Dott.ssa Francesca Risso Psicologa-Psicoterapeuta

Dott.ssa Francesca Risso Psicologa-Psicoterapeuta 3476880240
Psicologa-Psicoterapeuta
Sessuologa
Psicoterapia individuale e di coppia. Torino e Ceva

09/05/2026

“Se togli la soluzione di qualcuno senza trattare il problema, non solo fallirai, ma potresti creare l’opportunità affinché si sviluppino problemi aggiuntivi e più complessi.” Bessel van der Kolk

Molti comportamenti problematici rappresentano tentativi di adattamento a una sofferenza profonda. Si tratta di quei comportamenti che una persona sviluppa per gestire emozioni difficili, traumi, stati di ansia, senso di vuoto o dolore psicologico. Anche se tali strategie possono risultare dannose nel lungo periodo, spesso hanno avuto, almeno inizialmente, una funzione protettiva.

Per esempio:

una dipendenza può servire a ridurre temporaneamente un dolore emotivo

l’ipercontrollo può dare un senso di sicurezza a chi vive una forte instabilità interna

l’isolamento relazionale può rappresentare una difesa dalla paura di essere feriti

Pertanto se si elimina il comportamento senza affrontare la causa profonda che lo sostiene, il disagio psicologico non scompare. La persona perde il proprio meccanismo di compensazione, ma continua a convivere con la sofferenza che aveva generato quel comportamento.
In queste condizioni possono verificarsi diverse conseguenze:

-il sintomo tende a ripresentarsi

-il disagio può trasformarsi in altre manifestazioni psicologiche

-possono emergere problemi ancora più complessi.

Per questo motivo l’obiettivo di una psicoterapia è comprendere quale funzione psicologica quel comportamento svolge e aiutare la persona a sviluppare modalità più sane, stabili e consapevoli per affrontare il proprio mondo emotivo.
Curare un comportamento senza curare la sofferenza che lo genera significa intervenire sugli effetti senza affrontarne le cause.

26/04/2026

Gli effetti del trauma sul cervello, sull’attaccamento e sulle relazioni adulte

Il trauma infantile non lascia tracce soltanto nella memoria emotiva, ma incide in profondità sullo sviluppo neurologico, sul sistema di regolazione dello stress e sulle modalità relazionali che accompagneranno l’individuo nel corso della vita. Molte difficoltà emotive e interpersonali dell’età adulta sono il risultato di adattamenti costruiti in risposta a condizioni precoci di sofferenza.
Dal punto di vista neurobiologico, il cervello infantile è un organo in continua formazione. Nei primi anni di vita, le esperienze relazionali modellano attivamente le reti neurali che regolano emozioni, percezione del pericolo, capacità di apprendimento e costruzione dell’identità. Quando il bambino cresce in un ambiente stabile e accogliente, il cervello sviluppa circuiti che favoriscono sicurezza, fiducia e integrazione emotiva. Quando invece è esposto a esperienze traumatiche o a relazioni imprevedibili, il sistema nervoso si organizza attorno alla sopravvivenza.
In questo processo, il sistema di allarme assume un ruolo centrale. La risposta biologica al pericolo si esprime attraverso tre modalità fondamentali: fight, flight e freeze. Combattere, fuggire o immobilizzarsi sono strategie automatiche di difesa che consentono all’organismo di reagire a una minaccia. In un contesto traumatico, però, queste risposte possono diventare croniche e continuare ad attivarsi anche in assenza di un reale pericolo.

Ciò significa che il bambino, e successivamente l’adulto, può vivere uno stato costante di ipervigilanza, irritabilità, evitamento o blocco emotivo. Il cervello apprende a leggere l’ambiente come potenzialmente minaccioso, mantenendo il sistema nervoso in uno stato di allerta persistente. Questa condizione interferisce con la regolazione emotiva, con la concentrazione e con la capacità di sentirsi al sicuro nelle relazioni.

Le conseguenze del trauma sullo sviluppo neurologico non si limitano al periodo infantile. Le tracce di queste esperienze continuano a influenzare il funzionamento adulto, in particolare nel modo in cui si costruiscono i legami affettivi.

