Pituitary Unit - Città della Salute e della Scienza di Torino

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Pituitary Unit - Città della Salute e della Scienza di Torino Struttura Dipartimentale per il trattamento integrato delle patologie ipotalamo-ipofisarie e del basicranio

𝑴𝒆𝒏𝒊𝒏𝒈𝒊𝒐𝒎𝒂 𝒄𝒆𝒓𝒆𝒃𝒓𝒂𝒍𝒆: 𝒒𝒖𝒂𝒍𝒊 𝒔𝒊𝒏𝒕𝒐𝒎𝒊?Il meningioma cerebrale è spesso una lesione a crescita lenta e può rimanere silenzi...
05/05/2026

𝑴𝒆𝒏𝒊𝒏𝒈𝒊𝒐𝒎𝒂 𝒄𝒆𝒓𝒆𝒃𝒓𝒂𝒍𝒆: 𝒒𝒖𝒂𝒍𝒊 𝒔𝒊𝒏𝒕𝒐𝒎𝒊?

Il meningioma cerebrale è spesso una lesione a crescita lenta e può rimanere silenzioso per lungo tempo. Non raramente viene scoperto per caso, durante una risonanza magnetica eseguita per altri motivi.

📌 I segnali più frequenti da non sottovalutare possono essere:
🔹 Cefalea nuova o diversa dal solito
Soprattutto se persistente, progressiva o associata ad altri disturbi neurologici.

🔹 Crisi epilettiche
Talvolta il primo segnale può essere una crisi in una persona che non aveva mai avuto episodi simili.

🔹 Disturbi della vista
Visione offuscata, riduzione del campo visivo o altri problemi visivi possono comparire quando la lesione interessa aree vicine alle vie ottiche.

🔹 Debolezza ad un arto o alterazioni della sensibilità
Formicolii, perdita di forza o difficoltà nei movimenti possono dipendere dalla compressione di specifiche aree cerebrali.

🔹 Difficoltà nel linguaggio o nella memoria
In alcuni casi possono comparire problemi nel trovare le parole, confusione, cambiamenti del comportamento o difficoltà cognitive.

🔹 Disturbi dell’equilibrio o della coordinazione
Possibili soprattutto quando il meningioma interessa aree posteriori o strutture coinvolte nel controllo del movimento.

È importante ricordarlo: questi sintomi non significano automaticamente avere un meningioma. Molto spesso hanno cause più comuni e meno preoccupanti.
La risonanza magnetica con mezzo di contrasto è l’esame più indicato per studiare la lesione, definirne sede e caratteristiche e valutare il percorso più corretto.
In molti casi il meningioma può essere semplicemente monitorato nel tempo. In altri, quando cresce o provoca sintomi, lo specialista può valutare il trattamento più adatto: osservazione, chirurgia o radiochirurgia, sempre in base al singolo caso.

𝑺𝒆 𝒗𝒖𝒐𝒊 𝒔𝒂𝒑𝒆𝒓𝒏𝒆 𝒅𝒊 𝒑𝒊𝒖̀ 𝒄𝒐𝒏𝒔𝒖𝒍𝒕𝒂 𝒊𝒍 𝒎𝒊𝒐 𝒔𝒊𝒕𝒐 𝒆 𝒊𝒏 𝒑𝒂𝒓𝒕𝒊𝒄𝒐𝒍𝒂𝒓𝒆 𝒍𝒂 𝒑𝒂𝒈𝒊𝒏𝒂:
𝒉𝒕𝒕𝒑𝒔://𝒘𝒘𝒘.𝒇𝒓𝒂𝒏𝒄𝒆𝒔𝒄𝒐𝒛𝒆𝒏𝒈𝒂.𝒊𝒕/𝒎𝒆𝒏𝒊𝒏𝒈𝒊𝒐𝒎𝒂-𝒄𝒆𝒓𝒆𝒃𝒓𝒂𝒍𝒆/

🧠 𝑨𝒅𝒆𝒏𝒐𝒎𝒂 𝑰𝒑𝒐𝒇𝒊𝒔𝒂𝒓𝒊𝒐: 𝒏𝒐𝒏 𝒆𝒔𝒊𝒔𝒕𝒆 𝒖𝒏𝒂 𝒄𝒖𝒓𝒂 𝒖𝒏𝒊𝒄𝒂 𝒑𝒆𝒓 𝒕𝒖𝒕𝒕𝒊.Ricevere una diagnosi di adenoma ipofisario può spaventare, ma...
27/04/2026

🧠 𝑨𝒅𝒆𝒏𝒐𝒎𝒂 𝑰𝒑𝒐𝒇𝒊𝒔𝒂𝒓𝒊𝒐: 𝒏𝒐𝒏 𝒆𝒔𝒊𝒔𝒕𝒆 𝒖𝒏𝒂 𝒄𝒖𝒓𝒂 𝒖𝒏𝒊𝒄𝒂 𝒑𝒆𝒓 𝒕𝒖𝒕𝒕𝒊.

Ricevere una diagnosi di adenoma ipofisario può spaventare, ma è importante sapere che oggi abbiamo strumenti precisi e sempre meno invasivi per intervenire . La chiave di tutto? La personalizzazione.

Ecco come ci muoviamo per scegliere la strada migliore:

● ✅ 𝑳'𝒂𝒑𝒑𝒓𝒐𝒄𝒄𝒊𝒐 𝒆̀ 𝒄𝒐𝒓𝒂𝒍𝒆: Collaboro costantemente con endocrinologi e altri specialisti perché ogni caso richiede una visione d’insieme.

● ✅ 𝑵𝒐𝒏 𝒔𝒆𝒎𝒑𝒓𝒆 𝒔𝒆𝒓𝒗𝒆 𝒐𝒑𝒆𝒓𝒂𝒓𝒆: Se l'adenoma è piccolo, non produce ormoni e non dà sintomi, possiamo decidere di monitorarlo nel tempo con controlli periodici.

● ✅ 𝑪𝒉𝒊𝒓𝒖𝒓𝒈𝒊𝒂 𝑴𝒊𝒏𝒊𝒏𝒗𝒂𝒔𝒊𝒗𝒂: Quando l'intervento è necessario, oggi il "gold standard" è la tecnica endoscopica endonasale. Si passa dal naso, senza incisioni esterne, con una precisione estrema e un recupero più rapido.

