Carlo Rosso Psichiatra

Carlo Rosso Psichiatra Medico, specialista in psichiatria, psicoterapeuta, sessuologo.

Da anni studia e cura le problematiche legate all'umore, all'ansia, al panico, al desiderio e agli esiti del’ADHD nell’adulto.

Nei percorsi clinici dedicati agli adolescenti in grave difficoltà, capita spesso di incontrare famiglie devastate non s...
13/01/2026

Nei percorsi clinici dedicati agli adolescenti in grave difficoltà, capita spesso di incontrare famiglie devastate non solo dai comportamenti del figlio, ma da un elemento più doloroso e più difficile da comprendere: il disprezzo. Uno sguardo di sfida, un sorriso ironico mentre il genitore è in lacrime, una battuta umiliante davanti a un medico o a un insegnante: sono scene che producono lacerazioni profonde e che i genitori faticano a elaborare. «Perché ci tratta così? Che cosa abbiamo fatto?» è la domanda che più spesso si affaccia. Eppure, sul piano clinico, proprio in quelle manifestazioni di disprezzo si gioca uno dei nodi relazionali più importanti: la modalità di legame sadico-oppositiva. Un punto cieco della sofferenza adolescenziale che, se compreso, può diventare occasione di trasformazione.

Per comprendere il funzionamento di questi ragazzi è necessario partire da un dato semplice: non esiste odio senza legame. Non esiste disprezzo senza un Altro da cui, in qualche modo, ci si sente dipendenti. L’adolescente oppositivo vive una condizione interna paradossale: dipende affettivamente e materialmente dai genitori, ma vivere questa dipendenza lo espone alla vergogna e la vergogna, per un soggetto fragile, è insopportabile. Il disprezzo diventa allora un meccanismo di sopravvivenza narcisistica: umiliare l’altro per non sentire la propria vulnerabilità. Non si tratta di mancanza di affetto, ma di un tentativo disperato di non essere sopraffatti dalla sensazione di fragilità.

È un modo disfunzionale di creare distanza, mantenere l’illusione di potere, evitare ogni confronto emotivo, proteggersi dalla paura primaria di essere «in mano» agli adulti.

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Si afferma spesso che il poliamore, quando vissuto in modo etico, consensuale e trasparente, rappresenti una forma evolu...
05/01/2026

Si afferma spesso che il poliamore, quando vissuto in modo etico, consensuale e trasparente, rappresenti una forma evoluta di relazionalità: un modello fondato sulla comunicazione, sul rispetto reciproco e sulla gestione matura della gelosia. In questa prospettiva, la presenza di più legami non sarebbe una fuga, ma un ampliamento della capacità di amare. Tuttavia, in una lettura clinica più profonda, anche le forme più «alte» e apparentemente mature di poliamore sembrano condividere una struttura di fondo che merita di essere interrogata: la tendenza a neutralizzare la mancanza, cioè il vuoto costitutivo che caratterizza il legame amoroso...

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Una delle intuizioni più profonde della tradizione filosofica e psicoanalitica è che l’amore nasce dalla mancanza. Non è un’illusione romantica né una debolezza: è la struttura stessa del desiderio a mostrarci che l’amore non è ciò che colma un vuoto, ma ciò che consente al soggetto di...

24/12/2025

Il Natale è il tempo della gioia, della famiglia, della riconciliazione. Proprio per questo, per alcune persone, è uno dei giorni più difficili dell’anno.

Il Natale è un significante carico, che convoca affetti primari, memorie infantili, legami originari. È un tempo che chiede di “sentire”, di appartenere, di riconoscersi in una trama affettiva condivisa. E non tutti possono rispondere a questa chiamata senza dolore.

Il Natale riattiva il tema della famiglia ideale: quella che accoglie, protegge, riconosce. Quando l’esperienza reale è stata segnata da assenze, conflitti, rifiuti, trascuratezze o violenze più o meno simboliche, il contrasto tra ideale e reale diventa insopportabile. Non si soffre solo per ciò che è mancato, ma per ciò che si vede celebrato negli altri come se fosse universale.

