03/02/2026
La nevrosi ha una singolare relazione con il tempo. Non invecchia, non matura, non impara davvero dall’esperienza. Si ripresenta, con sorprendente fedeltà a se stessa, lungo l’arco dell’intera vita.
Il soggetto a struttura nevrotica – sia esso di tipo ossessivo o isterico – vive all’interno di una gabbia soggettiva molto particolare: una costruzione difensiva complessa, raffinata, spesso socialmente adattata, ma rigidamente organizzata attorno a un punto centrale che resta invariato nel tempo. Questo punto è la mancanza. Il nevrotico è tale non perché ignori la mancanza, ma perché vi è incollato. E, soprattutto, perché non possiede le chiavi della propria gabbia: non può uscirne, non può davvero attraversarla, non può trasformarla in sapere. Può solo abitarla e ripeterla. In una lettura lacaniana, la nevrosi non è un insieme di sintomi, ma una posizione soggettiva rispetto alla mancanza e al desiderio dell’Altro. L’isterico e l’ossessivo condividono lo stesso problema strutturale, ma lo affrontano con strategie opposte.
Il soggetto isterico si difende dalla propria mancanza facendosi mancanza per l’Altro. Non cerca tanto di colmare il vuoto, quanto di sostenerlo. Il suo movimento fondamentale è:«Io sono ciò che ti manca». L’isterico mantiene il desiderio dell’Altro in uno stato di perenne insoddisfazione. Seduce,
interroga, provoca, si offre e si sottrae. Non vuole tanto essere amato, quanto essere desiderato. E, soprattutto, desiderato come enigmatico, come irrisolto. In questo modo evita il confronto con la propria mancanza strutturale: finché l’Altro desidera, finché l’Altro manca, il soggetto isterico può non sapere che cosa vuole davvero. La sua giovinezza sta qui: nel riproporre all’infinito la stessa scena, la stessa domanda, lo stesso copione relazionale, anche a sessant’anni, anche dopo molte relazioni, anche dopo molte delusioni. L’esperienza non insegna nulla, perché non viene simbolizzata: viene solo riattivata.
Il soggetto ossessivo, al contrario, tenta di difendersi dalla mancanza congelandola. La sua strategia è il controllo, il rinvio, la sospensione. L’ossessivo dice, in modo implicito:«Desidererò quando tutto sarà sotto controllo». Ma quel momento non arriva mai. Attraverso il pensiero, il rituale, la previsione, l’iper-responsabilità, l’ossessivo tenta di annullare l’imprevedibilità del desiderio. La mancanza viene così tenuta a distanza, neutralizzata, sterilizzata. Il desiderio è sempre «per dopo». Anche qui la giovinezza è evidente: il soggetto ossessivo ripete per tutta la vita la stessa posizione di attesa, la stessa paralisi, la stessa illusione che un giorno – finalmente – sarà pronto. Ma il tempo passa, il corpo invecchia, le occasioni sfumano, mentre la struttura resta identica.
Il nevrotico è sempre giovane perché non attraversa mai davvero l’esperienza. La vive, la soffre, la racconta, ma non la lascia incidere sulla propria posizione soggettiva. Gli incontri, le perdite, gli amori, i fallimenti non modificano la struttura: vengono assorbiti, reinterpretati, piegati al servizio della difesa fondamentale. La vita accade, ma non scalfisce la gabbia. Il nevrotico non ripete perché non capisce, ma perché non può fare altrimenti. Ripete perché quella ripetizione è la sua forma di protezione dalla mancanza. In questo senso, la nevrosi è giovane come lo è un copione che non cambia mai: stessa scena, stessi ruoli, stessi equivoci, anche quando gli attori hanno rughe, stanchezza e memoria. La vera maturazione soggettiva non coincide con l’età anagrafica, ma con la possibilità di assumere la mancanza, invece di difendersene. Finché ciò non accade, il soggetto resta prigioniero della propria giovinezza nevrotica: eternamente esposto al desiderio, eternamente incapace di abitarlo fino in fondo.