Itaca - Centro di Psicoterapia, Psichiatria e Neuropsichiatria infantile

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Itaca - Centro di Psicoterapia, Psichiatria e Neuropsichiatria infantile Informazioni di contatto, mappa e indicazioni stradali, modulo di contatto, orari di apertura, servizi, valutazioni, foto, video e annunci di Itaca - Centro di Psicoterapia, Psichiatria e Neuropsichiatria infantile, Psicoterapeuta, Via Olimpica 15, Tricase.

Itaca è un luogo di cura e ascolto, nato dalla passione di uno psichiatra e due psicoterapeuti
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Orari per contattare il Centro Medico Itaca:
lun-ven 17:00-20:30, sab 10:00-12:00.

Riconoscere la comunicazione manipolativaHai mai avuto la sensazione che qualcuno stia cercando di convincerti a fare qu...
05/05/2026

Riconoscere la comunicazione manipolativa

Hai mai avuto la sensazione che qualcuno stia cercando di convincerti a fare qualcosa contro la tua volontà o di farti sentire in colpa?
La comunicazione manipolativa è subdola: non sempre è urlata o evidente, spesso si nasconde dietro complimenti, consigli o richieste apparentemente innocue.

Quali possono essere i segnali?
• Senti che si attiva un senso di colpa ingiustificato dopo una conversazione
• Percepisci una certa confusione in merito alle tue scelte
• Ti accorgi che la persona distorce fatti o emozioni per ottenere quello che vuole
• Noti che i tuoi bisogni vengono sminuiti o interpretati come un ostacolo

Gli effetti sulla psiche:
• Ansia e insicurezza
• Difficoltà a fidarsi di sé stessi
• Senso di responsabilità eccessivo verso gli altri
• Stress e stanchezza emotiva

Come difendersi:
• Riconosci i tuoi limiti e desideri
• Mantieni consapevolezza delle tue emozioni
• Sii assertiva/o: dire “no” non è egoismo
• Cerca supporto: parlarne con qualcuno di fidato può fare la differenza

La manipolazione non è sempre visibile, ma imparare a riconoscerla è il primo passo per difendere la tua salute mentale. Proteggere i tuoi confini è un atto di cura personale, non di svalutazione dell'altro.

Se vuoi, condividi questo post con chi potrebbe aver bisogno di leggere queste parole.

✍ Dott.ssa Alessia Vilei

"In questi giorni mi sento più stanca." "Dormo male." "Mi sento più nervoso e irritabile." "Ho voglia di fare tante cose...
28/04/2026

"In questi giorni mi sento più stanca." "Dormo male." "Mi sento più nervoso e irritabile." "Ho voglia di fare tante cose ma allo stesso tempo mi sento senza energie."
In questo periodo dell’anno molte persone iniziano a sentirsi così. Con l’arrivo della primavera cambiano la luce, le temperature, il ritmo delle giornate e anche il nostro organismo è chiamato ad adattarsi.
Scorri il carosello per scoprire i 6 motivi per cui il cambio stagionale riguarda anche la nostra persona, e non solo il guardaroba.
Studi pubblicati su Molecular Psychiatry (2023) mostrano come le variazioni stagionali influenzino amigdala, ippocampo e corteccia prefrontale e la regolazione emotiva; ricerche su Neuron evidenziano il ruolo della luce e dei ritmi circadiani nei disturbi dell’umore; lavori su Biological Psychiatry e Current Biology approfondiscono il legame tra sonno, sistema nervoso e adattamento stagionale.
In psicoterapia osserviamo che i cambi stagionali possono amplificare fatiche già presenti. Chi vive ansia, stress, burnout, lutti o difficoltà relazionali può avvertire un peggioramento perché il sistema nervoso è già impegnato in un lavoro di regolazione.
Sapere che tutto questo è normale può aiutare a giudicarsi meno. Il corpo non sta funzionando male. Sta cercando un suo nuovo equilibrio. Esporsi alla luce naturale, mantenere ritmi regolari, muoversi, ridurre le richieste verso sé stessi e affrontare queste variazioni in psicoterapia può aiutare il sistema nervoso ad adattarsi con maggiore stabilità.

