Studio medico dott.ssa maria letizia primo

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Alzheimer: i primi segni sono nel punto blu del cervelloAnni e anni prima che si manifesti,  il morbo di Alzheimer ha in...
05/04/2026

Alzheimer: i primi segni sono nel punto blu del cervello

Anni e anni prima che si manifesti, il morbo di Alzheimer ha inizio nel cosiddetto “locus coeruleus” nel cervello molto tempo prima della comparsa dei sintomi. Localizzato alla base del cervello, “locus coeruleus” è chiamato anche “punto blu” per la sua colorazione azzurrina ed ha un ruolo essenziale nel proteggere le funzioni cognitive in età avanzata. A rivelarlo è uno studio condotto all’Università della California del Sud e pubblicato sulla rivista Trends in Cognitive Science da cui emerge anche che il ”punto blu” potrebbe anche essere importante per mantenere la cosiddetta ”riserva cognitiva”, un bagaglio extra di risorse cognitive che può derivare da un alto livello di istruzione e dallo svolgere attività intellettualmente molto impegnative.

In questo piccolo nucleo, ha inizio la malattia di Alzheimer ben prima dell’esordio dei sintomi, in quanto è in questa sede che comincia ad accumularsi la proteina tossica “tau”, una delle due proteine implicate nella malattia, come emerso da studi del cervello post-mortem. Passando in rassegna tutta la letteratura scientifica disponibile in materia, è emerso un importante ruolo protettivo svolto dal locus coeruleus: il punto blu è importante in quanto centro di produzione della ‘noradrenalina’, un neurotrasmettitore con molte funzioni, tra cui anche quella di proteggere i neuroni da un eccessivo stato infiammatorio. Inoltre la noradrenalina è rilasciata quando siamo alle prese con attività mentalmente molto complesse. E’ quindi il punto blu svolgerebbe un ruolo chiave nel mantenimento nel tempo della riserva cognitiva, quel bagaglio di ”intelligenza” e istruzione superiore che è considerato un sistema tampone proprio contro il declino cognitivo legato all’età e la demenza.

The Locus Coeruleus: Essential for Maintaining Cognitive Function and the Aging Brain Volume 20, Issue 3p214-226March 2016 mara mather e coll

SCUOLA MICROBIOMA 2026Sezione asse intestino cervello in grande spolvero Ci vediamo il 13 giugno a Palazzo Barolo Ecco i...
03/04/2026

SCUOLA MICROBIOMA 2026
Sezione asse intestino cervello in grande spolvero Ci vediamo il 13 giugno a Palazzo Barolo
Ecco il programma

Obesità metabolica e declino cognitivo. L’obesità di mezza età è associata a declino cognitivo e demenza, ma il BMI da s...
03/04/2026

Obesità metabolica e declino cognitivo.

