13/01/2026
Nei percorsi clinici dedicati agli adolescenti in grave difficoltà, capita spesso di incontrare famiglie devastate non solo dai comportamenti del figlio, ma da un elemento più doloroso e più difficile da comprendere: il disprezzo. Uno sguardo di sfida, un sorriso ironico mentre il genitore è in lacrime, una battuta umiliante davanti a un medico o a un insegnante: sono scene che producono lacerazioni profonde e che i genitori faticano a elaborare. «Perché ci tratta così? Che cosa abbiamo fatto?» è la domanda che più spesso si affaccia. Eppure, sul piano clinico, proprio in quelle manifestazioni di disprezzo si gioca uno dei nodi relazionali più importanti: la modalità di legame sadico-oppositiva. Un punto cieco della sofferenza adolescenziale che, se compreso, può diventare occasione di trasformazione.
Per comprendere il funzionamento di questi ragazzi è necessario partire da un dato semplice: non esiste odio senza legame. Non esiste disprezzo senza un Altro da cui, in qualche modo, ci si sente dipendenti. L’adolescente oppositivo vive una condizione interna paradossale: dipende affettivamente e materialmente dai genitori, ma vivere questa dipendenza lo espone alla vergogna e la vergogna, per un soggetto fragile, è insopportabile. Il disprezzo diventa allora un meccanismo di sopravvivenza narcisistica: umiliare l’altro per non sentire la propria vulnerabilità. Non si tratta di mancanza di affetto, ma di un tentativo disperato di non essere sopraffatti dalla sensazione di fragilità.
È un modo disfunzionale di creare distanza, mantenere l’illusione di potere, evitare ogni confronto emotivo, proteggersi dalla paura primaria di essere «in mano» agli adulti.
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