Associazione Psicologi Clinici

Associazione Psicologi Clinici Fanno parte dell'Associazione, il CONSIGLIO DIRETTIVO, composto da:

- Luisa Lorusso, Psicologa e Psicoterapeuta.

L'associazione "Psicologi Clinici Trento" si è costituita a Dicembre del 2014 come proseguimento dell'esperienza del "Gruppo di Psicologia Clinica", nato nel 1991. Il gruppo è composto da Psicologi e Psicoterapeuti provenienti da diverse esperienze formative e professionali operanti in prevalenza nel campo della libera professione. Presidente dell'associazione

- Enza Deuscit, Psicologa e Psicoterapeuta. Vice Presidente dell'associazione

- Alessandra Gasperi, Psicologa e Specializzanda in Psicoterapia. Segretaria dell'associazione

- Daniela Sannicolò, Psicologa. Tesoriera dell'associazione

e i SOCI:
- Giuliana Grandi, Psicologa

- Stefano Mattedi, Psicologo e Psicoterapeuta

- Paolo Azzolini, Psicologo e Psicoterapeuta

- Cinzia Gasperi, Psicologa e specializzanda in Psicoterapia

- Paola Bertotti, Psicologa

- Lisa Tomaselli, Psicologa e Psicoterapeuta

- Giulia Tomasi, Psicologa e Specializzanda in Psictoerapia

Gli obiettivi che l'associazione si prefigge sono:
- promuovere la conoscenza, lo sviluppo e la diffusione della Psicologia prevalentemente Clinica negli ambiti culturali, professionali, lavorativi e organizzativi del territorio;
- creare sinergie per migliorare le competenze degli psicologi;
- offrire un'occasione di confronto e di conoscenza tra colleghi, sia a livello di contenuti sia nell'intervisione di casi clinici. L'associazione inoltre organizza periodicamente cicli pubblici per "Avvicinare Psicologia e Cittadini" (APeC)

Ci siamo quasi... ritorna il ciclo di incontri che la nostra associazione di Psicologi Clinici propone gratuitamente all...
04/05/2018

Ci siamo quasi... ritorna il ciclo di incontri che la nostra associazione di Psicologi Clinici propone gratuitamente alla cittadinanza!
Segnate gli appuntamenti in agenda e... non mancate! Noi vi aspetteremo.
Grazie a chi ci sarà e a chi condividerà il nostro post!

(Enza Deuscit)