Per molti soggetti il Natale funziona come uno specchio crudele: riflette ciò che non si è avuto e ciò che non si avrà. Lì dove il discorso sociale impone la gioia, il soggetto sperimenta invece una forma di colpa secondaria: “se non sono felice, c’è qualcosa che non va in me”. È una sofferenza doppia, perché al dolore si aggiunge il senso di inadeguatezza.

Il Natale interrompe le difese quotidiane. La routine si sospende, il tempo rallenta, il silenzio aumenta. Per alcuni soggetti questo spazio non è rassicurante, ma angoscioso, perché lascia emergere ciò che durante l’anno viene tenuto a bada: il lutto non elaborato, la frattura con i genitori, la ferita narcisistica dell’essere stati poco amati o amati male.

C’è poi un aspetto più sottile: il Natale chiede una regressione affettiva. Chiede di tornare bambini, almeno simbolicamente. Ma non tutti possono permetterselo. Per chi ha dovuto crescere troppo in fretta, per chi ha imparato presto che non c’era nessuno a cui affidarsi, la regressione non è un piacere, ma un rischio.

Non amare il Natale, dunque, non è una patologia. Spesso è una forma di fedeltà alla propria storia. Un modo silenzioso di non tradire ciò che è stato vissuto davvero, contro una narrazione collettiva che pretende di uniformare gli affetti.

Forse il punto non è “imparare ad amare il Natale”, ma autorizzarsi a viverlo per quello che è, senza obbligo di felicità. Accettare che per alcuni sia un giorno come altri, o un giorno più faticoso di altri. E riconoscere che anche questa è una forma di verità psichica.

23/12/2025

Una delle intuizioni più profonde della tradizione filosofica e psicoanalitica è che l’amore nasce dalla mancanza. Non è un’illusione romantica né una debolezza: è la struttura stessa del desiderio a mostrarci che l’amore non è ciò che colma un vuoto, ma ciò che consente al soggetto di abitare quel vuoto e di trasformarlo in legame. L’amore non nasce dalla pienezza, ma dal limite. È il movimento con cui il soggetto, invece di nascondere la propria fragilità, la consegna simbolicamente a qualcuno. Non cerchiamo chi ci completa, ma chi rende dicibile la nostra incompletezza. In questo senso, amare significa: dare forma alla mancanza, offrirle un nome, rendere la solitudine abitabile, fare del limite un punto d’incontro anziché un abisso. Quando diciamo «ti amo», non chiediamo all’altro di riempire un vuoto: lo collochiamo in un luogo di senso, nella funzione di oggetto del desiderio, cioè di ciò che rende visibile la nostra apertura, la nostra ferita, la nostra promessa di compimento. L’altro non ci completa: ci rivela.

10/12/2025

Nel lavoro clinico con le coppie capita talvolta di entrare in contatto con situazioni particolarmente delicate. Per esempio quando un partner ha già deciso di lasciare la relazione, mentre l’altro non riesce ad accettare l’idea della separazione. Due desideri opposti, due verità inconciliabili, che arrivano nella stanza del terapeuta con una carica emotiva altissima.

In questi casi spesso uno dei partner — quello che vuole andarsene — cerca l’aiuto del terapeuta per «far capire» all’altro che la relazione è finita. È una richiesta umanamente comprensibile: la rottura è un atto difficile da sostenere da soli. Ma, sul piano clinico ed etico, il terapeuta non può diventare il portavoce di uno dei due, né tantomeno il garante di una verità che non gli appartiene. La terapia di coppia non si costruisce sull’alleanza con uno dei partner, ma sull’alleanza con lo spazio relazionale, con il luogo terzo in cui la coppia può osservarsi e ascoltarsi.

Il compito del terapeuta è di rendere possibile la parola, restituire al soggetto la responsabilità del proprio dire, e all’altro la possibilità di ascoltare e di elaborare ciò che viene detto. La terapia diventa allora un luogo in cui guardare in faccia l’asimmetria, nominarla, tollerarla, e — quando possibile — trasformarla in un passaggio evolutivo.