Qui entra in gioco il tema dell’attaccamento.
L’attaccamento rappresenta il modello relazionale di base che il bambino sviluppa nelle interazioni con le figure di riferimento. Quando queste figure sono disponibili, coerenti e sintonizzate, il bambino costruisce un attaccamento sicuro. Questo favorisce un senso interno di valore personale e una fiducia di base negli altri.
Quando invece le relazioni sono instabili, rifiutanti, intrusive o emotivamente assenti, il bambino può sviluppare forme di attaccamento insicuro. In questi casi, il legame diventa fonte di ambivalenza, desiderato ma al tempo stesso percepito come rischioso.

L’attaccamento insicuro non è soltanto una dinamica infantile, ma un modello che tende a riproporsi nelle relazioni adulte.
Chi ha sperimentato un attaccamento insicuro può oscillare tra bisogno intenso di vicinanza e paura dell’abbandono, oppure evitare l’intimità per timore di dipendere emotivamente dall’altro. Alcune persone sviluppano relazioni caratterizzate da controllo, ipersensibilità al rifiuto o difficoltà a fidarsi. Altre mantengono una distanza emotiva costante, pur desiderando connessione.
In molti casi, il trauma infantile influenza anche la scelta dei partner e il modo in cui vengono interpretati i segnali relazionali. Situazioni neutre possono essere percepite come minacciose, mentre relazioni disfunzionali possono apparire familiari e quindi inconsciamente rassicuranti.
Questo accade perché il sistema nervoso tende a riconoscere come conosciuto ciò che è stato sperimentato in passato, anche quando è fonte di sofferenza.

Da una prospettiva clinica, è fondamentale comprendere che questi schemi non sono tratti caratteriali immutabili, ma risposte adattive radicate nella storia individuale.
Per fortuna il cervello mantiene una significativa capacità di cambiamento, grazie alla neuroplasticità. Esperienze relazionali correttive, percorsi psicoterapeutici e ambienti sicuri possono favorire nuove connessioni neurali e nuove modalità di vivere il legame.
Questo significa che un attaccamento insicuro non condanna a relazioni disfunzionali, così come un trauma non definisce in modo permanente il destino emotivo di una persona.
G.V.

21/04/2026
21/04/2026

Le cosiddette “7 A della guarigione”, concettualizzate dal medico e autore Gabor Maté, si inseriscono all’interno di una più ampia visione mente-corpo che mette in relazione stress, repressione emotiva e sviluppo di disturbi psicofisici. Nel testo "Quando il corpo dice di no", emerge chiaramente come questi sette principi non siano semplici linee guida teoriche, ma veri e propri processi psicologici osservabili nella pratica clinica.

L’assunto di fondo è che la salute non dipenda esclusivamente da fattori biologici, ma anche dalla qualità della relazione che l’individuo intrattiene con il proprio mondo interno. In questo senso, le 7 A rappresentano condizioni necessarie per ristabilire un equilibrio tra esperienza emotiva, espressione e regolazione.

🎯Accettazione (Acceptance) costituisce il primo passaggio. Non si tratta di passività o rassegnazione, bensì della capacità di riconoscere la realtà interna ed esterna senza negazione. Nel testo viene sottolineato come l’accettazione implichi il coraggio di lasciare che anche i “pensieri negativi” informino la nostra comprensione, senza però determinare rigidamente le nostre azioni future.

🎯Consapevolezza (Awareness) amplia questo processo introducendo una dimensione osservativa. La consapevolezza, così come descritta, non è puramente cognitiva, ma incarnata: include la capacità di riconoscere i segnali corporei dello stress e di cogliere i nessi tra stati emotivi e manifestazioni fisiche. È qui che emerge una convergenza con approcci basati sulla mindfulness e con il concetto di “osservatore interno”.

🎯Rabbia (Anger) viene reinterpretata in chiave funzionale. Lontano dall’essere patologica in sé, la rabbia è definita come un processo fisiologico dotato di valore informativo. Il testo evidenzia una distinzione cruciale: sia la repressione sia l’espressione disregolata rappresentano forme disfunzionali. La “rabbia sana”, invece, non è drammatica né distruttiva, ma contribuisce a ridurre la tensione interna e a segnalare bisogni o confini violati.