10/03/2017

Concludo oggi la serie di abstract degli incontri APeC (avvicinare Psicologia e Cittadini) 2016
Associazione culturale e scientifica Psicologi Clinici Trento
Mercoledì 13 aprile 2016
UN BEL GIOCO DURA POCO
Relatrice: dott.ssa Giulia Tomasi – Psicologa
e-mail: giuliatomasiq@gmail.com
La nostra società si contraddistingue rispetto alle precedenti per la continua ricerca del piacere. Siamo sempre più abituati a volere nell'immediatezza una gratificazione e sempre meno a saper aspettare e stare nella frustrazione.
Ai nostri giorni risulta verosimile poter avere tutto subito e, spesso, a poco prezzo. Il gioco d'azzardo può apparire perciò la scorciatoia perfetta: una soluzione facile e comoda per risolvere i propri problemi.
I meccanismi alla base della maggior parte dei giochi sono complessi, non solo nei termini di statistiche matematiche, ma anche quando si parla di meccanismi psicologici. Infatti, nonostante sia statistico che al gioco si perde nella stra grande maggioranza dei casi, le persone continuano a giocare. Continuano a sperare.
Già nel 1700 Adam Smith diceva “Non è mai esistita e mai esiterà al mondo, un lotteria perfettamente equa. Tuttavia, nessun uomo, per quanto sano, è immune dall’assurda fiducia nella propria fortuna”. Attualmente, proprio facendo leva su questo concetto, i giochi d'azzardo sviluppano sempre più tecniche raffinate e subdole per attrarre le persone, per convincerle che giocare e, sopratutto, vincere è estremamente facile. Grazie a quest'evoluzione esponenziale dei meccanismi alla base dei giochi d'azzardo, nel 2015 la raccolta complessiva del gioco d'azzardo si aggirava intorno agli 88 miliardi (Vicedirettore dei Monopoli di Stato, Aronica).
Risulta interessante pertanto domandarsi “quali sono i giochi a cui giocano gli Italiani?”. Al primo posto (55%) ci sono gli apparecchi (slot e video-lottery); al secondo posto (13%) le lotterie istantanee (gratta e vinci). Sfortunatamente non è possibile al momento quantificare quale sia l'entrata relativa al gioco d'azzardo on-line, per quanto si stimi che il volume di questo fenomeno sia via via aumentando, soprattutto tra i giovani.
Queste stime riguardano globalmente il fenomeno del gioco d'azzardo, ma quanti italiani sono colpiti dalla dipendenza? Quante persone soffrono di gioco d'azzardo patologico (GAP). Si stima che il fenomeno colpisca 1-3% della popolazione italiana.
Ma si stima che per ogni giocatore patologico ci siano circa sette persone con lui coinvolte dai problemi conseguenti a tale patologia: un familiare o un amico, il datore di lavoro o persone alle quali sono stati richiesti prestiti. Ma quando il gioco diventa patologia? Quando la nostra ricerca di piacere, che ci spinge a giocare, diventa fuga dal dolore, che ci fa rifugiare nel gioco? Quando smettiamo di essere liberi di scegliere e diventiamo dipendenti?
E' chiaro che non si può generalizzare e dare una risposta che comprende tutte le singolarità di ogni persona. Custer (1985), uno dei primi studiosi nel campo del gioco d'azzardo patologico, aveva però tentato di identificare delle ricorrenze nella carriera dei giocatori. Ha così creato la “Scala di Custer”: una
scala composta da tre fasi discendenti, che descrivono la discesa verso la patologia. Secondo Custer le fasi caratterizzanti il percorso del giocatore sono tre: una prima fase detta “delle vincite”, alla quale si succede poi una seconda fase definita “delle perdite” ed infine la fase della “disperazione”. Il primo step è contraddistinto dalla voglia di giocare per divertirsi e passare il tempo distraendosi: la persona è convinta di poter smettere in ogni momento, di avere la situazione sotto controllo, di aver solamente trovato un nuovo passatempo; sperimenta l’eccitazione legata al gioco. Si ha l’impressione netta di vincere la maggior parte delle volte ed ci si ritene particolarmente abili nel gioco, ci si convince di essere in un periodo decisamente fortunato; si tiene conto soprattutto degli esiti positivi. La conseguenza diretta è che si aumenta la frequenza della giocate e la quantità di denaro scommesso. Le perdite sono solamente “rari ed isolati” casi, al quale si attribuisce facilmente una scusa, come per esempio la sfortuna; mentre invece le vincite sono merito di particolari capacità che la persona possiede. A questa fase inziale segue quella delle perdite: il gioco inizia ad essere un’attività sempre più solitaria ed è molto più presente nella vita della persona, sia per quantità di tempo investito sia per la quantità di pensieri che vi si rivolgono anche quando non si sta giocando. Il giocatore comincia ad accorgersi che, oltre a vincere, sta anche perdendo e le perdite sono sempre più rilevanti. Tutto ciò viene letto come “un voltafaccia della sorte” ed un personale fallimento, il periodo in cui si era baciati dalla fortuna è finito e le abilità sviluppate in tutte le precedenti partite non sono più sufficienti ad evitare la perdita. Nella vita quotidiana cominciano le menzogne e i segreti: diviene sempre più difficile giustificare le assenze da casa, i ritardi, le perdite di giornate al lavoro e la mancanza di denaro; inoltre il malumore conseguente all’essere “cosi sfortunati” inizia ad intaccare le sfere più personali del soggetto. Le bugie sommate alle continue perdite non fanno altro che aumentare irritabilità, rabbia, depressione e sensazioni negative.
Il pensiero martellante è quello di rientrare delle perdite, di chiudere questo brutto periodo e ritornare al più presto con un solo colpo magico alla vita spensierata di prima.
