Carlo Rosso Psichiatra

Carlo Rosso Psichiatra Medico, specialista in psichiatria, psicoterapeuta, sessuologo.

Da anni studia e cura le problematiche legate all'umore, all'ansia, al panico, al desiderio e agli esiti del’ADHD nell’adulto.

… Il dispositivo costruito da Jeffrey Epstein non prometteva semplicemente piacere. Prometteva qualcosa di molto più sed...
14/04/2026

… Il dispositivo costruito da Jeffrey Epstein non prometteva semplicemente piacere. Prometteva qualcosa di molto più seducente. Prometteva di uscire dalla condizione umana. Prometteva di poter vivere, almeno per un momento, come se il limite non esistesse. Come se la legge non esistesse. Come se la mancanza non esistesse. In altre parole: prometteva l’onnipotenza. Ed è qui che il perverso incontra il potente. Il perverso gode nello smascherare la morale del potente. Il potente, a sua volta, è sedotto dall’illusione di poter diventare un essere che non deve più rispondere alla legge del limite.
Ma questa promessa — come insegna la psicoanalisi — è strutturalmente impossibile. Il limite ritorna sempre. Ritorna nella legge. Ritorna nel tempo che passa. Ritorna nel corpo che invecchia. E, infine, ritorna nella morte. Ed è forse proprio per questo che storie come questa continuano ad affascinare così profondamente l’opinione pubblica. Perché non parlano soltanto di scandalo, di potere o di sesso. Parlano di qualcosa che riguarda tutti. Il desiderio impossibile di non essere più soggetti al limite.

Guarda il video: https://youtube.com/?si=eaoc_GxqHJpo1ra3

Quando si parla di Jeffrey Epstein, quasi sempre la discussione si concentra su alcune categorie ormai familiari: potere, ricatto, reti di influenza, immunit...

Negli ultimi anni sempre più persone si riconoscono nei sintomi dell’ADHD. Ma esiste anche il contrario: forme in cui l’...
04/04/2026

Negli ultimi anni sempre più persone si riconoscono nei sintomi dell’ADHD. Ma esiste anche il contrario: forme in cui l’ADHD non si vede, perché coperto da un funzionamento ipercontrollato. Alcuni pazienti, infatti, sviluppano rigidità, perfezionismo e bisogno di controllo non come espressione di ordine, ma come tentativo di contenere una disorganizzazione interna. In questi casi ciò che appare come struttura può essere, in realtà, una difesa. È importante distinguere: nella struttura ossessiva il controllo è un tratto dell’identità; nel disturbo ossessivo-compulsivo è una risposta a un’angoscia intrusiva. Ma in entrambi i casi, queste modalità possono mascherare una difficoltà più profonda legata alle funzioni esecutive. Il rischio clinico è fermarsi a ciò che si vede: il controllo. E perdere ciò che lo sostiene: la fatica a organizzare, a iniziare, a regolare.

Non sempre il controllo è ordine. A volte è ciò che tiene insieme il caos.

Negli ultimi anni l’attenzione mediatica sull’ADHD ha prodotto un fenomeno ormai evidente: molte persone, riconoscendosi nei sintomi descritti, giungono a formulare una sorta di autodiagnosi. Questo dato, se da un lato testimonia una maggiore sensibilità culturale verso il tema, dall’altro ri...

La sessualità dei pazienti psichiatrici è davvero un tema secondario o è ovunque ma facciamo fatica a parlarne? Chi lavo...
28/03/2026

La sessualità dei pazienti psichiatrici è davvero un tema secondario o è ovunque ma facciamo fatica a parlarne? Chi lavora nei servizi di salute mentale lo sa bene: innamoramenti improvvisi, relazioni tra pazienti, comportamenti impulsivi, storie di traumi e abusi. Sono eccezioni o sono la quotidianità? Eppure, su questi temi, gli operatori hanno spesso pochi strumenti. Non per mancanza di sensibilità, ma perché la dimensione affettiva e sessuale resta ancora poco esplorata nella formazione. È da qui che nasce questo libro. Un testo pensato per chi lavora nei contesti psichiatrici — psichiatri, psicologi e in particolare Tecnici della Riabilitazione Psichiatrica ed educatori — che ogni giorno incontrano la vita reale dei pazienti, soprattutto nei momenti informali. Ed è proprio lì che emergono le cose più importanti: relazioni, desideri, fragilità e difficoltà legate alla sessualità.

La sessualità dei pazienti psichiatrici è davvero un tema marginale… oppure è ovunque, ma facciamo fatica a vederla? Nei contesti di cura psichiatrici la ses...

