro.

C'è una differenza sottile e cruciale tra restare perché una relazione o una situazione vale ancora qualcosa, e restare per dare senso retroattivo a quello che abbiamo già vissuto.

La prima è una scelta.
La seconda è una trappola.

E la parte più difficile è che questa trappola spesso non si vede dall'interno.

Si chiama fedeltà. Si chiama perseveranza. Si chiama non arrendersi.

Ma a volte ciò che chiamiamo fedeltà è solo la paura di fare i conti con una verità che aspetta da troppo tempo.

Il seminario di lunedì non offre risposte facili su quando andarsene e quando restare.

Esplora qualcosa di più fondamentale: come distinguere l'accettazione autentica dalla tortura che ci infliggiamo per non ammettere una perdita.

Vi aspetto!
con cura
Gloria

👉 Iscrizioni entro le 17.00 di lunedì 27 aprile:
https://www.eventbrite.it/e/rel-azioni-quando-laltro-non-cambia-tickets-1985591413368

118 likes, 2 comments. "Jodorowsky e i Peperoncini"

❓️Stai ancora aspettando che cambi?C'è una forma di stanchezza molto specifica,  quella di chi ha detto le stesse cose m...
21/04/2026

❓️Stai ancora aspettando che cambi?

C'è una forma di stanchezza molto specifica, quella di chi ha detto le stesse cose molte volte, in modi diversi, con pazienza e senza, con dolcezza e con durezza, e ha sempre ottenuto lo stesso risultato.

L'altro non cambia.

Non cambia nel modo in cui gestisce il conflitto. Non cambia nel modo in cui non ascolta, o ascolta troppo, o sparisce, o invade. Non cambia in quella cosa che abbiamo nominato cento volte e che ogni volta sembra sciogliersi nell'aria come se non l'avessimo mai detta.

E a quel punto arriva la domanda, quella vera, quella che fa paura:

Quanto ancora aspetto?

✔️L'altro che speriamo e l'altro che è

C'è qualcosa che raramente ci fermiamo a guardare in queste situazioni: la distanza tra la persona reale e la versione che abbiamo di lei nella testa.

Non incontriamo mai l'altro a occhi completamente aperti. Lo incontriamo attraverso i nostri bisogni, le nostre ferite, le nostre storie passate. E spesso, senza accorgercene, costruiamo accanto alla persona reale una versione parallela: quella che speriamo diventi, quella che crediamo potrebbe essere se solo volesse davvero.

È quella versione immaginata che aspettiamo. Non la persona. Il sogno che abbiamo fatto su di lei.

E quando il sogno non si avvera, quando la persona continua a essere esattamente quella che è, lo viviamo come un tradimento. Come se avesse promesso qualcosa che non ha mai promesso.

🥶Una notizia scomoda e poi liberatoria😄

John Gottman è lo psicologo che ha passato quarant'anni a studiare le coppie. Ha osservato migliaia di relazioni. E ha trovato qualcosa che sembra una br**ta notizia ma non lo è:

Il 69% dei problemi nelle relazioni non si risolve mai. Sono problemi perpetui, fondati su differenze di carattere, di valori, di storia, che non scompaiono, neanche con la terapia, neanche con il tempo, neanche con la buona volontà di entrambi.

La differenza tra le coppie che stanno bene e quelle che si distruggono non è l'assenza di questi conflitti. È la capacità di abitarli senza consumarsi.

Questo ribalta completamente la domanda di partenza. Non più: come faccio a farlo cambiare? Ma: come imparo a stare in qualcosa che probabilmente non cambierà?

È una domanda più difficile. E molto più onesta.

🤗Accettare non è arrendersi

C'è una distinzione che vale la pena fare con cura, perché rischia di essere fraintesa.

Accettare che l'altro non cambierà non significa tollerare qualsiasi cosa. Non significa tacere la propria verità. Non significa restare in una situazione che fa male.

Significa smettere di usare le proprie energie per trasformare un'altra persona e cominciare a usarle per capire cosa si vuole fare con quello che c'è.

Almaas, filosofo e terapeuta, chiama questo movimento «resa»: non la sconfitta di chi perde una battaglia, ma qualcosa di più sottile. Smettere di essere in guerra con la realtà. Non dire «va bene così» ma smettere di costruire la propria vita sul fatto che le cose siano diverse da come sono.