La persona tende a ripetersi che non appena avrà vinto un’ingente somma potrà finalmente smettere di giocare, ormai però si è troppo coinvolti nel gioco, non si è più in grado di uscire dal vortice nel quale si è stati risucchiati: comincia così la “rincorsa delle perdite”. Nel momento in cui ha la consapevolezza di non poter saldare i propri debiti, ci si auto-giustifica raccontandosi che si sta giocando solamente per guadagnare il denaro chiesto in prestito, per poterlo quindi restituire. Ciò innesca un pericoloso circolo vizioso, in quanto questo pensiero che continua a ripetersi viene utilizzato anche come “garanzia” a terzi per chiedere altri prestiti. Spesso giocando si tenta di fuggire da questa realtà opprimente e ansiogena: si aliena dalla realtà giocando ininterrottamente, creandosi una propria isola felice all’interno della quale nulla e nessuno può disturbarlo; i problemi non esistono più e così anche l’ansia e la depressione. Quando però poi si smette di giocare si viene rigettati nel mondo reale, con tutti i suoi problemi e le sue preoccupazioni, con tutti i debiti e le bugie raccontate; la situazione risultata talmente disperata che per fuggire, anche solo per delle ore, si ritorna immediatamente a giocare, o comunque si vorrebbe poterlo fare. Il gioco è ormai il centro del proprio mondo, è divenuto una realtà “magica” dove tutti i numeri sono combinazioni vincenti, le ricorrenze divengono giornate fortunate ed è possibile sviluppare un controllo sopra le macchine e il gioco stesso. Le menzogne ormai non sono più credibili e le persone vicine non si fidano più, il che scatena nel soggetto rabbia, irritabilità e accuse. Iniziano le telefonate a casa da parte dei creditori e spesso è la famiglia a riceverle; il giocatore può anche ostentare sicurezza ma lentamente si comincia a perdere la speranza. Così si entra nella terza fase: la disperazione.
Risulta evidente che i debiti non possono essere pagati, rendersi conto della reale situazione economica crea angoscia e disperazione e la situazione familiare ne risente gravemente: non sono rari casi di richieste di separazione o di divorzio. Ciò aumenta nel soggetto la disperazione e il senso di fallimento: cominciano i pensieri di suicidio e possono avvenire anche dei tentativi di togliersi la vita. La situazione è talmente critica che si rischia di compiere atti illegali, sempre per poter trovare denaro da poter giocare: non è più possibile chiedere prestiti, ma si possono rubare soldi, commettere rapine ad altri atti di genere. Nonostante la situazione sia estremamente degradata sotto differenti punti di vista il soggetto non riesce a smettere di giocare. Nonostante tutto vi è l’illusione di potersi ancora rifare con una grossa vincita. Come si può uscire da quest’ultima fase? Si aprono quattro possibili strade: la carcerazione (conseguente agli atti illegali ), la fuga, il suicidio oppure la richiesta d’aiuto.
In realtà, può anche accadere che queste alternative compaiano sporadicamente ela costante di base rimanga il gioco. Dalla dipendenza da gioco d'azzardo si può uscire. Ma se la strada che ci ha portato alla dipendenza era facile, veloce e piacevole il percorso per uscirne sarà estremamente lungo e difficile. Iniziare una terapia personale è necessario, come risulta molto utile anche la frequenza dei gruppi di automutuo-aiuto.
Anche i familiari possono intraprendere un percorso se lo desiderano, aiutando in questo difficile momento la persona-giocatrice. Risulta però necessario che il giocatore sia motivato al cambiamento e desideri smettere di giocare. Anche riguardo a questa mancanza o poco motivazione esitono interventi specifici e mirati che possono aiutare la persona ad intraprendere un percorso.
Come diceva Bob Proctor: il cambiamento è inevitabile, la crescita personale è una scelta.
BIBLIOGRAFIA
American Psychiatric Association (APA) (1987), Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorder, 3th edn. (DSM-III), Massan.
American Psychiatric Association (APA) (2000), Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorder, 4th edn. (DSM-IV TR), Massan.
American Psychiatric Association (APA) (2013), Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorder, 5th edn. (DSM-5), Massan.
Blaszczynski, A. (2000), Pathways to pathological gambling: identifying typologies, Journal of Gambling Issues, 1.
Blaszczynski, A., Nower, L. (2002), A pathways model of problem and pathological gambling. Addictions, 97, 487-499
Blaszczynski, A., Winter, S.W. e McConaghy, N. (1986), Plasma and endorphin levels in pathological gamblers, Journal of Gambling Behavior, 2, 3-14
Callois, R. (1958), I giochi e gli uomini
Croce, M. (2006), A che gioco giochiamo? Anticipazioni sui nuovi scenari e sulla tutela del giocatore d’azzardo, Atti del convegno 25 marzo 2006, 41-62
Custer, R. J. (1985), Profile of the pathological gambler, Journal of clinical psychiatry, 45, 35-38
Dostoevskji, F. (1867), Il giocatore
Mc Cown, W. G.,Howatt, W. A. (2007), Treatment Gambling Problems
McCromick, R.A., Taber, J., Krudelbach, N., Russo, A. (1987), Personality profiles of hospitalized pathological gamblers: the California personality inventory, Journal of Clinical Psychology, 43, 521-527
Petry, N. M. (2000), Substance abuse, pathological gambling, and impulsiveness. Drug and Alcohol Dependence, 63, 29-38
Petry, N. M. (2004), Pathological Gambling: Etiology, Comorbidity, And Treatment, American Psychological Associaton (APA)
Serpelloni, G., Rimondo, C. (2012), Gioco d’azzardo problematico e patologici: inquadramento generale, meccanismi fisiopatologici, vulnerabilità, evidenze scientifiche per la prevenzione, cura e riabilitazione, Italian Journal on Addicton, 2, 3-4, 7-44

