Zaida Colonna Psicologa Psicoterapeuta

Zaida Colonna Psicologa Psicoterapeuta Psicologa clinica e forense e Psicoterapeuta familiare e sistemico relazionale Svolgo Psicoterapia e consulenza per il singolo, per coppie e famiglie.

Psicologa Clinica e Forense
Psicoterapeuta ad indirizzo Sistemico Familiare e Relazionale. Terapeuta EMDR 1 e 2 livello

Iscritta all'Albo A n.1545 del Friuli Venezia Giulia. Supporto anche alla genitorialità. Didatta in formazione presso l'Istituto Naven di Udine, Scuola di Psicoterapia a indirizzo Sistemico Familiare e Relazionale. Perito per il Tribunale di Trieste e Consulente Tecnico di Parte del Pubblico Ministero per la Procura di Trieste, Udine e Gorizia. Ausiliaria di Polizia Giudiziaria a Trieste, Udine e Gorizia per quanto concerne l'audizione di minori e persone in condizioni di c.d. vulnerabilità. Consulente Tecnico di Parte in ambito Civile e Penale. Coordinatore genitoriale

Collaboratore della SISSA - Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati
per i Progetti "Emozioni in Regola" attuati sul territorio FVG e Treviso e per ricerche scientifiche

Cultrice della materia per il settore scientifico disciplinare "Sociologia dei processi culturali e comunicativi" presso l'Università di Trieste

Socio fondatore dell'Associazione di Promozione Sociale sulla Facilitazione Genitoriale. Ci occupiamo della tutela del minore nel suo diritto di visita e al contempo di facilitazione e sostegno alla relazione minori-genitori. www.facilitazionegenitoriale.it

Ex Socio fondatore dell'Associazione di Promozione Sociale denominata L'Istrice che si occupa della presa in carico dell'uomo che agisce violenza e dell'uomo vittima di violenza. Il mio studio è attrezzato anche per il lavoro forense, comprensivo di telecamera per audio/videoregistrare e di un monitor. Ha due stanze per svolgere i colloqui.
È possibile affittare le due stanze per il lavoro forense o una stanza per il lavoro clinico.

Controtendenza interessante
16/01/2026

Controtendenza interessante

Lo sforzo di alcuni brand cosmetici di cambiare la narrazione sui Sephora Kids non può passare inosservato. Drunk Elephant, considerato uno dei brand più virali tra i pre-adolescenti ha cambiato rotta. Il 2026 è iniziato facendo tabula rasa. I post del passato sul profilo Instagram cancellati, una nuova campagna con modelle dai 21 anni in sù e messaggi del tipo «Una pelle così bella che dovrebbe essere accompagnata da un avvertimento. Si prega di consumare responsabilmente», sono un chiaro messaggio che i loro prodotti di bellezza sono vietati ai ragazzi della Gen alpha. E non è l'unico caso di presa di coscienza, anche Kiehl's, aveva già affrontato il problema e audacemente lanciato nel 2024 una campagna che riportava l'attenzione agli interessi sani che i bambini e i pre-adolescenti dovrebbero avere, che non includono i prodotti cosmetici della mamma. Foto di piccoli in riva al mare, coperti di fango dalla testa ai piedi e lo slogan «L’unica maschera per il viso che i bambini dovrebbero indossare», o uno scatto di una bambina mentre mangia un gelato e il messaggio «L’unica crema anti-età che i bambini dovrebbero comprare», sono stati un monito esplicito sul fatto che il beautycase degli adulti non è contemplato tra i giochi e i piaceri dei ragazzini. Anche Dove un anno fa ha lanciato la campagna in cui alcune ragazzine di dieci anni giocavano con i giochi adatti alla loro età messe a confronto con altre coetanee che riempivano invece pipette di acido ialuronico da spalmare sul volto, immagini accompagnate dal messaggio «quando le ragazze di 10 anni hanno smesso di sembrare di 10 anni?». Se i brand stanno arrivando a fare retromarcia, non resta che aspettare l'illuminazione dei genitori. Piuttosto che condividere la skincare con i pargoli, comprare specchiere al posto di scrivanie per fare i compiti o spendere budget ingiustificati in creme e prodotti beauty, investite nel loro pensiero, nel loro senso critico e nel far crescere i figli sicuri e con passatempi adeguati alla loro età. Retinolo, acido ialuronico, collagene ma anche un semplice idratante non sono giochi per piccoli.

Di Alessandra Paudice

14/01/2026

Pubblichiamo il calendario dei convegni Naven in programma per il 2026.

