Carlo Rosso Psichiatra

Carlo Rosso Psichiatra Medico, specialista in psichiatria, psicoterapeuta, sessuologo.

Da anni studia e cura le problematiche legate all'umore, all'ansia, al panico, al desiderio e agli esiti del’ADHD nell’adulto.

17/02/2026

La nevrosi è una prigione senza sbarre: non trattiene il corpo, ma costringe il desiderio a girare in tondo, sempre nello stesso punto. Il soggetto è libero nei movimenti, ma resta vincolato a modalità ripetitive di sentire, amare e difendersi dalla mancanza.

10/02/2026

C’è una giovane donna, in terapia, che fatica profondamente a chiedere. Non a chiedere «in generale», ma a chiedere agli uomini della sua vita: al padre, prima di tutto, e poi al compagno. Il punto non è l’orgoglio, né la timidezza. È qualcosa di più sottile e più radicale: per lei, ciò che viene chiesto perde il suo valore simbolico. Se deve essere domandato, allora non è più un dono. E se non è un dono, non è amore.

In questa logica, l’altro dovrebbe sapere. Dovrebbe vedere. Dovrebbe dare spontaneamente ciò che, magari, è stato anche concordato, promesso, condiviso. Ma se non arriva da sé, allora diventa intollerabile provare a richiederlo.

Qui si gioca una questione centrale, ben descritta dalla psicoanalisi lacaniana: la confusione tra il bisogno, la domanda e il desiderio. Quando parliamo di relazioni affettive, tendiamo spesso a usare parole come bisogno, richiesta, desiderio come se fossero sinonimi. In realtà indicano livelli molto diversi dell’esperienza.

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https://www.carlorosso.com/quando-chiedere-toglie-valore-allamore/

La nevrosi ha una singolare relazione con il tempo. Non invecchia, non matura, non impara davvero dall’esperienza. Si ri...
03/02/2026

La nevrosi ha una singolare relazione con il tempo. Non invecchia, non matura, non impara davvero dall’esperienza. Si ripresenta, con sorprendente fedeltà a se stessa, lungo l’arco dell’intera vita.

Il soggetto a struttura nevrotica – sia esso di tipo ossessivo o isterico – vive all’interno di una gabbia soggettiva molto particolare: una costruzione difensiva complessa, raffinata, spesso socialmente adattata, ma rigidamente organizzata attorno a un punto centrale che resta invariato nel tempo. Questo punto è la mancanza. Il nevrotico è tale non perché ignori la mancanza, ma perché vi è incollato. E, soprattutto, perché non possiede le chiavi della propria gabbia: non può uscirne, non può davvero attraversarla, non può trasformarla in sapere. Può solo abitarla e ripeterla. In una lettura lacaniana, la nevrosi non è un insieme di sintomi, ma una posizione soggettiva rispetto alla mancanza e al desiderio dell’Altro. L’isterico e l’ossessivo condividono lo stesso problema strutturale, ma lo affrontano con strategie opposte.

Il soggetto isterico si difende dalla propria mancanza facendosi mancanza per l’Altro. Non cerca tanto di colmare il vuoto, quanto di sostenerlo. Il suo movimento fondamentale è:«Io sono ciò che ti manca». L’isterico mantiene il desiderio dell’Altro in uno stato di perenne insoddisfazione. Seduce,
interroga, provoca, si offre e si sottrae. Non vuole tanto essere amato, quanto essere desiderato. E, soprattutto, desiderato come enigmatico, come irrisolto. In questo modo evita il confronto con la propria mancanza strutturale: finché l’Altro desidera, finché l’Altro manca, il soggetto isterico può non sapere che cosa vuole davvero. La sua giovinezza sta qui: nel riproporre all’infinito la stessa scena, la stessa domanda, lo stesso copione relazionale, anche a sessant’anni, anche dopo molte relazioni, anche dopo molte delusioni. L’esperienza non insegna nulla, perché non viene simbolizzata: viene solo riattivata.

Il soggetto ossessivo, al contrario, tenta di difendersi dalla mancanza congelandola. La sua strategia è il controllo, il rinvio, la sospensione. L’ossessivo dice, in modo implicito:«Desidererò quando tutto sarà sotto controllo». Ma quel momento non arriva mai. Attraverso il pensiero, il rituale, la previsione, l’iper-responsabilità, l’ossessivo tenta di annullare l’imprevedibilità del desiderio. La mancanza viene così tenuta a distanza, neutralizzata, sterilizzata. Il desiderio è sempre «per dopo». Anche qui la giovinezza è evidente: il soggetto ossessivo ripete per tutta la vita la stessa posizione di attesa, la stessa paralisi, la stessa illusione che un giorno – finalmente – sarà pronto. Ma il tempo passa, il corpo invecchia, le occasioni sfumano, mentre la struttura resta identica.