● ✅𝑳𝒂 𝒄𝒖𝒓𝒂 𝒎𝒆𝒅𝒊𝒄𝒂 𝒑𝒆𝒓 𝒊𝒍 𝑷𝒓𝒐𝒍𝒂𝒕𝒕𝒊𝒏𝒐𝒎𝒂: In caso di adenomi che producono prolattina, la prima scelta è quasi sempre il farmaco, non il bisturi.

La vera differenza? È la valutazione dell’esperto, capace di scegliere il percorso più efficace e meno gravoso per il paziente .

👇 𝑽𝒖𝒐𝒊 𝒂𝒑𝒑𝒓𝒐𝒇𝒐𝒏𝒅𝒊𝒓𝒆 𝒍'𝒂𝒓𝒈𝒐𝒎𝒆𝒏𝒕𝒐?

𝑯𝒐 𝒑𝒓𝒆𝒑𝒂𝒓𝒂𝒕𝒐 𝒖𝒏𝒂 𝒈𝒖𝒊𝒅𝒂 𝒄𝒐𝒎𝒑𝒍𝒆𝒕𝒂 𝒔𝒖𝒍 𝒎𝒊𝒐 𝒔𝒊𝒕𝒐.
h𝑡𝑡𝑝𝑠://𝑤𝑤𝑤.𝑓𝑟𝑎𝑛𝑐𝑒𝑠𝑐𝑜𝑧𝑒𝑛𝑔𝑎.𝑖𝑡/𝑎𝑑𝑒𝑛𝑜𝑚𝑎-𝑖𝑝𝑜𝑓𝑖𝑠𝑎𝑟𝑖𝑜/

𝑨𝒅𝒆𝒏𝒐𝒎𝒂 𝒊𝒑𝒐𝒇𝒊𝒔𝒂𝒓𝒊𝒐: 𝒒𝒖𝒂𝒍𝒊 𝒔𝒊𝒏𝒕𝒐𝒎𝒊 𝒏𝒐𝒏 𝒗𝒂𝒏𝒏𝒐 𝒔𝒐𝒕𝒕𝒐𝒗𝒂𝒍𝒖𝒕𝒂𝒕𝒊 L’adenoma ipofisario è una neoplasia benigna dell’ipofisi, spe...
14/04/2026

𝑨𝒅𝒆𝒏𝒐𝒎𝒂 𝒊𝒑𝒐𝒇𝒊𝒔𝒂𝒓𝒊𝒐: 𝒒𝒖𝒂𝒍𝒊 𝒔𝒊𝒏𝒕𝒐𝒎𝒊 𝒏𝒐𝒏 𝒗𝒂𝒏𝒏𝒐 𝒔𝒐𝒕𝒕𝒐𝒗𝒂𝒍𝒖𝒕𝒂𝒕𝒊

L’adenoma ipofisario è una neoplasia benigna dell’ipofisi, spesso a crescita lenta, ma questo non significa in alcun modo che possa essere trascurata. In molti casi, soprattutto quando è piccolo, può non dare sintomi, perlomeno in fase iniziale e il riscontro può anche essere occasionale. Quando però aumenta di volume o altera la produzione ormonale, può manifestarsi con segnali che meritano attenzione. Tra i più importanti ci sono disturbi della vista, soprattutto una riduzione della visione periferica, cefalea, stanchezza persistente e sintomi legati a squilibri ormonali.

Nelle donne possono comparire amenorrea, infertilità o secrezione di latte dal seno; negli uomini calo della libido, disfunzione erettile o ginecomastia. In altri casi il quadro può essere ancora più sfumato, con aumento di peso, affaticamento, intolleranza al freddo, vertigini, oppure, nelle forme secernenti, con segni come sudorazione eccessiva, alterazioni del volto, ingrossamento di mani e piedi, palpitazioni o tremori.

Il messaggio importante è questo: sintomi diversi, anche apparentemente non collegati tra loro, possono avere un’unica origine. Per questo, quando compaiono, specie se associati, disturbi visivi, cefalea persistente o segnali endocrini non spiegati, è bene non rimandare una valutazione specialistica. Una diagnosi tempestiva permette di impostare il percorso più corretto e personalizzato.

👉 Per chi vuole approfondire:

Il Dr. Francesco Zenga a Torino ha una vasta esperienza nella chirurgia endoscopica dell'adenoma ipofisario.

Buona Pasqua di cuore.
03/04/2026

Buona Pasqua di cuore.

𝐍𝐞𝐮𝐫𝐢𝐧𝐨𝐦𝐚: 𝐝𝐨𝐩𝐨 𝐥’𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐯𝐞𝐧𝐭𝐨, 𝐢𝐥 𝐭𝐞𝐦𝐩𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐫𝐞𝐜𝐮𝐩𝐞𝐫𝐨 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐚 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐭𝐨 𝐥𝐚 𝐜𝐡𝐢𝐫𝐮𝐫𝐠𝐢𝐚 Quando si affronta un neurinoma del nervo ...
24/03/2026

𝐍𝐞𝐮𝐫𝐢𝐧𝐨𝐦𝐚: 𝐝𝐨𝐩𝐨 𝐥’𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐯𝐞𝐧𝐭𝐨, 𝐢𝐥 𝐭𝐞𝐦𝐩𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐫𝐞𝐜𝐮𝐩𝐞𝐫𝐨 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐚 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐭𝐨 𝐥𝐚 𝐜𝐡𝐢𝐫𝐮𝐫𝐠𝐢𝐚

Quando si affronta un neurinoma del nervo acustico, l’intervento chirurgico non è l’unico passaggio importante. Anche il recupero ha un ruolo fondamentale.

Il recupero non è uguale per tutti: dipende dalle dimensioni della lesione, dai sintomi presenti prima dell’operazione e dal rapporto della neoplasia con strutture molto delicate, come il nervo facciale, il nervo vestibolare e le aree vicine del basicranio. Il neurinoma, infatti, pur essendo una neoformazione generalmente benigna, può comprimere nervi cranici, cervelletto e tronco encefalico, con disturbi che riguardano udito, equilibrio e, nei casi più complessi, anche altre funzioni neurologiche.

Per questo il decorso post-operatorio va affrontato con realismo, ma anche con fiducia. L’obiettivo della chirurgia, quando indicata, non è soltanto l’asportazione della lesione, ma la migliore qualità di vita possibile per il paziente. Ed è proprio qui che fanno la differenza l’esperienza del neurochirurgo esperto in patologie del basicranio, della sua équipe e la collaborazione con l’otorinolaringoiatra, che nel trattamento di queste patologie rappresentano un valore fondamentale.