E Brené Brown aggiunge la direzione opposta ma complementare: l'accettazione autentica non è silenzio. È la capacità di dire la propria verità senza aspettarsi che l'altro cambi, senza usarla come pressione o punizione. «Non mi piace come mi parli» è una verità. «Non mi piace come mi parli e se non cambi, non ti amo più» è un'aspettativa travestita da verità.

La prima porta contatto. La seconda porta guerra.

Il prossimo appuntamento di Rel_azioni esplora questo territorio , il più difficile e il più necessario della vita relazionale.

Non offre soluzioni rapide. Non insegna come convincere l'altro a cambiare. Indaga invece qualcosa di più prezioso: come fare i conti con la realtà di chi abbiamo accanto senza rinunciare alla propria verità e senza distruggersi nell'attesa di qualcuno che non arriverà mai.

Perché a volte la cosa più coraggiosa che possiamo fare in una relazione non è insistere. È smettere di aspettare e cominciare a scegliere.

Ti aspetto!

con cura

Gloria Volpato

link per iscriversi entro le ore 17.00 di lunedì 27 aprile

👉 https://www.eventbrite.it/e/rel-azioni-quando-laltro-non-cambia-tickets-1985591413368?aff=oddtdtcreator&keep_tld=true

Nel film Joker di Todd Phillips, 2019) Arthur Fleck, il nome del protagonista, non è un villain. Non all'inizio. È un uo...
20/04/2026

Nel film Joker di Todd Phillips, 2019) Arthur Fleck, il nome del protagonista, non è un villain. Non all'inizio. È un uomo che ha vissuto decenni senza che nessuno si accorgesse davvero di lui. La sua discesa non inizia con la cattiveria, inizia con l'invisibilità.

In questa scena, davanti all'assistente sociale che non lo ascolta, Arthur dice qualcosa di semplice e devastante:

«Fino a poco tempo fa era come se nessuno mi vedesse. Persino io non sapevo se esistevo davvero. Lei non mi ascolta, vero? Ho detto che per tutta la mia vita, neanche io ho mai saputo se esistevo veramente. Ma esisto. E le persone ora cominciano a notarlo.»»

Notate la struttura di questa frase. Non "nessuno mi ama". Non "sono solo". "Non sapevo se esistevo."

Il bisogno di riconoscimento, quando resta completamente insoddisfatto, non produce solo dolore, produce dubbio sulla propria esistenza. E quando finalmente Arthur viene visto — attraverso la violenza, attraverso il caos — lo vive come una rinascita.

Questo è l'estremo. Ma la direzione è riconoscibile.

Non stiamo parlando di follia. Stiamo parlando di qualcosa che conoscete. Quel momento in cui avete dato tutto in una relazione e non siete stati visti. Quel silenzio che ha risposto a una domanda importante. Quella conversazione in cui avete aspettato, anche solo per un momento, che qualcuno dicesse: "So come ti senti. Ci sono."

Nel nostro incontro di lunedì scorso abbiamo incontrato i nostri limiti caratteriali. Li abbiamo guardati. Li abbiamo chiamati per nome. Abbiamo scoperto che non sono difetti da eliminare, ma cicatrici che meritano cura. Che ogni struttura — d'Azione, di Sentimento, di Pensiero — è nata come risposta intelligente a un dolore antico.

Oggi facciamo un passo ancora più in profondità. Perché sotto ogni limite caratteriale — sotto l'armatura, sotto l'automatismo — c'è qualcosa che vuole essere incontrato. C'è un bisogno. E questo bisogno ha un nome preciso: il bisogno di essere visti.

Non "visti" nel senso superficiale del termine. Non ammirati, non applauditi, non giudicati adeguati. Visti nel senso più primario della parola: riconosciuti nella propria esistenza. Sentiti reali.

Questo è il territorio di questa sera.

Vi aspetto, c'è tempo fino alle 17 per iscriversi su Eventbrite a questo link:

https://www.eventbrite.it/e/rel-azioni-il-bisogno-di-essere-riconosciuti-tickets-1985591248876?aff=oddtdtcreator

10K Mi piace, 144 commenti. "io ho solo pensieri negativi”

Cosa sta cercando di proteggermi, questa difesa?E cosa perdo, tenendola alzata?Sabato sera a Treviglio ci siamo occupati...
19/04/2026

Cosa sta cercando di proteggermi, questa difesa?
E cosa perdo, tenendola alzata?