“Scrivere un libro sulla psicopatologia sessuale destinato ai Tecnici della Riabilitazione Psichiatrica significa intrap...
11/03/2026

“Scrivere un libro sulla psicopatologia sessuale destinato ai Tecnici della Riabilitazione Psichiatrica significa intraprendere un viaggio complesso e delicato, un percorso in cui scienza, esperienza clinica, sensibilità educativa e rispetto per la persona si intrecciano di continuo. Non si tratta solo di colmare un vuoto nella formazione specialistica, ma di dare voce a una necessità spesso taciuta: quella di nominare e comprendere la sessualità là dove più frequentemente viene trascurata o ridotta al silenzio, ovvero nell’ambito della sofferenza psichica.

In trentasette anni di lavoro clinico e formativo, ho incontrato pazienti, colleghi e operatori che mi hanno insegnato che parlare di sessualità nella psichiatria non è mai scontato. È un gesto che richiede coraggio, umiltà e competenza. Ho imparato che il desiderio, il corpo, il piacere e la relazione non scompaiono quando la mente vacilla: al contrario, si trasformano, si nascondono, talvolta gridano. I pazienti psichiatrici hanno una sessualità. A volte questa sessualità è confusa, dolorosa, espressa in modo disorganizzato o inappropriato; altre volte è semplicemente incompresa, perché nessuno si è mai fermato ad ascoltarla.”

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10/03/2026

Il caso di Jeffrey Epstein è stato letto prevalentemente attraverso categorie politiche, giudiziarie o sociologiche: potere, ricatto, reti di influenza, immunità delle élite. Tutti temi rilevanti. Ma si può provare a spostare leggermente lo sguardo e interrogare la vicenda da un’altra prospettiva: quella della struttura soggettiva che può aver animato il dispositivo costruito da Epstein. Non si tratta qui di discutere le responsabilità penali o di analizzare il sistema delle protezioni sociali che lo hanno circondato, piuttosto di interrogare il tipo di logica psichica che può aver organizzato un mondo come quello che egli ha costruito.

Nella prospettiva psicoanalitica lacaniana la perversione non si riduce semplicemente a una deviazione sessuale. Essa rappresenta una modalità strutturale del rapporto con la legge e con il desiderio. Il soggetto perverso non è colui che ignora la legge: al contrario, egli la conosce perfettamente. Ciò che lo caratterizza è il tentativo di dimostrarne la falsità, l’ipocrisia, la natura fittizia. Il suo godimento consiste nello smascherare il fatto che là dove si proclama la virtù si nasconde sempre, sotto traccia, il desiderio di trasgredirla. In questo senso il perverso non si limita a violare la legge: egli organizza scene in cui altri siano condotti a farlo. Se si guarda alla vicenda Epstein da questa angolatura, ciò che colpisce non è soltanto la dimensione sessuale dei comportamenti, ma la costruzione di un vero e proprio dispositivo: un mondo chiuso, separato, in cui persone socialmente rilevanti venivano condotte oltre un limite. Il punto non è soltanto il sesso, ma il limite.

La promessa implicita del mondo costruito da Epstein sembra essere stata questa: esiste un luogo in cui i limiti che regolano la vita ordinaria cessano di valere. Nella vita comune ogni soggetto è confrontato con ciò che la psicoanalisi chiama mancanza: il fatto che nessuno possa essere tutto, possedere tutto, godere senza restrizioni. È ciò che nella teoria lacaniana si esprime attraverso il concetto di castrazione simbolica, vale a dire l’esperienza del limite che struttura la vita psichica. Il soggetto nevrotico passa gran parte della sua esistenza tentando di aggirare questo limite: accumulando riconoscimento, successo, potere, ricchezza. Ma il potere non libera dalla mancanza. Anzi, spesso la rende ancora più evidente. Anche il potente scopre che il proprio potere è sempre relativo, subordinato a poteri più grandi, esposto alla perdita, al declino e infine alla morte. È qui che il perverso offre al nevrotico ciò che egli segretamente desidera: la promessa di una zona in cui il limite non esiste più.

L’isola di Epstein — reale nella sua esistenza geografica ma anche simbolica nella sua funzione — può essere letta come una rappresentazione concreta di questa promessa. Un luogo separato dal mondo ordinario. Un luogo sottratto allo sguardo pubblico. Un luogo in cui ciò che normalmente è proibito diventa possibile.