L’obesità di mezza età è associata a declino cognitivo e demenza, ma il BMI da solo non descrive il rischio reale. La disfunzione metabolica e l’adiposità addominale emergono come fattori chiave, richiedendo una valutazione clinica più completa.
L’obesità di mezza età rappresenta un fattore di rischio consolidato per declino cognitivo e demenza, ma evidenze recenti indicano che si tratti di una condizione eterogenea in cui l’indice di massa corporea (BMI) da solo può sovrastimare o sottostimare i rischi per la salute.La comunità scientifica ha introdotto il concetto di fenotipi metabolici dell’obesità, distinguendo individui con BMI simile in base al profilo metabolico. L’obesità metabolicamente sana (MHO) riguarda individui con un BMI elevato, ma senza le tipiche alterazioni metaboliche, e comporta un rischio inferiore di esiti avversi rispetto a chi ha un profilo metabolico non sano. Questi dati suggeriscono che la disfunzione metabolica, più che l’eccesso ponderale, possa essere il principale fattore associato al declino cognitivo. Gran parte delle ricerche sui fenotipi metabolici si è concentrata sugli esiti cardiovascolari, mentre gli studi sugli esiti cognitivi rimangono limitati. Inoltre, le definizioni tradizionali di MHO, basate sui criteri NCEP-ATP III, classificano come metabolicamente sani gli individui con al massimo un fattore di rischio metabolico.
Recentemente, sono state proposte definizioni più rigorose che richiedono BMI nell’intervallo dell’obesità, basso rapporto vita-fianchi (WHR) e assenza di ipertensione o diabete, associate a un rischio cardiovascolare più basso rispetto ai criteri convenzionali. Recentemente è stato dimostrato che, più che l’eccesso di peso, è la disfunzione metabolica a rappresentare un predittore significativo del declino cognitivo. Infatti, il WHR emerge come marcatore clinico più informativo del BMI, mentre la PCR non sembra mediare l’associazione, sottolineando la complessità dei meccanismi infiammatori e neurovascolari coinvolti. L’adozione di definizioni più rigorose di salute metabolica non ha modificato sostanzialmente le associazioni, ma rafforza la necessità di distinguere tra obesità metabolicamente sana e non sana nella pratica clinica. In questo contesto di crescente complessità nella definizione e valutazione dell’obesità, particolare rilevanza assumono anche le recenti raccomandazioni delle società scientifiche per le fasce di età più avanzate. La dichiarazione di posizione dell'Associazione Europea per lo Studio dell'Obesità (EASO) aggiorna le linee guida del 2012, offrendo una panoramica completa sull'epidemiologia, la fisiopatologia, le implicazioni cliniche e la gestione dell'obesità negli adulti di età ≥65 anni. In particolare, vengono delineati quattro concetti chiave: (1) l'obesità riguarda fino a un terzo della popolazione anziana globale, con variazioni in base a sesso e area geografica; (2) l'invecchiamento determina modificazioni nella composizione corporea, nell'ambiente ormonale e in fattori legati allo stile di vita, predisponendo all'accumulo di grasso e all'obesità sarcopenica; (3) l'indice di massa corporea da solo non è sufficiente per la valutazione: è necessaria un'analisi della composizione corporea, dello stato psicologico e della prestazione funzionale; (4) è raccomandato un approccio multimodale, comprendente una moderata restrizione calorica con un adeguato apporto proteico, esercizio fisico strutturato, supporto comportamentale e, quando indicato, farmaci o chirurgia bariatrica. Nel complesso, l’obesità emerge come una condizione eterogenea in cui il declino cognitivo è maggiormente associato alla disfunzione metabolica e all’adiposità addominale piuttosto che al BMI. I dati scientifici e le raccomandazioni EASO convergono nel sottolineare i limiti del BMI come unico parametro valutativo e la necessità di un approccio multidimensionale e personalizzato, soprattutto negli anziani, orientato alla preservazione della funzionalità e della qualità della vita.

Bibliografia

Singh V, Sun J, Cheng S, Kwan AC, Velazquez A. Obesity as a Chronic Disease: A Narrative Review of Evolving Definitions, Management Strategies, and Cardiometabolic Prioritization. Adv Ther. 2025 Nov;42(11):5341-5364.

Di Vincenzo O, Minnetti M, Baker JL, Barazzoni R, Boyland E, Busetto L, Ciudin A, Dicker D, Fabryova L, Helgason T, McGowan B, Migliaccio S, Poggiogalle E, Sbraccia P, Svendsen M, Woodward E, Yumuk V, Donini LM. European Association for the Study of Obesity Position Statement on the Diagnosis and Management of Obesity in Older Adults. Obes Facts. 2025 Nov 27:1-16.

Mandorle e cuore: una metanalisi internazionale rivela un nuovo meccanismo protettivo sul metabolismo lipidicoLe mandorl...
31/03/2026

Mandorle e cuore: una metanalisi internazionale rivela un nuovo meccanismo protettivo sul metabolismo lipidico