1. Cambia la chimica del cervello. Con più luce diminuisce la melatonina e aumenta la serotonina. Il corpo si attiva, ma non sempre in modo graduale. Puoi sentirti più energico oppure più stanco e disorientato.
2. Il tuo ritmo interno si sta riorganizzando. L’ipotalamo regola sonno, fame e ritmi biologici. Con le giornate più lunghe deve ricalibrarsi. Questo può creare insonnia, difficoltà di concentrazione o senso di affaticamento.
3. Il sonno può diventare più instabile. La ghiandola pineale produce meno melatonina. Dormire può diventare più difficile, con risvegli notturni o sonno leggero. E quando il sonno cambia, cambia anche il modo in cui pensi e reagisci.
4. La mente può sentirsi più affaticata. La corteccia prefrontale, coinvolta nella concentrazione e nella regolazione emotiva, può funzionare con più fatica. Ti senti più distratto, meno lucido, più irritabile.
5. Le emozioni diventano più intense. L’amigdala può diventare più reattiva. Ansia, irritabilità o senso di sopraffazione possono aumentare, soprattutto se sei già sotto stress.
6. Energia e motivazione non sempre vanno di pari passo. I circuiti dopaminergici possono attivarsi in modo non sincronizzato. Puoi avere voglia di fare ma sentirti senza energia, oppure sentirti attivo ma mentalmente affaticato.

La primavera non chiede il permesso. Arriva, e con lei, tutto ciò che in te attendeva di muoversi. Resta in ascolto del tuo sentire, segui il tuo fluire, rispettati nel divenire.

✍ Dott.ssa Selenia Greco

21/04/2026

Negli ultimi anni abbiamo assistito a un’esplosione di pagine di divulgazione scientifica – e non solo – che hanno portato sempre più persone a interrogarsi sul funzionamento della mente, sulle sue fragilità e sui disturbi psicologici. In particolare, i social sono diventati un punto di riferimento per molti genitori in cerca di informazioni e supporto nel loro ruolo. Se da un lato questa ondata di conoscenza ha reso più consapevole l’uso del sapere psicologico, dall’altro l’esposizione continua a questi contenuti ha generato paure silenziose, ansie, senso di inadeguatezza e impotenza che, troppo spesso, restano nascosti e inascoltati.

Tra le paure più profonde che i genitori portano in terapia, una delle più ricorrenti è il timore che il proprio figlio possa vivere un’esperienza traumatica. Ma cosa significa davvero “trauma”?

Il trauma (dal greco ferita, rottura) può essere visto da due prospettive: quella oggettiva, in cui l’evento è talmente grave da risultare insostenibile per chiunque, e quella soggettiva, dove conta soprattutto il modo in cui ciascuno lo vive e lo affronta. La portata individuale dell’esperienza e la reazione personale sono elementi fondamentali per comprendere la profondità della ferita.
Spesso il trauma che emerge è solo la punta dell’iceberg: accade che eventi apparentemente minori si accumulino nel tempo, creando un terreno fragile che può esplodere improvvisamente in una sofferenza intensa e macroscopica. Poiché anche quando l’evento traumatico sembra passato, può lasciare nel bambino un “residuo emotivo” che fatica a trovare spazio e senso, una sorta di ombra che accompagna la crescita.

Ma cosa può davvero proteggere i nostri figli dal trauma?

Nel contesto delle relazioni, comprendere i fattori traumatici significa anche considerare la qualità dell’attaccamento e dei modelli operativi interni (MOI). L’esperienza traumatica attiva il bisogno di aiuto, conforto e protezione: il sistema di attaccamento e il MOI che lo regola diventano fondamentali. Se questi modelli si sono formati su basi sicure, possono attenuare il dolore della ferita e guidare la persona verso relazioni davvero capaci di offrire sostegno e conforto.