09/03/2017

Questa sera siamo al post del penultimo abstract degli incontri APeC 2016
Associazione culturale e scientifica Psicologi Clinici Trento
Mercoledì 6 Aprile 2016
L’ARTE DELL’ASSERTIVITA’: COMUNICARE CON EFFICACIA
Relatori: dott.ssa Enza Deuscit e dott. Stefano Mattedi - Psicologi Psicoterapeuti
e-mail: enzadeuscit@gmail.com mattedistefano@gmail.com
“Libero è colui che non deve né
subire né dominare
per essere qualcuno”
(Dostoevskij)
Quando si parla di assertività è automatica l’associazione con la comunicazione poiché è all’interno di essa che si esplica tale fondamentale capacità.
Comunicare (dal latino: cm e munire = legare, costruire) vuol dire “mettere in comune”, cioè condividere con gli altri pensieri, opinioni, esperienze, sensazioni e sentimenti. La comunicazione non è semplicemente parlare ma presuppone necessariamente uno scambio. Watzlawick (1967), nel suo primo assioma della comunicazione asseriva che “Non si può non comunicare” poiché in qualsiasi tipo di interazione tra persone, anche col silenzio o con il semplice guardarsi negli occhi, si sta comunicando sempre qualche cosa all'altro soggetto. La relazione è comunicazione ed è per questo che è importante imparare a comunicare con efficacia.
La comunicazione ci permette di esprimere noi stessi attraverso il proprio stile comunicativo; ne esistono tre forme:
1. passivo: tipico della persona che subisce gli altri, viola costantemente i propri diritti;
2. aggressivo: peculiare di chi cerca di prevaricare sugli altri, violando i diritti altrui;
3. assertivo: caratteristico di chi rispetta i diritti propri e degli altri, sa esprimere le proprie emozioni e ha una buona stima di sé.
L’assertività è “un’abilità sociale che rende una persona in grado di esprimere i propri bisogni, desideri, sentimenti e opinioni in modo adeguato e coerente alla situazione, senza provare imbarazzo o sensi di colpa” (Baggio et al., 1998, p. 221).
Lo stile comunicativo assertivo non è una capacità innata, si può apprendere attraverso specifici training e la disponibilità a mettersi in gioco.
Vi sono alcuni contesti relazionali in cui risulta più complicato comunicare in modo efficace e l’assertività permette di farlo lavorando su aspetti cruciali come la capacità di:
· esprimere le propie idee, desideri, opinioni;
· fare e rifiutare una richiesta;
· fare e ricevere una critica;
· proteggersi dall’ingerenza altrui.
Esistono delle tecniche che permettono di diventare più assertivi, tra le quali: persistenza o disco rotto (consiste nel ripetere con estrema calma il proprio punto di vista usando sempre le stesse parole, senza farsi coinvolgere dalle strategie manipolative dell’altro); messaggio in prima persona (parlare di sé, dei propri sentimenti senza giudicare l’altro).
Tra gli effetti positivi di una comunicazione assertiva è possibile annoverare:
· maggior senso di autoefficacia;
· maggior cura di sé e del proprio benessere psico-fisico;
· buona immagine di sé;
· senso di soddisfazione per aver saputo esprimere uno stato d’animo, un desiderio, un bisogno e relazioni sociali qualitativamente migliori.
Si è ritenuto ritenuto utile, lasciare anche “I DIRITTI ASSERTIVI” (Smith, 1979):
Tu hai il diritto di avere diritti
Tu hai il diritto di dire No senza sentirti in colpa
1. Tu solo hai il diritto di giudicare il tuo comportamento, i tuoi pensieri, le tue emozioni, dal
momento in cui ti assumi la responsabilità delle loro conseguenze
2. Tu hai il diritto di non offrire ragioni o scuse per giustificare il tuo comportamento
3. Tu solo hai il diritto di valutare se e quando sia necessario intervenire per aiutare gli altri a
risolvere i loro problemi
4. Tu hai il diritto di cambiare il tuo modo di pensare
5. Tu hai il diritto di commettere errori quando te ne assumi le responsabilità
6. Tu hai il diritto di dire «non so» o «non sono capace» quando si pretende da te una
competenza che non hai
7. Tu hai il diritto di sentirti libero nei confronti di coloro che, mostrandoti benevolenza,
cercano di influenzarti
8. Tu hai il diritto di dire «non capisco» a chi non ti dice chiaramente che cosa si aspetta da te
9. Tu hai il diritto di dire «non mi interessa» quando gli altri ti vogliono coinvolgere nei loro
interessi
10. Tu hai il diritto di non essere perfetto
BIBLIOGRAFIA
Alberti, R.E., Emmons, M.L. (2010), Essere assertivi : come imparare a farsi rispettare senza
prevaricare gli altri, Milano, Gruppo 24 ore (III edizione)
Anchisi, R., Gambotto Dessy,M. (2013), Manuale di assertività : teoria e pratica delle abilità
relazionali : alla scoperta di sé e degli altri, Milano, Angeli
Anchisi, R., Gambotto Dessy, M. (1992), Non solo comunicare. Teoria e pratica del
comportamento assertivo, Torino, Edizioni Libreria Cortina
Baggio, F. (2013), Assertività e training assertivo. Teoria e pratica per migliorare le capacità
relazionali dei pazienti, Franco Angeli, Milano.
Baggio, F., Bagnato, G., & Bauer, B. (1998), Assertività e disturbi del comportamento alimentare
in B. Bauer & M. Ventura (a cura di) Oltre la dieta: una nuova cultura per i disturbi alimentari
(pp. 221-258), Torino, Centro Scientifico Editore
Bandura, A (a cura di) (1995), Il senso di autoefficacia: aspettative su di sé e azione, Trento, Ed.
Erickson
Bonenti, D., Meneghelli, A. (1992), Assertività e training assertivo: guida per l’apprendimento in
ambito professionale, Milano, Franco Angeli
Giannantonio, M. (2010), Mi vado bene? Autostima e assertività, Erickson, Trento.
Gordon, T. (1994), Genitori efficaci. Educare figli responsabili, La Meridiana Edizioni
Rolla E. (2006), Il problema non è mio… è tuo, Società Editrice Internazionale, Torino.
Watzlawick, P., Beavin, J.H., Jackson, D.D. (1971), Pragmatica della comunicazione umana,
Astrolabio, Roma

