Studio Venturino Gabriele

Studio Venturino Gabriele CENTRO OLISTICO DEL BENESSERE Yoga e tecniche di rilassamento. Medico in sede su appuntamento per VISITE ORTOPEDICHE

siamo un centro olistico per il benessere dove si effettuano : massaggi terapeutici, trattamenti osteopatici, ginnastica medica e posturale, recupero funzionale post trauma e intervento, programmi specifici con un personal trainer, applicazioni kinesio taping, sedute di pilates clinico, valutazione postulare e sedute con Panca Fit.

27/02/2026

UN MINUTO AL GIORNO IN QUESTA POSIZIONE PUÒ SALVARE LA TUA SCHIENA E LE TUE ANCHE PER SEMPRE

Viviamo in un mondo progettato per stare seduti sulle sedie, e questo ha fatto sì che le nostre anche si irrigidissero e che la nostra schiena soffrisse in silenzio. Tuttavia, recuperare la libertà di movimento che avevamo da bambini è molto più semplice di quanto immagini. Basta dedicare un solo minuto al giorno a una posizione di accosciata profonda per invertire i danni della vita moderna.

Questa postura naturale, che i nostri antenati usavano per riposare, agisce come una sorta di medicina meccanica per il corpo. Scendendo completamente, permetti alla colonna vertebrale di decomprimersi e allungarsi, alleviando la pressione accumulata nei dischi. Inoltre, costringe le anche ad aprirsi e a recuperare il loro naturale range di movimento, spesso perso per mancanza di utilizzo.

Non servono attrezzature né abbigliamento speciale, ma solo la volontà di accovacciarti e respirare in quella posizione per 60 secondi. All’inizio può essere difficile, ma con la pratica noterai come i dolori diminuiscono e camminerai con maggiore scioltezza. È l’abitudine più semplice, economica ed efficace per assicurarti che il tuo corpo continui a funzionare bene anche in età avanzata.

27/02/2026

Cuando el dolor deja de ser molestia y ahora se vuelve en límite

Lo que observas en esta imagen es un contraste contundente:

- A la izquierda, una rodilla devastada por artrosis avanzada

- A la derecha, una prótesis total de rodilla tras un reemplazo articular.

En la rodilla afectada, el cartílago, esa superficie lisa que permite que los huesos se deslicen sin fricció, prácticamente ha desaparecido. El hueso queda expuesto, irregular, deformado. Donde antes había movimiento suave, ahora hay roce directo. Y el roce constante genera dolor, inflamación, rigidez y pérdida progresiva de movilidad.

La artrosis no aparece de un día para otro. Es un proceso degenerativo que avanza lentamente. Al principio puede doler solo al caminar largas distancias. Luego al subir escaleras. Después incluso en reposo. Hasta que actividades tan simples como levantarse de una silla se vuelven un desafío.

Cada paso deja de ser automático y se convierte en una decisión consciente marcada por el dolor.

Cuando los tratamientos conservadores como ejercicio terapéutico, control de peso, medicamentos, infiltraciones ya no logran aliviar los síntomas ni preservar la función, entra en escena la cirugía de reemplazo articular.

En la imagen de la derecha, la ciencia reemplaza las superficies dañadas por componentes metálicos y de alta resistencia que restauran la mecánica de la articulación. No se trata solo de “poner una pieza nueva”, sino de recuperar alineación, estabilidad y rango de movimiento.

La prótesis no detiene el envejecimiento, pero sí puede devolver calidad de vida. Permite caminar sin ese dolor constante que condicionaba cada actividad.

La artrosis de rodilla es una de las principales causas de discapacidad en adultos mayores. Sin embargo, el reemplazo articular, cuando está correctamente indicado y acompañado de rehabilitación adecuada, puede transformar radicalmente el pronóstico funcional.

El mensaje es claro: el dolor crónico no debe normalizarse. Hay un punto en el que aguantar deja de ser fortaleza y empieza a ser resignación.

Consultar a tiempo permite evaluar opciones antes de que la limitación sea irreversible.

La información presentada tiene fines educativos y de divulgación.

27/02/2026

IL CORPO NON È UNA MACCHINA

(Di Patrizia Coffaro)

Per chi si era perso questo post

Viviamo in un mondo in cui, troppo spesso, il corpo umano viene visto come una macchina. Una macchina da riparare quando si rompe. Un motore da stimolare quando rallenta. Un insieme di pezzi da sostituire, aggiustare, sbloccare, “riaccendere”.