La vera sfida, quindi, non è evitare ai figli ogni evento doloroso, ma offrire loro una base sicura da cui possano affrontare le difficoltà e costruire resilienza. Essere un genitore "sufficientemente buono" – e non perfetto! - significa non proteggerli dalla vita, ma dalle ferite che non riescono a elaborare, trasformando la relazione in uno strumento di forza e crescita.
Essere per i propri figli una presenza costante e autentica, capace di ascoltare, comprendere e accompagnare con fermezza e coerenza, significa aiutarli a sviluppare autonomia, fiducia e competenze. Coltivare il senso di sé, l’autostima e la resilienza è come seminare ogni giorno: offrendo supporto, contenimento e regolazione emotiva, soprattutto quando la vita presenta ostacoli. Perché certamente non possiamo controllare gli eventi esterni ma possiamo costruire, attraverso la relazione, le fondamenta di una mente forte e flessibile.

Il ruolo del genitore nella costruzione della resilienza è infatti fondamentale e va ben oltre la semplice protezione. Un genitore che sa ascoltare, accogliere, validare le emozioni del figlio e dare un nome alla sofferenza, offre un modello di regolazione emotiva essenziale nei momenti di difficoltà. La resilienza si costruisce sperimentando frustrazione, fallimento e dolore, sapendo di poter contare su una figura di riferimento che non giudica, ma sostiene e accompagna. Trasmettere fiducia nelle capacità del figlio, promuovere l’autonomia e favorire la riflessione sulle esperienze aiuta a sviluppare una mente flessibile e adattabile. Così, il bambino impara che le avversità non sono ostacoli insormontabili, ma occasioni di crescita e apprendimento: la relazione genitoriale diventa così il terreno fertile su cui germoglia la resilienza.
La presenza di un adulto capace di accogliere, ascoltare e aiutare a dare un nome alle emozioni diventa fondamentale: solo così il trauma può essere integrato e non restare una ferita silenziosa, dissociata, che il cervello non riesce a regolare.

Il motivo per cui il trauma non termina mai per il cervello è che esso lascia un residuo di un affetto non elaborato, dissociato, che il cervello non è in grado di regolare – l’ombra dello tsunami.
Philip Bromberg, 2011

✍ Dott.ssa Noemi Santoro

14/04/2026
Il tempo della psicoterapiaQuand’è il momento di iniziare?Nella vita di ciascuno di noi può arrivare un momento in cui a...
14/04/2026

Il tempo della psicoterapia
Quand’è il momento di iniziare?

Nella vita di ciascuno di noi può arrivare un momento in cui avvertiamo che qualcosa non va e che è fonte di sofferenza. Nonostante la ricerca di soluzioni, i tentativi sembrano vani. Potremmo sentire, allora, il bisogno di condividere questa sofferenza, di averci a che fare, di prendercene cura.
Se intendiamo la psicoterapia come un’esperienza emozionale correttiva (Franz Alexander, 1946) - non perché in noi ci sia qualcosa di sbagliato da correggere, ma piuttosto qualcosa da reggere insieme - ecco che si fa strada in noi il tempo della psicoterapia.
Sentiamo che non c’è più tempo per rimandare. Un po' perché i tentativi di auto-terapia si sono rivelati vani, un po’ perché nessuno si salva da solo.

«Paradossalmente, la capacità di stare soli è la condizione prima per la capacità di amare.»
(Erich Fromm)

Con questo paradosso, Erich Fromm ci dice che per avere relazioni soddisfacenti occorre anzitutto imparare a stare con se stessi. Sentire maturo il tempo della psicoterapia è un grande atto di amor proprio.
C’è, tuttavia, un ulteriore paradosso.
La scelta della psicoterapia implica un desiderio di liberazione dal dolore. Ma, nel percorso, spesso si chiede di volere avere a che fare con il proprio dolore, in quanto il desiderio di liberarsene è ciò che ha reso vani i tentativi precedenti.
La psicoterapia è un percorso fatto insieme per imparare a stare da soli, per apprendere la capacità di essere soli in presenza dell'altro. Affidare se stessi a un professionista significa scorgere la relazione come strumento necessario alla creazione di una propria serenità.

E cosa cura in psicoterapia? Proprio la relazione.