Le mandorle rappresentano una fonte di nutrienti utili per il metabolismo cardiometabolico: una porzione di circa 30 grammi fornisce proteine vegetali, fibre alimentari e grassi insaturi, oltre a micronutrienti come vitamina E, magnesio e manganese. Una revisione di 36 studi clinici evidenzia che il consumo abituale di mandorle migliora diversi indicatori cardiovascolari e, per la prima volta, riduce il rapporto tra ApoB e ApoA, due proteine chiave nel trasporto del colesterolo. L’analisi ha evidenziato che l’introduzione abituale di mandorle nella dieta è associata a diversi miglioramenti metabolici. In particolare, è stata osservata una riduzione significativa del colesterolo totale e del colesterolo LDL, spesso definito “cattivo” perché coinvolto nei processi di aterosclerosi.Parallelamente è stata registrata una diminuzione del colesterolo non HDL e una riduzione, seppur moderata, dei trigliceridi. L’assunzione di mandorle sembra inoltre favorire un equilibrio più favorevole tra LDL e HDL, contribuendo a migliorare il profilo complessivo dei lipidi circolanti. Secondo i ricercatori, uno dei risultati più rilevanti riguarda il calo dei livelli di apolipoproteina B (ApoB), una proteina associata al trasporto del colesterolo verso le pareti arteriose e considerata un indicatore importante di rischio cardiovascolare. Il rapporto ApoB/ApoA è considerato un indicatore sensibile del rischio cardiovascolare: valori elevati suggeriscono una maggiore probabilità di sviluppare patologie cardiache. Lo studio ha evidenziato che il consumo di mandorle riduce significativamente questo rapporto, indicando un equilibrio più favorevole tra i due sistemi di trasporto lipidico.
Questi risultati rafforzano il possibile ruolo della frutta secca nella prevenzione cardiovascolare e nel mantenimento di un equilibrio lipidico favorevole. Mi raccomando però che sia biologica e nazionale : il rischio di inquinamento da aflatossine nei prodotti non certificati è molto alto

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29/03/2026

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27/03/2026

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25/03/2026

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Mirtilli selvatici e salute cardiometabolicaI mirtilli selvatici (Vaccinium angustifolium Ait) non sono solo un piacere ...
16/03/2026

Mirtilli selvatici e salute cardiometabolica
I mirtilli selvatici (Vaccinium angustifolium Ait) non sono solo un piacere per il palato: questi piccoli frutti ricchi di polifenoli, in particolare le antocianine, e flavonoidi hanno effetti positivi su diverse funzioni dell’organismo. Dalla salute cardiometabolica al microbioma intestinale, fino alle capacità cognitive, il loro consumo può sostenere l’equilibrio complessivo del corpo. La revisione ha analizzato 12 studi clinici condotti in quattro Paesi, oltre a numerose ricerche sperimentali e meccanicistiche. I risultati più solidi riguardano la funzione vascolare: i mirtilli selvatici migliorano la capacità dei vasi sanguigni di dilatarsi e rispondere agli stimoli, con effetti osservabili già poche ore dopo una singola porzione o dopo settimane di consumo regolare.
Un aspetto della revisione riguarda il microbioma intestinale. Le fibre e i polifenoli dei mirtilli raggiungono il colon, dove i batteri li trasformano in metaboliti bioattivi che contribuiscono agli effetti osservati sul metabolismo e sulla circolazione. In uno studio clinico di sei settimane, il consumo quotidiano di mirtilli selvatici ha aumentato la presenza di batteri benefici come i Bifidobacterium, evidenziando come fino al 40% dei composti attivi nel sangue possano derivare dall’interazione tra questi frutti e il microbioma. Tramite SCFA e citochine antiinfiammatorie
La revisione segnala anche miglioramenti cognitivi negli anziani, in particolare nella memoria e nella velocità di pensiero, probabilmente legati a una migliore circolazione e stato metabolico generale. I mirtilli selvatici agiscono su più vie biologiche contemporaneamente: dai segnali dell’ossido nitrico alla riduzione dell’infiammazione e dello stress ossidativo, fino alle interazioni tra dieta e microbioma. Gli autori suggeriscono un consumo quotidiano di circa una tazza di mirtilli, anche surgelati, come parte di una dieta equilibrata.
Nonostante gli effetti positivi osservati, i benefici dei mirtilli selvatici possono variare da persona a persona. Sono quindi necessari ulteriori studi per identificare dosi ottimali, soggetti maggiormente responsivi e biomarcatori completi della salute cardiometabolica

Wild blueberries and cardiometabolic health: a current review of the evidence Sarah A Johnson e coll https://doi.org/10.1080/10408398.2025.2610406

Blueberry Supplementation in Neuronal Health and Protective Technologies for Efficient Delivery of Blueberry Anthocyanins.Tran PHL, Tran TTD.Biomolecules. 2021 Jan 14;11(1):102. doi: 10.3390/biom11010102.