Recuperare significa spesso ritrovare stabilità, sicurezza, autonomia e un nuovo equilibrio, in tutti i sensi. Con i giusti tempi, con un follow-up accurato e con un percorso costruito sulla singola persona, anche dopo un intervento delicato si può guardare avanti con prospettive concrete e incoraggianti.


𝐏𝐞𝐫 𝐜𝐡𝐢 𝐯𝐮𝐨𝐥𝐞 𝐚𝐩𝐩𝐫𝐨𝐟𝐨𝐧𝐝𝐢𝐫𝐞:
https://www.francescozenga.it/neurinoma-del-nervo-acustico/

Nel corso del prestigioso convegno a cui ho avuto il piacere di partecipare, a Praga, il mio intervento è stato focalizz...
22/03/2026

Nel corso del prestigioso convegno a cui ho avuto il piacere di partecipare, a Praga, il mio intervento è stato focalizzato sul tema: “Extended approaches for sellar lesions. When and why”?

L’approccio endoscopico standard rappresenta il riferimento per una quota molto ampia di lesioni. Tuttavia, esistono quadri nei quali può non essere il più adeguato, come in alcune lesioni con prevalente estensione sovrasellare, configurazione a clessidra, sviluppo intraventricolare o stretto rapporto con strutture neurovascolari critiche.

In questi scenari l’approccio endoscopico endonasale esteso non deve essere considerato una scelta “più aggressiva”, ma la più appropriata. Occorre infatti individuare per tempo il percorso più idoneo in relazione alla morfologia della lesione, alla sua estensione e agli obiettivi funzionali della chirurgia.

La differenza reale la fanno l’indicazione corretta, la tempistica e la pianificazione strategica. Riconoscere precocemente i casi più complessi consente di ottimizzare la resezione, proteggere la funzione visiva, ridurre il rischio di residuo tumorale e, di conseguenza, limitare la necessità di ulteriori trattamenti nel follow-up.

𝐍𝐞𝐮𝐫𝐢𝐧𝐨𝐦𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐜𝐮𝐬𝐭𝐢𝐜𝐨: 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐥𝐚 𝐫𝐚𝐝𝐢𝐨𝐜𝐡𝐢𝐫𝐮𝐫𝐠𝐢𝐚 𝐞̀ 𝐥𝐚 𝐬𝐜𝐞𝐥𝐭𝐚 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐞𝐟𝐟𝐢𝐜𝐚𝐜𝐞 Ricevere una diagnosi di neurinoma del nerv...
17/03/2026

𝐍𝐞𝐮𝐫𝐢𝐧𝐨𝐦𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐜𝐮𝐬𝐭𝐢𝐜𝐨: 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐥𝐚 𝐫𝐚𝐝𝐢𝐨𝐜𝐡𝐢𝐫𝐮𝐫𝐠𝐢𝐚 𝐞̀ 𝐥𝐚 𝐬𝐜𝐞𝐥𝐭𝐚 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐞𝐟𝐟𝐢𝐜𝐚𝐜𝐞

Ricevere una diagnosi di neurinoma del nervo acustico spaventa quasi sempre. È comprensibile: la parola “tumore”, anche quando si tratta di una lesione benigna, ha un peso emotivo forte. Proprio per questo è fondamentale fermarsi, capire bene di cosa si tratta e ricordare un punto essenziale: non tutti i neurinomi si trattano allo stesso modo.

Tra le opzioni oggi disponibili, la radiochirurgia stereotassica rappresenta in molti casi una scelta molto efficace. Non è un intervento chirurgico tradizionale: non prevede incisioni né anestesia generale. Si tratta invece di un trattamento altamente mirato che utilizza radiazioni focalizzate con estrema precisione per controllare la lesione nel tempo, arrestarne o limitarne la crescita.

Non è la soluzione migliore in assoluto, ma può esserlo nei casi giusti. In particolare, viene presa in considerazione soprattutto per neoplasie di piccole dimensioni, nei pazienti più anziani o quando le condizioni generali rendono meno indicato un intervento chirurgico tradizionale.
In queste situazioni consente spesso un ottimo controllo della malattia con un impatto terapeutico più contenuto, evitando una chirurgia quando non è necessaria. Nei neurinomi più voluminosi, in quelli che comprimono significativamente le strutture circostanti o quando è necessario rimuovere la massa, la chirurgia tradizionale resta invece l’opzione più indicata.

La medicina migliore non è quella che propone la stessa risposta a tutti, ma quella che sceglie per ogni paziente l’equilibrio più corretto tra efficacia, sicurezza e qualità di vita.

👉 Per chi vuole approfondire:
https://www.francescozenga.it/neurinoma-del-nervo-acustico/

Curare bene non significa fare di più. Significa fare ciò che serve, nel modo giusto, per la persona giusta.

𝐍𝐞𝐮𝐫𝐢𝐧𝐨𝐦𝐚: 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐬𝐢 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨𝐥𝐥𝐚 𝐞 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐬𝐢 𝐨𝐩𝐞𝐫𝐚. 𝐈 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐢 𝐚𝐩𝐩𝐫𝐨𝐜𝐜𝐢 𝐜𝐡𝐢𝐫𝐮𝐫𝐠𝐢𝐜𝐢 Quando parlo di neurinoma dell’acustico, m...
10/03/2026

𝐍𝐞𝐮𝐫𝐢𝐧𝐨𝐦𝐚: 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐬𝐢 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨𝐥𝐥𝐚 𝐞 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐬𝐢 𝐨𝐩𝐞𝐫𝐚. 𝐈 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐢 𝐚𝐩𝐩𝐫𝐨𝐜𝐜𝐢 𝐜𝐡𝐢𝐫𝐮𝐫𝐠𝐢𝐜𝐢

Quando parlo di neurinoma dell’acustico, mi riferisco, come già detto, ad un tumore benigno che può però crescere e comprimere strutture molto delicate in una regione complessa come l’angolo ponto-cerebellare. Per questo, anche se benigno, non va mai trascurato. La prima cosa da sapere è che oggi non esiste una sola strategia valida per tutti.

