27/12/2025
Moussa Ag Assarid: “Non conosco la mia età: sono nato nel deserto del Sahara, senza documenti! Sono nato in un accampamento di nomadi tuareg tra Timbuctù e Gao, al nord del Mali. Sono stato pastore di cammelli, capre, pecore e mucche di mio padre. Ora studio Economia all’Università di Montpellier [Francia]. Non sono sposato. Difendo i pastori tuareg. Sono musulmano, senza fanatismo.”
Giornalista: Che bel turbante!
Moussa: “È una leggera stoffa di cotone: permette di coprire il viso nel deserto quando si alza la sabbia e nello stesso tempo di continuare a vedere e a respirare.”
Giornalista: È di un azzurro bellissimo…
Moussa: “Per questo a noi tuareg ci chiamano gli uomini blu: la stoffa stinge e la nostra pelle si tinge di azzurro…”
Giornalista: Come ottenete questo color indaco così intenso?
Moussa: “Con una pianta chiamata indaco, mescolata con altri pigmenti naturali. L’azzurro per i tuareg è il colore del mondo.”
Giornalista: Perché?
Moussa: “È il colore dominante: quello del cielo, che è il tetto della nostra casa.”
Giornalista: Chi sono i tuareg?
Moussa: “Tuareg significa ‘abbandonati’, perché siamo un antico popolo nomade del deserto, solitario e orgoglioso: ‘Signori del deserto’ ci chiamano. La nostra etnia è la amazigh (berbera) e il nostro alfabeto è il tifinagh.”
Giornalista: Quanti siete?
Moussa: “Tre milioni e la maggioranza è ancora nomade. Però la popolazione diminuisce… ‘È necessario che un popolo sparisca perché ci accorgiamo che esisteva’, denunciava una volta un saggio: io lotto per preservare questo popolo.”
Giornalista: A cosa vi dedicate?
Moussa: “Portiamo al pascolo cammelli, capre, pecore, mucche e asini in un regno di infinito e di silenzio...”
Giornalista: Davvero è così silenzioso il deserto?
Moussa: “Se stai solo in quel silenzio, senti il battito del tuo cuore. Non c’è luogo migliore per trovare se stessi.”
Giornalista: Quale ricordo della sua infanzia nel deserto ricorda con maggiore nitidezza?
Moussa: “Mi sveglio con il sole. Lì ci sono le capre di mio padre. Loro ci danno latte e carne e noi le portiamo dove c’è acqua, erba… Così faceva il mio bisnonno, mio nonno e mio padre… E io. Non c’era nient’altro al mondo se non questo e io ero molto felice.”
Giornalista: Sì? Non sembra molto stimolante…
Moussa: “Invece lo è molto. Quando hai sette anni già ti lasciano allontanare dall’accampamento, insegnandoti le cose importanti: a fiutare l’aria, ascoltare, aguzzare la vista, orientarti con il sole e le stelle… E a lasciarti condurre dal ca****lo, se ti perdi: ti porterà dove c’è acqua.”
Giornalista: Sapere questo è prezioso, senza dubbio…
Moussa: “Lì tutto è semplice e profondo. Ci sono pochissime cose e ognuna ha un enorme valore!”
Giornalista: Quindi questo mondo e quello sono molto diversi, no?
Moussa: “Lì ogni piccola cosa dà gioia. Ogni sfiorarsi è prezioso. Sentiamo una gioia profonda per il semplice fatto di toccarci, di stare insieme! Lì nessuno sogna di diventare, perché ciascuno già è!”
Giornalista: Che cosa l’ha scioccato di più durante il suo primo viaggio in Europa?
Moussa: [...] Nell’hotel Ibis [a Parigi], ho visto il primo rubinetto della mia vita: ho visto scorrere l’acqua… e mi è venuta voglia di piangere.”
Giornalista: Che abbondanza, che spreco, no? [...]
Moussa: “Sì. All’inizio degli anni ’90, c’è stata una grande siccità [in Azawad], sono morti gli animali, ci siamo ammalati… Io avrò avuto dodici anni e mia madre è morta… Lei era tutto per me! Mi raccontava le storie e mi ha insegnato a sua volta a raccontarle. Mi ha insegnato ad essere me stesso."
Giornalista: Che cosa è successo alla sua famiglia?
Moussa: “Ho convinto mio padre a lasciarmi andare a scuola. Quasi ogni giorno percorrevo a piedi quindici chilometri. Fino a che il maestro non mi ha lasciato un letto per dormire e una signora mi dava da mangiare quando passavo davanti casa sua. Allora ho capito: mia madre mi stava aiutando…”
Giornalista: Da cosa è nata questa passione per la scuola?
Moussa: “Da quando un paio di anni prima era passata per l’accampamento la Parigi-Dakar e a una giornalista cadde un libro dallo zaino. Lo raccolsi e glielo restituii. Me lo regalò e mi parlò di quel libro: Il piccolo principe. E io ho promesso a me stesso che un giorno sarei stato capace di leggerlo.”
Giornalista: E c’è riuscito.
Moussa: “Sì. E fu così che ebbi una borsa di studio per studiare in Francia.”
Giornalista: Un tuareg all’università…!
Moussa: “Ah, quello che mi manca di più qui è il latte della cammella… e il fuoco. E camminare scalzo sulla sabbia calda. E le stelle: lì le guardiamo ogni notte e ogni stella è diversa dall’altra, come ogni capra è diversa dall’altra… qui di notte guardate la televisione.”
Giornalista: Sì. Cos’è che le sembra la cosa peggiore di qui?
Moussa: “Avete tutto, però non vi basta. Vi lamentate. In Francia, passano la vita lamentandosi! Vi legate per tutta una vita a una banca e c’è un’ansia di possedere, una frenesia, una fretta…
Nel deserto non ci sono ingorghi, perché nessuno vuole superare nessuno!”
Giornalista: Mi racconti un momento di intensa felicità nel suo lontano deserto.
Moussa: “Capita ogni giorno, due ore prima del tramonto: diminuisce il caldo e il freddo non è ancora arrivato e uomini e animali tornano lentamente all’accampamento e i loro profili si stagliano su un cielo rosa, azzurro, rosso, giallo, verde…”
Giornalista: Affascinante, e poi?
Moussa: “È un momento magico… Entriamo tutti nella tenda e bolliamo il tè. Seduti, in silenzio, ascoltiamo il rumore del tè che bolle… La calma ci invade tutti: I battiti del cuore si adeguano al ritmo del tè che bolle…”
Giornalista: Che pace…
Moussa: “Qui avete l’orologio, lì abbiamo il tempo”.
- In questa affascinante intervista, realizzata dal giornalista spagnolo Víctor M. Amela, Moussa Ag Assarid, scrittore tuareg offre uno sguardo profondo sulla sua vita e cultura.