07/03/2017

Continua l'appuntamento quotidiano con gli abstract degli incontri APeC 2016
Associazione culturale e scientifica Psicologi Clinici Trento
Mercoledì 30 marzo 2016
DALLA VIOLENZA DEL TRAUMA SOFFERTO AL DRAMMA DEL DOLORE INFERTO
Relatrice: dott.ssa Luisa Lorusso - Psicologa Psicoterapeuta
-mail: lorusso.dott.luisa@gmail.com
LE VARIE FORME DELLA VIOLENZA
Si possono nominare varie forme di violenza: l’abuso di forza, sia fisica - con o senza armi - che verbale e psicologica, come i ricatti, le intimidazioni e le minacce. Violenza è anche l’abuso che si esprime col controllo, per svalutare il volere e il sentire dell’altro, così da togliergli l'autonomia. Può avvenire in ambito domestico, di svago, di lavoro o luogo estraneo del tutto. Può essere la sensazione che deriva da incidenti gravi, disastri naturali, combattimenti, guerre, esodi, ecc.
Della violenza a volte non è facile accorgersi, perché può essere fatta di gesti e condotte prepotenti che però passano sotto silenzio o sembrano innocue, ma tolgono la considerazione positiva di se stessi. Una forma di violenza che spesso non viene considerata tale é l’essere vittima di trascuratezza estrema, come la mancanza di cura e di attenzioni basilari. Si può essere vittime persino in maniera indiretta come quando si assiste a situazioni in cui a subire degli abusi sono le persone per sé significative.
LE NUOVE SCOPERTE DELLE NEUROSCIENZE
Le ricerche compiute con i nuovi strumenti di indagine delle neuroscienze danno conferme oggettive che l’aver subito e inferto violenza può avere conseguenze gravi e permanenti: nei soggetti studiati, reduci di guerra o degenti gravi di ospedali psichiatrici, permane un grave disagio d’ansia e di depersonalizzazione. In queste persone restano presenti atteggiamenti e condotte che li espongono ad essere vittima o carnefici per sempre ed a perpetuare danni e sofferenze in loro stessi e in chi sta loro vicino. In essi resta una chiara e stabile memoria di come quella violenza è stata a suo tempo vissuta, se “bloccati”, “fuggitivi”, o ’“aggressori” e rileva che poi, in situazioni minacciose, riemerge istintivamente il ricordo del trauma e viene messa in atto la medesima reazione adottata nel passato. La violenza dunque diventa trauma se si trasforma in ferita gravemente dolorosa che sconvolge e devasta la vita, che attiva "reazioni" istintive e incontrollabili di sottomissione, di impotenza totale, di fuga impetuosa o di aggressività incontrollata. C’è una base fisiologica dietro alla sequenza delle condotte riparative del trauma e fortunatamente solo il 20% dei gesti che viviamo con dolore si trasformano in trauma. Le neuroscienze ci forniscono anche altre informazioni: ci fa conoscere le modalità efficaci per prevenire la nascita stessa della violenza; come si possa uscire dalla spirale “vittima o carnefice“; e soprattutto, cosa si può fare per recuperare la padronanza del proprio agire anche se così segnati dalla esperienza traumatica.
LA VIOLENZA NON È NATURALE, È UN MECCANISMO DI DIFESA
Negli anni ‘80 è stato descritto come già prima del compimento del primo anno di vita i bambini siano in grado di rispondere alle interazioni sociali e reagiscano alla minaccia di rottura della relazione col genitore, con chiare richieste sia amichevoli che violente: è naturale per l’essere umano tentare di uscire dal dolore, con le buone o con le cattive. Nel filmato visibile in internet, l’esperimento "STILL FACE di Tronick”, si vede la sequela di cosa succede alla bambina quando la madre smette di essere in contatto con lei: inizialmente cerca di ricoinvolgerla, prima coi sorrisi e le proposte di gioco, poi con delle proteste via via più dirette e arrabbiate e, infine, col ritiro. Con questo filmato è dimostrato come si crei il circolo vizioso della violenza: si prova a uscire dalla posizione di vittima se il torto subito è ritenuto riparabile, ma quando ci si accorge di non poter ottenere ciò che si spera, si diventa carnefici, si attacca e infine si fugge dalla relazione. Sappiamo che è la relazione che ci garantisce la vita e, se succede di sentirci non amati e non protetti, sia da neonati che da adulti, la nostra neurocezione, cioè la percezione del pericolo e la conseguente immediata reazione riparativa, accende un segnale di allarme che mette in moto la sequenza di strategie adatte a riprenderci, anche “con le cattive”, l’attaccamento perduto. Ciò spiega perché le coppie litigano: perché si amano e “pretendono” l’amore.