Quello che è un evento travolgente e doloroso può essere trasformato in risorsa e ispirazione, resilienza
09/01/2026

Quello che è un evento travolgente e doloroso può essere trasformato in risorsa e ispirazione, resilienza

Nel 1998, una donna di 24 anni diventò la persona più famosa d’America.
Per il motivo peggiore possibile.

Si chiamava Monica Lewinsky.
Due anni prima aveva solo 22 anni ed era una stagista alla Casa Bianca.
Lui aveva quasi 50 anni. Ed era il presidente degli Stati Uniti.

Quando la storia esplose, accadde qualcosa di mai visto prima.
Prima dei social, prima che capissimo cosa potesse fare l’umiliazione pubblica a una persona, Monica Lewinsky divenne una delle prime vittime della gogna online su scala mondiale.

I programmi televisivi la trasformarono in una barzelletta, sera dopo sera.
I giornali analizzarono il suo corpo, i suoi vestiti, la sua personalità.
Persone che non l’avevano mai incontrata si sentirono autorizzate a giudicarla.

La carriera del presidente sopravvisse.
La sua reputazione si ricostruì.
Continuò a parlare, a scrivere libri, a essere rispettato.

Monica no.

Non riusciva a trovare lavoro.
Non poteva uscire di casa senza essere fotografata.
Non poteva esistere senza essere ridotta a uno scherzo.

In seguito raccontò di aver sofferto di una depressione profonda.
Di aver avuto pensieri oscuri.
Sua madre non la lasciava mai sola, per paura di perderla.

A 24 anni, Monica Lewinsky voleva sparire.
Perché il mondo intero la odiava per qualcosa accaduto quando era poco più che una studentessa, con un uomo che aveva tutto il potere.

E così sparì davvero.

Si trasferì a Londra.
Smise di parlare con i media.
Rifiutò di guadagnare sulla fama che tutti si aspettavano sfruttasse.

Scelse il silenzio.
E lo studio.

Si iscrisse alla London School of Economics.
Si laureò in psicologia.
Studiò la vergogna.
Cercò di capire ciò che quasi l’aveva distrutta.

Per anni non disse una parola.

Poi, nel 2010, un ragazzo di 18 anni si tolse la vita dopo essere stato umiliato online.
Monica lesse quella notizia e capì qualcosa di devastante:
lei era sopravvissuta a ciò che lui non era riuscito a sopportare.

E capì che la sua sopravvivenza doveva avere un senso.

Nel 2014 tornò a parlare, ma alle sue condizioni.
Scrisse un articolo su Vanity Fair raccontando la sua storia con la sua voce.
Non quella dei titoli scandalistici.
La sua.

Questa volta, la reazione fu diversa.
Per la prima volta, molte persone videro l’essere umano.

Nel 2015 salì sul palco di TED con un discorso intitolato “Il prezzo della vergogna”.
Si definì la “paziente zero” dell’umiliazione su Internet.
Chiese empatia al posto del voyeurismo.
Compassione al posto dell’intrattenimento.

Quel discorso ha superato 20 milioni di visualizzazioni.
È diventato uno dei più visti nella storia di TED.

Oggi Monica Lewinsky è una delle voci più forti contro il cyberbullismo.
Parla nelle scuole.
Aiuta i giovani vittime di odio online.
Ha prodotto una serie per raccontare la sua storia senza filtri.

Aveva 22 anni quando il mondo decise chi fosse.
Ha passato i 25 anni successivi dimostrando che si sbagliava.

Non cancellando il passato.
Non urlando per difendersi.
Ma trasformando il dolore in significato.

Il mondo voleva che la sua storia finisse nella vergogna.
Lei l’ha riscritta come sopravvivenza.

Oggi ha 52 anni.
È ancora qui.
E continua a parlare, per chi oggi sta affrontando ciò che lei ha affrontato allora.

La vergogna non deve essere la fine della tua storia.
Monica Lewinsky ci ha dimostrato che può essere l’inizio.

“Ciao” ♥️
09/01/2026

“Ciao” ♥️

Quando dici “ciao”, stai firmando una resa.

Nasce a Venezia, non su WhatsApp.

Nel veneziano antico era “s’ciavo” o “sciao”: abbreviazione di “schiavo vostro” [3].

Non è la schiavitù “di catene”, però è servitù devota: umiltà e disponibilità totale.

È lo stesso mood del “your humble servant” delle vecchie lettere in inglese.

Poi succede la magia sporca della lingua: si accorcia, si leviga, e “s’ciavo” diventa “ciao” [3].

