03/04/2026
"La goccia che ha fatto traboccare il vaso e mi ha spinto a prendere questa decisione radicale è stata la mia diagnosi di ADHD."
Queste sono le parole scritte dal tredicenne di Trescore Balneario prima di accoltellare la sua insegnante. Una frase che come professionisti del neurosviluppo non possiamo ignorare.
Eppure lo stesso ragazzo scrive: "Ho difficoltà di attenzione, è un dato di fatto." La diagnosi la accettava. La goccia, nella sua percezione, è stata sentire che la sua difficoltà veniva vista in alcuni momenti e non riconosciuta in altri. Per lui quell'incoerenza è diventata un tradimento.
La professoressa Mocchi, dal letto d'ospedale, ci ha indicato una direzione: "Questa ferita non deve diventare un muro, ma un ponte: verso una scuola più attenta, verso un modo nuovo di stare accanto ai ragazzi, soprattutto quelli che fanno più fatica."
La sofferenza di un ragazzo non giustifica mai la violenza. Ma ci chiede, come clinici, come genitori, come educatori, di fare di più per leggerla prima che diventi qualcos'altro.
Lo diciamo alle famiglie che ci seguono e che in questi giorni avranno letto questa notizia con un nodo allo stomaco: i vostri figli sono ragazzi che fanno più fatica a restare concentrati, che a volte agiscono prima di pensare, che si frustrano più facilmente. Ragazzi che vi fanno perdere la pazienza e cinque minuti dopo vi fanno ridere. Ragazzi che con il giusto supporto imparano a conoscersi, a gestirsi e a stare meglio. Quello che è successo a Trescore non parla di ADHD. Parla di quanto sia importante che intorno a ogni ragazzo ci siano adulti che lavorano insieme, che comprendono la sua diagnosi e che prendono sul serio la sua fatica ogni giorno.
Se qualcosa vi preoccupa, parlatene con il vostro pediatra o neuropsichiatra. Se una diagnosi c'è già ma sentite che non è diventata davvero un aiuto per vostro figlio, chiedete supporto. Non aspettate.