03/04/2026
Pasqua, nel suo nucleo più antico, parla di un passaggio attraverso la morte verso qualcosa che torna a vivere. Non è una negazione del buio, ma un attraversamento: il Venerdì Santo esiste, il sepolcro è reale, il silenzio del sabato c’è tutto. Solo dopo arriva la luce.
E in questo la Pasqua somiglia molto all’esperienza di chi convive con la malattia mentale.
La malattia mentale ha i suoi venerdì santi: giorni in cui il peso è insopportabile, in cui il senso si spegne, in cui sembra che niente possa più muoversi. Ci sono i sabati del sepolcro: quei periodi sospesi, apatici, vuoti, dove non si è né vivi né morti, solo assenti a sé stessi. Sono tempi che gli altri spesso non vedono, perché avvengono dentro, senza ferite visibili.
Eppure, anche lì, la narrazione pasquale offre un’immagine diversa dalla “guarigione perfetta” che la società pretende. Cristo risorto, nei Vangeli, porta ancora le ferite. Non è un corpo nuovo, immacolato. È lo stesso corpo, segnato, ma vivo in un modo nuovo.
Questo è importante per chi lotta con la mente: la rinascita non è cancellare la storia, non è tornare “come prima”. È imparare a vivere *con* le cicatrici, a riconoscere che sono parte della propria verità e non una vergogna da nascondere. La rinascita può essere un mattino in cui ci si alza dal letto dopo settimane, una telefonata fatta a un amico quando l’istinto era isolarsi, una terapia iniziata, una ricaduta affrontata senza arrendersi. Sono risurrezioni piccole, quotidiane, e per questo vere.
Pasqua ci ricorda anche che nessuno risorge da solo. Le donne vanno al sepolcro insieme, si avvisano l’un l’altra, corrono a chiamare gli altri. Nella malattia mentale, la comunità — amici che restano, terapeuti che ascoltano, gruppi che accolgono — è spesso la voce che dice “non è finita qui” quando noi non riusciamo a crederci.
Forse il messaggio più umano della Pasqua, letto da questa prospettiva, è questo: la morte (quella interiore, la perdita di sé, la disperazione) non ha l’ultima parola. Non perché sia facile, non perché arrivi una soluzione magica, ma perché l’essere umano ha la capacità ostinata, misteriosa, di ricominciare. Anche zoppicando. Anche con le ferite ancora aperte.
E ogni volta che succede, è Pasqua.