COME L’ORGANISMO TENTA DI USCIRE DAL DOLORE
Ma, quando ci capitano esperienze in cui subiamo violenza e sentiamo emozioni dolorose molto intense, così intense che non possono essere tollerate o accettate, possono solo essere messe da parte, incapsulate come cisti in una zona del cervello che si chiama ippocampo e che ci faranno sussultare ogni volta che sperimentiamo una paura simile. Un esempio è quando un genitore arrabbiato picchia il figlio piccolo. Si crea una gerarchia di dominanza dove il bambino si trova costretto a sottomettersi al genitore e a subire. Con le botte può darsi che il bambino si comporti in modo più obbediente ma di certo apprende un modo di comportarsi indiscutibile e rigido del tipo ”Ti devi sottomettere al dolore se sei bambino, puoi essere violento contro il dolore se sei adulto”. Nel tentativo di non sentire dolore quando siamo vittime di trauma, non ragioniamo - perdiamo la padronanza di noi stessi - e facciamo in fretta solo ciò che abbiamo già “imparato” dalla nostra storia personale. Fino a quando non abbiamo l’occasione di riflettere su quell’esperienza e di sentirci forti abbastanza da poter non condividere le ragioni di un padre e comportarci in modo diverso da come lui ci ha insegnato. In generale dunque, per reagire e difenderci dalle paure e dal dolore si attiva il cervello emotivo che legge l’emozione dolorosa e determina come rispondere a questo stimolo. Quando la sensazione dolorosa è forte e da arginare urgentemente, l’amigdala fa percorrere allo stimolo doloroso la via breve del cervello, quella del tronco encefalico, che attiva velocemente le reazioni immediate del rettile: lotta /fuga /blocco o i comportamenti immagazzinati nelle cisti, rigidi e imparati acriticamente con le esperienze di vita; quando invece lo stimolo doloroso è meno intenso, gli fa percorre la via lunga, quella libera dalle cisti, che porta l’emozione dolorosa alla neocorteccia dove si attivano pensieri e azioni ponderate, per quietare la paura stessa. Con l’esame della risonanza magnetica si vede chiaramente come l’ippocampo e l'amigdala vengono resi disfunzionali a seguito del sommarsi dei traumi subiti. Più traumi precoci subiamo, più restiamo mal funzionanti nella vita e il recupero può essere particolarmente impegnativo.
VARIE POSSIBILITÀ DI CURA DELLA VIOLENZA
L'Organizzazione Mondiale della Sanità è arrivata nel 2015 a pubblicare il nuovo Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali, il DMS,5°, per riconoscere che il trauma è all’origine di ben 52 disturbi psichiatrici fino ad oggi considerati invece frutto di ereditarietà biologica. Dunque oggi, si riconosce che ci sono molte e reali possibilità di cura alla violenza alternative alle sole cure farmaceutiche. Per prima cosa sapere che è il subire violenza che ti rende violenta, poiché per proteggerti da chi ti fa del male crei e usi modi violenti, non assolve colui o colei che fa violenza, ma accende la curiosità di sapere come poter usare altre “buone” condotte per ricucire e aggiustare le relazioni che la violenza rompe. La cura del trauma è smettere azioni istintive di attacco, sottomissione o fuga, mal ponderate, quando non penso a ciò che sto per fare, o mal dirette, quando le dirigo verso coloro che non c’entrano e sono magari i deboli, moglie/marito o figli, o subalterni, ma trovare invece la capacità di una sana e legittima condotta per avere benessere e non vendetta.
IL CORPO COME ALLEATO