𝐋𝐞 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐢𝐛𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚̀ 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐭𝐫𝐞:
- osservazione con controlli programmati (Wait and Scan)
- radiochirurgia
- microchirurgia

La scelta dipende dalle dimensioni del tumore, crescita nel tempo, sintomi, età del paziente, qualità dell’udito residuo e rapporto della lesione con le strutture nervose vicine.

La domanda decisiva è semplice: 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐬𝐢 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨𝐥𝐥𝐚 𝐞 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐬𝐢 𝐨𝐩𝐞𝐫𝐚? Si controlla quando il neurinoma è piccolo, poco sintomatico e non mostra una crescita significativa. In questi casi la strategia del “wait and scan” è una scelta attiva e ragionata: significa seguire il tumore nel tempo e intervenire solo se cambia comportamento. Si opera, invece, quando il tumore cresce, quando i sintomi peggiorano, quando comprime tronco encefalico o cervelletto, oppure quando l’attesa rischia di compromettere funzioni importanti. La chirurgia non serve soltanto a rimuovere una massa, ma anche a prevenire danni futuri e a proteggere, per quanto possibile, le funzioni neurologiche.

𝐍𝐞𝐠𝐥𝐢 𝐮𝐥𝐭𝐢𝐦𝐢 𝐚𝐧𝐧𝐢, 𝐩𝐞𝐫𝐨̀, 𝐞̀ 𝐜𝐚𝐦𝐛𝐢𝐚𝐭𝐨 𝐬𝐨𝐩𝐫𝐚𝐭𝐭𝐮𝐭𝐭𝐨 𝐢𝐥 𝐦𝐨𝐝𝐨 𝐝𝐢 𝐨𝐩𝐞𝐫𝐚𝐫𝐞. Per molto tempo l’obiettivo era l’asportazione totale a ogni costo. Oggi l’approccio è sempre più centrato sulla funzione: preservare il nervo facciale, l’udito quando possibile e l’equilibrio del paziente. In casi selezionati, anche una resezione non totale seguita da radiochirurgia sul residuo può offrire un ottimo controllo della malattia, limitando il prezzo neurologico di una radicalità eccessiva. Questo è il vero cambiamento: una chirurgia che non si misura solo in quanto tumore si toglie, ma in come il paziente sta dopo. Il volto che si muove bene, l’occhio che si chiude, la deglutizione integra, l’udito preservato quando possibile: è qui che si gioca il risultato.

𝐀𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐮𝐥𝐥’𝐮𝐝𝐢𝐭𝐨 𝐬𝐞𝐫𝐯𝐞 𝐜𝐡𝐢𝐚𝐫𝐞𝐳𝐳𝐚. La sua conservazione è possibile solo in casi selezionati e dipende da diversi fattori, tra cui dimensioni del tumore, anatomia e qualità uditiva preoperatoria. La buona medicina non promette l’impossibile: costruisce la strategia più adatta a quel singolo paziente.

𝐒𝐞 𝐡𝐚𝐢 𝐝𝐨𝐦𝐚𝐧𝐝𝐞 𝐬𝐮 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐚𝐫𝐠𝐨𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨, 𝐬𝐜𝐫𝐢𝐯𝐢𝐦𝐢 𝐧𝐞𝐢 𝐜𝐨𝐦𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢: 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐪𝐮𝐢 𝐩𝐞𝐫 𝐫𝐢𝐬𝐩𝐨𝐧𝐝𝐞𝐫𝐭𝐢. 𝐏𝐞𝐫 𝐚𝐩𝐩𝐫𝐨𝐟𝐨𝐧𝐝𝐢𝐫𝐞, 𝐯𝐢𝐬𝐢𝐭𝐚 𝐢𝐥 𝐦𝐢𝐨 𝐬𝐢𝐭𝐨 𝐰𝐰𝐰.𝐟𝐫𝐚𝐧𝐜𝐞𝐬𝐜𝐨𝐳𝐞𝐧𝐠𝐚.𝐢𝐭

𝐈𝐥 𝐧𝐞𝐮𝐫𝐢𝐧𝐨𝐦𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐜𝐮𝐬𝐭𝐢𝐜𝐨: 𝐢 𝐬𝐢𝐧𝐭𝐨𝐦𝐢 𝐢𝐧𝐢𝐳𝐢𝐚𝐥𝐢 𝐝𝐚 𝐧𝐨𝐧 𝐭𝐫𝐚𝐬𝐜𝐮𝐫𝐚𝐫𝐞Quando scrivo di neurinoma dell’acustico, preferisco chi...
03/03/2026

𝐈𝐥 𝐧𝐞𝐮𝐫𝐢𝐧𝐨𝐦𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐜𝐮𝐬𝐭𝐢𝐜𝐨: 𝐢 𝐬𝐢𝐧𝐭𝐨𝐦𝐢 𝐢𝐧𝐢𝐳𝐢𝐚𝐥𝐢 𝐝𝐚 𝐧𝐨𝐧 𝐭𝐫𝐚𝐬𝐜𝐮𝐫𝐚𝐫𝐞

Quando scrivo di neurinoma dell’acustico, preferisco chiamarlo con il suo nome più corretto: schwannoma vestibolare. È una lesione in genere benigna, a crescita lenta, che origina dalle cellule di Schwann e si sviluppa in rapporto all’VIII nervo cranico, cioè il nervo che porta al cervello le informazioni dell’udito e dell’equilibrio. Proprio questa crescita lenta spiega il punto cruciale: i sintomi iniziali spesso non sono clamorosi, ma coerenti, e soprattutto hanno una caratteristica che non va ignorata: tendono a essere asimmetrici, “da un lato solo”.

Il segnale d’esordio che incontro più frequentemente è la perdita uditiva monolaterale. Non sempre è un calo netto: a volte è una riduzione progressiva, talmente graduale che il paziente se ne accorge solo in certe situazioni, al telefono, in ambienti rumorosi, quando deve distinguere bene le parole. Sul mio sito www.francescozenga.it lo sottolineo in modo esplicito: la perdita progressiva dell’udito e l’acufene dal lato affetto sono i sintomi più frequenti, riportati in oltre il 60% dei pazienti. È il motivo per cui un’ipoacusia “di un orecchio” o una differenza stabile tra i due lati non vanno trattate come un dettaglio.

Accanto al calo dell’udito, molto spesso compare l’acufene: fischio, ronzio, sibilo. Anche qui, non è l’acufene in quanto tale a fare diagnosi - perché è un sintomo comune e può avere cause molteplici - ma la sua lateralità e la sua persistenza, soprattutto se associata a un’ipoacusia asimmetrica. La letteratura clinica e le grandi istituzioni sanitarie lo descrivono in modo sovrapponibile: i primi segnali tipici sono proprio ipoacusia neurosensoriale unilaterale, tinnitus dallo stesso lato e disturbi dell’equilibrio.