Il significato letterale di “schiavo” evapora, ma resta la confidenza.

E qui arriva il bello.

Quella parola nasce in una città, Venezia, citata anche come grande snodo storico del commercio di schiavi nel Mediterraneo.

Eppure “ciao” fa carriera: con le migrazioni italiane di fine Ottocento e inizio Novecento vola in Stati Uniti, Argentina, Brasile, Australia [3].

Nei quartieri italiani diventa un marchio sonoro: Little Italy a New York, La Boca a Buenos Aires.

È corta, facile da imitare, e scivola nello slang argentino e brasiliano.

Poi passa anche in tedesco, francese, inglese come saluto informale “alla italiana”, attaccato all’immaginario di spontaneità, calore, dolce vita [3][8].

Oggi “ciao” è tra le parole italiane più conosciute al mondo, al pari di “pizza” e “spaghetti” [3][4].

E la cosa più paradossale è questa: lo usi come “hi” e come “bye”, tra pari, tra amici, pure tra sconosciuti online.

Ieri gerarchia, oggi intimità.

La lingua non chiede permesso: cambia e basta.

Origine: veneziano “s’ciavo/sciao” da “schiavo vostro” [3].
Era una formula di umiltà/servitù devota, tipo “your humble servant”.
Accorciamento: s’ciavo → ciao, resta la confidenza [3].
Diffusione globale con migrazioni verso USA/Argentina/Brasile/Australia e nei quartieri italiani [3].
Oggi: saluto mondiale, anche in tedesco/francese/inglese, tra le parole italiane più note [3][8][4].

♥️
05/01/2026

♥️

♥️ Sulle piste di Crans-Montana, abituate al rumore degli sci, alle risate, alla velocità e all’adrenalina, oggi è successo qualcosa di diverso.
Oggi, il silenzio ha parlato più forte di qualsiasi applauso.

Un cuore umano ha preso forma sulla neve. Non disegnato, non simbolico, ma reale. Fatto di persone. Di corpi fermi, uniti, consapevoli. Un cuore nato dalla comunità sciistica di Crans-Montana: le scuole di sci del comprensorio, il Comune, i responsabili dei Mondiali del 2027. Tutti insieme, senza ruoli, senza divise, senza protagonismi.

Un gesto collettivo per ricordare. Per stringersi. Per dire che il dolore non conosce confini, ma neanche la solidarietà.

Il pensiero è andato alle vittime del Constellation. A chi non c’è più. A chi ha visto cambiare la propria vita in un istante. Ma anche a chi resta, a chi assiste, a chi aiuta, a chi ogni giorno sceglie di prendersi cura degli altri, spesso lontano dai riflettori, spesso nel silenzio.

«Uniti nel dolore, Crans-Montana e tutta la comunità dello sci rendono omaggio a tutte le vittime, a chi assiste, aiuta e prende cura. Siamo tutti uniti nella solidarietà».
Parole semplici, ma cariche di un significato che va oltre la montagna, oltre lo sport, oltre il momento.

Perché la neve, oggi, non è stata solo un luogo di passaggio. È diventata un luogo di memoria.
Un luogo dove l’umanità ha deciso di fermarsi, guardarsi negli occhi e dire: siamo qui, insieme.

In un mondo che corre veloce, dove tutto sembra durare il tempo di una notizia, questo cuore sulla neve ha scelto un linguaggio diverso. Ha scelto la lentezza. La presenza. La responsabilità di ricordare.

Non servono parole urlate quando il gesto è così forte. Non serve spiegare quando il messaggio è chiaro: anche nello sport, anche nella competizione, anche nei grandi eventi internazionali, l’essere umano viene prima di tutto.

Crans-Montana ha mostrato che la montagna non è solo vetta, performance, record. È anche comunità. È legame. È capacità di farsi carico del dolore altrui.

Quel cuore resterà impresso nelle immagini, nei video, ma soprattutto nelle coscienze. Come un promemoria silenzioso: la vera forza non sta nel vincere, ma nel restare uniti quando fa male.

E oggi, su quelle piste, il cuore ha battuto per tutti.

♥️
28/11/2025

♥️

Aveva 21 anni. Lui, 61.
Quando lei cercò di lasciarlo, Pablo Picasso la guardò e scoppiò a ridere:
«Nessuno lascia Picasso.»

Ma Françoise Gilot lo fece lo stesso.
E fu l’unica donna che riuscì davvero ad andarsene.

Picasso distruggeva le donne.
Non metaforicamente. Letteralmente.