La psicologia psicosomatica sostiene che il corpo è nostro alleato per fare esperienze emozionali correttive, vale a dire per riaccendere anche il terzo livello di funzionamento cerebrale che il trauma ha inibito, quello cognitivo della neocorteccia, il più evoluto , quello che ci rende umani. Solo se si acquisisce padronanza del proprio corpo, si possono usare totalmente tutte le sue potenzialità, non solo quelle rettiliane degli istinti della sopravvivenza utili nei primi giorni di vita, o quelle emotive dei primi due anni, ma il sentire, il pensare e lo scegliere “come” agire e cosi uscire dal circolo della violenza. Se ci educassimo a sentire le nostre sensazioni fisiche dando attenzione al respiro, al movimento e al contatto fisico, alla meditazione mindfulness, alla bioenergetica e allo yoga, ci aiuteremo a calmarne la tensione emotiva negativa interiore e a riattivare il coinvolgimento sociale.
LA PSICOTERAPIA
La cura risolutiva resta la psicoterapia perché essa garantisce ad ogni persona portatrice di dolore, il diritto di trovare la migliore delle alleanze e il luogo in cui sentirsi più sicura e protetta, per riattivare la sua capacità di dare parole alle emozioni e, nominare pensieri, sensazioni, convinzioni irrazionali, risorse, limiti e progetti futuri, fa si che diventiamo capaci di direzionare le nostre condotte. Da pochi anni è stata messa a punto una cura psicoterapeutica specialistica per il trauma, l’ E.M.D.R - (E) (eyes), (M) movement, (D) desensitization and (R) reprocessing-. Con la stimolazione oculare, si provoca l’attivazione contemporanea
dei due emisferi
della neocorteccia e così il ricordo messo in memoria come cisti perché rimasto non accolto come esperienza utile alla propria vita, viene rievocato e “riguardato” con l’aiuto competente e sicuro del terapeuta, così da vederlo da tutte le angolature e trovarci le sensazioni, le emozioni ed i pensieri passati per capirli e per sciogliere il trauma. La “cisti” si scioglie e dalle nuove connessioni sinaptiche se ne traggono nuove risorse per affrontare in modo utile le situazioni presenti o future di tensione e violenza, senza ricadere nella spirale del dolore sofferto e poi inferto.
LA PREVENZIONE DEL TRAUMA
In ogni caso si ritiene che la cura migliore in assoluto per la violenza sia la prevenzione: imparare a conoscere le proprie paure e i propri limiti, considerarle in modo accogliente permettendosi di non essere “sempre forti” e di avvicinarsi a chi ci può dare aiuto; credere che l’amore nelle relazioni intime, sessuali e sociali costituisca la “connessione” per la sopravvivenza umana e psicologica, sapendo che il contatto fisico rende forti, sana e rincuora; godere della collaborazione tra gli esseri umani e anche dello stare nella natura, per sentirsi parte della forza vitale del cosmo; parlare con se stessi, ascoltare la voce interiore di chi ci ama; pregare e meditare per elevarsi alla dimensione attraente e arricchente del soprannaturale
BIBLIOGRAFIA
De Zulueta Felicity (1993), Dal dolore alla violenza - le origini traumatiche dell’aggressività -, Raffaello Cortina Edizioni
Frankl Viktor (1972), Uno psicologo nei Lager, Ares Edizioni
Goldstein John (1988), Il cuore della saggezza. Esercizi di meditazione, Amazon.it
John Bowlby (1980), Attaccamento e perdita, Astrolabio
John Bowlby (2001), La perdita della madre, Astrolabio
Johnson Sue (2015), Love sense, Il senso dell'amore, ISC
Johnson Sue (2012), Stringimi forte, ISC
Rogers Carl (1951), La terapia centrata sul cliente, Martinelli
Rogers Carl (1977), Potere personale, Martinelli
Rogers Carl (2006), Un rivoluzionario silenzioso, La Meridiana
Shapiro Francine (2012) Lasciare il passato nel passato, Astrolabio
Siegel Daniel (2013), La mente relazionale, Raffaello Cortina
Van der Kolk Bessel (2015), Il corpo accusa il colpo – mente corpo e cervello nella elaborazione delle memorie traumatiche, Raffaello Cortina Edizioni
Zamperini Adriano (2014), La bestia dentro di noi. Smascherare l'aggressività, Il Mulino