Sabato sera a Treviglio ci siamo occupati di qualcosa che conosciamo tutti nelle relazioni: il giudizio, il risentimento e la colpa. Vissuti che di solito affrontiamo come difetti da correggere, o emozioni di cui non parlare e liberarsi in fretta.

Ma non si tratta di difetti da nascondere, per cui provare vergogna. Sono difese. Strategie di sopravvivenza che un tempo hanno avuto senso e che continuano a fare il loro lavoro, anche quando non ne abbiamo più bisogno.

La domanda che ha dato il via all'esplorazione, attraverso teoria e piccole esperienze pratiche, non è come smettere di giudicare o come non sentirsi più in colpa. Ma da cosa ci stanno proteggendo. Perché quando lo capiamo davvero, la difesa può finalmente abbassarsi per scelta.

Abbiamo parlato di questo: occuparsi del dolore, invece di trasformarlo in sofferenza cronica.

È il cuore di Punto Zero: disarmare il cuore non significa smettere di sentire, ma smettere di usare il dolore per difendersi.

Grazie a Daniela Nisoli e al Sindaco di Treviglio per aver voluto che questo tipo di lavoro trovasse uno spazio pubblico, aperto, con cui sperimentare il piacere di creare benessere collettivo oltre che individuale.



Quanta fatica, per uno sguardo che non arrivaC'è una parola che Brené Brown ha messo sotto la lente per vent'anni di ric...
16/04/2026

Quanta fatica, per uno sguardo che non arriva

C'è una parola che Brené Brown ha messo sotto la lente per vent'anni di ricerca. Non è amore, non è fiducia. È vergogna.

Non la vergogna teatrale, quella che si mostra e chiede perdono. La vergogna silenziosa, quella che sussurra: non sono abbastanza. Non sono degna di essere vista davvero.

Brown ha intervistato migliaia di persone, ha analizzato dati, ha seguito le storie di chi viveva con apertura e di chi viveva blindato. E ha scoperto una cosa semplice e devastante: la differenza non stava nell'assenza di vulnerabilità, ma nel rapporto che le persone avevano con essa.

Chi viveva con pienezza non era meno ferito. Aveva semplicemente smesso di indossare l'armatura.

L'armatura ha molti nomi.
Brown chiama tutto questo hustling for worthiness: una corsa estenuante per guadagnarsi il diritto di esistere, di essere visti, di valere qualcosa.

Fermati un momento su questa immagine: una corsa per guadagnarsi il diritto di valere. Come se quella cosa — il proprio valore — fosse sempre là fuori, sempre da conquistare, sempre condizionata allo sguardo di qualcun altro.

La domanda che mi sono portata dietro per anni, prima in studio poi scrivendone in Punto Zero, è stata questa: ma in che modo corriamo? Con quale stile, con quale corpo, con quale storia?

Punto Zero parla di questo.
Ho imparato a riconoscere tre grandi strutture di carattere — tre modi in cui la psiche e il corpo si organizzano intorno a una ferita di riconoscimento non risolta. Tre armature diverse, costruite per rispondere alla stessa domanda: come faccio a essere visto?

Chi appartiene alla struttura dell'Azione corre producendo. Fa, ottimizza, raggiunge. La sua armatura si chiama performance: finché ottengo risultati, non puoi ignorarmi. La fatica qui è visibile, concreta, spesso ammirata. Ma sotto c'è una persona che non sa fermarsi perché fermarsi significa smettere di meritare.

Chi appartiene alla struttura del Sentimento corre sentendo per tutti. Accoglie, si sintonizza, si prende cura. La sua armatura si chiama generosità strategica: se mi rendo indispensabile, resterai. La fatica qui è relazionale, emotiva, spesso invisibile persino a se stessi. Sotto c'è una persona che non sa chiedere, solo dare — perché chiedere espone al rischio del no.

Chi appartiene alla struttura del Pensiero corre capendo. Analizza, osserva, tiene distanza. La sua armatura si chiama intellettualizzazione: se capisco tutto, nessuno mi può cogliere impreparato. La fatica qui è mentale, silenziosa, raffinata. Sotto c'è una persona che preferisce la lucidità al contatto, perché il contatto vero fa paura.