🎯Questo conduce direttamente al tema dell’Autonomia (Autonomy). Secondo Gabor Maté, molte condizioni di stress cronico sono legate alla difficoltà di stabilire confini personali chiari. L’autonomia viene quindi definita come lo sviluppo di un locus of control interno, ossia la capacità di orientare le proprie scelte in base a un riferimento interno piuttosto che alle aspettative esterne. Il corpo, nel testo, è descritto come un veicolo di espressione dei confini non verbalizzati.

🎯Il quinto elemento, Attaccamento (Attachment), introduce una dimensione relazionale fondamentale. La connessione con gli altri è considerata un bisogno primario, e la sua frustrazione può manifestarsi sotto forma di rabbia, chiusura emotiva o comportamenti compensatori. Il testo sottolinea come, dietro molte risposte difensive, si celi un bisogno non soddisfatto di contatto e riconoscimento.

🎯Assertività (Assertion) rappresenta la capacità di tradurre questi processi interni in comunicazione esterna. Non si tratta semplicemente di esprimere opinioni, ma di affermare la propria identità in modo coerente e rispettoso. In questo senso, l’assertività è strettamente connessa sia all’autonomia sia alla regolazione della rabbia.

🎯Infine, Affermazione (Affirmation) riguarda il riconoscimento del valore intrinseco dell’individuo. Il testo mette in evidenza come molte persone operino sulla base di convinzioni implicite di inadeguatezza o non amabilità. L’affermazione si configura quindi come un processo di ristrutturazione profonda, che svincola il senso di sé da performance, approvazione esterna o storia personale.

Nel complesso, le 7 A delineano un modello integrato in cui emozioni, cognizioni e corpo sono strettamente interconnessi. La loro applicazione pratica mira a modificare il rapporto dell’individuo con i propri stati interni.
In questa prospettiva, la guarigione è intesa come recupero della capacità di rispondere in modo consapevole, flessibile e autentico alle proprie esperienze.
G.V.

21/04/2026

Quando si affrontano temi come quelli proposti da Gabriella Tupini ( ma prima di lei Sàndor Ferenczi e Alice Miller)ciò che emerge nelle reazioni ( vedi commenti al post sotto) non può essere letto semplicemente come una divergenza di opinioni. Si ha infatti spesso l’impressione di trovarsi di fronte a dei movimenti emotivi molto più profondi, che riguardano il modo in cui ciascuno costruisce e protegge il proprio senso di sé all’interno del ruolo genitoriale.

Alcune risposte appaiono caratterizzate da una tonalità difensiva e da una certa intensità affettiva. Va certamente riconosciuta una fatica reale dei genitori che si percepiscono esposti a richieste sempre più elevate, talvolta contraddittorie, e che vivono il rischio costante di non essere/sentirsi mai adeguati. Questo vissuto merita di essere riconosciuto, perché costituisce una componente autentica dell’esperienza genitoriale contemporanea. Allo stesso tempo, proprio questa esposizione rende più comprensibile la rapidità e l'intensità con cui si attivano risposte difensive nel momento in cui viene introdotta, anche implicitamente, la possibilità che l’amore per un figlio non coincida integralmente ed esclusivamente con la cura, con l’impegno o con il sacrificio (parola pesantissima per un figlio). Una simile ipotesi può essere percepita come destabilizzante, perché entra in contatto con una dimensione identitaria molto sensibile.

In questo senso, il contributo di Alice Miller rimane particolarmente illuminante. A.Miller ha descritto come molti adulti siano cresciuti all’interno di modelli educativi (pedagogia nera)nei quali l’accento era posto prevalentemente sull’obbedienza, sull’adattamento e sul rispetto dell’autorità. In tali contesti, l’attenzione al mondo interno del bambino risultava molto spesso secondaria rispetto all’esigenza di guidarne il comportamento. È comprensibile, quindi, che l’idea di un amore che includa l’ascolto profondo e la legittimazione dell’esperienza soggettiva del figlio possa essere avvertita come una richiesta eccedente o, talvolta, come una forma implicita di accusa.
Si tratta di un cambiamento di paradigma. Il passaggio da una concezione dell’amore fondata prevalentemente sul fare, provvedere, proteggere, educare, a una concezione che include anche la dimensione del comprendere e dell'accogliere. Questo non implica una svalutazione dell’impegno genitoriale, ma introduce un ulteriore livello di complessità, quello della relazione come spazio di incontro tra due soggettività distinte.