OGGI PARLIAMO DI UN SUPERFOOD: LA CHUFALa Chufa è un tubero, di colore marrone, la cui pianta è molto diffusa in Valenci...
15/03/2026

OGGI PARLIAMO DI UN SUPERFOOD: LA CHUFA

La Chufa è un tubero, di colore marrone, la cui pianta è molto diffusa in Valencia (Spagna). Il suo nome latino è Cyperus esculentused è anche conosciuta come babbagigi, zigolo dolce o mandorla di terra. L’ingrediente base che si ricava dai tuberi di Chufa è una particolare farina il cui sapore è molto gradevole, dolciastro, simile alla nocciola.
Molte le attività benefiche
Prevenzione dell’arteriosclerosi
Abbassamento del livello di colesterolo LDL ed aumento di quello del HDL
Abbassamento dei trigliceridi
Apporto di minerali importanti come potassio, magnesio, calcio, ferro e fosforo;
Apporto di energia facilmente assimilabile
Regolazione delle funzioni intestinali
Proprietà digestive e stimolanti delle difese immunitarie grazie al contenuto in amidi ed amminoacidi
Apporto di vitamine quali vitamina E e C
Facilità la digestione grazie al suo contenuto di amidi ed enzimi
Favorisce il senso di sazietà e coadiuva nei casi di diete dimagranti grazie all’elevata presenza di fibre (le fibre si gonfiano e garantiscono la sensazione di sazietà duratura).
La Chufa, inoltre, presenta un basso contenuto di sodio e non contiene né lattosio né glutine. Grazie a tutte queste svariate proprietà, la Chufa è stata definita dagli esperti di alimentazione alimento completo dal punto di vista nutrizionale, in quanto è in grado di apportare all’organismo tutti i macro e micronutrienti importanti per il tuo benessere.

FIBERMAXXING Consumare la giusta quantità di fibre ogni giorno può sostenere il microbiota, regolare glicemia e colester...
12/03/2026

FIBERMAXXING Consumare la giusta quantità di fibre ogni giorno può sostenere il microbiota, regolare glicemia e colesterolo e ridurre il rischio di obesità e diabete.

Negli ultimi anni la salute dell’intestino è diventata uno dei temi centrali della ricerca nutrizionale. Sempre più studi mostrano che un semplice cambiamento nella dieta può produrre effetti profondi sull’organismo: aumentare l’assunzione di fibre. Queste sostanze vegetali non digeribili svolgono un ruolo fondamentale nel funzionamento dell’apparato digerente, aiutano a nutrire i microbi benefici dell’intestino e contribuiscono a mantenere stabile il metabolismo.Una dieta ricca di fibre favorisce la regolarità intestinale e può incidere positivamente su glicemia, colesterolo e controllo del peso. In altre parole, migliorare l’apporto di fibre quotidiane potrebbe essere uno dei modi più semplici.
La crescente attenzione verso le fibre ha dato origine a una tendenza nutrizionale soprannominata “fibermaxxing”. che indica la scelta di raggiungere ogni giorno la quantità raccomandata di fibre in base al fabbisogno energetico o al peso corporeo. Molte persone stanno iniziando a capire che vivere più a lungo non significa necessariamente vivere meglio. Esiste infatti un divario di diversi anni tra l’aspettativa di vita e il periodo realmente trascorso in buona salute. Strategie alimentari semplici, come aumentare l’assunzione di fibre, possono contribuire a ridurre questo scarto favorendo un metabolismo più equilibrato e una migliore salute intestinale nel corso della vita. Inoltre una dieta povera di fibre è stata associata a obesità e diabete.

Fibre solubili e insolubili: due funzioni complementari .Le fibre alimentari si dividono principalmente in due categorie: solubili e insolubili. Le prime si sciolgono in acqua formando una sostanza gelatinosa che rallenta la digestione e aiuta a stabilizzare i livelli di glucosio nel sangue. Inoltre possono contribuire a ridurre l’assorbimento del colesterolo. Le fibre insolubili, invece, non vengono digerite e aumentano il volume delle feci, facilitando il transito intestinale. Entrambe sono indispensabili per sostenere il microbiota e mantenere efficiente l’intero sistema digestivo nel lungo periodo della vita quotidiana.