Tre stili diversi. La stessa radice. La stessa domanda che aspetta risposta.
Il seminario di lunedì lavora esattamente su questo confine.
Non per smontare le difese a forza. Ma per cominciare a sentire — nel corpo, nella relazione, nel momento presente — dove finisce la struttura e dove potresti iniziare tu.

Brown lo chiama wholehearted living: una vita intera, non dimezzata.
Io lo chiamo Punto Zero: il luogo da cui ricominciare a muoversi, con meno peso.

Ci vediamo lunedì.
con cura,
Gloria

Ecco il link per l'iscrizione:
➡️
https://www.eventbrite.it/e/rel-azioni-il-bisogno-di-essere-riconosciuti-tickets-1985591248876?aff=oddtdtcreator

Le Tre Forme della Paura di Amare IL PODCAST DI REL_AZIONIC'è un segreto che quasi tutti portiamo, spesso senza saperlo:...
14/04/2026

Le Tre Forme della Paura di Amare
IL PODCAST DI REL_AZIONI

C'è un segreto che quasi tutti portiamo, spesso senza saperlo: abbiamo bisogno di molta tenerezza, e non possiamo vivere senza amore. Eppure proprio l'amore — quello vero, quello che richiede di mostrarsi — ci spaventa profondamente.

In questo episodio di REL-AZIONI esploriamo la paura di amare: non come debolezza da correggere, ma come pattern difensivo che nasce da lontano, dal corpo, dalla storia di ognuno di noi.

Attraverso la psicologia del carattere e il lavoro di Punto Zero, scopriremo che la paura di amare non ha un'unica forma. Ne ha tre:

— la paura dell'abbandono: se mostro il mio bisogno, resterò solo — la paura di perdere me stesso: se mi innamoro davvero, sparisco — la paura del rifiuto: se l'altro vede chi sono davvero, mi lascerà

Ciascuna si organizza in modo diverso nel carattere di ognuno — nel corpo, nelle relazioni, nelle strategie che usiamo per tenerci al sicuro dall'intimità reale. E ciascuna, una volta riconosciuta, può diventare una soglia invece che un muro.

L'episodio include una meditazione guidata per entrare in contatto con la propria paura di amare e portarvi presenza, senza forzarla e senza fuggire.

Come diceva Rilke: "Amare è l'opera per la quale ogni altra è soltanto preparazione."

REL-AZIONI è il podcast del Centro Divenire di Bergamo, ispirato al ciclo di seminari online condotti dalla dottoressa Gloria Volpato, psicoterapeuta e autrice di Punto Zero — Disarmare il Cuore e Voltare Pagina con amore (Edizioni San Paolo).

ascoltalo qui:
➡️
https://open.spotify.com/episode/5j99oqNuXxjTI5Rij8qtg4?si=GcKDv7LHQGqgmAMkWZooUw&context=spotify%3Ashow%3A3zPPcwR3NabrTEHQI8zmWd

Se vuoi partecipare ai seminari online di Rel_azioni, trovi tutte le info, calendario e temi a questo link:

➡️
https://centrodivenire.net/eventi-e-news/rel-azioni/

C'è una domanda che quasi nessuno si fa a voce alta, eppure governa silenziosamente la maggior parte dei conflitti relaz...
14/04/2026

C'è una domanda che quasi nessuno si fa a voce alta, eppure governa silenziosamente la maggior parte dei conflitti relazionali:

Mi stai vedendo?

Non arriva come domanda esplicita, quella raramente riesce a farsi strada. Arriva invece come richiesta insistente, come risentimento accumulato, come controllo mascherato da cura. Come stanchezza improvvisa, come distanza non spiegata, come lite che nasce dal niente e finisce senza risoluzione.

Sotto tutto questo, quasi sempre, c'è una persona che aspetta lo sguardo giusto. A volte da molto tempo.



🌱La prima forma di esistere

Winnicott, uno dei più grandi pediatri e psicoanalisti del Novecento, ha scritto una cosa che non si dimentica:

"Quando guardo, sono visto, quindi esisto."