Se incontro un Altro affabile e accogliente, non giudicante e non svalutante, allora posso imparare ad amarmi, posso trovare il mio posto nel mondo e nel disordine che denuncio.

Ma cosa distingue la psicoterapia da una relazione con un amico o un partner? La distinzione sta nella natura e nello scopo del legame.
In sintesi, la psicoterapia è una relazione di prova.
È una relazione vera, ma è anche un luogo sospeso dove puoi sperimentare nuovi modi di stare con gli altri senza il rischio che la tua vita privata vada in frantumi.

Ci raccontiamo spesso che l’età adulta sia il luogo della scelta, della libertà, dell’autonomia e in parte è vero, ma so...
07/04/2026

Ci raccontiamo spesso che l’età adulta sia il luogo della scelta, della libertà, dell’autonomia e in parte è vero, ma sotto la superficie, silenziosa e persistente, vive una trama più antica, l’infanzia. Non come ricordo nostalgico, ma come architettura invisibile dell’identità.

Le prime relazioni modellano il nostro sistema nervoso, regolano il modo in cui percepiamo sicurezza o minaccia e tracciano le mappe attraverso cui interpretiamo noi stessi e gli altri. Le esperienze precoci diventano schemi impliciti: modalità di attaccamento, aspettative relazionali, rappresentazioni interne del Sé. Cresciamo, cambiamo contesti, impariamo nuovi linguaggi, ma quelle mappe restano attive, spesso al di fuori della consapevolezza e allora arrivano i sintomi. L’ansia che stringe il petto senza un motivo apparente, la tristezza che ritorna ciclica, la rabbia sproporzionata, il senso di vuoto.

In termini clinici, potremmo dire che il sintomo è una formazione di compromesso: un tentativo della psiche di mantenere un equilibrio tra bisogni profondi e difese costruite nel tempo. In termini più umani: è una voce che non è stata ascoltata abbastanza presto. Ogni sintomo porta con sé una storia, una ferita evolutiva, un bisogno rimasto senza risposta. Non parla il linguaggio lineare della logica, ma quello simbolico dell’esperienza emotiva. Per questo non basta “eliminarlo”, va decifrato. Cosa sta cercando di proteggere? Quale parte di noi sta ancora aspettando di essere vista, riconosciuta, contenuta?

Il lavoro terapeutico non è una battaglia contro i sintomi, ma un processo di traduzione. Dal silenzio alla parola, dalla reazione automatica alla consapevolezza, dalla sopravvivenza alla possibilità di scegliere.

Comprendere la propria infanzia significa non restare intrappolati nel passato e liberare il presente dalle sue ripetizioni inconsapevoli. E, forse, iniziare a riscrivere la propria storia.

✍ Dott.ssa Daniela Uglia

𝐏𝐀𝐒𝐐𝐔𝐀, 𝑷𝑬𝑺𝑨𝑪𝑯: 𝐏𝐀𝐒𝐒𝐀𝐆𝐆𝐈𝐎Prima di ogni rinascita c'è una soglia da varcare. Un buio da abitare senza la certezza che fin...
04/04/2026

𝐏𝐀𝐒𝐐𝐔𝐀, 𝑷𝑬𝑺𝑨𝑪𝑯: 𝐏𝐀𝐒𝐒𝐀𝐆𝐆𝐈𝐎

Prima di ogni rinascita c'è una soglia da varcare. Un buio da abitare senza la certezza che finirà. È lì, in quello spazio sospeso tra ciò che non siamo più e ciò che non siamo ancora, che qualcosa di nuovo può accadere.
Non si risorge intatti. Si risorge trasformati. Portando con sé ogni caduta, ogni frattura, ogni notte che sembrava non avere alba - e scoprendo che proprio quelle fratture sono diventate aperture.
Come il viaggio verso Itaca, che non è mai linea retta ma erranza, deviazione, tempesta - e proprio per questo, ritorno autentico.

Itaca vi augura una Pasqua di attraversamenti coraggiosi.