In termini psicoanalitici potremmo dire che il perverso costruisce una scena in cui l’altro è invitato a occupare la posizione di chi non è più soggetto alla legge del limite. Diventare, per un momento, una sorta di divinità. Non essere più sottoposti alla mancanza.

In questa prospettiva anche il tema del sesso con minori può essere letto in una chiave che non coincide semplicemente con la dimensione pulsionale immediata. Ciò che rende questo atto particolarmente potente all’interno della scena non è soltanto la sua dimensione sessuale, ma il fatto che rappresenta uno dei tabù più radicali della cultura. È il punto in cui il limite appare massimo. Ed è proprio per questo che diventa il luogo simbolico privilegiato della sua violazione. In altre parole: l’atto acquista valore perché dimostra che il limite può essere oltrepassato. Il godimento perverso non consiste tanto nel desiderare quell’oggetto, quanto nel dimostrare che il limite può essere infranto e che anche coloro che rappresentano il potere e la rispettabilità sociale possono essere condotti a farlo.

Si crea così una particolare alleanza psicologica. Da un lato il perverso trova nel potente il soggetto ideale da coinvolgere nella trasgressione: smascherare chi rappresenta la virtù sociale produce il massimo godimento narcisistico. Dall’altro lato il potente trova nel dispositivo perverso la promessa di un’esperienza che sembra emanciparlo dalla condizione umana della mancanza. Il perverso gode nello smascherare la finzione morale. Il potente gode nell’illusione di potersi sottrarre al limite. Si tratta di una convergenza di convenienze psichiche.

In ultima analisi il dispositivo costruito da Epstein può essere letto come una macchina simbolica che promette ciò che nessuna esperienza umana può realmente offrire: l’abolizione della mancanza. Diventare un essere che può concedersi tutto. Ma questa promessa è, strutturalmente, impossibile. Il limite ritorna sempre: nella legge, nella perdita, nel decadimento del corpo, e infine nella morte. È forse proprio per questo che tali dispositivi esercitano una fascinazione così potente: perché toccano il punto più sensibile della condizione umana, il desiderio impossibile di non essere più soggetti al limite.

Di Cristo in croce per un po’ se ne è parlato quando era in predicato la sua deposizione dai muri delle aule scolastiche...
05/03/2026

Di Cristo in croce per un po’ se ne è parlato quando era in predicato la sua deposizione dai muri delle aule scolastiche italiane. La controversa questione, che contrappone da decenni cattolici e laici, si ripropone periodicamente. In vero, faccio fatica ad allinearmi al pensiero politicamente corretto teso a probire ogni simbolo, ogni comportamento, ogni esternazione che possa irritare, turbare, infastidire un individuo o un’appartenza. Perché se si vuole realizzare l’utopia di impedire che qualsiasi individuo possa essere turbato dai comportamenti o dai simboli di qualsiasi altro, per accontentare tutti si deve tracimare nella deriva del proibire tutto. Ciò significa impedire a intere comunità di continuare a essere se stesse; insomma, significa sacrificare il pluralismo sull’altare del rispetto. Né dobbiamo dimenticarci che il pluralismo viene negato da coloro che vogliono distruggere il passato per realizzare un’utopia che, sbandierando le sue promesse, distrugge le tradizioni, i simboli, le identità e le istituzioni. Un tale movimento, lo sappiamo, è la madre di ogni totalitarismo. Ecco perché vale la pena di battersi per la difesa del crocifisso nelle aule, anche se ciò c***a con la logicità stringente della tesi che questo andrebbe rimosso in virtù dell’evidenza lapalissiana della laicità dello stato…

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17/02/2026

La nevrosi è una prigione senza sbarre: non trattiene il corpo, ma costringe il desiderio a girare in tondo, sempre nello stesso punto. Il soggetto è libero nei movimenti, ma resta vincolato a modalità ripetitive di sentire, amare e difendersi dalla mancanza.

10/02/2026

C’è una giovane donna, in terapia, che fatica profondamente a chiedere. Non a chiedere «in generale», ma a chiedere agli uomini della sua vita: al padre, prima di tutto, e poi al compagno. Il punto non è l’orgoglio, né la timidezza. È qualcosa di più sottile e più radicale: per lei, ciò che viene chiesto perde il suo valore simbolico. Se deve essere domandato, allora non è più un dono. E se non è un dono, non è amore.

In questa logica, l’altro dovrebbe sapere. Dovrebbe vedere. Dovrebbe dare spontaneamente ciò che, magari, è stato anche concordato, promesso, condiviso. Ma se non arriva da sé, allora diventa intollerabile provare a richiederlo.