𝑰𝒏 𝒒𝒖𝒆𝒔𝒕𝒊 𝒄𝒂𝒔𝒊 𝒏𝒐𝒏 𝒐𝒄𝒄𝒐𝒓𝒓𝒆 𝒓𝒊𝒗𝒐𝒍𝒈𝒆𝒓𝒔𝒊 𝒊𝒏 𝒑𝒓𝒊𝒎𝒂 𝒃𝒂𝒕𝒕𝒖𝒕𝒂 𝒂𝒍 𝒏𝒆𝒖𝒓𝒐𝒄𝒉𝒊𝒓𝒖𝒓𝒈𝒐, 𝒎𝒂 𝒂𝒍𝒍’𝒐𝒕𝒐𝒓𝒊𝒏𝒐𝒍𝒂𝒓𝒊𝒏𝒈𝒐𝒊𝒂𝒕𝒓𝒂 𝒊𝒏 𝒒𝒖𝒂𝒏𝒕𝒐 𝒔𝒐𝒏𝒐 𝒑𝒂𝒓𝒆𝒄𝒄𝒉𝒊𝒆 𝒂𝒍𝒕𝒓𝒆, 𝒑𝒊𝒖̀ 𝒄𝒐𝒎𝒖𝒏𝒊, 𝒍𝒆 𝒄𝒐𝒏𝒅𝒊𝒛𝒊𝒐𝒏𝒊 𝒄𝒉𝒆 𝒑𝒐𝒔𝒔𝒐𝒏𝒐 𝒑𝒐𝒓𝒕𝒂𝒓𝒆 𝒂 𝒒𝒖𝒆𝒔𝒕𝒆 𝒔𝒊𝒏𝒕𝒐𝒎𝒂𝒕𝒐𝒍𝒐𝒈𝒊𝒆.

Il terzo elemento, spesso sottovalutato, è l’instabilità: non sempre la vertigine rotatoria “da giostra”, ma più spesso una sensazione di equilibrio meno saldo, di disequilibrio, di incertezza nei cambi di direzione, sulle scale, al buio o su superfici irregolari. Il sistema vestibolare può essere coinvolto presto, ma il cervello è capace di compensare a lungo: per questo molte persone raccontano un disturbo sfumato, intermittente, che però tende a ripresentarsi e a sommare piccoli episodi.

Esiste poi una fascia di sintomi che considero “di soglia”, perché spesso indicano che la lesione sta esercitando un effetto sulle strutture vicine. Se lo schwannoma cresce, può comparire sensazione di pressione o pienezza auricolare, otalgia, cefalea, e, più raramente, sintomi legati al coinvolgimento di altri nervi: nevralgia del trigemino, ipoestesia del volto, fino a debolezza facciale in casi selezionati.

𝑺𝒖𝒍 𝒎𝒊𝒐 𝒔𝒊𝒕𝒐 𝒉𝒕𝒕𝒑𝒔://𝒘𝒘𝒘.𝒇𝒓𝒂𝒏𝒄𝒆𝒔𝒄𝒐𝒛𝒆𝒏𝒈𝒂.𝒊𝒕/𝒏𝒆𝒖𝒓𝒊𝒏𝒐𝒎𝒂-𝒅𝒆𝒍-𝒏𝒆𝒓𝒗𝒐-𝒂𝒄𝒖𝒔𝒕𝒊𝒄𝒐/ 𝒒𝒖𝒆𝒔𝒕𝒊 𝒆𝒍𝒆𝒎𝒆𝒏𝒕𝒊 𝒔𝒐𝒏𝒐 𝒅𝒆𝒔𝒄𝒓𝒊𝒕𝒕𝒊 𝒕𝒓𝒂 𝒊 𝒑𝒐𝒔𝒔𝒊𝒃𝒊𝒍𝒊 𝒔𝒊𝒏𝒕𝒐𝒎𝒊 𝒒𝒖𝒂𝒏𝒅𝒐 𝒍𝒂 𝒎𝒂𝒔𝒔𝒂 𝒂𝒖𝒎𝒆𝒏𝒕𝒂 𝒅𝒊 𝒗𝒐𝒍𝒖𝒎𝒆 𝒆 𝒊𝒏𝒕𝒆𝒓𝒇𝒆𝒓𝒊𝒔𝒄𝒆 𝒄𝒐𝒏 𝒍𝒆 𝒔𝒕𝒓𝒖𝒕𝒕𝒖𝒓𝒆 𝒄𝒊𝒓𝒄𝒐𝒔𝒕𝒂𝒏𝒕𝒊. 𝑰𝒏 𝒒𝒖𝒆𝒔𝒕𝒊 𝒄𝒂𝒔𝒊, 𝒊𝒏 𝒑𝒓𝒊𝒎𝒂 𝒃𝒂𝒕𝒕𝒖𝒕𝒂, 𝒐𝒄𝒄𝒐𝒓𝒓𝒆 𝒄𝒐𝒏𝒔𝒖𝒍𝒕𝒂𝒓𝒆 𝒖𝒏 𝒏𝒆𝒖𝒓𝒐𝒍𝒐𝒈𝒐.

A questo punto, la domanda non è “devo preoccuparmi di ogni fischio?”, ma “quando ha senso non perdere tempo?”. La risposta, in medicina, è concreta: quando il disturbo è monolaterale, persistente o progressivo, e soprattutto quando più sintomi si combinano - calo uditivo da un lato, acufene dallo stesso lato, instabilità - è corretto fare un percorso diagnostico ordinato. In quel percorso, il primo passaggio, come detto, è sempre la valutazione otorinolaringoiatrica con audiometria, perché consente di documentare l’asimmetria e orientare in modo razionale gli approfondimenti; e quando c’è un sospetto clinico fondato, occorre consultare un neurologo, in quanto l’esame obiettivo è importante e soprattutto il test decisivo è la risonanza magnetica con mezzo di contrasto, che permette di identificare la lesione e definirne dimensioni e rapporti anatomici. Il neurochirurgo, infatti, interviene quando c’è una diagnosi certa e conclamata per decidere che cosa fare con la lesione.