Ho il contatto del terapeuta “giusto per me e per i miei bisogni”. Faticosamente individuato. Eppure non chiamo: la mia ...
31/03/2026

Ho il contatto del terapeuta “giusto per me e per i miei bisogni”. Faticosamente individuato. Eppure non chiamo: la mia dannata procrastinazione!

Se ti è capitato di rivederti in questa posizione è molto probabile che tu stia vivendo una naturale difficoltà che però ha una ragione e delle vie di uscita. Quello che sta accadendo è che dentro di te si è attivato un dialogo che ha radici profonde nelle relazioni significative. La spinta al cambiamento e la resistenza non nascono nel vuoto: sono spesso espressioni di equilibri appresi nei sistemi familiari.

Da una parte c’è chi, dentro di sé, dice: “Ho bisogno di stare meglio, di uscire da questa fatica.”
Dall’altra emerge una voce più silenziosa: “E se cambiando rompessi qualcosa?”

Perché ogni cambiamento individuale ha un impatto sul sistema di appartenenza. Le famiglie, come tutti i sistemi, tendono a mantenere una certa stabilità. Anche quando questa stabilità è fatta di ruoli rigidi, silenzi, o sofferenze condivise. In questo senso, la resistenza può essere letta come una forma di lealtà: restare simili per non disorganizzare l’equilibrio relazionale.

A volte significa continuare a occupare il posto che si è sempre avuto.
A volte significa non deludere aspettative implicite.
A volte significa non allontanarsi troppo da ciò che è stato possibile fino a quel momento.

Così si crea un dialogo interno complesso: una parte spinge verso il cambiamento, l’altra protegge il legame, la coerenza, l’appartenenza.

Nessuna delle due è “sbagliata”. Entrambe hanno una funzione.

La psicoterapia, allora, non è solo un percorso individuale, ma uno spazio in cui leggere questi movimenti dentro una storia più ampia. Dove il cambiamento può diventare qualcosa che non rompe, ma riorganizza. Non tradisce, ma trasforma.

Perché iniziare è difficile e potenzialmente doloroso. Ma restare fermi, a lungo termine, lo è di più.

A volte, il primo passo non è separarsi da ciò che siamo stati. È trovare un modo nuovo di restare in relazione, anche cambiando.

“Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi.” Marcel Proust.

✍ Giacomo Rescio

“𝑰𝒍 𝒔𝒊𝒏𝒕𝒐𝒎𝒐 𝒏𝒐𝒏 𝒆̀ 𝒖𝒏 𝒆𝒓𝒓𝒐𝒓𝒆 𝒅𝒂 𝒄𝒐𝒓𝒓𝒆𝒈𝒈𝒆𝒓𝒆, 𝒎𝒂 𝒖𝒏𝒂 𝒔𝒐𝒍𝒖𝒛𝒊𝒐𝒏𝒆 𝒅𝒊 𝒈𝒐𝒅𝒊𝒎𝒆𝒏𝒕𝒐 𝒅𝒂 𝒅𝒆𝒄𝒊𝒇𝒓𝒂𝒓𝒆.” J.A. MillerIl sintomo non è un ...
24/03/2026

“𝑰𝒍 𝒔𝒊𝒏𝒕𝒐𝒎𝒐 𝒏𝒐𝒏 𝒆̀ 𝒖𝒏 𝒆𝒓𝒓𝒐𝒓𝒆 𝒅𝒂 𝒄𝒐𝒓𝒓𝒆𝒈𝒈𝒆𝒓𝒆, 𝒎𝒂 𝒖𝒏𝒂 𝒔𝒐𝒍𝒖𝒛𝒊𝒐𝒏𝒆 𝒅𝒊 𝒈𝒐𝒅𝒊𝒎𝒆𝒏𝒕𝒐 𝒅𝒂 𝒅𝒆𝒄𝒊𝒇𝒓𝒂𝒓𝒆.” J.A. Miller

Il sintomo non è un errore.

È una risposta, una costruzione del soggetto là dove qualcosa non ha trovato parola, forma, pensiero.

Anche quando fa soffrire, tiene. Tiene l’equilibrio, argina l’angoscia, organizza ciò che altrimenti sarebbe senza contorno.