Per gli adulti le linee guida nutrizionali suggeriscono generalmente un consumo quotidiano compreso tra circa 22 e 34 grammi di fibre, quantità che varia in base all’età e al sesso. Un criterio semplice consiste nel puntare a circa 14 grammi di fibre ogni 1.000 calorie assunte. Ciò significa che una dieta da duemila calorie dovrebbe includere più o meno 28 grammi di fibre. Le fonti migliori sono frutta, verdura, legumi, cereali integrali, semi e frutta secca.

Molti nutrizionisti consigliano anche di mantenere un equilibrio tra fibre solubili e insolubili, con una leggera prevalenza di queste ultime per favorire la regolarità intestinale. Integrare gradualmente questi alimenti nella dieta quotidiana permette di migliorare la digestione e sostenere il microbiota intestinale senza creare disturbi improvvisi all’apparato digerente e riducendo il rischio di stitichezza o gonfiore addominale nel tempo e migliorando il benessere generale.

Adottare una dieta ricca di fibre non richiede cambiamenti radicali. Colazioni con avena, frutta fresca o pane integrale possono aumentare rapidamente l’apporto quotidiano. Anche legumi come lenticchie e fagioli rappresentano un modo semplice per raggiungere gli obiettivi nutrizionali. Quando l’alimentazione non basta, alcuni ricorrono agli integratori di fibre in polvere o capsule. In genere a base di Inulina e GOS o semi di psillio Gli esperti raccomandano però di aumentare le quantità gradualmente e di bere abbastanza acqua, almeno 30 ml per kg di peso al giorno perché un incremento troppo rapido può provocare gonfiore intestinale o alterazioni del transito.

Malattie infiammatorie intestinali: nuove prospettive dalla ricerca sul microbiota. Un confronto istituzionale per raffo...
07/03/2026

Malattie infiammatorie intestinali: nuove prospettive dalla ricerca sul microbiota. Un confronto istituzionale per rafforzare diagnosi e cure

Le malattie infiammatorie croniche intestinali (MICI), che comprendono principalmente colite ulcerosa e malattia di Crohn, rappresentano patologie immuno-mediate caratterizzate da un’infiammazione persistente del tratto gastrointestinale e da un impatto significativo sulla qualità di vita dei pazienti. Negli ultimi anni l’attenzione della ricerca si è concentrata sempre più sul ruolo del microbiota intestinale e sulla possibilità di sviluppare approcci terapeutici innovativi basati sulla modulazione dell’ecosistema microbico. Le terapie oggi disponibili – tra cui aminosalicilati, corticosteroidi, immunosoppressori e farmaci biologici – sono finalizzate principalmente al controllo dell’infiammazione e al mantenimento della remissione clinica, ma non risultano risolutive e possono essere associate a risposta variabile o effetti indesiderati. Per questo motivo la comunità scientifica sta esplorando nuovi bersagli terapeutici, con particolare attenzione alle interazioni tra sistema immunitario e microbiota intestinale. Tra i microrganismi più studiati emerge Akkermansia muciniphila, batterio commensale coinvolto nel mantenimento dell’integrità della barriera mucosale e nella regolazione della risposta immunitaria. Evidenze sperimentali suggeriscono che una ridotta presenza di questa specie possa contribuire allo sviluppo di disbiosi e alla progressione dell’infiammazione intestinale. Studi preclinici indicano inoltre che la sua integrazione o la modulazione della sua attività metabolica potrebbe migliorare la funzione della barriera intestinale e ridurre la produzione di citochine pro-infiammatorie, contribuendo al controllo dei processi infiammatori tipici delle MICI. In particolare, alcuni lavori hanno dimostrato che metaboliti prodotti da questo batterio ,i cosiddetti post biotici , favoriscono la differenziazione di cellule T regolatorie (T Reg) che producono citochine antiinfiammatorie come IL 10 limitando la risposta immunitaria pro-infiammatoria, oltre a rafforzare la struttura della mucosa intestinale attraverso il potenziamento dello strato di muco e delle giunzioni cellulari. Queste osservazioni aprono la strada allo sviluppo di strategie terapeutiche basate sulla modulazione mirata del microbiota, attraverso probiotici, interventi nutrizionali o molecole di origine microbica.