Siamo stati educati a credere che i sintomi siano errori da zittire, che l'invecchiamento sia una condanna inevitabile, che malattie e decadimento siano il destino naturale con l’avanzare dell’età.

Ma... e se non fosse così?

E se questa narrativa, così comoda per l’industria farmaceutica e così rassicurante per una medicina tecnica e impersonale, fosse una bugia che ci allontana dalla verità più profonda e potente?

La dottoressa Gladys McGarey, scomparsa a 103 anni dopo aver esercitato la medicina fino ai 102, ci ha lasciato un’eredità che va ben oltre i manuali e i farmaci.

Ha lasciato un’immagine, una frase. Un paradigma che può cambiare la nostra vita se lo facciamo nostro:

“La maggior parte delle persone tratta il proprio corpo come una macchina che si rompe. Io tratto il mio come un giardino che ha bisogno di cure.”

Ecco... tutto è lì.

Una macchina la aggiusti quando si rompe. Ma un giardino?

Un giardino lo ascolti, lo osservi, lo nutri con amore. Lo poti, lo irrighi, lo proteggi dalle intemperie e dalle infestazioni. Non gli chiedi prestazioni, gli dai fiducia. Non lo forzi, lo accompagni. Non lo maltratti per ottenere risultati immediati, gli concedi il tempo della natura. E proprio per questo fiorisce.

Perché il corpo NON è una macchina!

L’idea del corpo come “macchina biologica” viene dalla rivoluzione scientifica del ‘600. Cartesio e Newton, due giganti del pensiero moderno, ci hanno insegnato a vedere l’essere umano come un insieme di ingranaggi. Questa visione ha avuto un enorme valore nell’evoluzione della scienza... ma ha fatto danni quando è stata presa alla lettera.

- Perché un cuore non è una p***a.

- Un cervello non è un processore.

- Un fegato non è un filtro.

- Una sinapsi non è un cavo.

- Un’emozione non è un errore di sistema.

Il corpo umano è un ecosistema vivente, dinamico, in costante interazione con la mente, l’ambiente, l’inconscio, le relazioni, la storia familiare e la spiritualità. E soprattutto: è progettato per guarire. La macchina si rompe, il giardino si riequilibra.

Trattare il corpo come una macchina significa entrare in lotta contro di lui. Fare guerra ai sintomi. Zittire la febbre, spegnere il dolore, bloccare il cortisolo, ignorare la stanchezza, medicalizzare ogni disagio.

Trattare il corpo come un giardino significa invece:

- Chiedersi cosa sta cercando di dirti il sintomo,

- Osservare con cura dove manca il nutrimento,

- Ascoltare il bisogno che emerge da una crisi infiammatoria o da un’insonnia,

- Rispettare i suoi ritmi, e non solo i nostri obiettivi.

Perché ogni manifestazione fisica ha un’intelligenza profonda, anche se non ci piace. Il giardino sa quando è il momento di fiorire...

La dottoressa Gladys ha scritto un libro a 100 anni. Viveva da sola, faceva esercizio ogni giorno, cucinava, rifletteva, creava. Non si limitava a “sopravvivere” o a “mantenersi attiva”. Stava prosperando.

E sai cosa rispondeva quando le chiedevano il suo segreto?

Non parlava di geni fortunati, né di protocolli miracolosi. Diceva:

“Io lascio che la Vita fluisca attraverso di me. Ascolto il mio corpo. Ci dialogo. Gli dò amore.”

Questa non è retorica. È biologia. Perché quando il corpo si sente amato, si rigenera. La malattia non è un errore, è un messaggio.

Immagina un giardino. Se le foglie si seccano, non incolpi la pianta. Ti chiedi... sta ricevendo abbastanza luce? L’ho innaffiata troppo o troppo poco? Ci sono parassiti nel terreno? È forse il momento del riposo e non della fioritura?

La malattia, nella visione della dottoressa Gladys, non è un malfunzionamento, ma un linguaggio.

È il modo in cui il corpo ti dice:

“C’è qualcosa che non va nel terreno. Fermati, guarda, cambia.”

Ecco perché combatterla ciecamente, senza ascoltarla, è spesso controproducente. Non fai che silenziare un messaggio d’amore.

