16/03/2026
In vetta. In compagnia.
Luca, Triuggio. Lettera a Tracce – Litterae communionis settembre 2000
27 luglio 1984. Sono al bivacco della Fourche, davanti a me la Brenva, una parete alta un chilometro e mezzo e larga due, la mia intenzione è salirla in solitaria fino in vetta al Monte Bianco.
Il tempo è bello, sono allenato, è da molto tempo che attendo questo momento, ma adesso che sono così vicino a questo gigante, mi assale una velata paura. Sono le 17.00 e accanto a me altri alpinisti si stanno preparando per la salita dell'indomani. Tra loro ci sono due fratelli di Legnano con cui faccio amicizia. Mi corico presto senza addormentarmi.
Ore 3.00: ultimo controllo ai cinturini dei ramponi, alzo la testa, il cielo è stellato senza luna, il cono di luce della pila frontale si perde nel buio del pendio che mi appresto a salire; iniziano le difficoltà, sono cauto, non devo assolutamente sbagliare via. Salgo veloce e guadagno rapidamente quota, ma improvvisamente si spegne la pila frontale lasciandomi al buio, i ramponi grattano sul granito alla ricerca affannosa di un piano dove appoggiare.
Impegnato come sono, non mi accorgo del crescere del vento che va via via aumentando, guardo istintivamente a destra da dove proviene, bloccandomi incredulo nel vedere il fronte di una tempesta che copre rapidamente il cielo raggiungendomi con violenza inaudita senza darmi il tempo di rendermene conto. Pianto i ramponi e le piccozze con forza nel ghiaccio per non farmi strappare via dalla parete; sono da solo nel mezzo di una tormenta nel cuore del Monte Bianco e mi assale la paura: cosa faccio? Non posso tornare, cadrei. L'unica soluzione è salire approfittando degli intervalli che la furia del vento concede. Cresce l'ansia di ve**re fuori, ma la neve soffice non sostiene il mio peso aumentando il rischio di precipitare.
La visibilità è zero e sono buttato a terra dal vento non so quante volte, poi non mi rialzo più, sono senza forze e mi sono perso, non capisco più qual è la direzione giusta.
Sono le 14.00: sono undici ore che lotto e la fatica ha mutato la paura in velata tristezza. L'idea di rialzarmi e camminare senza meta è insopportabile; penso ai miei cari ignari della situazione in cui mi trovo e per la prima volta penso che potrebbe essere la fine.
A un tratto tutto si ferma, il vento, il rumore, vedo per un raggio di 70 metri e scorgo tre sagome umane a poca distanza da me.
Salto su da terra e mi dirigo urlando verso di loro; grazie Gesù, mi hanno visto! La tempesta ha ripreso più violenta di prima, ma ora sono in compagnia, sono francesi e leggo nei loro volti la mia stessa stanchezza, ma dopo qualche minuto uno dei tre riprende a fatica la marcia in una direzione; gli altri lo seguono e anche io muovo qualche passo dietro a loro, poi mi domando: «Ma come fa a sapere che è la via giusta? E se la vetta fosse dall'altra parte?».
Ma l'incontro appena avvenuto, così imprevisto e insperato fino a pochi minuti prima, ha ridato scopo e vigore alla mia azione; legare il mio destino a quei tre è il gesto più ragionevole che possa fare, non è un ragionamento: è un'evidenza. Ora
siamo in quattro a salire sul pendio flagellato dalla tormenta, ma sono più lento dei francesi che mi staccano di 7- 8 metri; mi accovaccio sfinito con la testa bassa per evitare i pezzetti di ghiaccio scagliati dal vento. Rialzo lo sguardo un attimo e vedo che i tre francesi stanno per sparire in quell'inferno bianco. Poi, però, si fermano; il primo ha il capo voltato verso di me e con la mano mi invita a salire, non se ne va, rimane lì ad aspettarmi. Dopo diversi minuti, raccogliendo le mie ultime energie mi rialzo e li raggiungo; il primo mi afferra per le spalle scuotendomi, urla qualche cosa che non capisco, ma che suona come un incitamento, mi fa bere e poi riprendiamo a salire. Un passo dietro l'altro per un tempo interminabile, finché sento gridare lì davanti: «Vingt metres, vingt metres!» (venti metri).
Ho capito bene? Esito a credere. All'improvviso la superficie sotto i ramponi si fa piana: è la vetta del Monte Bianco e la fine delle nostre fatiche, il primo dei francesi mi accenna un sorriso e io piango. Un'ora più tardi siamo definitivamente in salvo al bivacco Vallot, posto sul versante francese della montagna.
28 luglio: è una mattina splendida e silenziosa, irreale pensando a ieri. Mi sento pieno di gratitudine per i tre amici che lì accanto si stanno preparando per la lunga discesa verso Chamonix e grato a Dio per avermi ridato la vita quando ormai sembrava persa.
Giunto a Courmayeur apprendo che lassù, sul Bianco, in quelle ore drammatiche tirava un vento a 130 km/h e che ben quattro alpinisti hanno perso la vita.
Sono trascorsi sedici anni da quel fatto, ogni tanto mi torna alla mente, talvolta mi capita di raccontarlo a qualche amico, ma quello che mi è rimasto veramente dentro è come ciò che è vero per la mia vita, «il seguire un altro come rischio al Destino», incomprensibile allo sforzo di un ragionamento o di un calcolo, diventa evidente e semplice nell'esperienza quando sono sinceramente aperto al reale con la domanda che il bene per la mia vita si compia.
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Immagini: bivacco della Fourche e Sperone della Brenva