Il nevrotico è sempre giovane perché non attraversa mai davvero l’esperienza. La vive, la soffre, la racconta, ma non la lascia incidere sulla propria posizione soggettiva. Gli incontri, le perdite, gli amori, i fallimenti non modificano la struttura: vengono assorbiti, reinterpretati, piegati al servizio della difesa fondamentale. La vita accade, ma non scalfisce la gabbia. Il nevrotico non ripete perché non capisce, ma perché non può fare altrimenti. Ripete perché quella ripetizione è la sua forma di protezione dalla mancanza. In questo senso, la nevrosi è giovane come lo è un copione che non cambia mai: stessa scena, stessi ruoli, stessi equivoci, anche quando gli attori hanno rughe, stanchezza e memoria. La vera maturazione soggettiva non coincide con l’età anagrafica, ma con la possibilità di assumere la mancanza, invece di difendersene. Finché ciò non accade, il soggetto resta prigioniero della propria giovinezza nevrotica: eternamente esposto al desiderio, eternamente incapace di abitarlo fino in fondo.

02/02/2026

La poesia va e viene, vive e muore quando vuole lei, non quando vogliamo noi, e non ha discendenti. Mi dispiace ma è così. Un po come la vita, soprattutto come l’amore.

(Goffredo Parise)

19/01/2026

Ogni relazione attraversa momenti in cui i desideri non coincidono perfettamente, ma ci sono situazioni in cui la divergenza diventa strutturale: uno vuole restare, l’altro vuole andare via. Non è un semplice conflitto: è la rottura dell’equilibrio del desiderio reciproco, il punto in cui la coppia non condivide più lo stesso orizzonte. La relazione entra in una zona di crisi in cui prevalgono: smarrimento e incredulità in chi viene lasciato; senso di colpa o fuga in chi vuole separarsi; tentativi di delega al terapeuta perché «metta ordine». La tentazione è quella di «convincere», «spiegare», «tradurre» la volontà del partner che vuole uscire dalla relazione. Ma questa strada crea solo malintesi, collusioni e ulteriori ferite.

Il terapeuta in questi casi non è chiamato a decretare la fine della relazione né a impedirla. Il suo compito è un altro: rendere possibile la parola, restituire al soggetto la responsabilità del proprio dire e all’altro la possibilità di ascoltare e di elaborare ciò che viene detto. Il partner che vuole separarsi deve poterlo dire in prima persona. Il partner che non accetta deve poter attraversare il dolore, senza che la verità gli venga imposta come un verdetto.

La terapia, in questi casi, non decide se la coppia si separerà o si ricomporrà. La sua funzione è diversa: evitare che la fine — se fine sarà — avvenga nel silenzio, nell’agito, nella violenza emotiva o nella confusione.

Nei percorsi clinici dedicati agli adolescenti in grave difficoltà, capita spesso di incontrare famiglie devastate non s...
13/01/2026

Nei percorsi clinici dedicati agli adolescenti in grave difficoltà, capita spesso di incontrare famiglie devastate non solo dai comportamenti del figlio, ma da un elemento più doloroso e più difficile da comprendere: il disprezzo. Uno sguardo di sfida, un sorriso ironico mentre il genitore è in lacrime, una battuta umiliante davanti a un medico o a un insegnante: sono scene che producono lacerazioni profonde e che i genitori faticano a elaborare. «Perché ci tratta così? Che cosa abbiamo fatto?» è la domanda che più spesso si affaccia. Eppure, sul piano clinico, proprio in quelle manifestazioni di disprezzo si gioca uno dei nodi relazionali più importanti: la modalità di legame sadico-oppositiva. Un punto cieco della sofferenza adolescenziale che, se compreso, può diventare occasione di trasformazione.