E quindi bisogna distinguere tra intenzione del genitore e impatto sul figlio. Molti genitori agiscono mossi da intenzioni autenticamente amorevoli ma come sottolinea Donald Winnicott, ciò che contribuisce in modo decisivo allo sviluppo psichico del bambino è l’esperienza di sentirsi riconosciuto, rispecchiato, pensato nella propria specificità. La funzione genitoriale non consiste ovviamente nell’assenza di errori, ma nella possibilità di mantenere uno spazio relazionale sufficientemente aperto da consentire il riconoscimento e, quando necessario, la riparazione.
Quando tale spazio si restringe o non esiste affatto, il bambino tende a sviluppare modalità di adattamento che gli permettono di preservare il legame, orientandosi verso la compiacenza, verso l’opposizione o verso forme più silenziose di ritiro. Si tratta di strategie per preservare il legame che, pur essendo funzionali nel contesto originario, possono lasciare tracce nel modo in cui, in seguito, la persona percepisce se stessa e le relazioni.
Le ricerche di Bessel van der Kolk hanno mostrato come l’impatto delle esperienze relazionali non dipenda esclusivamente dalla loro gravità oggettiva, ma anche dal grado in cui tali esperienze trovano riconoscimento all’interno della relazione. In assenza di questo riconoscimento, i vissuti emotivi tendono a rimanere non elaborati, e possono riemergere nel tempo sotto forma di disagio, distanza o conflittualità.

Janina Fisher evidenzia come queste esperienze possano organizzarsi internamente in configurazioni complesse, nelle quali parti di sé portatrici di bisogni di riconoscimento coesistono con parti orientate alla minimizzazione o all’autocritica. Quando, in età adulta, una persona tenta di dare espressione a un disagio vissuto nella relazione con i propri genitori, questo movimento va visto come un tentativo di integrazione, piuttosto che un atto accusatorio.

Il tema del rispetto, frequentemente richiamato nel dibattito, richiede a sua volta una precisazione. Se inteso esclusivamente come riconoscimento dell’autorità genitoriale (onora il padre e la madre...e il figlio?), rischia di configurarsi come un principio unilaterale. In una prospettiva relazionale più evoluta, il rispetto implica anche la disponibilità ad accogliere la soggettività dell’altro, inclusa la possibilità che essa si esprima in forma critica. Il conflitto, in questo senso, non rappresenta una deviazione patologica, ma una componente fisiologica dei processi di differenziazione.
Tenere insieme questi elementi richiede una certa capacità di tollerare la complessità. Da un lato, è necessario riconoscere la fatica e i limiti inevitabili dell’essere genitori; dall’altro, diventa essenziale preservare uno spazio in cui anche l’esperienza del figlio possa essere pensata e legittimata.

La questione non riguarda l’attribuzione di colpe, ma la qualità del legame. La possibilità di rimanere in ascolto anche quando ciò che emerge mette in discussione l’immagine che si ha di sé costituisce uno degli aspetti più maturi e trasformativi della relazione. L’amore genitoriale può essere inteso come un processo che continua a evolversi nel tempo, includendo anche la disponibilità a riconsiderare la propria posizione alla luce dell’esperienza dell’altro.
G.V.
Autrice illustrazione Paige Payne.

15/04/2026

"La rabbia è la parte di te che ti ama di
più. Sa quando vieni
maltrattato, trascurato, mancato di rispetto. Ti segnala che devi fare un passo indietro da un
posto che non ti rende giustizia.
Ti rende consapevole che devi lasciare una stanza, un lavoro, una relazione, vecchi schemi che non funzionano più per te. Impara ad
ascoltare la tua rabbia e fanne la tua migliore amica.
Iltuozen.com

23/05/2025

La visione dell'amore di un border: L’amore è la medicina per ogni malattia..

I border hanno questa visione dell’amore: lo necessitano, lo chiedono, ma se lo ricevono si sentono in colpa e devono distruggere il legame e la persona che asserisce di amarli, perchè non è possibile che loro siano degni di amore e che al mondo possa esistere qualcuno capace di amare gli altri.

I border sanno trascinare l’altro in un vortice di emozioni intense e spesso i loro amori iniziano in modo travolgente, passionale e romantico.