06/03/2017

Di seguito l'abstract del quarto incontro di APeC
Associazione culturale e scientifica Psicologi Clinici Trento
Mercoledì 25 novembre 2015
QUANDO LO SPORT FA CRESCERE: IL RUOLO DEL GENITORE E DELL'ALLENATORE
Relatrice: dott.ssa Paola Bertotti - Psicologa
e-mail: paolabertotti@gmail.com
Si parla spesso di come lo sport sia uno strumento educativo e di come possa aiutare i bambini a crescere non solo come atleti, ma anche, e soprattutto, come persone. Affinché questo si realizzi è però indispensabile che vi sia un progetto finalizzato a tale scopo e che l’attività sportiva abbia determinate caratteristiche. Negli ultimi tempi i settori giovanili delle società sportive sono molto attenti a questi aspetti, in quanto gli allenatori non sono più solo insegnanti di tecniche e di tattiche, ma sono anche delle vere e proprie figure di riferimento per i giovani atleti, al pari di genitori ed insegnanti.
Vediamo ora quali sono le caratteristiche di uno sport altamente educativo:
- È un gioco, un divertimento: se il bambino non trae piacere da ciò che fa non avrà nessun motivo per farlo e se non vi è partecipazione attiva non vi è nemmeno apprendimento, il bambino sarà semplicemente disinteressato e non coinvolto;
- Sviluppa sentimento sociale e cooperazione: fa nascere nel bambino il desiderio di appartenenza sociale, la voglia di stare all’interno di un gruppo e di fare insieme qualcosa con uno scopo comune;
- Allena al coraggio: sprona a mettersi alla prova senza avere paura di sbagliare, o di essere giudicato, stimola la creatività di ciascuno, l’iniziativa e la voglia di sperimentare;
- Insegna a valutare, pensare, proporre: nello sport come nella vita dobbiamo essere in grado di pensare alle strategie, ai metodi per risolvere problemi e questioni;
- Insegna il rispetto delle regole: non esiste sport senza regole, così come la nostra vita è costellata di norme.
Qual è, quindi, il ruolo di genitori e allenatori in tutto questo? Innanzitutto non dimenticare che l’atleta è al centro di questo processo di insegnamento e di apprendimento ed è importante contribuire tutti a questo percorso formativo. È importante, inoltre, conoscere e rispettare i confini di ciascun ruolo come genitore o come allenatore in ambito sportivo.
La mamma e il papà sono figure di riferimento a casa e nella vita quotidiana, sul campo sono i primi fan dei loro piccoli atleti, di tutta la squadra e della società, sostengono e incoraggiano la vita sportiva del bimbo e la necessità di impegnarsi in tale attività. Dare consigli tecnici e prendere decisioni tattiche spetta invece agli allenatori, che sono le figure di riferimento del bambino mentre si allena e mentre è in gara. Il tecnico, quindi, è anche un educatore che insegna a crescere, a maturare, a rispettare le regole e a “diventare grandi”, non solo come atleti.
BIBLIOGRAFIA
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Ames C. (1992), Achievement goals and adaptive motivation patterns: the role of the environment, in G. Robert (Ed.), Motivation in sport and exercize (pp.161-176). Champaign, IL: Human Kinetics.
Cei A. (1987), Mental training: guida pratica all’allenamento psicologico dell’atleta, Roma, Edizioni Luigi Pozzi
Montessori M. (1992), Il segreto dell’infanzia, Milano, Garzanti in Piazza, V. (2014) Maria Montessori, la via italiana all’handicap, Trento: Erickson
William J.M. (2005), Applied Sport Psychology: Personal Growth to Peak Performance, London, UK, MacGraw-Hill

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Trento

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