Il terreno conta più del sintomo. Se continuiamo a vivere in un terreno fatto di stress cronico, alimentazione scompensata, isolamento emotivo, sedentarietà, mancanza di senso e contatto umano... possiamo anche prendere la pillola giusta, ma non fioriremo mai.

Perché il problema non è la “macchina guasta”. È il giardino inaridito.

La buona notizia? Il terreno può essere rigenerato. Ecco le verità che la medicina meccanicistica non ti dice

1. Il corpo può guarire anche da malattie croniche se si lavora sul terreno giusto.

2. L’invecchiamento non è sinonimo di degenerazione, ma di trasformazione. Si può ringiovanire biologicamente.

3. Ogni cellula ascolta le tue emozioni. Rabbia, paura e solitudine indeboliscono l’immunità. Gratitudine e gioia la potenziano.

4. La mente crea il corpo. I tuoi pensieri, ogni giorno, plasmano neurotrasmettitori, ormoni e processi cellulari.

5. Il corpo non dimentica nulla. Trauma, abbandono, perdite… si iscrivono nella carne. E vanno ascoltati per essere liberati.

Come si cura un giardino (e non una macchina)? Ecco alcune pratiche semplici, ma radicali:

- Inizia ogni giornata chiedendo al tuo corpo come si sente, non solo cosa “devi fare”.

- Onora la stanchezza come una chiamata al riposo, non come un ostacolo da superare.

- Nutriti con cibo vero, cucinato con amore, non con carburanti standardizzati.

- Coltiva il movimento gentile, non per bruciare calorie, ma per far fluire l’energia.

- Circondati di relazioni nutrienti. Le piante parlano tra loro. Anche il corpo ha bisogno di appartenenza.

- Ridai senso e scopo alla tua giornata (questa è la parte piu importante). Un giardino senza direzione cresce in disordine. Il corpo senza direzione... si spegne.

La scienza sta finalmente tornando al cuore. Oggi, neuroscienze, epigenetica e psiconeuroimmunologia ci confermano che il corpo è profondamente plastico. Può cambiare, guarire, rigenerarsi, fino all’ultimo respiro.

Il DNA non è destino, la diagnosi non è condanna, l’età non è una sentenza. E allora chiediamoci con onestà:

Come vogliamo vivere i prossimi 10, 20, 30 anni?

Vogliamo aggiustarci pezzo per pezzo… o fiorire ogni giorno con consapevolezza? Vogliamo continuare a “funzionare”… o vogliamo prosperare, come la dottoressa Gladys?

Innaffia il tuo giardino... ogni giorno. Il mondo ha bisogno di uomini e donne che scelgano di trattare il corpo non più come una macchina, ma come un giardino sacro. Un luogo che non si ripara, ma si ama. Un organismo che non si “mantiene in efficienza”, ma si nutre di significato.

La dottoressa Gladys ci ha mostrato che si può vivere a lungo non resistendo al tempo, ma amandolo. E anche quando arrivano malattia, dolore o perdita, possiamo attraversarli con radici profonde, perché non siamo soli. Il corpo non è una macchina spenta da accendere. È una parte viva della Vita stessa. E se smetti di forzarlo… ti parlerà. E guarirà.

XO - Patrizia Coffaro

22/02/2026

Ed eccoci nuovamente alle porte del fine settimana, per un nuovo episodio di "Patologie Spiritose: tra curiosità e leggerezza!"

Oggi parliamo di un problema che non nasce da un trauma evidente, ma da qualcosa di molto più subdolo: la mancanza di sangue. Sì, perché anche le ossa hanno bisogno di essere nutrite, e quando l’afflusso si riduce.. l’anca inizia a mandare segnali poco simpatici. Benvenuti nell’osteonecrosi della testa femorale!

Cos’è e dov’è?

L’osteonecrosi della testa femorale è una condizione in cui una parte dell’osso dell’anca non riceve sufficiente apporto di sangue. Senza nutrimento, il tessuto osseo soffre, si indebolisce e può andare incontro a collasso strutturale. La zona colpita è la testa del femore, quella che entra nell’acetabolo formando l’articolazione dell’anca.

In pratica: l’osso resta “a secco”.

Curiosità divertente

L’osteonecrosi viene anche chiamata necrosi avascolare. Tradotto: osso senza benzina. Il motore è buono.. ma se il carburante non arriva, prima o poi si ferma.

Come si sviluppa?

Le cause più comuni includono: uso prolungato di corticosteroidiabuso di alcol, traumi all’anca (anche vecchi), alcune malattie sistemiche (es. lupus, anemia falciforme), fattori idiopatici (cioè: succede, ma non sappiamo bene perché).