Front. Microbiol., 22 September 2017 Sec. Food Microbiology Volume 8 - 2017 | https://doi.org/10.3389/fmicb.2017.01765
Next-Generation Beneficial Microbes: The Case of Akkermansia muciniphila Patrice D. Cani Willem M. de Vos

Botulismo: le neurotossine botuliniche possono favorire infezioni intestinaliDosi molto basse di tossina botulinica, ins...
06/03/2026

Botulismo: le neurotossine botuliniche possono favorire infezioni intestinali

Dosi molto basse di tossina botulinica, insufficienti a causare il botulismo, possono però interferire con i meccanismi di difesa dell’intestino. Il botulismo è una malattia rara ma potenzialmente letale, causata da tossine prodotte da batteri del genere Clostridium, che bloccano il rilascio dei neurotrasmettitori e provocano paralisi muscolare. Queste tossine sono tra le sostanze biologiche più potenti conosciute e agiscono bloccando il rilascio dei neurotrasmettitori a livello delle terminazioni nervose, provocando una paralisi flaccida che nei casi più gravi può richiedere il ricovero in terapia intensiva. Per la loro estrema tossicità le tossine botuliniche sono incluse nelle liste degli agenti a potenziale uso bioterroristico.
Lo studio dimostra che, nel corso di un’intossicazione alimentare, le tossine botuliniche sono in grado di entrare nei neuroni del sistema nervoso enterico, costituito prevalentemente da neuroni colinergici, e di agire direttamente al loro interno bloccando il rilascio di acetilcolina e quindi alterando funzioni fondamentali per la difesa della mucosa intestinale L’inibizione dei neuroni colinergici enterici determina un’alterazione della peristalsi intestinale e riduce il rilascio di muco protettivo favorendo così le infezioni da batteri patogeni quali Salmonella e Shigella. Il gruppo da «bassa tossina» è generalmente considerato clinicamente irrilevante.: è stato invece dimostrato che dosi bassissime di tossina botulinica ingerita con cibi contaminati possano favorire infezioni intestinali dovute a batteri patogeni presenti nell'intestino in quantità così basse, da non provocare normalmente alcuna malattia. Questo risultato evidenzia l’importanza di monitorare attentamente i pazienti con botulismo dopo la dimissione dalla terapia intensiva, così come coloro che hanno ingerito dosi molto basse di tossina, insufficienti a causare botulismo, valutando l’adozione di opportune terapie antibiotiche per prevenire l'insorgenza di infezioni intestinali causate da batteri intestinali patogeni od opportunisti L’alterazione della peristalsi fornisce inoltre una spiegazione meccanicistica a un sintomo clinico frequentemente osservato (ma poco considerato) nei pazienti con intossicazione botulinica: la costipazione. Questo disturbo, spesso presente già nelle fasi iniziali prima della comparsa della paralisi sistemica, alla luce di questo studio può ora essere interpretato come conseguenza diretta dell’azione della tossina sul sistema nervoso enterico (i neuroni presenti nelle pareti del tratto gastrointestinale, noti per costituire il nostro “secondo cervello”) e sul blocco della trasmissione colinergica intestinale. Questi risultati portano anche a una revisione importante del modello tradizionale della patogenesi del botulismo.Finora infatti l’intestino era considerato principalmente come una porta d’ingresso della tossina nel circolo sanguigno, necessaria a raggiungere il sistema nervoso periferico. Lo studio dimostra invece che l’intestino, e in particolare il sistema nervoso enterico (SNE) , rappresenta il primo sito d’azione funzionale della tossina. L’effetto locale sul SNE precede e contribuisce a determinare alterazioni fisiologiche significative, modificando la suscettibilità alle infezioni.

MICROBIOLOGY Enteric botulinum neurotoxins facilitate infection by Salmonella and Shigella Federico Fabris Paola Brun , Aram Megighian , Giulia Bernabè Ignazio Castagliuolo, Ilenia Drigo https://orcid.org/0000-0002-2373-1549, Luca Bano, Florigio Lista, Maria Lina Bernardini , , and Ornella Rossetto
Science Advances 25 Feb 2026 Vol 12, Issue 9

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