Il bambino si conosce nel volto di chi si prende cura di lui. Non è metafora: è fisiologia, neurobiologia, è la struttura portante del sé. Se quello specchio funziona, se risponde, se riconosce, se si sintonizza, si costruisce qualcosa di solido: una persona che sa di esistere anche quando non viene guardata.

Se quello specchio è opaco, rotto, troppo esigente o troppo assente, si costruisce qualcos'altro: una persona che cercherà per tutta la vita di riparare quella prima lacuna, attraverso le relazioni, il lavoro, il successo, la perfezione. O attraverso la sua rinuncia totale.



🌿Il problema non è il bisogno

Voglio essere chiara su una cosa: il bisogno di essere riconosciuti non è una debolezza, non è una dipendenza affettiva, non è qualcosa da correggere. È umano, radicale, necessario.

Il filosofo Hegel ci aveva già detto che la lotta per il riconoscimento è il motore dell'intera storia dell'umanità, non solo delle nostre storie private. L'identità stessa, personale, collettiva, si costruisce nell'incontro con uno sguardo che ci restituisce a noi stessi.

Il problema nasce quando quel bisogno rimane nell'ombra. Quando non viene nominato, sentito, riconosciuto per quello che è. Allora si camuffa. Diventa pretesa. Diventa orgoglio ferito. Diventa il silenzio punitivo, la generosità che aspetta di essere ripagata, la gelosia, il controllo, l'iper-controllo.

Brené Brown, che ha studiato per decenni la vergogna e la connessione, lo descrive con una semplicità disarmante: la vergogna è la paura di non essere degni di connessione. E quella paura produce l'armatura. Un'armatura pesantissima, che ci protegge dall'essere visti davvero e per questo ci isola esattamente da quello che cerchiamo.



🧿Il corpo ricorda

Non esiste solo una dimensione psicologica in tutto questo. Il corpo porta in sé la storia completa delle volte in cui non siamo stati visti e si trasforma di conseguenza. La postura, la tensione muscolare, il modo in cui occupiamo lo spazio o ce ne ritiriamo: tutto questo è la scrittura somatica di un bisogno che non ha trovato risposta.

Alexander Lowen, fondatore della bioenergetica, ha descritto con precisione come il bisogno di approvazione lascia traccia nella struttura corporea: non siamo solo ciò che pensiamo di noi stessi, siamo anche — e forse soprattutto — il modo in cui il nostro corpo ha imparato a stare al mondo in assenza di uno sguardo autentico.



🧿Riconoscerlo senza diventarne prigionieri

Il prossimo appuntamento di Rel_azioni esplora esattamente questo territorio.

Non è un corso sulla comunicazione efficace. Non è un manuale per farsi valere. È un'indagine clinica, filosofica, umana, sulle radici del bisogno di essere visti: da dove viene, come si deforma quando rimane insoddisfatto, e soprattutto: cosa significa riconoscerlo in sé stessi senza farne una prigione.

Non si tratta di diventare autosufficienti, di non aver più bisogno degli altri. Si tratta di qualcosa di più sottile e più esigente: distinguere il bisogno autentico dalla struttura difensiva che costruiamo intorno ad esso. Sentire la differenza tra il contatto vero e la richiesta travestita da relazione.

"Fare capolavori che non chiedono di essere visti. Sono. E passano."

Chandra Candiani

Questa frase di Candiani non invita all'indifferenza, né al ritiro. Invita a qualcosa di molto più difficile: una presenza che non ha bisogno di essere confermata per sentirsi reale.

È la direzione di lavoro che porta a Punto Zero, ed è il cuore del seminario.

Ti aspetto!

con cura

Gloria

Ecco il link per l'iscrizione:
➡️
https://www.eventbrite.it/e/rel-azioni-il-bisogno-di-essere-riconosciuti-tickets-1985591248876?aff=oddtdtcreator

Oggi i padri sono più presenti rispetto al passato. C'è stato un aumento significativo del tempo dedicato ai figli, sia ...
13/04/2026

Oggi i padri sono più presenti rispetto al passato. C'è stato un aumento significativo del tempo dedicato ai figli, sia da parte delle mamme (che lo hanno raddoppiato) sia da parte dei padri, che lo hanno quadruplicato o addirittura quintuplicato.