Quando i soggetti con personalità borderline si sentono amati o vedono la possibilità di sentirsi amati si mostrano fragili, distaccati, diffidenti e appaiono persone bisognose di cure, attenzioni, ma quando si legano ad una persona che si mostra in grado di accoglierli emotivamente ed affettivamente (che sia un partner, un amico, un medico..) iniziano a temere l’abbandono, sia reale che immaginario e a comportarsi come se l’altro lo stesse abbandonando, ecco quindi che il loro umore cambia sensibilmente ed esplode la rabbia intensa e feroce. Insieme alla rabbia cambia in modo drastico e repentino anche la visione che il border ha di se stesso e degli altri ed ecco che il/la suo/a amante salvatore/salvatrice diviene immediatamente un bastardo e cinico traditore che vuole lasciarla/o.

Un border non conosce vie di mezzo, se si sente solo o teme l’abbandono, perde completamente la razionalità e diventa gravemente impulsivo, perde lucidità fino a credere che qualcosa che teme sia realmente accaduto (paranoie, deliri..).

I border riservano a coloro che li amano gli attacchi più crudeli, perchè paradossalmente più sono felici e si sentono amati, più hanno paura. Odiano in primis se stessi, per cui non possono accettare che qualcuno li ami e per questo se vivono una relazione stabile (raramente ci riescono) questa è perennemente messa a repentaglio dai loro continui attacchi al legame e dall’ossessività con cui si concentrano sul partner e sulle sue mancanze nei loro confronti. Chi li ama, deve superare costantemente delle prove e deve amarli così come sono, nel loro lato peggiore, deve dare continua prova di fiducia e per questo la relazione di coppia è costantemente minacciata dai loro attacchi distruttivi; il border vede l’amore come qualcosa di cui non ci si può fidare, ma nel contempo, se l’altro lo vuole lasciare, sfinito dalla sua distruttività, si accanisce ferocemente per non essere abbandonato. Per poter tenere il legame sotto costante accusa, i border si concentrano sui lati negativi del partner accusandolo costantemente di mancanze affettive oppure interpretano eventi e comportamenti in modo distorto, attribuendo agli altri intenzioni malevole e nel frattempo si mantegono sulla difensiva attaccando prima di essere attaccati, ferendo l’altro prima che l’altro ferisca te. I border non si fidano di nessuno, in primis di chi li ama e li accudisce. Sono sensibili, ad un livello estremo, sognano un amore idilliaco e simbiotico, ma se lo vivessero si sentirebbero soffocare e quindi sono in perenne conflitto tra essere fagocitati o scappare. Hanno un grande vuoto, una ferita inguaribile, ma quando si sentono amati si rendono conto paradossalmente di quanto questa voragine sia enorme, ricevere amore diviene per loro necessario, ma nello stesso tempo doloroso e per questo sono sempre in collera e pronti a ferire l’altro. L’amore che ricevono non è mai sufficiente, non si è mai fatto abbastanza per loro. C’è sempre bisogno di avere qualcuno o qualcosa in più; la loro fame è inesauribile, di persone, di emozioni, di vita, di cibo, di esperienze. La relazione con un border è una relazione intensa, emozionante, ma spesso distruttiva e pericolosa, che lascia l’altro partner svuotato, impotente di fronte ai continui attacchi del partner. I border minacciano costantemente il legame per distruggerlo, ma anche per metterlo “alla prova” e quando questo accade, la loro rabbia distruttiva si riversa sull’oggetto d’amore perduto, che nell’esatto momento in cui si libera, diviene la conferma delle sue paure. “Ho cercato l’abbandono e tu me l’hai dato, per questo io ti odio, non hai superato la prova d’amore più grande, non sei la “madre totalmente buona e infaticabile” di cui io avevo bisogno, non sei la persona che mi ha aiutato a riscattarmi delle ferite della vita, sebbene lo avevi promesso, sei un traditore, non sei restato nonostante tutto, ma io ho bisogno di te e devo riaverti, a costo di distruggere la mia vita e la tua“. (dal web)

17/05/2025
08/05/2023

❤️

23/03/2023

Sono sempre di più gli studi che sostengono la relazione tra infiammazione e depressione, ovvero che alcuni disturbi depressivi sarebbero...

28/02/2023

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