Qui si gioca una questione centrale, ben descritta dalla psicoanalisi lacaniana: la confusione tra il bisogno, la domanda e il desiderio. Quando parliamo di relazioni affettive, tendiamo spesso a usare parole come bisogno, richiesta, desiderio come se fossero sinonimi. In realtà indicano livelli molto diversi dell’esperienza.

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https://www.carlorosso.com/quando-chiedere-toglie-valore-allamore/

La nevrosi ha una singolare relazione con il tempo. Non invecchia, non matura, non impara davvero dall’esperienza. Si ri...
03/02/2026

La nevrosi ha una singolare relazione con il tempo. Non invecchia, non matura, non impara davvero dall’esperienza. Si ripresenta, con sorprendente fedeltà a se stessa, lungo l’arco dell’intera vita.

Il soggetto a struttura nevrotica – sia esso di tipo ossessivo o isterico – vive all’interno di una gabbia soggettiva molto particolare: una costruzione difensiva complessa, raffinata, spesso socialmente adattata, ma rigidamente organizzata attorno a un punto centrale che resta invariato nel tempo. Questo punto è la mancanza. Il nevrotico è tale non perché ignori la mancanza, ma perché vi è incollato. E, soprattutto, perché non possiede le chiavi della propria gabbia: non può uscirne, non può davvero attraversarla, non può trasformarla in sapere. Può solo abitarla e ripeterla. In una lettura lacaniana, la nevrosi non è un insieme di sintomi, ma una posizione soggettiva rispetto alla mancanza e al desiderio dell’Altro. L’isterico e l’ossessivo condividono lo stesso problema strutturale, ma lo affrontano con strategie opposte.

Il soggetto isterico si difende dalla propria mancanza facendosi mancanza per l’Altro. Non cerca tanto di colmare il vuoto, quanto di sostenerlo. Il suo movimento fondamentale è:«Io sono ciò che ti manca». L’isterico mantiene il desiderio dell’Altro in uno stato di perenne insoddisfazione. Seduce,
interroga, provoca, si offre e si sottrae. Non vuole tanto essere amato, quanto essere desiderato. E, soprattutto, desiderato come enigmatico, come irrisolto. In questo modo evita il confronto con la propria mancanza strutturale: finché l’Altro desidera, finché l’Altro manca, il soggetto isterico può non sapere che cosa vuole davvero. La sua giovinezza sta qui: nel riproporre all’infinito la stessa scena, la stessa domanda, lo stesso copione relazionale, anche a sessant’anni, anche dopo molte relazioni, anche dopo molte delusioni. L’esperienza non insegna nulla, perché non viene simbolizzata: viene solo riattivata.

Il soggetto ossessivo, al contrario, tenta di difendersi dalla mancanza congelandola. La sua strategia è il controllo, il rinvio, la sospensione. L’ossessivo dice, in modo implicito:«Desidererò quando tutto sarà sotto controllo». Ma quel momento non arriva mai. Attraverso il pensiero, il rituale, la previsione, l’iper-responsabilità, l’ossessivo tenta di annullare l’imprevedibilità del desiderio. La mancanza viene così tenuta a distanza, neutralizzata, sterilizzata. Il desiderio è sempre «per dopo». Anche qui la giovinezza è evidente: il soggetto ossessivo ripete per tutta la vita la stessa posizione di attesa, la stessa paralisi, la stessa illusione che un giorno – finalmente – sarà pronto. Ma il tempo passa, il corpo invecchia, le occasioni sfumano, mentre la struttura resta identica.

Il nevrotico è sempre giovane perché non attraversa mai davvero l’esperienza. La vive, la soffre, la racconta, ma non la lascia incidere sulla propria posizione soggettiva. Gli incontri, le perdite, gli amori, i fallimenti non modificano la struttura: vengono assorbiti, reinterpretati, piegati al servizio della difesa fondamentale. La vita accade, ma non scalfisce la gabbia. Il nevrotico non ripete perché non capisce, ma perché non può fare altrimenti. Ripete perché quella ripetizione è la sua forma di protezione dalla mancanza. In questo senso, la nevrosi è giovane come lo è un copione che non cambia mai: stessa scena, stessi ruoli, stessi equivoci, anche quando gli attori hanno rughe, stanchezza e memoria. La vera maturazione soggettiva non coincide con l’età anagrafica, ma con la possibilità di assumere la mancanza, invece di difendersene. Finché ciò non accade, il soggetto resta prigioniero della propria giovinezza nevrotica: eternamente esposto al desiderio, eternamente incapace di abitarlo fino in fondo.

