16/01/2026
La solita scheda C34. Il paziente giaceva nel letto, circondato da tanti cuscini che gli incurvavano la schiena, rendendogli il respiro un affanno sordo. Marco, il medico palliativista, accennò con delicatezza alla necessità di un letto ortopedico. Ma il figlio rispose con le parole di chi vede infrangersi le immagini che gli danno sicurezza: «Mio padre? Che dice, dottore... ma lei lo sa che è più in gamba di me... è solo pigro».
Gli occhi di Marco incrociarono quelli del figlio, velati da un'ambizione che si sgretolava: l'infanzia felice del padre, un ricordo che non voleva ammettere il declino. Non voleva segni tangibili, oggetti che urlassero la verità. Marco sapeva di avere altro da dire: la terapia, l'alimentazione, quel respiro corto e affannoso, sintomo più probabile di un male inarrestabile. Accennò a tutto, ma quanta fatica trasformare la visita clinica in un duello tra idee immaginate e dati concreti.
Il figlio si sciolse in un pianto: «Ma allora è vero... è capitato proprio a me... anzi a lui».
Marco lo guardò con calma: «Sì. Ora o "si vive di ricordi", aspettando l'onda della malattia porti via papà, oppure "si vive con i ricordi" e si sta su quel lettino ortopedico: una zattera di salvataggio, un approdo a una realtà dolorosa ma piena di amore, di occasioni per dare affetto al proprio padre».
Marco si congedò, uscì e trasse un lungo respiro. Pensò a come gli capitasse, ogni giorno, di tradurre parametri, numeri e immagini ecografiche in comunicazioni precise, chiare ma non taglienti. Il silenzio ovattava la via del centro storico: vasi di piante nel vecchio cortile, odore di muri bagnati e scrostrati, testimoni di secoli di vita. Voglia di andare a casa, di bere un tè caldo nel cuore dell'inverno, per ristorarsi da questi colloqui che prosciugano l'anima.