Quando si parla di abuso relazionale, lo sguardo è quasi sempre rivolto a chi esercita violenza, controllo o manipolazio...
18/11/2025

Quando si parla di abuso relazionale, lo sguardo è quasi sempre rivolto a chi esercita violenza, controllo o manipolazione. Ma nelle pieghe più profonde di molte storie di abuso esiste un secondo volto, meno visibile e meno intuitivo: quello della personalità dipendente, che non riesce a separarsi dal partner anche quando il legame è chiaramente distruttivo. Questo non significa – ed è essenziale ribadirlo – che la vittima sia «responsabile» dell’abuso. Tuttavia, comprendere che cosa accade nella mente di chi non riesce a interrompere una relazione abusante è fondamentale per avvicinarsi al fenomeno senza giudizio e con maggiore consapevolezza clinica...

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Quando si parla di abuso relazionale, lo sguardo è quasi sempre rivolto a chi esercita violenza, controllo o manipolazione. Ma nelle pieghe più profonde di molte storie di abuso esiste un secondo volto, meno visibile e meno intuitivo: quello della personalità dipendente, che non riesce a separars...

04/11/2025

🌍 SISPSe al 50° Congresso Nazionale SIP – Bari 2025

📅 Venerdì 7 novembre | ore 9.00 – 10.30
📍 Sala Berlino – Fiera del Levante

🧩 Sessualità e Neurodivergenza: evidenze cliniche e prospettive terapeutiche
Un simposio promosso dalla Società Italiana di Psicopatologia Sessuale (SISPSe),sezione speciale della SIP, per esplorare i legami tra autismo, ADHD, sessualità e comportamenti a rischio.

🎙 Con i contributi di:
Roberto Keller – Autismo e sessualità
Stefano Sanzovo Stefano Sanzovo– ADHD e sessualità
Veronica Tatti Carlo Rosso Psichiatra – ADHD e comportamenti a rischio
Antonella Contarino Studio Cerchio 4– La valutazione dell’ADHD negli autori di reato violento e sessuale

🔹 Modera: Carlo Rosso e Enrico Zanalda
🔹 Evento nell’ambito di “Psichiatria Agenda 2030 – Complessità, cambiamento, sostenibilità”

04/11/2025
C’è una coppia: lui ha settant’anni, lei cinquantacinque. Si amano sinceramente, si desiderano, hanno una vita sessuale ...
31/10/2025

C’è una coppia: lui ha settant’anni, lei cinquantacinque. Si amano sinceramente, si desiderano, hanno una vita sessuale viva, fatta di curiosità, di gioco, di intesa profonda. Eppure, ogni tanto, qualcosa si incrina. Basta una parola, un accenno, un ricordo. Lei ha avuto una vita sessuale ricca e particolare prima di incontrarlo. Lui lo sa, e ne è turbato. Non perché lei lo tradisca, ma per ciò che lei ha vissuto in passato. La gelosia non è per il presente, ma per quello che è stato — per gli uomini che l’hanno desiderata, per il piacere che lei ha vissuto altrove.

È una forma di gelosia particolare, spesso sottovalutata, ma molto più comune di quanto si pensi: la gelosia retrospettiva, quella che non nasce da un tradimento reale, ma dal pensiero che l’altro abbia avuto una vita erotica prima di noi. È una gelosia che non riguarda l’altro, il rivale, che nei fatti non c’è mai stato, ma il geloso stesso e l’immagine che lui ha di sé nel rapporto con il tempo e con il desiderio…

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C’è una coppia: lui ha settant’anni, lei cinquantacinque. Si amano sinceramente, si desiderano, hanno una vita sessuale viva, fatta di curiosità, di gioco, di intesa profonda. Eppure, ogni tanto, qualcosa si incrina. Basta una parola, un accenno, un ricordo. Lei ha avuto una vita sessuale ricc...