Per questo, nella prospettiva di Jacques-Alain Miller, il sintomo è una soluzione di godimento: non qualcosa da eliminare, ma qualcosa che funziona, anche se a caro prezzo.

Dire che è una “soluzione di godimento” significa riconoscere che il sintomo è un compromesso riuscito, ma imperfetto: protegge e allo stesso tempo limita, stabilizza e allo stesso tempo fa soffrire.

Per esempio: un pensiero ossessivo può funzionare come modo per incanalare un’angoscia più diffusa. Un sintomo corporeo può dare un luogo a qualcosa che non trova rappresentazione psichica. Una ripetizione relazionale può organizzare un certo tipo di soddisfazione, anche se dolorosa.

Il lavoro clinico non è correggere. È leggere, decifrare la logica singolare che abita quel sintomo, il modo in cui il soggetto vi si lega, ciò che vi trova - e ciò che vi perde.

Solo ciò che viene compreso può trasformarsi, rendendolo meno necessario.

✍ Dott. Andrea Zizzari

La pratica clinica mostra chiaramente che il sintomo trova la sua radice e la sua forza generativa nello scollamento tra...
17/03/2026

La pratica clinica mostra chiaramente che il sintomo trova la sua radice e la sua forza generativa nello scollamento tra desiderio e realtà. Pensiamo alla depressione e alla paranoia nelle loro variegate declinazioni. Non sono forse la risposta inconscia che si produce in chi, per le più disparate ragioni, non è riuscito a portare a compimento la sua vita o una fase di essa come avrebbe voluto, sperato, immaginato?

Il Maestro Carl Gustav Jung è molto chiaro su questo snodo della psicopatologia e della vita che si ammala:
“𝐈𝐥 𝐩𝐫𝐨𝐛𝐥𝐞𝐦𝐚 𝐞̀ 𝐚𝐥𝐥𝐨𝐫𝐚 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐨: 𝐠𝐢𝐮𝐧𝐭𝐨 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐟𝐢𝐧𝐞 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐦𝐢𝐚 𝐯𝐢𝐭𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐦𝐢 𝐫𝐢𝐭𝐫𝐨𝐯𝐨 𝐭𝐫𝐚 𝐥𝐞 𝐦𝐚𝐧𝐢? 𝐒𝐞 𝐭𝐫𝐨𝐯𝐨 𝐬𝐨𝐥𝐨 𝐢𝐥 𝐫𝐢𝐦𝐩𝐢𝐚𝐧𝐭𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐜𝐢𝐨̀ 𝐜𝐡𝐞 𝐚𝐯𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞 𝐩𝐨𝐭𝐮𝐭𝐨 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐬𝐭𝐚𝐭𝐨 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐚𝐫𝐚̀ 𝐠𝐫𝐚𝐧 𝐜𝐨𝐬𝐚. 𝐌𝐚 𝐩𝐨𝐭𝐫𝐞𝐦𝐦𝐨 𝐭𝐫𝐨𝐯𝐚𝐫𝐞 𝐛𝐞𝐧 𝐝𝐢 𝐩𝐢𝐮̀, 𝐛𝐞𝐧 𝐝𝐢 𝐩𝐞𝐠𝐠𝐢𝐨. 𝐎𝐠𝐧𝐢 𝐯𝐢𝐭𝐚 𝐧𝐨𝐧 𝐯𝐢𝐬𝐬𝐮𝐭𝐚 𝐚𝐜𝐜𝐮𝐦𝐮𝐥𝐚 𝐫𝐚𝐧𝐜𝐨𝐫𝐞 𝐯𝐞𝐫𝐬𝐨 𝐝𝐢 𝐧𝐨𝐢, 𝐝𝐞𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐝𝐢 𝐧𝐨𝐢: 𝐦𝐨𝐥𝐭𝐢𝐩𝐥𝐢𝐜𝐚 𝐥𝐞 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐞𝐧𝐳𝐞 𝐨𝐬𝐭𝐢𝐥𝐢. 𝐋𝐚 𝐯𝐢𝐭𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐞̀ 𝐬𝐭𝐚𝐭𝐚 𝐩𝐞𝐫𝐝𝐮𝐭𝐚, 𝐚𝐥𝐥’𝐮𝐥𝐭𝐢𝐦𝐨, 𝐦𝐢 𝐬𝐢 𝐫𝐢𝐯𝐨𝐥𝐭𝐞𝐫𝐚̀ 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨.”

