26/01/2026
Nel mio studio è cambiato qualcosa. Un tavolino nuovo, apparentemente un dettaglio. E invece no.
Qualcuno l’ha accolto, qualcun altro l’ha sentito come una distanza. “La vedo più lontana”, mi è stato detto. E lì, come spesso accade, non si stava parlando solo di un tavolino.
Il cambiamento arriva così: senza chiedere permesso. Sposta poco fuori, ma dentro muove molto. Tocca ciò che era stabile, ciò che ci faceva sentire al sicuro, anche quando non stava bene davvero.
Ogni cambiamento è una nascita, sì, ma anche una fine. E le fini fanno paura. Perché anche ciò che ci ha fatto soffrire era qualcosa che conoscevamo. Era casa, in un modo storto, ma era casa.
Cambiare significa perdere un appoggio, anche se fragile. Significa attraversare un vuoto prima che qualcosa di nuovo prenda forma.
Forse è per questo che il cambiamento spaventa sempre, anche quando è desiderato, anche quando promette di essere migliore.
Si muore un po’ per poter vivere.
Si lascia andare una versione di sé, una distanza, una vicinanza, un equilibrio. E quel passaggio chiede tempo, ascolto, delicatezza.
A volte il cambiamento passa da un tavolino.
Ma quasi sempre ci chiede la stessa cosa:
accettare di perdere qualcosa di conosciuto, per dare spazio a una vita che ancora non sappiamo immaginare.