21/11/2025
Caos mentale per questi poveretti
Ieri si celebrava la Giornata internazionale dei diritti dell'infanzia e dell'adolescenza.
Proprio ieri venivano allontanati dai genitori i bambini della famiglia che ha scelto di vivere in mezzo alla natura.
Che vergognoso paradosso.
Da una parte, pochi giorni fa due bambini uccisi dalle loro madri nonostante segnalazioni, richieste di aiuto, prove evidenti che andavano messi in sicurezza.
Dall’altra, una famiglia a cui i figli vengono tolti pur essendo cresciuti con amore, cura, semplicità e libertà.
È difficile non vedere l’assurdo, la distorsione, la contraddizione.
È difficile non leggere in tutto questo un messaggio preciso: punirne uno per educarne cento.
Perché certe scelte disturbano.
Disturbano un sistema abituato a tollerare bambini alienati dai social già alla materna, nutriti a fast food, adolescenti educati da Tik Tok e OnlyFans, immersi in un malessere di solitudine crescente che spesso sfocia in autolesionismo, violenza, depressione, nella totale assenza di un'efficace e forte educazione emotiva.
Disturbano un sistema che tace davanti a ragazzini capaci di devastare una vita per 50 euro, ma che interviene con durezza quando una famiglia sceglie di vivere fuori dal modello dominante.
Questa famiglia non infrangeva la legge.
Non danneggiava nessuno.
Mangiavano, si lavavano, educavano i bambini, vivevano la loro vita con dignità.
La loro “colpa” era un’altra: non obbedire all’idea di felicità e normalità imposta dall’alto.
Non aderire al modello unico neoliberista che pretende di stabilire come si vive, come si cresce un figlio, come ci si conforma alla società.
E infatti, appena si sono avvicinati all’ospedale per un problema banale, si è aperta la voragine.
Si sono fidati dei medici, degli operatori, delle istituzioni.
Non immaginavano che quella fiducia si sarebbe trasformata in un corridoio senza uscita.
Il punto non è questo singolo caso.
Il punto è: questo sistema cosa difende davvero?
E cosa reprime?
Perché chi prova a vivere fuori dai consumi, fuori dai ritmi disumani, fuori dall’omologazione, viene trattato come un sospetto. Punito, messo alla gogna, umiliato.
Sono decenni che leggi urbanistiche pensate per altri scopi distruggono la vita rurale, rendendo impossibile tornare alla terra senza montagne di soldi, senza burocrazie soffocanti, senza essere schiacciati da norme che nulla hanno a che vedere con la sicurezza, la salute, il bene comune.
Sono decenni che le città sono diventate prigioni, agglomerati tossici di infelicità, frustrazione e violenza.
E così, passo dopo passo, si consolida un messaggio implicito:
sei libero solo se vivi come ti diciamo noi.
Altrimenti paghi.
Altrimenti ti pieghiamo.
Altrimenti ti mettiamo in riga.
Il Covid, in fondo, è stato un precedente eloquente.
Come ho detto sin dall'inizio, un esperimento sociale su scala mondiale.
Ha mostrato quanto poco margine abbia l’individuo quando prova a pensare con la propria testa.
Ma qui si apre il vero nodo: come si protegge chi fa scelte diverse, eppure pacifiche e legittime?
Chi cerca una vita più sobria, più autentica, più vicina alla natura?
Chi non vuole essere risucchiato nel vortice della dipendenza tecnologica, economica e culturale?
Come si crea una rete di tutela reale, competente, solida?
Come si sostiene chi rischia di veder distruggere la propria pace solo perché non si adegua al modello standardizzato?
Non si tratta di ribellioni astratte, né di nostalgie rurali: si tratta di libertà.
Di dignità.
Di autodeterminazione.
Di difendere il diritto di un soggetto a vivere secondo valori diversi, ma non per questo pericolosi o illegittimi.
La vera domanda, oggi, è questa: cosa possiamo fare, concretamente, per impedire che altre persone, altre famiglie vivano ciò che sta accadendo ora?
E come creare un’opposizione civile, non violenta (ma determinata) davanti a questa forma di violenza istituzionale che non possiamo più fingere di non vedere?
Perché, se non troviamo una risposta, il prossimo caso (magari proprio tu) sarà solo questione di tempo.
E nessuno potrà più dirsi al sicuro.
Stefano Manera