C’è infine un capitolo che merita una frase chiara: la perdita uditiva improvvisa o il peggioramento rapido. In questi casi, al di là del neurinoma (che può anche presentarsi raramente con esordio più brusco), la regola clinica è l’urgenza, perché esistono diagnosi e trattamenti “tempo-dipendenti”. Le raccomandazioni NICE, per esempio, indicano invio urgente (entro due settimane) quando la perdita uditiva è improvvisa oltre 30 giorni o quando peggiora rapidamente nell’arco di 4–90 giorni.

Se dovessi riassumere la sostanza in una sola riga, direi così: il neurinoma dell’acustico raramente esordisce con un colpo di teatro; più spesso si annuncia con un corteo di segnali “piccoli”, ma coerenti e con alcuni sintomi più rari che, se presenti, richiedono un’attenzione ancora maggiore. Il compito del clinico non è alimentare ansie, ma riconoscere questi pattern e guidare il paziente lungo i passaggi giusti, senza scorciatoie e senza ritardi inutili.

📌 𝐀𝐝𝐞𝐧𝐨𝐦𝐚 𝐢𝐩𝐨𝐟𝐢𝐬𝐚𝐫𝐢𝐨: 𝐜𝐨𝐬’𝐞̀, 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐬𝐢 𝐫𝐢𝐜𝐨𝐧𝐨𝐬𝐜𝐞, 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐬𝐢 𝐜𝐮𝐫𝐚 (𝐢𝐧 𝟔𝟎 𝐬𝐞𝐜𝐨𝐧𝐝𝐢) 🧠 L’ipofisi è una ghiandola minuscola ma “...
23/02/2026

📌 𝐀𝐝𝐞𝐧𝐨𝐦𝐚 𝐢𝐩𝐨𝐟𝐢𝐬𝐚𝐫𝐢𝐨: 𝐜𝐨𝐬’𝐞̀, 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐬𝐢 𝐫𝐢𝐜𝐨𝐧𝐨𝐬𝐜𝐞, 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐬𝐢 𝐜𝐮𝐫𝐚 (𝐢𝐧 𝟔𝟎 𝐬𝐞𝐜𝐨𝐧𝐝𝐢)

🧠 L’ipofisi è una ghiandola minuscola ma “comanda” ormoni cruciali. L’adenoma ipofisario è un tumore benigno, in genere a lenta crescita e rappresenta circa il 15% delle neoplasie intracraniche.

📊 𝐐𝐮𝐚𝐧𝐭𝐨 𝐞̀ “𝐟𝐫𝐞𝐪𝐮𝐞𝐧𝐭𝐞”? La prevalenza stimata nella popolazione generale è riportata tra 14,4% e 22,5% (molti sono reperti occasionali).

📏 Dimensioni (contano eccome):
🔹 Microadenoma < 10 mm
🔹 Macroadenoma > 10 mm
🔹 Gigante > 40 mm

🔍 𝐂𝐨𝐦𝐞 𝐬𝐢 “𝐩𝐫𝐞𝐬𝐞𝐧𝐭𝐚”? Dipende da due cose: dimensioni e secrezione di ormoni oppure no.
🟣 Il microadenoma spesso è un reperto accidentale (asintomatico, a meno che non secerna ormoni).
🟠 Il macroadenoma può dare “effetto massa” e/o problemi ormonali.

👁️ 𝐒𝐞𝐠𝐧𝐚𝐥𝐞 𝐝𝐚 𝐧𝐨𝐧 𝐢𝐠𝐧𝐨𝐫𝐚𝐫𝐞: 𝐯𝐢𝐬𝐭𝐚. La compromissione visiva è riportata nel 40–60% dei pazienti con macroadenoma, per compressione del chiasma ottico (classico deficit del campo visivo periferico). Più raramente diplopia.

🤕 𝐀𝐥𝐭𝐫𝐢 𝐬𝐞𝐠𝐧𝐚𝐥𝐢 “𝐝𝐚 𝐦𝐚𝐬𝐬𝐚”: cefalea e possibile deficit ormonale per compressione della ghiandola sana.

🧪 𝐒𝐞 𝐢𝐧𝐯𝐞𝐜𝐞 𝐞̀ “𝐟𝐮𝐧𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐧𝐭𝐞” (𝐬𝐞𝐜𝐞𝐫𝐧𝐞𝐧𝐭𝐞), i sintomi cambiano in base all’ormone: prolattina (infertilità, calo libido, amenorrea/galattorrea…), GH (acromegalia con comorbidità), ACTH (malattia di Cushing), TSH (segni di ipertiroidismo).

🚨 𝐔𝐫𝐠𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐫𝐚𝐫𝐚, ma importante: apoplessia ipofisaria (emorragia improvvisa nell’adenoma) con comparsa acuta dei sintomi da massa + carenza ormonale.

🩻 𝐃𝐢𝐚𝐠𝐧𝐨𝐬𝐢: l’esame di prima scelta è la RM ipofisi con mezzo di contrasto per caratterizzare la lesione e i rapporti con le strutture vicine.

🔬 In più, è raccomandata 𝐮𝐧𝐚 𝐯𝐚𝐥𝐮𝐭𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐨𝐫𝐦𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐥𝐞𝐭𝐚, anche se non ci sono sintomi.

🧑‍⚕️ 𝐂𝐮𝐫𝐚: qui vince il gioco di squadra. La gestione richiede un approccio sempre multidisciplinare in team dedicati (neurochirurgo, endocrinologo, ORL, oculista, radioterapista, neuroradiologo), solitamente chiamate Pituitary Unit

👀 Se è piccolo, non secernente e asintomatico: spesso controlli (RM seriate + follow-up endocrinologico).

🛠️ Negli altri casi: trattamento di scelta resezione mini-invasiva endoscopica endonasale.

💊 𝐒𝐞 𝐞̀ 𝐩𝐫𝐨𝐥𝐚𝐭𝐭𝐢𝐧𝐨𝐦𝐚: prima linea quasi sempre terapia medica con agonisti dopaminergici; chirurgia in casi molto selezionati (resistenza, effetti avversi, desiderio di gravidanza con tumore >1 cm).

🎯 𝐑𝐚𝐝𝐢𝐨𝐭𝐞𝐫𝐚𝐩𝐢𝐚: opzione se residuo/persistenza/recidiva dopo chirurgia.