Per comprendere il funzionamento di questi ragazzi è necessario partire da un dato semplice: non esiste odio senza legame. Non esiste disprezzo senza un Altro da cui, in qualche modo, ci si sente dipendenti. L’adolescente oppositivo vive una condizione interna paradossale: dipende affettivamente e materialmente dai genitori, ma vivere questa dipendenza lo espone alla vergogna e la vergogna, per un soggetto fragile, è insopportabile. Il disprezzo diventa allora un meccanismo di sopravvivenza narcisistica: umiliare l’altro per non sentire la propria vulnerabilità. Non si tratta di mancanza di affetto, ma di un tentativo disperato di non essere sopraffatti dalla sensazione di fragilità.

È un modo disfunzionale di creare distanza, mantenere l’illusione di potere, evitare ogni confronto emotivo, proteggersi dalla paura primaria di essere «in mano» agli adulti.

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Si afferma spesso che il poliamore, quando vissuto in modo etico, consensuale e trasparente, rappresenti una forma evolu...
05/01/2026

Si afferma spesso che il poliamore, quando vissuto in modo etico, consensuale e trasparente, rappresenti una forma evoluta di relazionalità: un modello fondato sulla comunicazione, sul rispetto reciproco e sulla gestione matura della gelosia. In questa prospettiva, la presenza di più legami non sarebbe una fuga, ma un ampliamento della capacità di amare. Tuttavia, in una lettura clinica più profonda, anche le forme più «alte» e apparentemente mature di poliamore sembrano condividere una struttura di fondo che merita di essere interrogata: la tendenza a neutralizzare la mancanza, cioè il vuoto costitutivo che caratterizza il legame amoroso...

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Una delle intuizioni più profonde della tradizione filosofica e psicoanalitica è che l’amore nasce dalla mancanza. Non è un’illusione romantica né una debolezza: è la struttura stessa del desiderio a mostrarci che l’amore non è ciò che colma un vuoto, ma ciò che consente al soggetto di...

24/12/2025

Il Natale è il tempo della gioia, della famiglia, della riconciliazione. Proprio per questo, per alcune persone, è uno dei giorni più difficili dell’anno.

Il Natale è un significante carico, che convoca affetti primari, memorie infantili, legami originari. È un tempo che chiede di “sentire”, di appartenere, di riconoscersi in una trama affettiva condivisa. E non tutti possono rispondere a questa chiamata senza dolore.

Il Natale riattiva il tema della famiglia ideale: quella che accoglie, protegge, riconosce. Quando l’esperienza reale è stata segnata da assenze, conflitti, rifiuti, trascuratezze o violenze più o meno simboliche, il contrasto tra ideale e reale diventa insopportabile. Non si soffre solo per ciò che è mancato, ma per ciò che si vede celebrato negli altri come se fosse universale.

Per molti soggetti il Natale funziona come uno specchio crudele: riflette ciò che non si è avuto e ciò che non si avrà. Lì dove il discorso sociale impone la gioia, il soggetto sperimenta invece una forma di colpa secondaria: “se non sono felice, c’è qualcosa che non va in me”. È una sofferenza doppia, perché al dolore si aggiunge il senso di inadeguatezza.

Il Natale interrompe le difese quotidiane. La routine si sospende, il tempo rallenta, il silenzio aumenta. Per alcuni soggetti questo spazio non è rassicurante, ma angoscioso, perché lascia emergere ciò che durante l’anno viene tenuto a bada: il lutto non elaborato, la frattura con i genitori, la ferita narcisistica dell’essere stati poco amati o amati male.

C’è poi un aspetto più sottile: il Natale chiede una regressione affettiva. Chiede di tornare bambini, almeno simbolicamente. Ma non tutti possono permetterselo. Per chi ha dovuto crescere troppo in fretta, per chi ha imparato presto che non c’era nessuno a cui affidarsi, la regressione non è un piacere, ma un rischio.

Non amare il Natale, dunque, non è una patologia. Spesso è una forma di fedeltà alla propria storia. Un modo silenzioso di non tradire ciò che è stato vissuto davvero, contro una narrazione collettiva che pretende di uniformare gli affetti.

Forse il punto non è “imparare ad amare il Natale”, ma autorizzarsi a viverlo per quello che è, senza obbligo di felicità. Accettare che per alcuni sia un giorno come altri, o un giorno più faticoso di altri. E riconoscere che anche questa è una forma di verità psichica.