Questo meno di vita, questa mancanza di vita, questa vita perduta deve essere dunque il perno del lavoro psicoterapico. La “guarigione” passa inevitabilmente da qui.

✍🏻 Dott. Giuseppe Rizzo

𝟖 𝐌𝐚𝐫𝐳𝐨: 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐨𝐥𝐨 𝐦𝐢𝐦𝐨𝐬𝐞, 𝐦𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐬𝐚𝐩𝐞𝐯𝐨𝐥𝐞𝐳𝐳𝐚.La Giornata Internazionale della Donna non è (solo) una celebrazione.È un mo...
08/03/2026

𝟖 𝐌𝐚𝐫𝐳𝐨: 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐨𝐥𝐨 𝐦𝐢𝐦𝐨𝐬𝐞, 𝐦𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐬𝐚𝐩𝐞𝐯𝐨𝐥𝐞𝐳𝐳𝐚.

La Giornata Internazionale della Donna non è (solo) una celebrazione.

È un momento per fermarsi e riflettere anche sulla salute psicologica delle donne.

𝐏𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞́ 𝐚𝐧𝐜𝐨𝐫𝐚 𝐨𝐠𝐠𝐢 𝐦𝐨𝐥𝐭𝐞 𝐝𝐨𝐧𝐧𝐞:

• si sentono in dovere di “fare tutto” senza chiedere aiuto
• convivono con sensi di colpa costanti
• faticano a dire di no
• interiorizzano standard irrealistici su corpo, carriera, maternità
• minimizzano esperienze di svalutazione o abuso

Dal punto di vista psicologico, il carico mentale, la pressione sociale e le disuguaglianze strutturali hanno un impatto reale su ansia, autostima e benessere emotivo.

La forza non è sopportare in silenzio.

La forza è riconoscere i propri bisogni.

È mettere confini.

È chiedere rispetto.

Questa giornata può essere un’occasione per chiederti:

– Dove mi sto mettendo all’ultimo posto?
– Quali aspettative sto cercando di soddisfare?
– Mi concedo lo stesso rispetto che offro agli altri?

L’8 marzo non è solo un giorno per regalare fiori.

È un giorno per coltivare consapevolezza.

Perché il benessere psicologico è anche una questione sociale.

✍ Dott.ssa Alessia Vilei

Hai mai sentito parlare di Ipocondria? Probabilmente sì. È una parola che spesso viene usata, talvolta con tono ironico ...
03/03/2026

Hai mai sentito parlare di Ipocondria? Probabilmente sì. È una parola che spesso viene usata, talvolta con tono ironico o persino derisorio, per descrivere chi ha paura di ammalarsi e chi interpreta ogni segnale del corpo come qualcosa di grave.

Ma fermiamoci un momento. Cosa c’è davvero dietro questa paura che può arrivare a paralizzare la vita di una persona? Quando una persona vive in uno stato di costante allerta rispetto ai segnali corporei, ciò che osserviamo non è fragilità, ma un sistema nervoso organizzato attorno alla previsione del pericolo. Un sistema che ha imparato, in qualche momento della propria storia, che l’imprevisto coincide con la minaccia. La paura della malattia è in realtà paura di quello che non posso controllare. Facciamo un passo indietro. Secondo la teoria AIP di Francine Shapiro, le esperienze traumatiche o altamente stressanti possono rimanere immagazzinate in modo disfunzionale, con le stesse emozioni, sensazioni corporee e convinzioni negative originarie. Se nella storia della persona sono presenti eventi legati a malattia, perdita, ospedalizzazione, lutto improvviso o vissuti di forte imprevedibilità, il sistema può restare bloccato sull’apprendimento: il mondo non è sicuro, il corpo non è affidabile e potrei morire da un momento all’altro.