✅ 𝐌𝐞𝐬𝐬𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨 𝐢𝐦𝐩𝐨𝐫𝐭𝐚𝐧𝐭𝐞: 𝐛𝐞𝐧𝐢𝐠𝐧𝐨 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐢𝐠𝐧𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚 “𝐝𝐚 𝐢𝐠𝐧𝐨𝐫𝐚𝐫𝐞”. Se compaiono disturbi visivi, cefalea nuova o segni “ormonali” strani, meglio parlarne con lo specialista. Anche perché con il tempo può crescere.

🎧 𝐍𝐞𝐮𝐫𝐢𝐧𝐨𝐦𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐧𝐞𝐫𝐯𝐨 𝐚𝐜𝐮𝐬𝐭𝐢𝐜𝐨: 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐥’𝐨𝐫𝐞𝐜𝐜𝐡𝐢𝐨 “𝐩𝐚𝐫𝐥𝐚” 𝐚𝐥 𝐜𝐞𝐫𝐯𝐞𝐥𝐥𝐨C’è un tipo di disturbo che spesso parte piano, qua...
16/02/2026

🎧 𝐍𝐞𝐮𝐫𝐢𝐧𝐨𝐦𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐧𝐞𝐫𝐯𝐨 𝐚𝐜𝐮𝐬𝐭𝐢𝐜𝐨: 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐥’𝐨𝐫𝐞𝐜𝐜𝐡𝐢𝐨 “𝐩𝐚𝐫𝐥𝐚” 𝐚𝐥 𝐜𝐞𝐫𝐯𝐞𝐥𝐥𝐨

C’è un tipo di disturbo che spesso parte piano, quasi in sordina: senti meno da un lato, compare un fischio (acufene), ti sembra di perdere stabilità, magari attribuisci tutto a stress, cervicale, “un tappo”. Poi, col tempo, capisci che non è una sensazione passeggera. Il neurinoma del nervo acustico (più precisamente schwannoma vestibolare) è una lesione benigna che nasce dalle cellule di Schwann della componente vestibolare dell’VIII nervo cranico, quello coinvolto in udito ed equilibrio. E anche se “benigno” è una parola che rassicura, non significa “da ignorare”: in uno spazio piccolo e affollato di nervi e vasi, anche l’effetto massa può dare sintomi importanti.

🧠 𝐂𝐡𝐞 𝐜𝐨𝐬’𝐞̀, 𝐢𝐧 𝐝𝐮𝐞 𝐫𝐢𝐠𝐡𝐞 𝐜𝐡𝐢𝐚𝐫𝐞

È una neoformazione che di solito origina nel canale uditivo interno e può estendersi verso l’angolo ponto-cerebellare, comprimendo strutture vicine, in particolare il VII e l’VIII nervo cranico. Nella grande maggioranza dei casi è unilaterale e sporadica; più raramente può essere bilaterale e, in quei casi, può essere un segnale distintivo di neurofibromatosi di tipo 2 (NF2).

🔔 𝐈 𝐬𝐢𝐧𝐭𝐨𝐦𝐢 𝐝𝐚 𝐧𝐨𝐧 𝐭𝐫𝐚𝐬𝐜𝐮𝐫𝐚𝐫𝐞

Il segnale più tipico è la perdita progressiva dell’udito con acufene dallo stesso lato (riportati in oltre il 60% dei pazienti). Poi possono comparire vertigini, disturbi dell’equilibrio, cefalea, sensazione di pienezza/pressione auricolare, otalgia. Se la lesione cresce, può coinvolgere nervi contigui e dare disturbi della sensibilità del volto o altre manifestazioni neurologiche.

🩻 𝐂𝐨𝐦𝐞 𝐬𝐢 𝐟𝐚 𝐝𝐢𝐚𝐠𝐧𝐨𝐬𝐢 (𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐩𝐚𝐭𝐞𝐦𝐢, 𝐦𝐚 𝐜𝐨𝐧 𝐥’𝐚𝐢𝐮𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐬𝐩𝐞𝐜𝐢𝐚𝐥𝐢𝐬𝐭𝐚)

L’esame cardine è la risonanza magnetica con mezzo di contrasto, che consente di vedere la lesione e i rapporti con le strutture adiacenti. In parallelo è importante valutare la funzionalità uditiva (audiometria) e del nervo facciale. Tradotto: si mette insieme clinica + esami, perché la diagnosi non è un “click” ma un inquadramento.

🧩 𝐋𝐞 𝐨𝐩𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐝𝐢 𝐭𝐫𝐚𝐭𝐭𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 (𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐚𝐥𝐢𝐳𝐳𝐚𝐭𝐞, 𝐧𝐨𝐧 “𝐭𝐚𝐠𝐥𝐢𝐚 𝐮𝐧𝐢𝐜𝐚”)

Qui viene il punto che spesso fa la differenza psicologica per chi riceve la diagnosi: non sempre si deve intervenire subito. Le lesioni piccole e asintomatiche possono essere gestite con controlli seriati di RM (“wait and scan”). Se compaiono sintomi o la lesione cresce, le opzioni principali includono radiochirurgia stereotassica oppure asportazione microchirurgica; la prima tende a essere considerata in specifici profili (età, dimensioni del tumore, comorbilità), mentre la microchirurgia, quando indicata, può portare a rimozione radicale. Spesso il lavoro è in équipe neurochirurgo–otorinolaringoiatra, perché in queste zone l’esperienza e la collaborazione contano.

🤝 𝐈𝐥 𝐜𝐨𝐧𝐬𝐢𝐠𝐥𝐢𝐨

Se hai ipoacusia monolaterale, acufene persistente o instabilità che non si spiegano, non bisogna spaventarsi né “normalizzare” tutto. Occorre fare la cosa più semplice e più intelligente: farsi inquadrare bene, con il percorso giusto e i tempi giusti.

