06/03/2024
Dal 2010 al 2013, il S.Anna di Torino è stato casa mia. L’ho vissuto per 8 ore al giorno per 3 anni, conoscevo a memoria tutti i corridoi e i sotterranei, avevo il mio armadietto con la divisa, gli zoccoli bianchi e tutto quanto.
La vita da ospedale non mi dispiaceva: quell’odore di disinfettante e caffè era familiare, così come il su e giù degli ascensori.
Eppure, ricordo anche molto bene anche il non sapere nulla delle donne che seguivi, quel senso di distacco perché in fondo non è che te importi tantissimo di chi hai davanti. Cioè, tu fai il tuo lavoro e passi oltre, no? Ricordo quel senso di estraneità, perché la divisa segna un confine e tu sei di qua e loro di là. Ricordo la fatica immane dei turni di notte, quando contavo i minuti e le ore all’alba. Ricordo il dover aderire ai protocolli, le visite vaginali ogni 2 ore in travaglio e se la dilatazione è completa, subito sul lettino da parto. E poi preparati per il parto, indossa camice, visiera, cuffia, calzari e guanti sterili. E mentre la mamma spinge e sta per mettere al mondo suo figlio, tu concentrata ad aprire pacchi sterili senza contaminarli, forbici, pinza, siringa, clamp, fili da sutura.
Poi ho capito.
Poi mi sono laureata e ho deciso che non potevo più ignorare quella dissonanza, che non faceva per me, che non avrei mai avuto la forza per oppormi al sistema né cambiarlo, solo di farmi ve**re l’ipertensione (true story!). Che l’ospedale avrebbe potuto fare per me solo se non avessi fatto la professionista sanitaria.
E quindi sono uscita, ho indossato i miei vestiti borghesi, scelto di lavorare di notte solo se una famiglia ha bisogno di me, di assistere le nascite in tuta sul parquet, con l’odore di una casa viva. Di commuovermi, di ascoltare, di conoscere, di chiedermi ad ogni santa visita in travaglio “Ma mi serve davvero? E se non la facessi?”.
E attenzione: nutro una sincera e amorevole ammirazione per le colleghe che lavorano in ospedale. Perchè ce la fanno e sono contente e serene, fanno le ostetriche “di frontiera”, con le sconosciute, danno il meglio di sè sotto pressione. Semplicemente, io non avrei mai saputo e potuto.