02/10/2020
LAVORO SU DI SÉ PER TERRESTRI IN QUARANTENA – Lezione 32
«Come uno speleologo, devi muoverti in verticale, scendere in profondità» mi ripeteva Victoria Ignis. Questa era la sua risposta a qualunque mio dubbio. Non che non mi trasmettesse anche degli aspetti più tecnici, tuttavia la risposta ai miei dilemmi esistenziali era sempre la stessa: «Muoviti verso l’interno, senza arrovellarti su quale sarà l’azione esterna più giusta».
«Sì, va bene, ma nella pratica cosa dobbiamo fare?» mi chiedete di continuo. La stessa domanda che io ponevo a lei. E io so già che me lo chiederete sempre più spesso – e sempre più numerosi – nei prossimi anni. E io sarò qui a rispondervi sempre le stesse cose.
Ancora una volta, non posso che insistere sulla necessità di SOSPENDERE IL GIUDIZIO e SENTIRE SENZA CONDIZIONI ciò che accade all’interno. Abbiate fede, il resto lo farà la vita.
Oggi, voglio però porre l’accento su un altro aspetto. Quando rivolgiamo l’attenzione al nostro disagio, sembra che lo stato di sofferenza si amplifichi. Questo non è un reale peggioramento, significa semplicemente che stiamo diventando più consapevoli di quanto accade nel buio della nostra grotta. Stiamo diventando speleologi più bravi. A volte sentiremo delle strane energie muoversi all’interno del corpo, a volte il plesso solare prenderà fuoco, altre volte potrà accadere che l’attenzione faccia scomparire il disagio, oppure verremo “toccati” da un’apertura di cuore. Tutto è ugualmente valido... e quindi necessario.
Non dobbiamo cadere nel tranello di ASPETTARCI UN CERTO RISULTATO perché magari è quello che immaginiamo sia più utile per noi. Questo forzato tentativo di “indirizzamento” andrebbe in realtà a limitare e soffocare il fuoco emotivo che giace al nostro interno, incrementando il disagio stesso. Non possiamo controllare le nostre reazioni interiori allo stato di presenza, così come, del resto, non possiamo controllare null’altro nella nostra esistenza.
È pur vero che uno stato di presenza non è ancora un cuore compassionevole che si spalanca alla vita, tuttavia il cuore non si può aprire in uno stato di assenza, cioè mentre siamo preda della totale meccanicità. Al cuore bisogna dare una chance. La presenza, infatti, dà al cuore la possibilità di aprirsi. Solo in alcuni casi eccezionali tale apertura avviene senza una preparazione, cioè senza aver prima creato il terreno.