All’inizio può essere silenziosa, poi compaiono dolore e limitazione del movimento.

Nella vita quotidiana

I sintomi tipici sono dolore all’inguine o all’anca, dolore che peggiora camminando, rigidità dell’articolazione, difficoltà a ruotare o flettere l’anca, zoppia progressiva.

All’inizio il dolore può essere saltuario, poi diventa sempre più presente.

Parole complicate, spiegate semplici

Osteonecrosi: morte del tessuto osseo.
Avascolare: senza apporto di sangue.
Testa femorale: la “sfera” dell’anca.
Collasso: perdita della forma dell’osso.

Accenni di fisioterapia

Qui è fondamentale essere chiari. La fisioterapia non cura l’osteonecrosi, ma ha un ruolo importante: ridurre il dolore, migliorare la mobilità dell’anca, gestire il carico articolare, mantenere forza e funzione, accompagnare il paziente prima o dopo eventuali trattamenti chirurgici.

Nei casi avanzati, il trattamento definitivo è spesso chirurgico (come la protesi d’anca). La fisioterapia diventa allora essenziale per il recupero funzionale.

Curiosità scientifica:

Colpisce più spesso adulti tra i 30 e i 50 anni. Può essere bilaterale nel 40–60% dei casi. La risonanza magnetica è l’esame più sensibile nelle fasi iniziali. Una diagnosi precoce può ritardare o evitare il collasso della testa femorale.

Conclusione

L’osteonecrosi della testa femorale è una condizione seria, ma non improvvisa. Il corpo manda segnali chiari: dolore, rigidità, difficoltà nel movimento. Ascoltarli in tempo fa la differenza. Con diagnosi precoce, gestione del carico e un percorso terapeutico adeguato, si può proteggere l’anca e mantenere qualità di vita.

A sabato prossimo per il prossimo episodio! 👏

22/02/2026

Breathing is not only a respiratory function but also a fundamental biomechanical process that supports spinal stability and postural control. The diaphragm, abdominal wall, pelvic floor, and deep spinal stabilizers work together to create a pressure-regulating system that stabilizes the trunk. The illustration highlights how diaphragmatic breathing distributes pressure evenly throughout the abdominal cavity, forming a supportive internal cylinder.

During proper inhalation, the diaphragm contracts and descends, increasing intra-abdominal pressure. Instead of the abdomen pushing forward only, pressure expands in all directions — anteriorly, laterally, and posteriorly — creating 360-degree expansion. The pelvic floor responds by lengthening slightly, while the transverse abdominis and oblique muscles regulate the expansion. This balanced pressure supports the lumbar spine and reduces excessive reliance on passive structures like ligaments and discs.

From a biomechanical standpoint, intra-abdominal pressure functions like an internal brace for the spine. When pressure is evenly distributed, it enhances trunk stiffness and stability without excessive muscular tension. This mechanism is crucial during lifting, walking, and athletic movements, as it improves force transfer between the upper and lower body while minimizing spinal strain.

The side-view illustration shows how pressure interacts with spinal alignment. With efficient diaphragmatic breathing, pressure supports the lumbar curve and maintains trunk integrity. In contrast, shallow chest breathing elevates the rib cage, limits diaphragm descent, and shifts stabilization demand to the neck, shoulders, and lower back. Over time, this inefficient pattern may contribute to neck tension, lumbar pain, and reduced core stability.

Poor pressure management can also overload the pelvic floor. If pressure is directed downward without coordinated muscular support, it may contribute to pelvic floor dysfunction. Conversely, excessive abdominal gripping without diaphragm coordination can increase spinal compression and restrict breathing efficiency.

Restoring optimal breathing mechanics involves retraining diaphragmatic function, improving rib cage mobility, and strengthening deep core musculature. When the diaphragm, abdominal wall, and pelvic floor coordinate effectively, the body gains a stable foundation for posture, movement, and injury prevention.

Efficient breathing creates a stable yet adaptable trunk, enhances movement efficiency, and supports long-term spinal health — demonstrating that proper respiration is essential not only for oxygen exchange but also for biomechanical integrity.

20/02/2026

Dolore alla SPALLA e al BRACCIO: da dove viene davvero e cosa fare

Se è mai capitato di avere un dolore che parte dalla spalla e scende lungo il braccio, si sa bene di cosa si parla.