23/12/2025

Una delle intuizioni più profonde della tradizione filosofica e psicoanalitica è che l’amore nasce dalla mancanza. Non è un’illusione romantica né una debolezza: è la struttura stessa del desiderio a mostrarci che l’amore non è ciò che colma un vuoto, ma ciò che consente al soggetto di abitare quel vuoto e di trasformarlo in legame. L’amore non nasce dalla pienezza, ma dal limite. È il movimento con cui il soggetto, invece di nascondere la propria fragilità, la consegna simbolicamente a qualcuno. Non cerchiamo chi ci completa, ma chi rende dicibile la nostra incompletezza. In questo senso, amare significa: dare forma alla mancanza, offrirle un nome, rendere la solitudine abitabile, fare del limite un punto d’incontro anziché un abisso. Quando diciamo «ti amo», non chiediamo all’altro di riempire un vuoto: lo collochiamo in un luogo di senso, nella funzione di oggetto del desiderio, cioè di ciò che rende visibile la nostra apertura, la nostra ferita, la nostra promessa di compimento. L’altro non ci completa: ci rivela.

10/12/2025

Nel lavoro clinico con le coppie capita talvolta di entrare in contatto con situazioni particolarmente delicate. Per esempio quando un partner ha già deciso di lasciare la relazione, mentre l’altro non riesce ad accettare l’idea della separazione. Due desideri opposti, due verità inconciliabili, che arrivano nella stanza del terapeuta con una carica emotiva altissima.

In questi casi spesso uno dei partner — quello che vuole andarsene — cerca l’aiuto del terapeuta per «far capire» all’altro che la relazione è finita. È una richiesta umanamente comprensibile: la rottura è un atto difficile da sostenere da soli. Ma, sul piano clinico ed etico, il terapeuta non può diventare il portavoce di uno dei due, né tantomeno il garante di una verità che non gli appartiene. La terapia di coppia non si costruisce sull’alleanza con uno dei partner, ma sull’alleanza con lo spazio relazionale, con il luogo terzo in cui la coppia può osservarsi e ascoltarsi.

Il compito del terapeuta è di rendere possibile la parola, restituire al soggetto la responsabilità del proprio dire, e all’altro la possibilità di ascoltare e di elaborare ciò che viene detto. La terapia diventa allora un luogo in cui guardare in faccia l’asimmetria, nominarla, tollerarla, e — quando possibile — trasformarla in un passaggio evolutivo.

Quando si parla di abuso relazionale, lo sguardo è quasi sempre rivolto a chi esercita violenza, controllo o manipolazio...
18/11/2025

Quando si parla di abuso relazionale, lo sguardo è quasi sempre rivolto a chi esercita violenza, controllo o manipolazione. Ma nelle pieghe più profonde di molte storie di abuso esiste un secondo volto, meno visibile e meno intuitivo: quello della personalità dipendente, che non riesce a separarsi dal partner anche quando il legame è chiaramente distruttivo. Questo non significa – ed è essenziale ribadirlo – che la vittima sia «responsabile» dell’abuso. Tuttavia, comprendere che cosa accade nella mente di chi non riesce a interrompere una relazione abusante è fondamentale per avvicinarsi al fenomeno senza giudizio e con maggiore consapevolezza clinica...

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Quando si parla di abuso relazionale, lo sguardo è quasi sempre rivolto a chi esercita violenza, controllo o manipolazione. Ma nelle pieghe più profonde di molte storie di abuso esiste un secondo volto, meno visibile e meno intuitivo: quello della personalità dipendente, che non riesce a separars...

04/11/2025

🌍 SISPSe al 50° Congresso Nazionale SIP – Bari 2025

📅 Venerdì 7 novembre | ore 9.00 – 10.30
📍 Sala Berlino – Fiera del Levante

🧩 Sessualità e Neurodivergenza: evidenze cliniche e prospettive terapeutiche
Un simposio promosso dalla Società Italiana di Psicopatologia Sessuale (SISPSe),sezione speciale della SIP, per esplorare i legami tra autismo, ADHD, sessualità e comportamenti a rischio.

🎙 Con i contributi di:
Roberto Keller – Autismo e sessualità
Stefano Sanzovo Stefano Sanzovo– ADHD e sessualità
Veronica Tatti Carlo Rosso Psichiatra – ADHD e comportamenti a rischio
Antonella Contarino Studio Cerchio 4– La valutazione dell’ADHD negli autori di reato violento e sessuale

🔹 Modera: Carlo Rosso e Enrico Zanalda
🔹 Evento nell’ambito di “Psichiatria Agenda 2030 – Complessità, cambiamento, sostenibilità”

Indirizzo

C. So Galileo Ferraris 109
Turin

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