👨‍⚕️ 𝐏𝐞𝐫 𝐚𝐩𝐩𝐫𝐨𝐟𝐨𝐧𝐝𝐢𝐫𝐞 𝐯𝐢𝐬𝐢𝐭𝐚 𝐢𝐥 𝐦𝐢𝐨 𝐬𝐢𝐭𝐨 𝐰𝐞𝐛:

https://www.francescozenga.it/neurinoma-del-nervo-acustico/

𝑳𝒂 𝒈𝒉𝒊𝒂𝒏𝒅𝒐𝒍𝒂 𝒑𝒊𝒕𝒖𝒊𝒕𝒂𝒓𝒊𝒂: 𝒑𝒊𝒄𝒄𝒐𝒍𝒂, 𝒏𝒂𝒔𝒄𝒐𝒔𝒕𝒂, 𝒑𝒐𝒕𝒆𝒏𝒕𝒊𝒔𝒔𝒊𝒎𝒂È grande più o meno come una nocciola, sta alla base del cranio ...
10/02/2026

𝑳𝒂 𝒈𝒉𝒊𝒂𝒏𝒅𝒐𝒍𝒂 𝒑𝒊𝒕𝒖𝒊𝒕𝒂𝒓𝒊𝒂: 𝒑𝒊𝒄𝒄𝒐𝒍𝒂, 𝒏𝒂𝒔𝒄𝒐𝒔𝒕𝒂, 𝒑𝒐𝒕𝒆𝒏𝒕𝒊𝒔𝒔𝒊𝒎𝒂

È grande più o meno come una nocciola, sta alla base del cranio e controlla una quantità impressionante di funzioni vitali. Non fa rumore, non dà segnali evidenti, non accende spie di allarme. Proprio per questo riesce spesso a creare problemi in silenzio,
quando qualcosa si inceppa. Si chiama ipofisi, o ghiandola pituitaria, e se dovessimo darle un soprannome onesto sarebbe “centralina”. Con pochi ormoni ben scelti coordina tiroide, surreni, gonadi, crescita, metabolismo e bilancio dei liquidi. Una regia in miniatura, piazzata però in uno dei punti più delicati del corpo umano.

Dal punto di vista anatomico l’ipofisi alloggia nella cosiddetta sella turcica, una piccola nicchia ossea alla base del cranio.
Appena sopra, a pochi millimetri, passa il chiasma ottico, l’incrocio delle fibre nervose che permette la visione.
Ai lati scorrono le carotidi interne, vere e proprie autostrade di sangue dirette al cervello. In pratica: lì non c’è spazio. Quando in quella zona cresce qualcosa, anche se benigno, prima o poi crea problemi. E quando bisogna intervenire, non si lavora in un’area “delicata” per modo di dire, ma in un equilibrio anatomico estremamente preciso.

La funzione dell’ipofisi è una lezione di biologia sorprendentemente elegante. La porzione anteriore produce ormoni che regolano altre ghiandole: l’ACTH stimola i surreni a produrre cortisolo, il TSH governa la tiroide, LH e FSH regolano ovaie e testicoli, il GH influenza in modo profondo crescita e metabolismo, la prolattina interviene nella lattazione e in diversi equilibri riproduttivi. La porzione posteriore rilascia vasopressina, che controlla quanta acqua tratteniamo, e ossitocina. In mezzo, l’ipotalamo coordina il dialogo continuo tra cervello e corpo, senza bisogno di misteri.

Il punto clinico cruciale è questo: quando l’ipofisi si ammala, può farlo in due modi molto diversi. Da un lato in modo “chimico”, producendo troppi ormoni; dall’altro in modo “meccanico”, crescendo e comprimendo le strutture vicine. Gli adenomi ipofisari, nella grande maggioranza dei casi benigni, ne sono l’esempio tipico.

Se secernono ormoni, si fanno scoprire attraverso i sintomi dell’eccesso: prolattina alta con alterazioni del ciclo, infertilità e calo della libido; eccesso di GH con acromegalia e conseguenze metaboliche e cardiovascolari; eccesso di ACTH con sindrome di Cushing, che non è una questione estetica, ma un problema serio di metabolismo, ossa, pressione e immunità.

Se invece l’adenoma non produce ormoni, può crescere lentamente e manifestarsi per effetto massa. Il segnale più specifico sono i disturbi visivi. La compressione del chiasma ottico riduce il campo visivo laterale, ma spesso il paziente non se ne accorge subito. Ci si adatta senza rendersene conto: si cambia postura, si guida con più attenzione, si attribuisce tutto alla stanchezza o agli occhiali. Ma il problema non sono gli occhiali. È lo spazio.

E lì dentro lo spazio è pochissimo.

In questo contesto entra in gioco la neurochirurgia, con un approccio che negli ultimi decenni è diventato sempre più raffinato. L’intervento transnasale-trans sfenoidale, spesso endoscopico, permette di raggiungere la sella turcica passando dal naso, senza aprire il cranio. Non è un trucco, ma il risultato di anatomia, tecnologia ed esperienza. Si lavora in profondità, in corridoi stretti e vicino a strutture cruciali, con l’obiettivo di rimuovere la lesione preservando la funzione ipofisaria e riducendo al minimo le complicanze. Qui la differenza la fanno il centro e la squadra: neurochirurgo, otorinolaringoiatra, neuroradiologo, endocrinologo.

Esiste anche una vera urgenza, che non aspetta settimane: l’apoplessia ipofisaria. È un evento acuto, spesso legato a sanguinamento o infarto all’interno di un adenoma, che può presentarsi con cefalea violenta, nausea, rapido calo della vista o altri segni neurologici. In questi casi la priorità è doppia: proteggere la funzione visiva e gestire i crolli ormonali, in particolare il rischio di insufficienza surrenalica. Quando salta l’asse del cortisolo, l’organismo entra rapidamente in crisi.

Ci sono poi le lesioni cistiche, come le cisti della tasca di Rathke, spesso benigne e talvolta scoperte per caso. Anche qui vale il buon senso clinico: non si opera un’immagine, si opera un paziente. Se non c’è compressione, se la vista è integra e gli equilibri ormonali sono stabili, spesso è sufficiente osservare. Se compaiono sintomi o segni di crescita, si valuta il trattamento.

Il messaggio finale è semplice ma non banale: l’ipofisi è piccola, ma non è un dettaglio.

È un nodo centrale tra cervello e organi, e quando qualcosa cambia può farlo con segnali sottili. Alterazioni persistenti del ciclo, infertilità, calo della libido, cambiamenti fisici progressivi non spiegati, disturbi compatibili con eccesso o difetto ormonale e soprattutto alterazioni del campo visivo meritano attenzione.

L’atteggiamento corretto non è drammatizzare né ignorare, ma fare gli esami giusti e affidarsi a chi ha competenza specifica.
Perché con l’ipofisi, se la prendi sul serio, spesso si può curare molto bene.

Se invece la sottovaluti, è lei che decide il copione. E raramente è un copione favorevole.

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Corso Bramante, 88
Turin
10126

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