Marie-Thérèse Walter si tolse la vita quattro anni dopo la sua morte.
Dora Maar, la fotografa geniale che lui ritrasse come La donna che piange, finì in istituti psichiatrici.
Jacqueline Roque, la sua seconda moglie, si sparò alla testa tredici anni dopo la sua scomparsa.

Il copione era sempre lo stesso:
trovava una donna giovane, brillante, la rendeva musa, la divorava dall’interno—e quando si stancava, la lasciava a pezzi.

Diceva che le donne erano “dee o zerbini”.
Le chiamava “macchine per soffrire”.

Tutte si spezzavano.
O restavano fino a perdersi, o crollavano tentando di scappare.

Tutte tranne una.

Parigi, 1943.
In una città occupata dai nazisti, in una stanza piena di fumo e tensione, Françoise — giovane studentessa di pittura — incontra Pablo Picasso.
Lui la guarda e dice: «Sei così giovane. Potrei essere tuo padre.»
Lei risponde, senza abbassare lo sguardo: «Tu non sei mio padre.»

Così era Françoise: acciaio sotto eleganza.

Stette con lui per dieci anni. Gli diede due figli.
Lui la dipinse centinaia di volte, la definì “la donna che vede troppo”.
E proprio per questo, lei vide ciò che le altre non avevano osato vedere:
la trappola.

«Lo amavo», disse, «ma vedevo anche come distruggeva ciò che diceva di amare.»

Nel 1953, dopo l’ennesima notte di manipolazioni e silenzi carichi di rabbia, si guardò allo specchio.
Aveva solo 32 anni.
Ma si sentiva vecchia, svuotata.
Alle spalle, i quadri di Picasso la fissavano come occhi eterni.

Si voltò verso di lui e disse, con calma:
«Me ne vado.»

Picasso rise. Una risata gelida. Incredula.
Nessuno aveva mai osato lasciarlo.

Ma lei fece le valigie.
Prese i suoi figli.
E uscì.
Senza scenate. Senza urla.
Solo la forza silenziosa di una donna che decide di salvare se stessa.

Non sparì.
Continuò a dipingere.
Crescendo da sola i suoi figli.
Ricostruì la sua carriera, tela dopo tela, mostra dopo mostra.

E nel 1964 pubblicò Vita con Picasso, un libro che raccontava tutto: genio e crudeltà, fascino e dominio.
Fu uno scandalo. Picasso cercò di bloccarne l’uscita.
Ma il libro divenne un successo mondiale.
Per la prima volta, il mito di Picasso si incrinava.
E la verità di Françoise diventava forza per altre donne.

«Dovevo raccontarlo», disse.
«Perché altre donne sapessero che si può sopravvivere.»

Anni dopo si innamorò di Jonas Salk, il medico che salvò milioni di vite con il vaccino contro la poliomielite.
«Picasso voleva possedere il mondo», disse.
«Jonas voleva guarirlo.»

Con lui trovò ciò che Picasso non le avrebbe mai dato:
un amore fatto di rispetto, non di potere.

Il suo talento sbocciò. I suoi quadri arrivarono al MoMA, al Pompidou, al MET.
Françoise Gilot era diventata ciò che Picasso temeva di più:
una donna libera, artista della propria vita.

Picasso morì nel 1973, a 91 anni, solo, circondato dai suoi quadri.
Françoise visse fino al 2023. Morì a 101 anni, in pace, dopo aver vissuto cinquant’anni di libertà in più di lui.

Ha dipinto, amato, insegnato, ispirato.
Ha visto i suoi figli crescere e la sua arte brillare.
Ha dimostrato che si può amare… senza annullarsi.

Quando le chiesero come avesse trovato il coraggio di andarsene, rispose con un sorriso:

«Perché la libertà è l’unico amore che vale la pena tenersi stretto.»

Picasso la dipinse cento volte, cercando di catturarla.
Ma fu Françoise a dipingere il proprio destino.

Aveva 21 anni quando lo incontrò.
32 quando lo lasciò.
101 quando morì.

E ogni giorno della sua lunga vita ha dimostrato una verità semplice e potente:

A volte, il più grande atto di creazione… è rifiutare di essere distrutta. 🎨✨

Indirizzo

Via Gatteri 23
Trieste
34100

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 20:00
Martedì 09:00 - 20:00
Mercoledì 09:00 - 20:00
Giovedì 09:00 - 20:00
Venerdì 09:00 - 20:00
Sabato 09:00 - 13:00

Telefono

+393280403934

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