Tuttavia, il problema che pongo anche nel mio libro non riguarda la quantità di tempo, che spesso scivola nel semplice "babysitting" o in una sorta di competizione con la madre, ma la funzione. Se il tempo del padre è aumentato, la funzione paterna è diminuita. Le due cose non vanno di pari passo.

Il cosiddetto "papà peluche" è un padre presente, ma il suo ruolo educativo è scarso. Pensiamo agli adolescenti: quando ricevo le coppie in studio e chiedo chi gestisca il figlio, la risposta è quasi sempre "la mamma". Spesso si tratta di adolescenti in difficoltà, dove il padre c'è, ma si limita ad azioni collaterali. Manca un gioco di squadra strettamente educativo.

Prendiamo le regole: chi le stabilisce? Quasi sempre la mamma, sia con i bambini piccoli che con gli adolescenti. Ma dare regole è l'essenza della funzione educativa. Se il padre viene scartato da questo campo – o, come a volte accade, si esclude da solo – diventa una figura totalmente marginale.

Un esempio lampante è il fenomeno del "lettone". In prima elementare un bambino su due dorme ancora con i genitori. Chi è che fisicamente esce dal letto per far posto al figlio? Il papà.

Daniele Novara

Venerdì una serata imperdibile con la nostra Gloria Volpato a Treviglio!prenotazione consigliata!
13/04/2026

Venerdì una serata imperdibile con la nostra Gloria Volpato a Treviglio!

prenotazione consigliata!

E se Camus avesse ragione?di Gloria Volpato Ieri sera ho visto Lo straniero, diretto da François Ozon, ispirato al roman...
12/04/2026

E se Camus avesse ragione?
di Gloria Volpato

Ieri sera ho visto Lo straniero, diretto da François Ozon, ispirato al romanzo Lo straniero di Albert Camus.

E mi è rimasta addosso una sensazione difficile da spiegare, ma molto precisa, quella dell’assurdo.

Non l’assurdo come qualcosa di strano o incomprensibile, ma come quello scarto sottile e inquietante tra il bisogno umano di senso e un mondo che quel senso non lo restituisce.

Il protagonista non è vuoto, è, forse, semplicemente non allineato, non recita le emozioni attese, non costruisce spiegazioni dove non le sente, e per questo diventa colpevole.
Non tanto per ciò che fa, ma per come esiste.

Guardando il film, a un certo punto ho pensato che quella stessa struttura dell’assurdo oggi non è solo dentro una storia, è fuori, è ovunque.

Nella situazione internazionale che osserviamo ogni giorno, azioni che si dichiarano necessarie e producono instabilità, risposte che si giustificano come difesa e generano nuove minacce, narrazioni che cercano senso, mentre la realtà continua a sfuggirgli.

Tutto sembra avere una logica, e insieme, qualcosa non torna.

Ed è qui che il film, per me, smette di essere solo un film.

Perché la domanda non è più, cosa significa quello che fa il protagonista, ma, quanto del senso che vediamo nel mondo è reale, e quanto è qualcosa che costruiamo per riuscire a sostenerlo?

C’è una tentazione forte, davanti a tutto questo.

Da una parte il cinismo, “è sempre stato così, è solo questione di potere”.

Dall’altra il rifiuto, “non ha senso niente, quindi mi tiro fuori”.

Ma nessuna delle due posizioni regge davvero.

E allora la domanda diventa più scomoda, come ci si colloca dentro un mondo che spesso non restituisce il senso che promette?

Forse non si tratta di trovare una risposta definitiva.
Forse si tratta di una postura.

Rimanere lucidi, senza cedere all’illusione, rimanere sensibili, senza anestetizzarsi, riconoscere le logiche, senza chiamarle “giuste” solo perché sono comprensibili.

E, nel proprio spazio, piccolo o grande che sia, scegliere di non contribuire automaticamente alla macchina del giudizio, della semplificazione, dell’odio.

Nel finale, il protagonista arriva a una forma radicale di accettazione, non trova un senso, ma smette di mentire a se stesso.

Forse è da lì che si può partire anche noi.
Non per risolvere l’assurdo, ma per non diventarne ciechi esecutori.

Gloria Volpato

Indirizzo

Siamo A Torre Boldone E A Curno (Bg)
Torre Boldone

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 22:00
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