19/01/2026

Ogni relazione attraversa momenti in cui i desideri non coincidono perfettamente, ma ci sono situazioni in cui la divergenza diventa strutturale: uno vuole restare, l’altro vuole andare via. Non è un semplice conflitto: è la rottura dell’equilibrio del desiderio reciproco, il punto in cui la coppia non condivide più lo stesso orizzonte. La relazione entra in una zona di crisi in cui prevalgono: smarrimento e incredulità in chi viene lasciato; senso di colpa o fuga in chi vuole separarsi; tentativi di delega al terapeuta perché «metta ordine». La tentazione è quella di «convincere», «spiegare», «tradurre» la volontà del partner che vuole uscire dalla relazione. Ma questa strada crea solo malintesi, collusioni e ulteriori ferite.

Il terapeuta in questi casi non è chiamato a decretare la fine della relazione né a impedirla. Il suo compito è un altro: rendere possibile la parola, restituire al soggetto la responsabilità del proprio dire e all’altro la possibilità di ascoltare e di elaborare ciò che viene detto. Il partner che vuole separarsi deve poterlo dire in prima persona. Il partner che non accetta deve poter attraversare il dolore, senza che la verità gli venga imposta come un verdetto.

La terapia, in questi casi, non decide se la coppia si separerà o si ricomporrà. La sua funzione è diversa: evitare che la fine — se fine sarà — avvenga nel silenzio, nell’agito, nella violenza emotiva o nella confusione.

Nei percorsi clinici dedicati agli adolescenti in grave difficoltà, capita spesso di incontrare famiglie devastate non s...
13/01/2026

Nei percorsi clinici dedicati agli adolescenti in grave difficoltà, capita spesso di incontrare famiglie devastate non solo dai comportamenti del figlio, ma da un elemento più doloroso e più difficile da comprendere: il disprezzo. Uno sguardo di sfida, un sorriso ironico mentre il genitore è in lacrime, una battuta umiliante davanti a un medico o a un insegnante: sono scene che producono lacerazioni profonde e che i genitori faticano a elaborare. «Perché ci tratta così? Che cosa abbiamo fatto?» è la domanda che più spesso si affaccia. Eppure, sul piano clinico, proprio in quelle manifestazioni di disprezzo si gioca uno dei nodi relazionali più importanti: la modalità di legame sadico-oppositiva. Un punto cieco della sofferenza adolescenziale che, se compreso, può diventare occasione di trasformazione.

Per comprendere il funzionamento di questi ragazzi è necessario partire da un dato semplice: non esiste odio senza legame. Non esiste disprezzo senza un Altro da cui, in qualche modo, ci si sente dipendenti. L’adolescente oppositivo vive una condizione interna paradossale: dipende affettivamente e materialmente dai genitori, ma vivere questa dipendenza lo espone alla vergogna e la vergogna, per un soggetto fragile, è insopportabile. Il disprezzo diventa allora un meccanismo di sopravvivenza narcisistica: umiliare l’altro per non sentire la propria vulnerabilità. Non si tratta di mancanza di affetto, ma di un tentativo disperato di non essere sopraffatti dalla sensazione di fragilità.

È un modo disfunzionale di creare distanza, mantenere l’illusione di potere, evitare ogni confronto emotivo, proteggersi dalla paura primaria di essere «in mano» agli adulti.

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Si afferma spesso che il poliamore, quando vissuto in modo etico, consensuale e trasparente, rappresenti una forma evolu...
05/01/2026

Si afferma spesso che il poliamore, quando vissuto in modo etico, consensuale e trasparente, rappresenti una forma evoluta di relazionalità: un modello fondato sulla comunicazione, sul rispetto reciproco e sulla gestione matura della gelosia. In questa prospettiva, la presenza di più legami non sarebbe una fuga, ma un ampliamento della capacità di amare. Tuttavia, in una lettura clinica più profonda, anche le forme più «alte» e apparentemente mature di poliamore sembrano condividere una struttura di fondo che merita di essere interrogata: la tendenza a neutralizzare la mancanza, cioè il vuoto costitutivo che caratterizza il legame amoroso...

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Una delle intuizioni più profonde della tradizione filosofica e psicoanalitica è che l’amore nasce dalla mancanza. Non è un’illusione romantica né una debolezza: è la struttura stessa del desiderio a mostrarci che l’amore non è ciò che colma un vuoto, ma ciò che consente al soggetto di...

Indirizzo

C. So Galileo Ferraris 109
Turin

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