21/10/2025

L’ansia, a volte, parla al posto del dolore.
È la voce di una separazione non ancora accolta, che chiede ascolto per poter essere finalmente elaborata.
Non sempre l’ansia nasce dalla paura di ciò che potrebbe accadere. Talvolta è la traccia di qualcosa che è già accaduto, ma che la mente non riesce ancora a riconoscere e a trasformare in pensiero. L’ansia può essere il modo con cui il soggetto si difende dal dolore della perdita, evitando di attraversarla. Invece di sentire il vuoto, il lutto o la mancanza, il corpo e la psiche reagiscono con una tensione anticipatoria, un movimento verso il futuro che serve a non sostare nel passato.
Dietro molte forme d’ansia c’è quindi un rifiuto (inconsapevole) di elaborare una separazione, un distacco, una fine. Ciò che non è stato simbolizzato ritorna nel corpo, che diventa il luogo del disagio. Riconoscere questo legame significa restituire all’ansia il suo senso: non un nemico da zittire, ma una voce che chiede ascolto. Solo quando si accetta di attraversare la perdita, l’ansia può cessare di essere una difesa e tornare ad essere una risorsa vitale, segnale di un movimento psichico che vuole riprendere a vivere.

Ci siamo abituati a pensare che di fronte a un disturbo d’ansia, di depressione, di panico o in presenza di ossessioni, ...
10/10/2025

Ci siamo abituati a pensare che di fronte a un disturbo d’ansia, di depressione, di panico o in presenza di ossessioni, la prima risposta debba essere la psicoterapia, e che solo dopo si possa eventualmente prendere in considerazione una cura farmacologica. Ma è davvero così? È davvero questa la strada giusta per tutti?
La domanda più corretta da porsi è: qual è l’intervento giusto, per quella persona, in quel momento, con quella sofferenza?

Ci siamo abituati a pensare che di fronte a un disturbo d'ansia, di panico, un disturbo depressivo o in presenza di ossessioni, la prima risposta debba esser...

29/09/2025

Ogni relazione amorosa si regge su un delicato equilibrio tra trasparenza e mistero. Non tutto di noi può essere offerto allo sguardo dell’altro, e non tutto deve esserlo. In questo senso, il segreto custodito da uno dei partner non è sempre una minaccia, ma può rappresentare una dimensione necessaria della soggettività.
Mantenere per sé un pensiero, un ricordo, un desiderio non condiviso può avere un valore positivo. Preserva lo spazio dell’Io dentro la coppia, evitando che l’amore si trasformi in fusione simbiotica. Consente di mantenere viva la differenza, che è condizione del desiderio: l’altro non è mai del tutto posseduto, rimane parzialmente enigmatico. Può proteggere il partner da una verità che in quel momento sarebbe più distruttiva che costruttiva.
In termini psicodinamici, il segreto diventa così una forma di custodia dell’intimità personale e un atto, paradossalmente, di cura nei confronti della relazione.
Al tempo stesso, il non detto porta con sé un’ambiguità. Se il segreto cresce e occupa troppo spazio, può diventare una barriera invisibile tra i due partner, incrinando la spontaneità del legame. Può alimentare ansia, senso di colpa, vissuti persecutori: ciò che viene taciuto comincia a pesare tanto su chi lo custodisce quanto sulla qualità della relazione. Quando il partner percepisce «che qualcosa non torna», il segreto rischia di generare sospetto e distanza, anche senza essere svelato. Il rischio, allora, è che il segreto diventi una frattura silenziosa, un varco che progressivamente indebolisce la fiducia reciproca.
Come spesso accade in psicoanalisi, la questione non si risolve con un «tutto o niente». Non ogni segreto è dannoso, e non ogni confessione è salutare. Ciò che conta è la funzione che quel segreto svolge: se serve a difendere uno spazio vitale dell’Io, può essere tollerato e persino utile. Donald Winnicott scriveva: «Non si può essere vivi senza qualche area segreta dentro di sé.» Il segreto, in questa prospettiva, non è una colpa da sradicare, ma un luogo interno necessario, che garantisce continuità e autenticità all’esperienza del Sé. Se invece il segreto si pone come barriera alla comunicazione e mina la fiducia, allora rischia di diventare distruttivo.
Come scriveva Rilke, «l’amore consiste nel custodire la solitudine dell’altro»: il segreto, in questa prospettiva, non è un tradimento, ma una forma di solitudine che l’altro deve accettare, se vuole davvero amare.

Indirizzo

C. So Galileo Ferraris 109
Turin

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