E se è successo sul lato sinistro, probabilmente è scattato anche uno spavento: il primo pensiero va al cuore, e arriva il panico.

La buona notizia è che nella stragrande maggioranza dei casi non c’entra nulla il cuore.

Si tratta di una situazione ben definita a livello di muscoli, nervi e ossa.

La cattiva notizia è che capire esattamente da dove viene il dolore non è sempre semplice, perché le possibili sorgenti sono diverse.

Il problema della localizzazione.

Prima di vedere le possibili cause, c’è una cosa importante da capire.

Il corpo non ha la stessa sensibilità ovunque.

Sulla mano si riesce a sentire se uno spillo tocca in un punto o due millimetri più in là.

Ma a livello del braccio e della spalla è comune che il dolore si confonda.

Questo significa che un problema alla spalla può far male a metà braccio.

Un problema al collo può dare sintomi fino alla mano.

Un problema al polso può risalire verso l’alto.

Il dolore non sempre parte dal punto in cui si sente.

E questa è la prima cosa da tenere a mente.

Quando il problema parte dal collo.

La causa più comune di dolore che scende dalla spalla al braccio sono i problemi cervicali.

Si chiama cervicobrachialgia, ed è un classico.

Il dolore tipicamente parte dal lato del collo, quella zona del trapezio che tutti conoscono, e scende lungo la spalla fino al braccio.

A volte si ferma sopra il gomito, altre volte arriva fino all’avambraccio o alla mano.

Perché succede?

Per due motivi principali.

Il primo è la compressione dei nervi che partono dalla colonna e vanno al braccio.

Può essere causata da un’ernia cervicale o da un problema al disco vertebrale.

Il secondo, molto più comune, è la compressione degli stessi nervi causata da tensioni e contratture muscolari.

I muscoli scaleni, che stanno ai lati del collo, quando sono cronicamente contratti possono strozzare i nervi che ci passano in mezzo.

In questo secondo caso non c’è nessun danno strutturale.

Sono solo muscoli troppo tesi che fanno pressione dove non dovrebbero.

Quando il problema parte dalla spalla.

I problemi dell’articolazione della spalla spesso non si limitano a far male nel punto in cui c’è il guaio.

Tendono a irradiarsi in tutto il braccio.

Capita frequentemente con le tendiniti della cuffia dei rotatori, la famosa periartrite di cui tutti hanno sentito parlare.

In questo caso il dolore è abbastanza riconoscibile: aumenta nettamente quando si muove il braccio, soprattutto quando viene portato in alto o ruotato.

Ogni movimento che solleva la spalla oltre i 90 gradi evoca il dolore.

Il tendine del sovraspinoso, il principale della cuffia, ha la particolarità di far male spesso a metà braccio, anche se il problema è nella spalla.

È una questione di come sono collegati i nervi della zona.

Quando il problema parte dal polso.

Il dolore al braccio può anche risalire dal polso, anche se in questo caso raramente arriva fino alla spalla.

Il colpevole più comune è il tunnel carpale, quella condizione caratterizzata dal formicolio alla mano, soprattutto di notte.

Quello che succede è che il legamento e i tendini del polso aumentano di spessore con il tempo.

Se aumenta il loro spessore, c’è meno spazio per il nervo mediano che passa in mezzo.

Il nervo viene compresso, e da lì nascono i sintomi.

In questo caso, più che dolore vero e proprio, si avverte una nevralgia diffusa che sembra risalire dal polso verso l’alto, accompagnata da formicolio.

Quando il dolore è ovunque.

A volte il dolore non ha un punto preciso di partenza.

Non emerge con nessun movimento particolare.

È diffuso, vago, presente in tutto il braccio o addirittura in entrambe le braccia.

In questi casi si parla di nevralgia diffusa, e le cause possono essere diverse.

Può essere fibromialgia, una condizione caratterizzata da dolore diffuso in tutto il corpo e da un’irritazione generale del sistema nervoso.

Può essere uno stato di tensione e ansia persistente nel tempo.

Quando il sistema nervoso è cronicamente sull’attenti, i nervi diventano più sensibili e possono produrre uno stato di irritazione costante.

E poi ci sono i casi ibridi, che in realtà sono i più comuni: non c’è una singola causa precisa, ma un insieme di fattori che si sommano.

Il collegamento con la tensione nervosa.

