21/04/2026
Negli ultimi anni abbiamo assistito a un’esplosione di pagine di divulgazione scientifica – e non solo – che hanno portato sempre più persone a interrogarsi sul funzionamento della mente, sulle sue fragilità e sui disturbi psicologici. In particolare, i social sono diventati un punto di riferimento per molti genitori in cerca di informazioni e supporto nel loro ruolo. Se da un lato questa ondata di conoscenza ha reso più consapevole l’uso del sapere psicologico, dall’altro l’esposizione continua a questi contenuti ha generato paure silenziose, ansie, senso di inadeguatezza e impotenza che, troppo spesso, restano nascosti e inascoltati.
Tra le paure più profonde che i genitori portano in terapia, una delle più ricorrenti è il timore che il proprio figlio possa vivere un’esperienza traumatica. Ma cosa significa davvero “trauma”?
Il trauma (dal greco ferita, rottura) può essere visto da due prospettive: quella oggettiva, in cui l’evento è talmente grave da risultare insostenibile per chiunque, e quella soggettiva, dove conta soprattutto il modo in cui ciascuno lo vive e lo affronta. La portata individuale dell’esperienza e la reazione personale sono elementi fondamentali per comprendere la profondità della ferita.
Spesso il trauma che emerge è solo la punta dell’iceberg: accade che eventi apparentemente minori si accumulino nel tempo, creando un terreno fragile che può esplodere improvvisamente in una sofferenza intensa e macroscopica. Poiché anche quando l’evento traumatico sembra passato, può lasciare nel bambino un “residuo emotivo” che fatica a trovare spazio e senso, una sorta di ombra che accompagna la crescita.
Ma cosa può davvero proteggere i nostri figli dal trauma?
Nel contesto delle relazioni, comprendere i fattori traumatici significa anche considerare la qualità dell’attaccamento e dei modelli operativi interni (MOI). L’esperienza traumatica attiva il bisogno di aiuto, conforto e protezione: il sistema di attaccamento e il MOI che lo regola diventano fondamentali. Se questi modelli si sono formati su basi sicure, possono attenuare il dolore della ferita e guidare la persona verso relazioni davvero capaci di offrire sostegno e conforto.
La vera sfida, quindi, non è evitare ai figli ogni evento doloroso, ma offrire loro una base sicura da cui possano affrontare le difficoltà e costruire resilienza. Essere un genitore "sufficientemente buono" – e non perfetto! - significa non proteggerli dalla vita, ma dalle ferite che non riescono a elaborare, trasformando la relazione in uno strumento di forza e crescita.
Essere per i propri figli una presenza costante e autentica, capace di ascoltare, comprendere e accompagnare con fermezza e coerenza, significa aiutarli a sviluppare autonomia, fiducia e competenze. Coltivare il senso di sé, l’autostima e la resilienza è come seminare ogni giorno: offrendo supporto, contenimento e regolazione emotiva, soprattutto quando la vita presenta ostacoli. Perché certamente non possiamo controllare gli eventi esterni ma possiamo costruire, attraverso la relazione, le fondamenta di una mente forte e flessibile.
Il ruolo del genitore nella costruzione della resilienza è infatti fondamentale e va ben oltre la semplice protezione. Un genitore che sa ascoltare, accogliere, validare le emozioni del figlio e dare un nome alla sofferenza, offre un modello di regolazione emotiva essenziale nei momenti di difficoltà. La resilienza si costruisce sperimentando frustrazione, fallimento e dolore, sapendo di poter contare su una figura di riferimento che non giudica, ma sostiene e accompagna. Trasmettere fiducia nelle capacità del figlio, promuovere l’autonomia e favorire la riflessione sulle esperienze aiuta a sviluppare una mente flessibile e adattabile. Così, il bambino impara che le avversità non sono ostacoli insormontabili, ma occasioni di crescita e apprendimento: la relazione genitoriale diventa così il terreno fertile su cui germoglia la resilienza.
La presenza di un adulto capace di accogliere, ascoltare e aiutare a dare un nome alle emozioni diventa fondamentale: solo così il trauma può essere integrato e non restare una ferita silenziosa, dissociata, che il cervello non riesce a regolare.
Il motivo per cui il trauma non termina mai per il cervello è che esso lascia un residuo di un affetto non elaborato, dissociato, che il cervello non è in grado di regolare – l’ombra dello tsunami.
Philip Bromberg, 2011
✍ Dott.ssa Noemi Santoro