25/03/2026
Pensiero difficile del giorno
Jacques Derrida (1930–2004), filosofo franco-algerino, tra i principali esponenti della decostruzione ha interrogato i concetti più solidi della tradizione occidentale, mostrando come siano attraversati da tensioni e contraddizioni interne. È esattamente ciò che accade con il perdono. C’è qualcosa di profondamente disturbante in questa frase: "Il perdono perdona solo l'imperdonabile". Perché, se siamo onesti, noi perdoniamo solo ciò che è già, in qualche modo, perdonabile. Perdoniamo quando l’altro si pente. Quando chiede scusa. Quando ripara. Quando capiamo.
Ma in tutti questi casi non stiamo davvero perdonando. Stiamo negoziando. Stiamo ristabilendo un equilibrio. Stiamo facendo rientrare il dolore dentro una logica.
Il vero perdono, invece, comincia dove tutto questo fallisce. Comincia quando non c’è giustificazione. Quando non c’è restituzione possibile. Quando il male resta. E allora la domanda si fa scomoda.
Siamo ancora capaci di un gesto che non sia calcolo?
Siamo ancora capaci di un atto che non chieda nulla in cambio?
Perché il perdono, se esiste, non è morale nel senso comune. Non è giuridico. Non è una forma di compensazione. È un atto che eccede la logica dello scambio. Un gesto che interrompe la catena della reazione, dove ogni colpa genera risposta, ogni ferita genera vendetta. Per questo Derrida lo chiama impossibile. E proprio per questo, necessario. Il perdono appartiene a ciò che Derrida chiama "l’incondizionato": una dimensione che non si lascia ridurre né al diritto né all’etica normativa, ma che continua a inquietarle. Non è qualcosa che possiamo possedere o applicare.
È una tensione che ci espone.
E forse è proprio questo il punto: l’etica non coincide con ciò che possiamo fare,
ma con ciò che, pur restando impossibile, continua a interpellarci.💫