Il plesso brachiale, cioè il fascio di nervi che va al braccio, passa attraverso i muscoli del collo e della spalla.

Se questi muscoli sono cronicamente tesi, cosa che succede quando si accumula stress, i nervi possono risentirne.

Non serve un’ernia per avere dolore al braccio.

Bastano muscoli abbastanza tesi da comprimere i nervi che ci passano in mezzo.

E qui si chiude il cerchio: stress, tensione muscolare, compressione dei nervi, dolore al braccio.

Ecco perché molte persone con questo problema notano che peggiora nei periodi di maggiore tensione emotiva, e migliora quando c’è più rilassamento.

Cosa fare concretamente.

Il bello di questa situazione è che, indipendentemente dalla causa specifica, l’approccio è simile.

L’esercizio mirato funziona su tutte le strutture potenzialmente coinvolte: muscoli cervicali, muscoli della spalla, nervi del plesso brachiale.

Lo stretching dei muscoli cervicali riduce la tensione che può comprimere i nervi.

Lo stretching del piccolo pettorale libera la spalla e migliora la circolazione al braccio.

Il movimento attivo porta vascolarizzazione e drenaggio in zone che possono esserne carenti.

Non serve capire con precisione millimetrica quale struttura stia causando il problema.

Serve far funzionare meglio tutto il sistema.

Il punto chiave.

Il dolore alla spalla e al braccio può avere diverse origini, ma quasi sempre coinvolge muscoli tesi, nervi irritati, o entrambi.

La buona notizia è che muscoli e nervi rispondono bene all’esercizio.

Quando si riduce la tensione muscolare e si migliora il movimento di tutta la zona, collo, spalla e braccio, i sintomi tendono a diminuire, indipendentemente da quale fosse la causa iniziale.

Non cercare la diagnosi perfetta.

Cerca di far funzionare meglio il sistema nel suo insieme.

Se vuoi iniziare un percorso che lavori su mobilità, allungamento e movimento di tutto il corpo, puoi accedere GRATUITAMENTE all'anteprima della mia nuova iniziativa "Cervicale a nuovo in 30 giorni.

Troverai le prime lezioni e il manuale per iniziare subito a lavorare su questi aspetti.
Il link è qui: https://bit.ly/3MKHFsc

20/02/2026
18/02/2026

The image illustrates the foot tripod concept, a fundamental principle in clinical biomechanics describing optimal weight distribution across the plantar surface. The three primary load-bearing points include the calcaneus (heel), first metatarsal head, and fifth metatarsal head. When body weight is evenly distributed across this tripod, the foot maintains structural stability, efficient shock absorption, and proper alignment throughout the kinetic chain.

In the left image, the red markers suggest altered pressure distribution, where load may be unevenly transmitted through the forefoot and heel. This imbalance can collapse the medial longitudinal arch, increase plantar fascia strain, and contribute to excessive pronation. Over time, such dysfunction may lead to conditions like plantar fasciopathy, metatarsalgia, hallux valgus, and medial knee stress due to altered lower-limb mechanics.

The right image demonstrates a more optimal tripod alignment, where forces are evenly dispersed. This balanced loading supports the medial arch, enhances proprioceptive feedback, and allows the foot to function as both a flexible shock absorber during loading and a rigid lever during push-off. Proper tripod function also reduces compensatory stress transmitted to the ankle, knee, hip, and lumbar spine.

Clinically, restoring tripod loading is essential in rehabilitation and injury prevention. Strategies include intrinsic foot muscle strengthening, toe control training, short-foot exercises, appropriate footwear, orthotic support when necessary, and gait retraining. Improving ankle mobility and hip stability further enhances foot mechanics by ensuring proper load transfer through the kinetic chain.

Understanding the foot tripod principle helps clinicians identify abnormal pressure patterns and guide corrective interventions to improve posture, gait efficiency, and long-term musculoskeletal health.

18/02/2026
Un po’ di relax per ricominciare carichi a settembre! 💪🏻
25/07/2025

Un po’ di relax per ricominciare carichi a settembre! 💪🏻

Pizzata del miglior gruppo di pilates del venerdì alle 18 😂
13/06/2025

Pizzata del miglior gruppo di pilates del venerdì alle 18 😂

Indirizzo

Via Nicola Porpora 29/6/b
Turin
10155

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 20:00
Martedì 08:00 - 16:00
Mercoledì 09:00 - 20:00
Giovedì 08:00 - 13:00

Sito Web

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