27/02/2026
Come si fa?
In questi giorni pensavo a come rispondere a questa domanda.
E mi è tornata in mente un’immagine: Joe Simpson che si cala nel ghiacciaio.
C’è un film meraviglioso, ispirato ad una storia vera.
Due amici affrontano una scalata difficilissima. Sono legati dalla stessa corda. A un certo punto uno dei due precipita in un crepaccio e resta sospeso nel vuoto.
Per giorni prova a risalire.
Fino a quando capisce che non può farcela.
E allora prende una decisione controintuitiva: invece di tirarsi su, si cala.
Si immerge nel buio del ghiacciaio.
Pensare a quella scena mi fa ancora ve**re i brividi.
Ma è così che trova la via di uscita. È così che si salva.
Stare con le onde dell’utero ha un po’ quel sapore.
Immergersi fa paura.
Attraversare un passaggio stretto senza sapere cosa c’è oltre richiede fiducia.
Vorremmo evitarle.
Vorremmo scappare dalle contrazioni, aggirarle, saltarle.
E invece dobbiamo passarci attraverso.
E lo si può fare.
Certo, non sempre è automatico.
Ma si può imparare.
Ha a che fare con il respiro.
Con il movimento.
Con la consapevolezza del corpo.
Con il provare e riprovare, finché quel gesto diventa familiare.
Immergersi non è un atto di coraggio che si improvvisa.
È qualcosa che si può preparare.
E anche se sembra controintuitivo,
è proprio quando ti abbandoni e ti immergi nel buio che, lì in fondo, trovi la luce.