Da qui può attivarsi un funzionamento ossessivo. Il pensiero diventa ripetitivo, circolare, apparentemente logico ma in realtà guidato dall’urgenza di neutralizzare la paura. I controlli si moltiplicano, le richieste di rassicurazioni non bastano mai e ogni minima sensazione corporea viene analizzata come un indizio. Quella che dall’esterno viene interpretata come esagerazione, altro non è che il tentativo disperato di regolazione: se controllo, forse prevengo; Se penso abbastanza, forse evito.

Dov’è l’inganno? Il paradosso è che quel tentativo continuo di controllo, nato per proteggere, originato dal sistema nervoso per non collassare, finisce per alimentare proprio ciò da cui si cerca di difendersi. Più la mente scandaglia più il corpo viene osservato, più ogni segnale viene interrogato come fosse una prova più il sistema nervoso rimane in uno stato di allerta costante. E allora la vita, lentamente, si restringe senza che quasi ce ne si accorga: le scelte vengono rimandate, i progetti sospesi e le esperienze filtrate attraverso la domanda “e se succedesse qualcosa?”. Il corpo non è più casa, ma diventa un territorio da sorvegliare. E in questa sorveglianza continua si perde la possibilità di sentirsi vivi, perché tutta l’energia è investita nel tentativo di non morire.

Nel modello EMDR non si lavora sul convincere la persona che non ha nulla, ma sull’elaborazione delle memorie che tengono attiva quella rete di paura. Quando l’esperienza viene integrata in modo adattivo, il corpo può tornare a essere percepito come alleato. L’imprevisto resta una parte della vita, non più una condanna imminente.

𝐿’𝑖𝑝𝑜𝑐𝑜𝑛𝑑𝑟𝑖𝑎 𝑛𝑜𝑛 𝑒̀ 𝑑𝑒𝑏𝑜𝑙𝑒𝑧𝑧𝑎 𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑚𝑒𝑟𝑖𝑡𝑎 𝑑𝑒𝑟𝑖𝑠𝑖𝑜𝑛𝑒: 𝑒̀ 𝑢𝑛’𝑜𝑟𝑔𝑎𝑛𝑖𝑧𝑧𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑖𝑓𝑒𝑛𝑠𝑖𝑣𝑎 𝑐𝑜𝑠𝑡𝑟𝑢𝑖𝑡𝑎 𝑎𝑡𝑡𝑜𝑟𝑛𝑜 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑝𝑎𝑢𝑟𝑎 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑓𝑖𝑛𝑒. 𝑈𝑛𝑎 𝑝𝑎𝑢𝑟𝑎 𝑐ℎ𝑒 𝑝𝑢𝑜̀ 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒 𝑒𝑙𝑎𝑏𝑜𝑟𝑎𝑡𝑎, 𝑡𝑟𝑎𝑠𝑓𝑜𝑟𝑚𝑎𝑡𝑎 𝑒 𝑟𝑒𝑠𝑡𝑖𝑡𝑢𝑖𝑡𝑎 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑠𝑢𝑎 𝑓𝑢𝑛𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑜𝑟𝑖𝑔𝑖𝑛𝑎𝑟𝑖𝑎: 𝑝𝑟𝑜𝑡𝑒𝑔𝑔𝑒𝑟𝑒 𝑙𝑎 𝑣𝑖𝑡𝑎, 𝑛𝑜𝑛 𝑟𝑒𝑠𝑡𝑟𝑖𝑛𝑔𝑒𝑟𝑙𝑎.

✍ Dott.ssa Selenia Greco

Indirizzo

Via Olimpica 15
Tricase
73039

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 13:00
15:00 - 20:00
Martedì 09:00 - 13:00
15:00 - 20:00
Mercoledì 09:00 - 13:00
15:00 - 20:00
Giovedì 09:00 - 13:00
15:00 - 20:00
Venerdì 09:00 - 13:00
15:00 - 20:00
Sabato 09:00 - 13:00
15:00 - 20:00

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